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di Carla Montuschi
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I ATTO: "PRIMA"

Attesa... attese... aspettative e pretese... poi d'un tratto fu l'immenso.

Impietrii innanzi a quella distesa infinita di blu increspato da un movimento spumeggiante.

Due cieli si specchiavano senza mai trovare un punto di contatto... neppure oltre l'orizzonte. Il battito del mio cuore divenne sincrono con l'andare e venire delle onde, ma nel ripetersi di ritmi ed eventi non riuscii a trovare un alito di quiete. Venivano a galla timori ed incerto. E poi rimanevano lì... prigionieri in una danza di alti e bassi, che concludeva i suoi significati solo nell'infrangersi dei cavalloni sugli scogli.

Guardavo il confine della mia terra gettarsi fiducioso nell'acqua e ricordavo quanta strada avevo fatto per arrivare sino a quel punto.

Non capivo.

Avrei dovuto essere felice, potevo finalmente riposare i piedi stanchi nel fresco sciacquio, ma l'anima non riusciva a trovare pace, non riusciva a lasciarsi andare.

Mi sedetti sulla sabbia morbida vicino alla linea della risacca. L'acqua si allungava lasciva in uno slancio che lucidava i granelli facendoli sembrare un piccolo specchio per poi sparire inghiottita, filtrata grano a grano, sin nel ventre della spiaggia.

Lontano il mare pareva libero dalla terra ma io sapevo che nel profondo il mescolio si faceva quieto, solidamente appoggiato a lei. Non v'è mare senza terra, non v'è terra che non aneli mare, e sullo sfondo c'ero io che stavo seduta a scrutare.

Osservai quanto ero piccina al cospetto di quella possenza ma al contempo quanto forte fosse il battito del mio cuore che, emozionato, cantava le inquietudini del mio sentire. Volevo abbandonarmi, sciogliermi fra grano e grano sino a scivolare in altra danza, volevo galleggiare lieve nell'incertezza, sostenuta dalla consapevolezza che la terra, benché lontana dai miei piedi, vegliava solida il mio incedere.

Respirai l'aria salmastra e divenni anch'io parte del blu, in un attimo mi liberai dei miei confini e per un attimo divenni parte dell'immensità.

 

II ATTO "DURANTE"

Cominciò a sgocciolare. Il cielo si era improvvisamente fatto scuro, minaccioso. La calura pesante che poco prima aveva spadroneggiato trafiggendo ogni cosa, venne accecata da un vento prepotente .

Fu così che, affrancandomi dall'afa che aveva sino a quel momento soffocato ogni mio movimento, potei ricominciare a pensare.

Gocce grandi come biglie di vetro cadevano qua e là e nel contatto con il terreno riarso levavano polvere. Lo schianto produceva una frammentazione in tante piccole altre gocce perfettamente sferiche che, nascendo dall'impatto con il terreno, si sollevavano, in vero solo per un istante, quasi a voler tentare di ritornare verso il cielo. In breve l'aria si saturò del profumo di pioggia che, mischiandosi al riverbero del calore assorbito dal terreno, divenne umido ed appiccicoso.

Le gocce continuavano a cadere enormi e sparse, tanto che si sarebbe potuto tentare di correre fra l'una e l'altra in un gioco di abilità atto ad evitarne il contatto.

Il cielo si illuminava di lampi. Profonde crepe di un azzurro sfavillante venavano a tratti la trama dello sfondo, univano in un legame possente cielo e terra. Rabbrividii nel subire dentro di me il fascino di quell'energia così intensa, paura e attrazione mi avvicinavano ora pericolosamente al senso dei miei contrasti. Boati crepitanti scuotevano l'aria rendendola quasi solida, capace di trapassarti la pelle.

Gli scenari si fecero spogli di persone. I pochi che un momento prima erano usciti dalle tane che li preservavano dalla calura erano ritornati nelle viscere dei propri rifugi, acconsentendo di barattare la promessa di un sicuro refrigerio con il miraggio di salvezza dalla furia degli elementi.

Io ero lì, confusa ma decisa. Osservavo lo scorrere degli eventi. L'afa non mi annebbiava più i sensi e sferzate di vento fresco portavano via ogni minima traccia di ebbrezza. I piedi erano saldi nel terreno ed i miei capelli sciolti fluttuavano nel vento. Ero al confine fra il desiderio di gettarmi proprio al centro di quel cielo o piuttosto rimanere un poco discosta, in direzione di una via di fuga priva di rischi.

Il ritmo del temporale aumentò. Il cielo palpitava sempre più forte e il tintinnio delle gocce divenne scroscio.

Non volevo più esitare. Non volevo perdere l'occasione di divenire anche io acqua, di assaporare vita.

Tolsi le scarpe e le gettai lontano. A piedi scalzi improvvisai una danza che a tratti era quieta ed a tratti rimbalzava con la pioggia.

Le gocce incontrarono il mio viso che nel contatto dapprima si irrigidì in una smorfia di diffidenza e poi cedette il passo ad una mite tolleranza. La pioggia stemperò i miei sensi assopiti dal bollore e dalla consuetudine, e le percezioni divennero un brivido che percorse tutto il mio stelo.

Divenni così acqua che dovetti chiudere gli occhi. Fermai la mia danza e per un lungo istante chiusi tutte le sensazioni dentro. I miei contrasti si erano fusi rendendomi simile ad un monolite. La pelle fresca ai suoi confini pareva inaridire via via che si faceva più vicina al cuore, come se la pioggia non riuscisse ad inumidirla appieno. Mi accorsi dunque che una coltre spessa di dolore rendeva impermeabile il mio comprendere.

La vita, da fuori, bussava prepotentemente ma il dolore parava i colpi rendendomi sorda e cieca.

Dovevo muovermi, liberarmi da quella morsa che mi paralizzava. Così ripresi lentamente la mia danza cercando di resistere al peso di membra che non parevano esser più mie e che spostavo a fatica.

I piedi, fedeli compagni del mio ragionare, furono i primi ad ubbidirmi, dando il buon esempio al resto del corpo.

Riconoscente aprii gli occhi e mi guardai. Il dolore allentò la presa e si sciolse in una lacrima che salì dal cuore e sgorgò rovente dagli occhi.

Percepii nuovamente i contrasti in quel rigagnolo caldo, che scorreva sul mio viso rinfrescato dalla pioggia. Esso arrivò sino alle labbra ed involontariamente ne inondò i confini.

In una beffa, dalla rima delle labbra serrate rientrò ciò di cui a fatica mi ero appena liberata, cosicché potei percepirne il gusto. Il mio dolore era salato come il deserto e lasciava dietro di sé un retrogusto amaro.

Non volli più che esso mi appartenesse. Aprii la bocca lasciando semplicemente che la dolce e fresca pioggia lo diluisse.

Il senso di quella goccia, simile solo in apparenza alle altre mille gocce, sbiadì ed annacquandosi piano piano, svanì senza clamore confuso nella pioggia.

Finalmente serena mi abbandonai alla danza.

 

III ATTO "DOPO"

Dapprincipio non capii cosa fosse. Nato come un lieve sfarfallio si fece di giorno in giorno sempre più simile ad un guizzo che mi attraversava all'improvviso il ventre. L'emozione che ne derivava assomigliava al momento dell'innamoramento, assomigliava alla sensazione di vuoto di stomaco e di testa piena di ebbra felicità che ne costituisce il primo sintomo.

Fuori c'è pelle per sentire, toccare con senso le carezze... ma dentro?

Qualcuno mi sfiorava da dentro e lo faceva in modo tanto silenzioso da divenire una questione privata. Nessuno poteva esser parte di quel dialogo così intimo, un dialogo privo di parole, un dialogo così intenso da poter trovare descrizione solo nel sentire. Io ero mare che cullava, io ero mare che attutiva, io ero mare che filtrava e, da dentro, un altro cuore, un altro cervello facevano di me un universo mai solitario.

Pensavamo in due, dentro di me c'erano i battiti sincroni di due cuori che vivevano e sognavano insieme... pian piano i guizzi si fecero carezze sempre più festose e prepotenti. La vita sboccia con grazia ed irruenza, la vita cresce e si fa spazio sino a che i confini di un individuo non bastano più, non riescono a contenere.

Traboccai la mia gioia ed il distacco fu doloroso.

Capii solo molto tempo dopo quanto mi sarebbe mancato quel contatto segreto, la certezza di non esser mai sola, l'importanza di esser tramite di un progetto così colmo di meraviglie.

Capii solo molto tempo dopo il significato del dolore nel distacco, compresi che quel modo di sentire sarebbe divenuto solo una memoria. Nessuno sarebbe stato più in grado di toccarmi così tanto nel profondo, nessuno sarebbe più stato capace di essermi tanto vicino.

Guardai le mani ed i piedi minuscoli che mi toccavano da fuori e sorrisi...

In compenso ora potevo vederli, ora la mia gioia aveva un volto...

Il mio mare era  tornato  ad esser quieto.

© Carla Montuschi



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