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Radio Libera
di Luigi Maffezzoli
Pubblicato su PBSE3


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- Da qui non ce ne andiamo!
- Signor Enzo, cerchi di ragionare...
- Vattene via, cazzo, vattene, noi stiamo qui, hai capito, stiamo qui
di giorno, di notte, a Natale, a Pasqua!
- Così perderete tutti i vostri soldi!
- Non me ne fotte una minchia, noi qui abbiamo il lavoro e voi ce lo
volete levare, non ci potete comprare coi soldi che sono già nostri!
La discussione si svolgeva nel chiuso dell'ufficio, ma i due gridavano
così tanto che in breve tempo davanti alla porta chiusa si era formato
un capannello di donne.
Erano rimaste in venti ad occupare la fabbrica, dopo che la casa madre
tedesca ne aveva deciso la chiusura. Alcune erano giovanissime, dai
quindici ai vent'anni, altre erano ormai veterane. Entrate da ragazzine
ora erano madri di famiglia. Alla testa del gruppo vi era Barbara,
vent'anni, minuta, un grembiule azzurro fuori misura che la faceva sembrare
ancora più piccola. Aveva capelli neri che le scendevano sulle spalle e
grandi occhi chiari, che contrastavano con la carnagione scura da
meridionale. Vicino a lei una ragazzina bionda col corpo ancora da
adolescente e Rosa, la maestra, donna fatta, capelli neri legati dietro, che
lavorava alla Radiomilano dall'apertura della fabbrica, vent'anni prima.
Ascoltavano in silenzio e immobili per non perdersi una parola, dietro
a quella porta si stava decidendo il loro futuro.
- Va bene, con lei non si può parlare, ma non finisce qui. Sopra di lei
troverò qualcuno disposto a ragionare!
- E vai, vai da Lama, vai da Macario, vai da Andreotti, vai dal papa,
vai dove minchia vuoi! Questo posto ce lo siamo pagato col nostro
lavoro! E voi ci volete cacciare per portare tutto in Germania! Non vi
serviamo più e allora via, fuori dalle palle! Ma noi non ci muoviamo e tu
puoi andartene affanculo!
Il Ragionier Vanzaghi, liquidatore della Radiomilano, uscì furibondo
dall'ufficio. Era di mezza età, torchiato, un ciuffo brizzolato rivolto
indietro per coprire la calvizie. Si voltò ancora verso la porta e si
mise a gridare:
- Non finisce qui, non finisce no, nessuno mi ha mai trattato così, lei
si è messo nei guai!
In quel momento si rese conto del gruppo di donne che formavano una
barriera davanti a lui. Si voltò ancora
- E sta mettendo nei guai queste qua, le avrà lei sulla coscienza! -
poi cambiò tono e si rivolse a loro:
- Non dovete seguirlo, vi farà perdere i vostri soldi, vi metterà nei
guai, siete giovani, non dategli retta, ecco, vi lascio il mio
biglietto da visita, qui non si può parlare, chi vuole mi chiami, ascoltatemi, per il vostro bene, quello è pazzo, è pazzo!
Le donne lo squadrarono senza parlare. Poi Barbara gli voltò le spalle
e tornò nel reparto. Le altre la seguirono. L'uomo si ritrovò da solo,
con il biglietto da visita in mano. Se lo rimise via, imprecando. Alzò
un braccio verso le donne in segno di minaccia e si diresse all'uscita.
- Allora, qualcuna vuole seguirlo, siete libere, andate, se volete,
andate, io resto qui e, minchia, ce ne vorranno di poliziotti per portarmi
fuori!
Enzo era apparso davanti alla porta. Ventisei anni portati male, un
metro e settanta per cinquanta chili, un becco d'aquila in mezzo alla
faccia e sopracciglia folte che gli scendevano fino agli zigomi.
- Abbiamo già deciso, lo sai, non sarà quel signorino a farci
cambiare idea, siamo qui per occupare la fabbrica e ci rimaniamo! - urlò
Barbara dal fondo della sala, poi si girò di scatto per nascondere le
lacrime. Enzo allora le si fece vicino e allungò il braccio verso di lei, la
ragazza gli si rifugiò dentro.

Enzo era arrivato dalla provincia di Siracusa otto anni prima e subito
aveva trovato impiego alla Radiomilano come apprendista. Nel giro di
due anni era diventato caposquadra. Erano in due con quell'incarico. Gli
altri maschi erano un elettricista e il capofabbrica che rispondeva
direttamente alla casa madre in Germania. Se ne erano andati uno dopo
l'altro ai primi ritardi di stipendio. Così Enzo ora si trovava da solo con
venti donne ad occupare la fabbrica e si sentiva responsabile di loro.
Forse era per questo che da un po' di tempo aveva quel dolore
ricorrente allo stomaco
- Questa cazzo d'ulcera! Anche questa dovranno pagare!
Barbara si divincolò dal suo abbraccio e se ne andò con la ragazza
bionda verso la maestra che stava cuocendo gli spaghetti su un fornellino
vicino ad una bombola di gas liquido.
Enzo allora si diresse verso l'uscita del capannone che si trovava nel grande cortile di un vecchio caseggiato, in un quartiere popolare di Milano.
- Gliene avete gridate eh, Signor Enzo!
La voce, con forte accento napoletano, veniva dalla ringhiera del
quarto piano, era di una donna anziana, con un vestito nero che gli
arrivava ai piedi e i capelli bianchi legati dietro a michetta. Stava
innaffiando i gerani, ma si interruppe non appena vide Enzo nel cortile.
- Ci vogliono cacciare, dopo averci tolto il lavoro!
- Sono carogne! Vogliono cacciarci tutti, non solo voi! Hanno venduto
anche le case qui di fronte, con gli inquilini dentro! Fuori in strada,
come animali!
- E' il loro progresso, ma noi non ce ne andremo! Vengano pure coi
carri armati!
- E bravo, signor Enzo! E' questo il modo di parlare! Sono le pecore la
nostra rovina, come gli inquilini che si fanno paura e se ne vanno a
piangere in Comune!
Enzo rise e alzò il pugno in senso di vittoria.
- Dobbiamo resistere signora Assunta, ma ora devo rientrare che è ora
di pranzo e tutte quelle donne mi stanno viziando!
- Vada, vada a mangiare che è così magro! - La donna lo seguì con gli
occhi mentre tornava nella fabbrica, si era affezionata a quel ragazzo
che gli ricordava il suo, in Germania ormai da vent'anni, il cui viso
sporgeva da una foto in bianco e nero infilata nel vetro del mobile
della cucina.

2

Era passata una settimana da quando Enzo aveva cacciato in malo modo il
liquidatore della società. Fuori dal portone sventolava una bandiera
della F.L.M. e uno striscione con “fabbrica occupata” scritto a mano con
vernice rossa.
I due sindacalisti arrivarono alle sei di sera. Oltre a Enzo, nella
fabbrica si trovavano cinque ragazze per il turno notturno di occupazione.
Giuliano era sui quarant'anni, portava un giaccone scuro e il berretto
calato fino agli occhi. Da un occhiello spuntava una spilla con falce e
martello, da una tasca sporgeva “L'Unità”.
L'altro era molto giovane, si chiamava Giorgio: affiancava Giuliano, ma
non gli assomigliava in niente. Aveva il capo avvolto da lunghi capelli
ricci, indossava una camicia di flanella sotto un loden verde. Il collo
era avvolto in una lunga sciarpa. Duro e autoritario il primo, di
grande esperienza, voleva avere sempre l'ultima parola, timido e di
poche parole l'altro, alle prime armi, ma gentile e di spirito creativo.
Giorgio rimase indietro tra le donne che si erano messe tutte intorno a
lui per sentire se aveva novità.
Giuliano appoggiò la giacca su un bancone e si diresse verso Enzo, non
gli piaceva quel ragazzo che voleva sempre fare di testa sua.
- Mi ha telefonato il Ragionier Vanzaghi, il liquidatore, mi ha
raccontato come lo hai trattato!
- Mi deve ringraziare che non l'ho cacciato a calci in culo! Voleva che
lasciassimo la fabbrica e in cambio lui ci avrebbe fatto avere i
nostri soldi! Che generoso, eh?
Giuliano rimase serio e non rispose alla battuta.
- Se continua l'occupazione andiamo dritti al fallimento, questo lo
sai, vero?
Il tono dei due si era fatto subito forte. Le donne, attratte dalla
discussione, smisero di parlare con Giorgio e si rivolsero verso Enzo e
Giuliano che gridavano e gesticolavano animatamente.
- E che dobbiamo fare, allora, calare le mutande?
- Non dire stronzate, sei un dirigente sindacale e devi ragionare in
modo responsabile.
Giorgio, Barbara e la ragazza bionda si erano avvicinati ai due. Il
sindacalista più giovane cercò di inserirsi nella discussione
- Io un'idea ce l'avrei... - Ma Giuliano lo azzittì subito.
- Dopo la sentiamo, prima però dobbiamo fare capire a questo che con
l'occupazione ad oltranza non otterrà niente!
- Ha parlato il compagno Berlinguer! E che dobbiamo fare, compagno,
andarcene via con la coda tra le gambe?
- Ti ho detto di non dire stronzate! Se la ditta fallisce i vostri
soldi non li vedete più! E’ questo che vuoi? Tu hai la responsabilità anche
di queste donne, non puoi fare il cazzo che vuoi!
Enzo rivolse lo sguardo alle due donne che, vicine a Giorgio,
assistevano in silenzio alla discussione, poi tornò a guardare Giuliano,
gridando con quanto fiato aveva in gola:
- Queste donne la pensano come me! Stanotte dormiranno qua, sui banchi
di ferro, con questo freddo che ti spacca le ossa! E di giorno montano
radio, gratis! Perché vogliono il lavoro, mica un’elemosina.
Portò le mani al ventre e si piegò in due. Barbara lo sorresse.
Giuliano abbassò il tono di voce:
- Lo so, lo so che il coraggio non vi manca. Ma quello non basta, ci
vuole anche cervello.
- E che, pensi che siamo sceme? - Barbara si mise davanti all'uomo, le
arrivava al petto. Alzò la testa per incontrare i suoi occhi. La voce
del sindacalista ora tradiva imbarazzo, si abbassò all'altezza della
ragazza
- Non c'è molto tempo, se portano i libri in tribunale non si potrà
fare più niente.
Al gruppo si erano avvicinate anche le altre donne. Rosa si mise dietro
a Giuliano per non perdersi neanche una parola.
- I vostri crediti sono privilegiati, non li potete perdere ma se
l'azienda fallisce allora sì che rischierete di non vederli più. - Enzo si
mise in mezzo tra Giuliano e le donne
- I soldi, i soldi! E quando saranno finiti? Che facciamo? Ci mettiamo
in coda al collocamento? Ce ne torniamo in Sicilia? Cosa ci suggerisci,
compagno, ce ne andiamo dal compagno Andreotti a chiedere lavoro?
Rosa scosse il capo, aveva gli occhi lucidi, fece per dire qualcosa, ma
dalle labbra non le uscirono parole. Giuliano era di nuovo furente, ma
questa volta Giorgio che, dopo il primo tentativo di prendere la
parola, se ne era rimasto zitto fino a quel momento, lo anticipò sul tempo
- Volete sentire la mia idea? O volete continuare a gridare fino a
stanotte?
Enzo lo squadrò, un sorriso gli attraversò la faccia, gli piaceva quel
ragazzo che sfidava il compagno pieno d'esperienza.
Giuliano sbuffò, ma Barbara non gli permise di riprendere la polemica
- Oh, basta! Quello che pensi lo abbiamo capito. Ora vogliamo sentire
quello che ha da dire lui. - La ragazza bionda fece un lungo sorriso a
Giorgio, che, rinfrancato dal consenso delle donne riprese, rivolgendosi ad
Enzo:
- In una situazione come la vostra, una fabbrica tessile, hanno fatto
una cooperativa. Voi le radio le sapete fare, no?
- Cazzo se le sappiamo fare!
- E allora facciamole e poi troviamo il modo di venderle!
- Si, alla fiera di Senigallia! - urlò Giuliano - Sei più pazzo di lui!
Una cooperativa di venti ragazzine e un pazzo! Proprio un'idea geniale!
- Mi stai rompendo la minchia! Noi da qui non ci muoviamo, lo vuoi
capire! Non ce ne fotte niente dei soldi, del fallimento, del Ragionier
Vanzaghi. Noi le radio sappiamo fare e le radio faremo! Con una, come hai
detto?
- Una cooperativa.
- Ecco, una cooperativa – disse guardando le ragazze
- La vogliamo fare la cooperativa?
- Pensi che possiamo farcela? - fece Barbara.
- Cazzo, penso di si!
- E allora facciamola!
Giuliano si rimise il giaccone. Guardò negli occhi le donne, una dopo
l'altra, poi in modo sprezzante Giorgio ed Enzo.
- Fate quello che volete, sappiate che io non vi appoggerò. Ora me ne
vado che ho già perso abbastanza tempo. Se qualcuna ha ancora un po' di
sale in zucca può seguirmi.
Si diresse verso l'uscita.
Rosa lo seguì con lo sguardo fino al cancello, quindi fissò Barbara e
la ragazza bionda. Strinse le labbra, poi liberò la voce tutta d'un
fiato:
- Io ho due figli, dovete capirmi! Non è una cosa che può fare per
me, ho bisogno di lavorare e non ho vergogna ad andare anche a lavare i
gabinetti!
Scoppiò a piangere, abbassò la testa e andò dritta verso l'uscita.
Barbara la guardò andare. Trattenendo le lacrime, disse solo
- Ciao. - Allora Rosa, si girò e, con un filo di voce, rispose:
- Buona fortuna! - Il cancello le si chiuse alle spalle.

3


Al terzo mese di occupazione erano rimaste dodici donne ed Enzo. Il
progetto cooperativa si era dimostrato più complesso di quanto
inizialmente avessero pensato. Occorrevano soldi, soldi per creare la società, soldi per acquistare il materiale necessario, soldi per riprendere
l'attività. E da cinque mesi non vedevano una lira.
E anche arrivare a produrre non era affatto semplice. Fino ad allora si
erano limitati ad assemblare pezzi che arrivavano dalla fabbrica della
Germania, ma ora si doveva fabbricare una radio nuova. Mancava il
personale tecnico, Enzo aveva esperienza, ma si rendeva conto che non poteva
farcela da solo a progettare un prototipo.
Il dolore al ventre si era fatto insistente, aveva gli occhi scavati
dal sonno e si era fatto ancora più magro.
Scoppiarono conflitti tra le ragazze e le donne mature per la
partecipazione ai turni di occupazione. Le più giovani cominciarono a disertare i turni di notte anche perché Enzo non permetteva che i fidanzati si fermassero a dormire in fabbrica:
- Manca solo che diventiamo un puttanaio!
La notizia della fabbrica occupata si era sparsa nel quartiere.
Incominciarono a farsi vedere i giovani della sinistra extraparlamentare.
Arrivavano la sera, con i loro volantini, e si mettevano a parlare con le
donne prima di Vietnam e poi di libertà in amore. Quelle ascoltavano per
un po', poi accendevano i mangiadischi e invitavano i giovani a
ballare.
Alcuni di loro si offrirono come volontari per il turno di notte. Enzo
non li respinse, ma non si fidava e non mancava mai. Ormai la fabbrica
era diventata la sua casa. Ogni tanto usciva nel cortile e si metteva a
parlare con la vecchia del quarto piano. Poi rientrava e incoraggiava
le ragazze. Ma gli sfoghi di quelle erano sempre più frequenti.
Una sera Barbara gli si avvicinò. Lui fece per abbracciarla, lei si
scostò.
- Dobbiamo finire questa occupazione, non ce la facciamo più, alle
ragazze sta venendo l'esaurimento, dobbiamo finire, basta, basta!
Scoppiò a piangere, Enzo la strinse con dolcezza. Non rispose, ma capì
che la giovane aveva ragione.

Passò un altro mese, l'occupazione della fabbrica continuava, ma altre
due donne se ne erano andate. Anche i volontari non si erano fatti più
vedere dopo che Enzo una sera li aveva trattati in malo modo quando
aveva trovato uno di loro appartato con una ragazza.
- E' questa la vostra rivoluzione, eh? Vai fuori dei coglioni che non è
questo il posto per scopare!
Era già tardi, Barbara dormiva dentro il suo sacco a pelo. Era molto
più lungo di lei e per metà sembrava un sacco vuoto. Enzo restò a
guardarla. Pensò che l'indomani avrebbero deciso la fine dell'occupazione.
Si diresse verso il cancello per chiuderlo per la notte quando sentì
suonare il telefono dell'ufficio. Dall'altro capo del filo c'era Giorgio
- C'è un pensionato della *** che si è offerto di darci una mano,
gratis. E' un nostro amico, ha progettato radio per dieci anni, domani lo
accompagnò lì.
Enzo non rispose, l'emozione lo aveva preso in gola.
- Enzo, ci sei?
- Si, certo, venite domani mattina. Vi aspettiamo. - Si interruppe un
istante
- Minchia, Grazie! - Portò le mani al ventre. Fece un sospiro, poi
chinò il capo sul bancone.

4

Passarono altri due mesi, era maggio e le ringhiere del vecchio
caseggiato erano rifiorite. Non tutte, però, alcune porte erano chiuse e
davanti a loro non c'erano fiori
- Se ne vanno! Prendono due lire e se ne vanno a piangere in comune,
signor Enzo! E fra un po' ci cacceranno tutti!
Assunta, col solito vestito nero nonostante la stagione più calda, se
ne stava nel suo pianerottolo, seduta su una sedia impagliata, e
guardava il cortile. Un raggio di sole le lambiva il viso e illuminava le
rughe. S'era fatta più vecchia e la voce le era diventata fioca.
- Ma noi non ce ne andremo, signora, non metteremo la coda tra le
gambe!
La vecchia si alzò e si appoggiò al parapetto per vedere meglio Enzo.
- Bravo, bravo! Resista lei, almeno, che ha ancora la gioventù che le
scorre nelle vene.
L'uomo quella mattina era raggiante
- Ora la vengo a trovare, ma voglio un caffé buono!
- E la torta di pastafrolla! Signor Enzo venga che questa è casa sua!
- Ho una sorpresa!
- Oddio, non mi tenga sulle spine, venga.
La porta della vecchia era aperta, una tenda di strisce di plastica
separava la ringhiera dalla cucina. L'odore del caffé arrivava fino alle
scale. La foto del figlio in Germania sporgeva dalla credenza.
Enzo teneva qualcosa nascosto dietro la schiena, poi, improvvisamente,
mostrò il segreto ad Assunta. Era una radio a transistor, piccola con
una lunga antenna.
- Cooperativa Radio libera! - Gridò Enzo – E' sua, signora!
La donna non riuscii a trattenere l'emozione, Enzo l'abbracciò. Sentii
un dolore acutissimo, ma non lo fece vedere.

Il tribunale aveva accettato di affittare capannone e macchine ai
dipendenti. I soldi degli arretrati coprirono la locazione per sei mesi.
Giorgio era riuscito ad ottenere un fido da una banca, la cooperativa era
una realtà.
Le ragazze erano rimaste otto. La vendita delle radio permise di
distribuire i primi stipendi, dopo tanti mesi. Le vendite avvenivano
attraverso circuiti non convenzionali, negli spacci aziendali, nelle sedi
sindacali, nei circoli culturali e al sabato e alla domenica direttamente in
fabbrica.

Una sera di giugno organizzarono una festa. Quel giorno Enzo compiva
ventisette anni.
Per l'occasione tornarono anche le donne che se n'erano andate. Tra
loro Rosa. Barbara le corse incontro e l'abbracciò forte, allora quella,
per vincere il magone, emise una risata enorme e mostrò una borsa da
cui usciva un profumo di vaniglia:
- Frittelle! - urlò Barbara - Finalmente la smetteremo di mangiare
panini! - Abbracciò ancora Rosa. Arrivò anche Giorgio, subito accolto dalla
ragazza bionda, e Assunta, con una crostata e delle candeline.
- Auguri, figlio mio! - Enzo la strinse commosso, poi sollevò di peso
Barbara e la baciò sulla bocca. Rosa si mise a battere le mani seguita
da Assunta e dalle altre ragazze.
Fu la più bella festa della sua vita. Stava mangiando le frittelle di
Rosa quando da una radio uscì una musica latina. Prese Barbara, se la
portò nel mezzo del capannone, in un punto libero dai banconi, e si
misero a ballare. Era la prima sera che lo faceva in tutto il tempo
dell'occupazione.
Mentre stringeva la ragazza Enzo pensò che non sarebbe stato mai più
solo. Era felice, ma stanco, molto stanco.
Ed ora che tutto era finito, il male si era fatto più forte.
- Questa cazzo di ulcera!
- Quando vai a farti vedere? - Gli chiese Barbara con voce preoccupata.
- Non sei ancora moglie e già mi fai le prediche?
Lei lo strinse a se, il suo cuore batteva forte, si diedero il bacio
più lungo.

Uscirono tutti, uno dopo l'altro. L'ultima fu Barbara, dopo un lungo
abbraccio ed aver strappato ad Enzo la promessa che l'indomani sarebbe
andato da un dottore.
L'occupazione era finita ormai, ma Enzo non aveva ancora un posto dove
dormire.
Chiuse il cancello come ogni sera da sei mesi. Si guardò intorno, la
vecchia fabbrica era in silenzio, i banconi senza più sacchi a pelo
sembravano abbandonati.
Raccolse i resti della festa, cartoni, bottiglie e bicchieri e li
depose in un bidone in un angolo del bagno.
Il dolore era fortissimo, quella notte non era più costretto a
nasconderlo. Tornò in bagno, vomitò la torta, le frittelle, il vino e tutto il resto.
Accese la radio, cercò della musica.
Trovò il suono di un samba. Stette un po' ad ascoltarlo. Atteggiò un
passo di danza, immaginandosi Barbara tra le braccia. Ma smise subito, il
male non lo faceva respirare.
Andò in ufficio, con una mano guardava il registro coi conti della
giornata, con l'altra si teneva lo stomaco. Fece un lungo sospiro.
Il samba rimbombava nel silenzio del capannone.
Rimase ancora un po' ad ascoltarlo.
Poi prese la coperta, se la mise sulle spalle e appoggiò il capo sul
banco.

© Luigi Maffezzoli



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