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Una pera in bottiglia
di Dario Anelli
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"Non spaventarti" Disse Tonio indicando la bottiglia di grappa Williams abbandonata sul tavolino del salotto. "Non spaventarti, Patrizio, ma dentro la bottiglia c'è una pera."

"Sai che paura." disse Patrizio rivolgendo appena un'occhiata alla bottiglia. Era la bottiglia di papà. Ogni notte, quando si guardava Porta a Porta, papà si faceva un bicchierino e quando, la bottiglia finiva, l'abbandonava sul tavolino senza darsi ulteriore disturbo.

Quel giorno stesso probabilmente la mamma l'avrebbe raccolta e buttata nel bidone del vetro.

Tonio con voce cupa e misteriosa seguitò a dire:

"Ma come, Patrizio, ma come? Non ti rendi conto? C'è una pera dentro. Come ci è finita la pera nella bottiglia?"

Tonio aveva tredici anni e viveva in un mondo fantastico popolato da draghi, guerrieri.

Era convinto che la cantina fosse abitata da un mostro malvagio che si annunciava con lo scroscio dell'acqua nelle tubature.

Fisicamente Tonio era una specie di gatto mingherlino; se la cavava nel calcio e nel basket, sport che praticava fuori ma anche dentro casa, in quest'ultimo caso con grande disapprovazione da parte della mamma.

Proprio per questo la mamma lo vestiva con capi facilmente lavabili in lavatrice; gli comprava pacchi di calzini di spugna al mercato, mutande da cinque euro e anonime scarpe da ginnastica che Tonio immancabilmente grattugiava sull'asfalto.

A Tonio ancora non gli importava niente del look, delle femmine e di tanti altri aspetti della vita che avrebbe preso in considerazione da lì a qualche anno, dopo le prime scariche ormonali della pubertà.

Dopo i compiti Tonio si stravaccava sul divano a giocare con la Play Station e aveva sempre con sé le carte di Magic. A volte entrava in tecnicismi con suo fratello Patrizio e gli spiegava con dettaglio la sua strategia di gioco, la proporzione perfetta fra numero di Terre rispetto alle carte totali e le raffinatissime combinazioni con le quali prevaleva sui suoi avversari.

Periodicamente bisognava accompagnarlo in un bar del centro dove si riuniva un manipolo di appassionati, le cui facce non sempre dimostravano un perfetto equilibrio mentale. Tale confraternita, di cui Tonio era membro, trascorreva lunghe ore nel gioco e nel baratto delle preziose carte.

Patrizio, a dire il vero, non ci capiva molto di questo gioco. Sapeva solo che aveva reso celebre e milionario un tale Richard Garfield che aveva avuto la brillante pensata di riunire i due passatempi che andavano per la maggiore fra i giovani brufolosi americani: i giochi di ruolo e il collezionismo.

Patrizio, che invece aveva ventisei anni, era cosciente di vivere in una galassia differente rispetto al fratello tuttavia, quando era giù di corda, gli si avvicinava per ascoltare i suoi racconti ingenui senza far domande o commenti.

In fondo, pensava, la razionalità adulta nasce dalla creta fangosa del caos infantile. Un ritorno alle origini, di quando in quando non fa mai male.

I due fratelli ora erano seduti sul divano del salotto reduci dal gran pranzo domenicale.

Si era cominciato con un antipasto di salumi, formaggi e verdure sottolio per poi passare ai tortellini in brodo fatti in casa. Il piatto forte, di cui la mamma era un esponente inarrivabile, era il tipicissimo lesso di manzo con pearà, una salsa veronese a base di pane grattugiato e di midollo di bue.

Dopo una breve pausa i due avevano detto di sì anche alla frutta ad una fetta di torta di mele.

Patrizio e i genitori avevano concluso il pranzo con il caffè mentre Tonio se l'era filata in salotto con un cioccolatino in bocca.

Durante il pranzo il papà aveva acceso la televisione della cucina e la famiglia assistette all'Angelus del Papa e al telegiornale di RAI 1.

Nel frattempo Valentino Rossi, da qualche parte del mondo, aveva trionfato ancora una volta e festeggiava innaffiando di champagne tutto il suo team.

Era piacevole guardare la televisione di domenica; le notizie non spaventavano sul serio, nemmeno i servizi sugli attacchi kamikaze palestinesi. Le immagine di ambulanze, soldati, gente che grida fra case sventrate e frammenti di vetro erano immagini di repertorio: un classicone.

Le voci professionali dei giornalisti, ormai di casa, aiutavano ad aprire lo stomaco e poi a digerire in un rassicurante; "Niente di nuovo sul fronte occidentale".

In venticinque anni non era mai mancato nulla e i comunisti, la vera minaccia dei giorni nostri, non se li filava proprio nessuno.

Il sindaco di Verona anzi, all'inizio del suo mandato, come regalo alla cittadinanza, aveva fatto radere al suolo l'edificio che questi giovinastri pieni di pearcing e tatuaggi occupavano abusivamente disperdendoli per sempre in nome dell'ordine e del quieto vivere.

Quella mattina Patrizio e Tonio erano anche stati a Messa. Tonio faceva parte del coro della parrocchia, ovvero del gruppetto di giovani che si raccoglieva ai lati dell'altare.

Il coro era diretto da un ventenne tracagnotto con il codino, cicatrici di acne in faccia e un tao francescano che gli pendeva sul petto.

Il giovane accompagnava i canti con semplici accordi di chitarra acustica e la sua voce spesso sovrastava quella dell'intero coro. Era uno che ci credeva sul serio. Prima di ogni pezzo sollecitava i fedeli a partecipare aiutandosi con gli appositi libretti disposti sui banchi però costoro, abituati per anni a "Symbolum" e "Dov'è Carità e amore", si limitavano ad aprire il libretto e a ripetere timidamente il ritornello.

Come sempre, dopo Messa, Patrizio dimenticava i contenuti delle Letture e del Vangelo però non la predica.

Quel giorno il prete aveva proposto una riflessione, fortunatamente abbastanza breve, sul fatto che Dio rinnova la sua fiducia su di noi perché ci ama. Non si deve aver paura di accogliere il suo progetto, sosteneva, bensì aprire le braccia e andare incontro al Padre celeste.

Più o meno questo era il messaggio di circa il sessanta percento dei sermoni che avevano luogo in quella parrocchia.

I giovani preti pareva avessero una visione positiva della vita; amavano i colori, le canzoni e lo sport. Alcuni di loro celebravano Messa in cima ai monti, la sera andavano a mangiare il gelato con i loro giovani e parlavano di calcio.

Quando affrontavano temi religiosi, si esprimevano in termini di esperienze spirituali forti, cammino di fede e di progetto di Dio. Non condannavano apertamente l'omosessualità, i rapporti prematrimoniali e i divorzi.

A colmare questa lacuna però ci pensavano i sacerdoti della vecchia guardia attraverso programmi radio, editoriali sui giornali locali e la Messa vespertina.

In quelle sedi si combatteva la vera lotta del cattolicesimo alla modernità e al relativismo.

Patrizio era consapevole che la religione faceva parte della sua vita in quanto andava a Messa ogni domenica, faceva il presepio a Natale e si confessava in quaresima.

Se qualcuno glielo avesse impedito probabilmente si sarebbe sentito male e avrebbe reagito a difesa della sua fede ma questo era tutto. Per Patrizio Dio era un vecchio con la barba bianca molto paziente e tollerante che su ogni argomento la pensava più o meno come lui.

Durante la funzione religiosa amava guardare la gente. In chiesa c'erano sempre molte coppie anziane. Il vecchio curvo e canuto, con i pantaloni grigi perfettamente stirati e una camicia di cotone a maniche corte dalle quali fuoriuscivano braccia pallide e venose e la consorte carnosa, con un vestito di tela a fiori che agitava incessantemente il ventaglio.

C'erano anche famiglie con bambini piccoli che a volte piangevano o si rendevano fastidiosi in altro modo.

Ed infine, sparsi per la navata principale, coetanei, amici, conoscenti, vicini di casa.

Patrizio li osservava e ricordava dettagli delle loro vite.

Marica per esempio si era lasciata da poco con il ragazzo, il Bisso si sbronzava ogni sabato sera e anche in chiesa si dondolava da un piede all'altro in maniera sospetta.

Ada, la signora degli alimentari, ultimamente aveva invece rivolto critiche a Patrizio sul suo modo di parcheggiare lo scooter davanti al suo negozio.

Quella che aveva di fronte insomma era vita pulsante del paese fatta di piccole cose che si aggiungevano a piccole cose e che alla fine scolpivano intere esistenze.

Ogni tanto Patrizio si concentrava su una ragazza, ce ne erano sempre di carine.

Si abbandonava a fantasie erotiche che gli sorgevano così innocenti e naturali. Aveva un instancabile Tinto Brass nella mente che creava materiale originale. Non era raro che poi andasse a ricevere il Santissimo con un erezione. Tutto sommato non era importante, nessuno se ne accorgeva; chissà, forse non era il solo.

Dopo Messa Patrizio recuperava Tonio e insieme si spostavano sul sagrato per salutare amici e conoscenti.

Si trattava di un tempo dedicato a misurare il proprio valore sociale contando il numero di strette di mano, commenti e domande rivolte e, molto importante, il numero di baci ricevuti dalle ragazze.

Quando Patrizio era proprio fortunato un'amica lo prendeva a braccetto. Anche se non lo dava a vedere, in tali circostanze, Patrizio era percorso da fremiti.

Qualcuno poi proponeva l'aperitivo e ci si spostava in massa al bar – edicola - tabacchi di fronte alla chiesa a quell'ora sempre molto affollato e chiassoso.

Tonio sgusciava via a comprarsi un pacchetto di patatine e fare due tiri a calcetto con gli amichetti mentre Patrizio ordinava uno spriz e si inseriva in un crocchio a parlare di calcio e della situazione lavorativa o sentimentale di qualche amico assente.

Ben dritto sulla schiena reggeva il calice di spriz arancione, così adulto, così sicuro di sé stesso.

Spesso in quei momenti suonavano cellulari o arrivavano messaggi sms ai quali bisognava assolutamente rispondere. Erano molte le presunte questioni di vita o di morte che si risolvevano nei contesti di aggregazione sociale.

Nel bar c'era vita, dinamismo, tintinnio di cucchiaini che giravano il caffè.

Anche la quantità di chiamate telefoniche ricevute all'ora dell'aperitivo era considerato un buon indice di popolarità.

Fra strette di mano e pacche sulle spalle infine ci si congedava.

L'esperienza dello spriz dopo Messa risultava in qualche modo energizzante.

Durante il ritorno a casa, le case, le strade, gli avvisi del comune incollati sui muri, erano tutti elementi rassicuranti.

Pareva sostenessero che un'altra settimana era passata senza troppi intoppi e non rimaneva altra cosa da fare che pensare al pranzo.

La vita scorre, flue serena nel Bel Paese.

Ora però i due fratelli, sazi, poltrivano seduti sul divano del salotto.

"Buona Domenica" proponeva lo scontro verbale fra alcune casalinghe pesantemente truccate e alcuni esponenti del sottobosco VIP di ex partecipanti del Grande Fratello. Le ragioni della disputa non erano ben chiare. La dinamica era del genere: Tu hai detto, lei ha detto, come ti permetti. Applausi.

La mamma sparecchiava e riempiva il cestello della lavastoviglie mentre il papà leggeva il giornale locale partendo dalla lugubre pagina dei necrologi per poi passare alle aste e provvedimenti giudiziari. Lo sport lo teneva in serbo per quando sarebbe andato in bagno.

"E quindi" disse Tonio "Come ci è finita la pera dentro la bottiglia? Magia?"

Patrizio afferrò la bottiglia di Williams. La pera zuppa d'alcol scivolò sulla parete della bottiglia senza fare rumore. Era una bella pera verde, senza difetti, di dimensioni molto maggiori rispetto al collo della bottiglia.

Patrizio sapeva di alcuni pazzi che, con l'ausilio di attrezzi simili ai ferri da maglia, introducono nelle bottiglie asticine di legno riproducendo, a prezzo della vista e di innumerevoli notti in bianco, dettagliati modellini di velieri.

Con la pera il discorso era diverso. Non si può costruire una pera.

Per mettere una pera in una bottiglia bisognava aspettare che i fiori di pero si fecondassero e poi si inseriva la bottiglia sul frutticino non più grande di un oliva. Il frutto si sviluppava e, a maturazione, era sufficiente tagliare il picciolo et voilà la poire dans la bouteille. Glielo avevano spiegato all'università.

Patrizio rivelò il segreto a suo fratello.

"Ah!" Fece lui comprendendo l'arcano. "E per toglierla?"

"Come per toglierla?"

"Sì, se la vuoi tirare fuori?"

"Ma sei scemo?"

"Queste parole!" Esclamò la mamma dalla cucina.

"Sì appunto queste parole!" Disse anche il papà probabilmente senza nemmeno alzare lo sguardo dal giornale.

Patrizio abbassò il tono di voce: "Vuoi tirarla fuori? Perché vuoi tirarla fuori? Non si può tirarla fuori."

"Uhm!" Tonio che amava mettere in difficoltà il fratello e intravvedeva una buona possibilità per farlo si preparò il terreno: "Tu sei laureato?"

"No."

"E i laureati sono quelli che sanno più di tutti?"

"No."

"E tu sei laureato in cose da mangiare?"

"No."

"E quindi potresti trovare un sistema per tirare fuori la pera?"

"No."

"Così, solo per vedere se sei intelligente?"

"No."

Il moccioso ci sapeva fare. Sapeva dove pungere ma, quel che era peggio, lo faceva così, solo per passare il tempo della sua spregevole infanzia.

Patrizio reagì alzandosi dal divano e rivolse uno sguardo torvo al fratello. Diede poi un occhiata alla televisione. Una grossa drug queen con una gran parrucca bionda in testa stava dando un giudizio impietoso sulla performance di un aspirante cantante. Il pubblico la seguiva affascinato mentre l'artista subiva a testa bassa.

Patrizio lasciò il salotto e uscì in corte. Si sentiva dannatamente appesantito per la gran mangiata. Pluto, il cane, uscì dalla cuccia e gli andò incontro trotterellando. Era vecchio e quindi controllava i suoi slanci. Omaggiò il padrone annusandogli le scarpe. Patrizio allora gli grattò la testa piatta e l'animale uggiolò.

Patrizio e la sua famiglia vivevano in una casa sperduta nella campagna nel municipio di Dossobuono a metà strada fra Verona e Villafranca.

Suo papà era agricoltore, un col diretto come si usa definire chi si fa materialmente tutto il lavoro. Possedeva campi di kiwi e di pesche, serre di pomodori e di meloni e una stalla con un po' di bestie che allevava più per tradizione che per ragioni economiche.

Patrizio, da sempre, lo aiutava nei lavori agricoli, specialmente d'estate durante la raccolta dei pomodori e dei meloni.

Qualche anno prima, si era laureato in "Tecnologie alimentari" solo che ora, anziché vestire un camice bianco ed essere possessore di un pass di accesso ad un laboratorio di controllo qualità, ogni mattina si infilava una tuta da lavoro unta e passava le sue giornate su e giù per i campi a bordo di un vecchio trattore Landini.

Lo faceva a tempo pieno e per questo suo padre lo ricompensava con venti euro alla settimana e, con grande generosità, gli prestava la vecchia Panda bordò che usavano come auto di servizio per muoversi per i campi.

Insomma per Patrizio si trattava di vitto, alloggio e cento euro al mese in nero.

Per quanto riguarda scarpe e vestiario anche per Patrizio valeva il discorso di Tonio. Sua madre periodicamente andava al mercato e comprava per lui stock di calzini, magliette made in Cina e scarpe confezionate in Polonia.

Inoltre, per far fronte alla stagione invernale, gli preparava grossi maglioni di lana di color marrone o grigi in stile, diciamo, classico.

Il curriculum vitae di Patrizio, che mai aveva conosciuto l'esame di un selezionatore di personale, occupava mezza pagina ed è inutile ribadire che, su quella Panda rossa odorosa di agricoltura, non ci era mai salita una ragazza.

Mentre accarezzava la testa di Pluto, Patrizio pensò proprio a questo, alla sua situazione.

Per i suoi genitori non era affatto preoccupante; di fatto Patrizio aveva già tutto: casa, lavoro, famiglia.

"Non darci preoccupazioni, Patrizio." Gli raccomandavano i suoi di quando in quando:

"Le preoccupazioni sono brutte, specialmente per noi che stiamo invecchiando."

Davanti al ragazzo c'era l'aia di cemento scagazzata dalle galline e, più in là, il muro di mattoni del magazzino dove erano stati appoggiati scale a pioli e grosse matasse di filo di ferro.

Patrizio si rese conto che la visione di quel muro l'aveva accompagnato ogni giorno della sua esistenza ad esclusione di quando la famiglia si concedeva una settimana di villeggiatura a Rosolina Mare e quando lo coglieva l'influenza a gennaio costringendolo a letto.

Pluto sbadigliò incerto se tornare in cuccia a pisolare.

"Che coglioni" Sbottò allora Patrizio. "Che vita di merda". Pluto non ebbe più dubbi e si avviò alla cuccia.

Fino a qualche mese prima, in situazioni del genere, Patrizio avrebbe chiamato il suo amico Claudio che abitava lì vicino e insieme a lui sarebbe andato a vedere cosa facevano gli altri ovvero Fabio e Nicola. In qualche modo avrebbero trascorso la domenica pomeriggio, forse anche in maniera accettabile chiacchierando con le mani in tasca e un piede appoggiato su di un muretto a secco, però adesso non si poteva più.

Claudio, Fabio e Nicola erano lontani, molto lontani.

Di tornare dentro a sorbirsi la drug queen non se ne parlava, Patrizio sentiva invece l'impellente desiderio di fare qualcosa, di sfogarsi. Ma come?

Se saliva in camera sua ad ubriacarsi di musica a tutto volume sarebbe di certo andato incontro alla collera dei genitori, così entrò nella rimessa degli attrezzi e tirò fuori la sua bicicletta. Se ne sarebbe andato per un po' fuori dai coglioni, poi tutto sarebbe tornato a posto.

A quell'ora in strada non c'era ancora nessuno, tutti a digerire e a dormicchiare, più tardi sarebbero uscite le famigliole in bicicletta e le vecchine con il deambulatore che, a passo di lumaca, avrebbero percorso qualche centinaio di metri di capezzagna e l'indomani avrebbero riferito dell'impresa alla badante rumena.

Patrizio pedalava adagio. La bicicletta lo portò davanti alla casa di Claudio molto simile alla sua. Vide la madre di Claudio in ciabatte scrollare le briciole della tovaglia sull'aia.

"Patrizio" lo salutò lei, riconoscendolo.

"Signora" e poi: "Come sta?"

"Dai, dai, non c'è male."

"E i tuoi?"

"Bene, riposano."

"Salutameli, vai a spasso?"

"Beh, sì. Faccio un giro fino alla Madonna."

"Mi ha telefonato Claudio, oggi." Disse la madre di Claudio. "Sono ad Amsterdam".

"Beati loro, eh! eh!"

"Ti manda saluti."

"Ricambi."

Anziché sentirsi contento che il suo amico lo salutasse attraverso sua madre a Patrizio presero a girargli i coglioni. Vorticosamente. Dopo qualche chilometro capì il perché.

Lampante, anche lui oggi avrebbe voluto chiamare sua madre da Amsterdam e incaricarla di salutare da parte sua tutti gli sfigati che passavano davanti a casa.

Pedalando immerso nei suoi pensieri raggiunse Madonna di Dossobuono che è una piccola frazione di Verona che suscita la più piatta indifferenza nonostante la presenza di un santuario mariano, una trattoria dove si può mangiare del buon lesso e un campetto sportivo.

Patrizio si recò al campetto forse perché proprio lì ebbe inizio la storia della sua sua amicizia con Claudio, Fabio e Nicola.

Patrizio all'epoca era uno studentello della scuola alberghiera; ogni mattina si alzava all'alba per arrivare puntuale al Chievo, una frazione al nord di Verona nota per l'omonima squadra di calcio. Aveva scelto l'alberghiero perché, all'età di quindici anni, gli sarebbe piaciuto diventare un cuoco. A diciannove anni aveva corretto la rotta prefiggendosi di diventare un tecnico di laboratorio e infine, a ventisei, si era scoperto servo della gleba.

Il campo sportivo era completamente recintato da un'alta rete di maglia per evitare che il pallone accidentalmente andasse a finire nel giardino di una delle villette a schiera adiacenti.

Agli estremi del campo due porte e due canestri. La pavimentazione era in sintetico verde con tracciate le linee per entrambe le discipline. Vicino alla recinzione erano state installate strategicamente una panchina e una fontanella.

Patrizio chiuse e gli occhi e si rivide di qualche anno più giovane, ansimante per lo sforzo fisico con il sudore che gli bruciava gli occhi in fila per bere proprio a quella fontanella.

Ricordava il sole caldo e abbacinante, le biciclette lucenti appoggiate alla rete, i pantaloni corti, le scarpe da ginnastica, qualcuno che batteva le mani e incoraggiava: dai, dai, dai.

Patrizio e i suoi quella volta erano in vantaggio di un goal ma l'altra squadra era tecnicamente superiore e il timore era che nei dieci minuti rimanenti potesse recuperare. Sulla panchina c'erano marsupi e mazzi di chiavi. Erano riusciti a mantenere il vantaggio. Tre a due. Vittoria.

La sensazione del controllo del pallone, correre, passare, stoppare di petto, colpire di testa, colpo d'occhio, pensare la mossa giusta, non inciampare.

Tok! il rumore del pallone calciato, ah! Ah! Ah! l'ansimare dei calciatori, il tonk secco di quando si faceva palo, il flush del pallone che scivolava sulla rete della porta.

E poi i lividi sugli stinchi a memoria dei contrasti subiti, eroici tributi di sangue per difendere il campo dall'avanzata degli avversari.

Quelle partitelle non cambiarono il destino del mondo ma fecero sentire Patrizio vivo e combattivo. Non c'era nessuna ragazza che stesse a vederli ma Patrizio fantasticava che ci fossero e faceva del suo meglio proprio per loro.

Durante le partitelle, fuori dal campetto, si riuniva un altro gruppo di ragazzi di abitudini senz'altro meno salutiste. Giungevano in motorino e rimanevano lì appollaiati alle selle a fumare sigarette, ascoltare musica e mangiare patatine fritte. Non erano apertamente ostili però sì, inquietanti. A Patrizio non erano mai piaciuti. Sembrava fossero lì in perenne attesa di una scazzotata che però non arrivò mai.

La partitella del sabato era un appuntamento fisso. Dopo la partita si chiacchierava, a volte si andava bere un'aranciata a casa di qualcuno o in paese a mangiare il gelato.

Fu proprio un sabato, dopo la partita che Claudio annunciò con orgoglio di aver preso la patente e invitò Patrizio, Fabio e Nicola ad andare in centro a Verona quella sera stessa.

Avevano tutti diciotto anni e si trattava della loro prima uscita notturna.

Patrizio si fece la doccia, si sbarbò e gli sarebbe piaciuto spalmarsi in faccia qualcosa di più elegante che l'anonima lozione dopobarba che sua madre gli comprava al Lidl.

Si tagliò con cura le unghie e indossò i vestiti migliori: jeans neri e una felpa della Nike che gli aveva regalato sua cugina.

Purtroppo aveva solo due paia di scarpe fra le quali scegliere: i mocassini con i lacci in cuoio che tendevano a slacciarsi e le scarpe da ginnastica, le stesse che aveva usato durante la partita. Scelse i mocassini, se non altro puzzavano meno.

Quando alle nove udì il rumore della Fiat Uno di Claudio che faceva manovra in corte, Patrizio prese a saltellare nella sua camera tutto euforico. Lo aspettava la notte, la musica, le fighe.

Avrebbe fatto cose da uomo come scendere da una macchina non guidata da un parente, scegliere un locale, pagare le proprie consumazioni alcoliche, fare commenti, dare sfoggio di saggezza parlando di cose profonde.

"Ti chiamano" Annunciò sua mamma "Mi raccomando" Ammonì poi.

"Sì mamma."

"Mi" pausa "raccomando." enfatizzò lei guardando il figlio dritto negli occhi.

Claudio guidava con la prudenza delle prime volte. Aveva messo su una cassetta di Vasco Rossi e si dava un tono come se non fosse la prima volta che usciva di sera.

"Io bevo poco" annunciò "perché ho la macchina"

"Sì, fai bene" Disse Patrizio "Meglio non fare incidenti, con quello che ti prendono i carrozzieri."

Solennità, serietà, uomini veri.

Il clima si rilassò quando salirono a bordo Fabio e Nicola. Sparavano puttanate a raffica su certi episodi scolastici. Erano euforici, divertenti. Ad un tratto qualcuno domandò:

"E dove andiamo?" Si aprì una discussione animata circa il miglior locale della provincia. Fabio ipotizzò addirittura di sconfinare nel bresciano. Claudio intanto li stava conducendo in centro perché era l'unico itinerario che aveva studiato e del quale si sentiva abbastanza sicuro come conducente.

Mentre la discussione aveva abbracciato l'ipotesi delle discoteche e dei night club, Claudio parcheggiò nei pressi della basilica di San Zeno.

I quattro scesero dall'auto e presero a camminare ben dritti sulla schiena con le mani nelle tasche delle giacche a vento verso il centro.

A quell'ora c'erano molti giovani a passeggio, chiassosi soldati di naia in libera uscita con i capelli ingellati e il giubbino di jeans, gruppetti di ragazze in minigonna che camminavano ridacchiando a braccetto, buzzurri di provincia, magrebini smilzi, qualche punk, un pugno di metallari e una manciata di nazi skin.

Tutti erano intenti a farsi lo struscio del centro.

I primi due fumosi pub in stile scozzese nei quali provarono ad entrare erano stracolmi di gente così, dopo un lungo giro di perlustrazione, ripiegarono in una specie di bar ristorante stile Tex - Mex. Sedettero attorno ad un tavolo quadrato di legno.

Alle pareti erano appesi fucili Winchester e ritratti in bianco e nero di pellerossa.

Gli altri avventori mangiavano, bevevano e si facevano i fatti loro.

Come si rimorchia in un bar? Pensava Patrizio perché percepì come la presenza di una barriera fra un tavolo e l'altro. Nessuno provava a simpatizzare. Patrizio si accorse anche di un tavolo di sole ragazze.

Una spiccava per la sua bellezza: lunghi capelli neri, grandi occhi azzurri, ben vestita.

Ma era come si muoveva che faceva la vera differenza. Sembrava, come dire, una star. Nel suo modo di gesticolare, di studiare il menù c'era una forza, una sicurezza.

Patrizio lo fece presente agli altri:

"Oh, guarda quella." disse.

"Che gran pezzo di figa." Esclamò Fabio con la voce un pelo troppo alta.

"Notevole, notevole davvero." Confermò Claudio.

"Almeno qui dentro è l'unica che vale qualcosa." Fece Nicola.

Chissà se la ragazza aveva sentito i commenti oppure no però si girò e rivolse uno sguardo inespressivo al gruppetto. Patrizio arrossì.

Finalmente arrivò una cameriera che li salutò con un "ciao ragazzi", e mise, sbrigativa, un menù di fronte ad ognuno.

Il menù era di quattro pagine. Lì dentro proponevano stuzzichini messicani, bistecche alla texana, patatine fritte con ketchup, pannocchie al burro, poi si passava ai beveraggi, alcuni erano dei cocktail sconosciuti altri un po' più noti perché nei film che davano alla televisione di quando in quando venivano ordinati.

"Birretta". Disse Patrizio tutto morigerato.

"Anch'io." Disse Claudio.

"Frocetti." Commentò Nicola.

"Sì frocetti, proprio, per me wisky e cola" Sparò lì Fabio.

"Vodka alla pesca... doppia!" Disse Nicola.

Venne la cameriera e fecero le ordinazioni arrossendo. La cameriera, che andava di fretta, annotò l'ordine senza fare commenti e scomparve.

Le ragazze continuavano a chiacchierare fra loro perfettamente a loro agio. Non si capiva il tema di conversazione ma deve essere stato qualcosa di ordinario, probabilmente il resoconto della settimana. La ragazza bella, splendeva nel locale come una stella.

Patrizio si innamorò di lei. Immaginò di conoscerla e di camminare per Verona in sua compagnia. Gli sarebbe piaciuto avere una storia. Una storia è qualcosa che a quell'età gli amici ti invidiano e non tutti avevano il coraggio di rendere pubblico.

Sì, una bella storia con quella ragazza strafiga. In questo modo Patrizio avrebbe potuto scopare ogni qual volta ne avesse avuto voglia; si trattava del desiderio più grande di quegli anni, uno di quelli da esprimere al genio della lampada.

Venne la cameriera reggendo un vassoio con i bicchieri.

"Birra piccola? " Interrogò.

"Per me." Disse Claudio. La cameriera gliela mise davanti.

"L'altra birra piccola?"

"Per me." Disse Patrizio.

"Vodka doppia?"

"Qua!" Disse Nicola, rosso come un gambero.

"E Whisky e Cola." Ancora una volta si allontanò lasciando i ragazzi soli.

"Bene!" disse Claudio. "Alla nostra."

"Cin!"

Bevvero tutti un pochino e poi deposero il bicchiere. Ecco la vita vera, il passatempo degli uomini adulti.

Ad un tratto le ragazze si alzarono, recuperarono giacche e borsette ed andarono a pagare. Fatto ciò uscirono dal locale. Patrizio sentì una stretta a cuore. Osservò con sconforto il tavolo abbandonato con i bicchieri vuoti. Notò che una delle ragazze aveva fatto a pezzettini un tovagliolo di carta mentre un'altra non aveva finito il suo cocktail.

La tristezza però durò poco. Nicola e Fabio avevano attaccato a parlare di donne, delle loro compagne di classe e di qualche personaggio di Dossobuono che tutti conoscevano. Parlavano delle "storie" ovviamente alla maniera ruvida degli adolescenti, pura fisicità: si sono fatti, gli ha fatto una pompa, una sega, un ditalino, gliel'ha data. Se c'era del sentimento specificavano: "Sì gli importava" se non c'era: "Non gliene fregava un cazzo".

Dal sesso ben presto passarono all'amore e la conversazione divenne profonda.

Per il fatto che non avevano ancora avuto storie con donne, riguardo al tema la pensavano in maniera simile. Erano convinti che all'interno della coppia ci dovesse essere condivisione, fedeltà e coerenza, sennò non si arriva da nessuna parte. Basta con tutte queste troie che vogliono solo soldi e ci spezzano il cuore.

Patrizio fu invaso da una gran sensazione di benessere. Percepiva un forte contatto fra lui, i suoi amici, il suo destino e l'universo là fuori. I progetti di vita, anche se fumosi, erano grandi e maestosi come la biografia di Giulio Cesare.

E quella sera, annotare nella biografia, Patrizio si era bevuto la sua prima birra.

Quando uscirono dal locale era mezzanotte. Per le strade non c'era quasi più nessuno, solo figure solitarie che si allontanavano a passo svelto e saracinesche abbassate.

"Torniamo a casa" Disse Claudio.

"Da rifare" commentò Patrizio tutto raggiante.

Quella notte Patrizio sognò di far conoscenza con una ragazza in un locale. La ragazza del sogno lo trattava con molta considerazione e poi si baciarono, proprio il massimo.

L'uscita del sabato sera divenne un rituale come lo era la partita di calcio del pomeriggio. Nicola e Fabio volevano fare le cose in grande. Proponevano sempre le discoteche e i locali fuori città, più vitali e trasgressivi, secondo loro.

Incombevano però due problemi insormontabili. Il primo era che tutti avevano il severo coprifuoco all'una e il secondo che potevano contare con una somma approssimativa intorno alle diecimila lire a settimana. Ogni volta finivano inesorabilmente a passeggiare per il centro e farsi una birra nel solito locale stile gringo.

Per il fatto di affrontare insieme la vita e che ognuno fosse conoscenza di qualche segreto dell'altro si consideravano amici nel più profondo senso della parola.

Adesso, anche se la loro amicizia non era terminata, Claudio, Fabio e Nicola erano lontani, troppo lontani per fare quelle cose che si fanno tra amici, maledizione.

Il campetto sportivo davanti al quale Patrizio sprofondava nelle sabbie mobili della malinconia era deserto.

"Che ci sto facendo qua?" si chiese. Intanto un pensionato lo stava fissando dalla cornice di una finestra aperta.

Patrizio incrociò il suo sguardo e fece un cenno di saluto con la testa al quale il pensionato non ripose. Allora inforcò la bici e se ne andò.

Qualche minuto dopo era a Dossobuono, pedalava senza meta per le vie del paese osservando i cortili delle case, ognuno con uno stile diverso secondo il gusto e la cultura del proprietario.

Gli piaceva molto farlo, specie a primavera, quando in quei cortili le ragazze chiacchieravano fra loro o mandavano messaggi con il cellulare. Indossavano tute di acrilico e magliette di cotone, capi che non avrebbero mai messo per andare a scuola né tanto meno per uscire la sera. Non erano truccate e raccoglievano i capelli in una semplice coda di cavallo. Patrizio ne ammirava i seni, le natiche, le giovani cosce e si sentiva vivo.

Le ragazze di pomeriggio erano davvero sexy ma non alla maniera volgare delle prostitute dei telefoni erotici che comparivano sulle emittenti private dopo la mezzanotte, no niente del genere, quelle ragazze scoppiavano di vita e di fertilità come le verdure dell'orto e durante le passeggiate in bicicletta Patrizio si caricava di libido.

"Se almeno ne avessi una di ragazza" pensava Patrizio "adesso andrei a visitarla anziché girare a vuoto come uno stupido." Ed invece tutto quello che aveva erano degli amici assenti.

Prese a giocare con la sua immaginazione. Da chi sarebbe andato se avesse avuto una ragazza?

La risposta arrivò subito. Da Diana, ecchecazzo. L'aveva vista una sola volta ma gli era bastato.

Due anni prima lo invitarono ad una festa di compleanno di un compagno di Claudio alla quale partecipava molta gente perché non c'erano problemi né di logistica né di spazio; di fatto l'evento si celebrava in una ex stalla.

L'installazione del party si poteva definire rustica e minimalista: casse di birre sul pavimento di cemento, musica tecno a tutto volume sparata da un autoradio e un generatore diesel che teneva accesi alcuni fari alogeni. Sull'unico tavolo di legno erano stati disposti un sacchetto di carta pieno di rosette, un coltello, un tagliere e cinque salami all'aglio. Si pisciava fuori mirando al muro della stalla. Le ragazze invece dovevano camminare per raggiungere un avvallamento poco distante.

Si stava in piedi in circolo a bere birra e a chiacchierare. Bestemmia libera. Alcuni fumavano spinelli. Patrizio, Claudio, Fabio e Nicola stavano insieme ad altri, mezzi ubriachi, a parlare del più e del meno.

Ad un tratto, senza apparente motivo, si unirono a loro una coppia di ragazze decisamente in vantaggio sulla quantità d'alcol ingerita.

Chiesero da fumare e fortunatamente qualcuno aveva sigarette. Si lasciavano cingere i fianchi dimostrando tutta la loro disponibilità al flirt.

"No, no, no, dove siamo finite." Diceva una: "In una stalla, che posto di merda, proprio del cazzo." e poi "Diana come stai? Non è che vomiti?" Diana era una di quelle ragazze che Patrizio avrebbe apprezzato durante i suoi giri di ronda in bicicletta.

Diana, nonostante fosse ubriaca, era una ragazza vera. Indossava jeans stretti che mettevano in risalto le gambe atletiche, sicuramente faceva sport, una blusa scollata e un giubbetto di pelle. Aveva labbra carnose, occhi orientali, folti capelli neri e bocce rotonde.

"Diana, allora?"

"Bene, amica, tutto bene!" E alzò il bicchiere di carta contenente vodka al melone.

"Yhuu!" Fece l'amica "Guarda siamo tra i ragazzi, che ragazzi gentili che ci hanno offerto le sigarette." L'amica si strinse un po' a Claudio e chiese a Diana: "Dai, chi ti faresti? Dimmelo."

"No" Disse Diana rivolta ai ragazzi "Non provateci perché... perché... perché ci sto" e poi aggiunse incerta "Cazzo..."

"In che senso ci stai?" Chiese Patrizio con molta gentilezza.

"Sì ci sto, quando sono fuori ci sto, infondo siete tutti bei ragazzi." I maschi si mandarono un cenno d'intesa. Per Patrizio fu come se una scarica di corrente elettrica potentissima e per niente dolorosa fosse si fosse sprigionata dal cervello e, seguendo la spina dorsale, gli avesse raggiunto l'organo virile. Quasi gli mancava il respiro.

"Adesso andiamo in bagno" annunciò l'amica di Diana e le due si allontanarono in direzione dell'avvallamento.

Poi però non successe nulla. Quando le due tornarono, si misero a ballare tecno per un'ora senza considerare nessuno e infine se ne andarono.

Ovviamente Patrizio fece delle ricerche su Diana. Scoprì che anche lei era di Dossobuono ma il siparietto a cui aveva assistito nella stalla era un'eccezione della sua vita.

Lei era una seria, giocava a pallavolo, studiava medicina e, ultimamente, si era messa insieme a un ragazzo di Verona che lavorava in banca. Una volta l'aveva incontrata in centro a Verona. Lei si ricordava di lui e lo salutò senza fermarsi: "ciao".

Una cosa Patrizio aveva imparato da Diana. A volte in certi contesti, alcune frasi risultano più eccitanti ed erotiche rispetto ad un vero atto sessuale.

Sì, se Diana fosse stata la sua ragazza, adesso le avrebbe fatto visita.

Invece Patrizio era solo e si stava annoiando.

Il fatto che nella vita ci si annoiasse era un tema ricorrente nelle conversazioni con gli amici anche perché un paio di anni di uscite notturne in città, sempre nello stesso posto, aveva cancellato quella fresca sensazione di avventura delle prime volte.

Claudio era quello più fissato con la noia. Se ne veniva fuori che le giornate sembravano fotocopie delle fotocopie di altre giornate.

Ormai tutto nelle loro vite era prevedibile, sapevano perfino dove avrebbero trovato parcheggio in centro alle otto e mezza di sera.

A volte progettavano di fare cose diverse però alla fine, chissà perché, si ritrovavano sempre negli stessi posti a bere le stesse cose a ricordare gli stessi aneddoti e non avevano nemmeno trent'anni.

Fabio e Nicola su questo davano sempre ragione a Claudio. Pareva che Claudio avesse le parole giuste che descrivevano un disagio presente nella loro vita ma che risultava difficile da riconoscere.

Il problema, diceva Patrizio, è che non abbiamo soldi e i genitori non ci lasciano fare quello che vogliamo.

Quando si parlava di queste cose, la serata, già di per sé non entusiasmante, si spegneva definitivamente. Gli amici si bevevano una birra in fretta e alle undici e mezza erano già a letto.

Per fortuna Patrizio si tirava un po' su fantasticando e illudendosi durante la Messa domenicale.

Una sera di maggio ci fu la svolta. Arrivò veloce ed improvvisa, letale come il meteorite che fece secchi i dinosauri.

Tanto per cambiare i quattro si trovavano nel solito locale dividendosi tre birre piccole perché Patrizio non aveva abbastanza soldi per permettersene una.

Era una serata mite, tranquilla. Ancora una volta stavano parlando di quanto grigia fosse la loro esistenza. Ognuno vuotava il sacco e confidava le sue frustrazioni. Anche a stare a sentire i soliti problemi triti e ritriti c'era da rompersi le palle.

Quella notte però Claudio stranamente era radioso. Ascoltava tutti con disponibilità aspettando il suo momento che arrivò.

Disse: "Ho la soluzione."

"Eh?" fece Patrizio

"E' semplice, se qui non succede niente ce ne andiamo." Spiegò Claudio. Gli amici lo guardarono incerti, non sapevano bene se stesse scherzando oppure no. Il concetto in sé era troppo elementare e assurdo.

Claudio spiegò. "Ieri a Telenuovo hanno passato un servizio di un tizio che se ne andava in Cina in bicicletta. Cioè partiva in bicicletta da Verona e se ne andava a Pechino come Marco Polo."

"Marco Polo ci era andato a piedi."

"E' lo stesso" Disse Claudio accendendosi: "Il punto è che un tizio qualsiasi è partito per un impresa epica. E ti giuro che era un tizio qualsiasi, di cinquant'anni. E noi invece siamo qui."

"E quindi che vorresti fare, andare in Cina?"

"No, andremo dove ci pare. In bicicletta, proprio come quel tizio, con una tenda da campeggio e il minimo indispensabile."

"E per i soldi?"

"Quando ci piacerà un posto ci fermeremo e faremo i camerieri o raccoglieremo frutta."

"O diamo via il culo, no?" Commentò acido Patrizio al quale la proposta pareva assurda e crudele. Era come proporre una scampagnata a un malato terminale.

"Dai, smettila, sai quello che voglio dire, non ci mancheranno le possibilità. Quando facciamo un po' di soldi riprendiamo a viaggiare."

"Aspetta" disse Patrizio: "Vorresti farlo per le vacanze? E' un viaggio per le prossime vacanze?"

"No." Disse Claudio: "Non avremo giorni di vacanze e giorni di lavoro, semplicemente giorni di vita vera. Ce ne staremo via mesi o anni, fino quando avremo voglia di stare in giro."

"Non funzionerà." Disse Patrizio.

"Perché no? " Domandò Claudio. Negli occhi di Claudio splendeva una luce che non si era mai vista prima. Patrizio non seppe cosa obiettare, così si rivolse agli altri compagni: "E voi cosa ne dite?"

Fabio disse: "A me l'idea piace." e Nicola: "Perché no."

"Bene allora, cazzoni" disse Claudio "domani sveglia alle otto e andiamo a farci un giro in bici." E con questo Claudio si era anche incoronato ufficialmente come leader del gruppo.

L'indomani, i quattro, in sella a modeste Montain bike da supermercato, si spinsero fino ai vigneti di Custoza e si inerpicarono lungo la salita dell'ossario dei caduti delle guerre di indipendenza.

Lì deposero le bici e ansanti presero a bere acqua dalle borracce di plastica. Poi da quell'altura osservarono il paesaggio fatto di vigneti, paesetti e strade. Dappertutto si sentivano cinguettii di uccelli e, ogni tanto, il ronzio di un insetto.

Nonostante fossero lontani solo poche decine di chilometri da casa, i quattro sorridevano beati lanciando occhiate di curiosità a tutto ciò che li circondava.

"Allora" disse Claudio "Sì, fa?"

"Si fa." Disse Fabio.

"Sì fa." Disse Nicola. Patrizio non disse niente, fissava un punto indefinito là dove credeva ci fosse l'aeroporto.

"E tu, Patrizio? Si fa?"

"Devo chiedere", rispose laconico.

"Va beh" Disse Claudio "chiedi".

Quella sera stessa Patrizio presentò il progetto ai suoi genitori. Glielo spiegò come se non ne facesse parte. La mamma scrollò la testa.

"Quanto pericolo, quante preoccupazioni per i loro genitori."

Papà aggiunse: "E che perdita di tempo, dovrebbero andare a lavorare i tuoi amici anziché sognare di fare i vagabondi." Caso chiuso. Cambiarono di tema e parlarono dei prossimi lavori da fare nei campi.

Con questo Patrizio realizzò che non sarebbe mai partito ma probabilmente nessuno dei suoi amici avrebbe lasciato la propria casa; i genitori, in fondo, sono tutti uguali.

Infatti, giorni dopo, seppe che nemmeno i padri dei suoi amici non avevano salutato con entusiasmo l'iniziativa e per questo i suoi amici erano incazzati.

"Ma non finisce qui" Disse Fabio che da simpatico gregario spara cazzate del sabato sera si era trasformato in un determinato attivista della causa.

"Noi andiamo avanti con i preparativi". Disse Claudio: "Poi ce ne andiamo." E così fecero. Il sabato sera al solito posto non si parlava più della ragazzina in minigonna, si tiravano fuori cataloghi di attrezzatura da campeggio e di biciclette. Claudio aveva comprato una grande mappa dell'Europa e su quella facevano progetti come se pianificassero una campagna militare.

Le discussioni erano accese, eccitate. Seguendo con il dito il tracciato di una strada riuscivano ad immaginarne il paesaggio e la gente che avrebbero incontrato.

Anche Patrizio subiva il fascino di queste serate. Gli amici fecero dei conti, compilarono una lista di cose che dovevano procurarsi. Si comprarono biciclette serie e il sabato pomeriggio si allenavano.

Un giorno scesero nelle basse fino ad incontrare il fiume Po, in un'altra occasione scalarono le montagne della Lessinia.

Patrizio ricordava bene quei giorni, la sensazione delle gambe sotto sforzo coperte da una pellicola di sudore, le spighette di orzo selvatico e di avena che crescevano lungo il ciglio della strada e parevano salutare il suo passaggio, il sollievo grandissimo offerto dall'ombra degli alberi ed infine la soddisfazione di raggiungere la meta.

I quattro appoggiavano le bici sui paracarri, si scattavano foto ricordo con i cellulari, mangiavano tavolette di cioccolata Ritterfort per ricuperare e si davano pacche sulle spalle. Qualcosa di bello stava veramente nascendo. Claudio infondo non era pazzo.

Con perseveranza Claudio, Fabio e Nicola riuscirono a convincere le rispettive famiglie.

In fondo si trattava solo di un viaggio. Una scampagnata per conoscere le bellezze dell'Europa e per prepararsi a lavorare. Patrizio invece non fece nessun tentativo.

Un giorno capitolò di fronte ai suoi compagni di viaggio. "Io non posso venire" ammise e si giustificò: "Non mi lasciano, li conoscete i miei e poi ci sono i campi da mandare avanti."

Gli amici stettero un po' in silenzio, poi Claudio gli disse: "Non ti preoccupare, se non puoi venire fa lo stesso. Ti manderemo le foto."

Il viaggio venne organizzato in due mesi. La forma fisica della squadra era buona e anche il morale.

C'è chi aveva preso aspettativa dal lavoro e chi si era semplicemente licenziato in una botta di ottimismo, pensando che in fondo era un lavoro di merda e i lavori di merda si trovano sempre.

Patrizio naturalmente continuava a seguirli nei preparativi, dava, a suo modo, consigli.

A volte la notte sognava di viaggiare con loro e si sentiva così leggero e felice però di giorno, quando i suoi genitori scuotevano la testa, si convinceva che rinunciando stava facendo la cosa giusta. Rinunciava ad un capriccio per mandare avanti l'azienda di famiglia. Non si poteva mollare tutto ed era inutile rimuginare troppo.

Claudio, Fabio e Nicola partirono per il loro epico viaggio un lunedì mattina all'alba dalla casa di Claudio.

Patrizio li raggiunse per salutarli. Li vide vestiti da ciclisti con le biciclette lucenti equipaggiate con perizia per il lungo viaggio. Gli amici fremevano però non lo davano a vedere, anzi quasi non parlavano.

Tutti abbracciarono Patrizio e Patrizio scattò loro una foto ricordo. L'impresa ebbe inizio con Claudio che disse: "Andiamo". La comitiva si mise in marcia con il suo leader in testa. La mamma di Claudio non sapeva bene come reagire, ridacchiava anche se si capiva chiaramente che aveva voglia di piangere. Quando i ciclisti furono lontani.

Patrizio e la mamma di Claudio chiacchierarono per qualche minuto sperando di sdrammatizzare il momento. Infine Patrizio si congedò e se ne tornò a casa sua.

Quel giorno all'una e mezzo ricevette un messaggio al cellulare da parte dei suoi amici. Si trovavano, testuale, un po' sopra di Trento, preparandosi ad accampare.

Un giorno sì e un giorno no gli amici postavano foto su facebook con qualche commento scherzoso.

Nelle foto i paesaggi cambiavano. Comparivano paesetti dall'architettura pittoresca, strade, montagne, pianure, qualche volta un lago o una costa. Era impressionante quanto mondo esisteva là fuori.

Per quasi due mesi quel viaggio fu l'argomento principale di Dosso Buono. Se ne parlava nei negozi, in piazza, al bar, sul sagrato della chiesa la domenica e, soprattutto, su facebook.

Pochi giorni dopo la partenza su facebook Claudio era diventato "amico" di Diana, la famosa Diana della festa della stalla che non mancava di postare commenti affettuosi sulle foto e sui resoconti degli amici. Ciò lo faceva bruciare di gelosia.

A volte proprio non riusciva a sopportarlo e usciva dalla stanza senza spegnere il computer.

Gli amici visitarono l'Austria, la Svizzera, la Francia, la Spagna e il Portogallo. Poi si fermarono un po' di mesi in una località di mare della Spagna e trovarono impiego in un hotel. Partecipavano ad innumerevoli feste, conoscevano moltitudini di giovani. Le foto si accumulavano. Foto che li ritraevano sorridenti, abbronzati, vestiti con espadrillas e pantaloni di lino chiaro. Avevano ricevuto così tanti inviti che il viaggio era proseguito verso il nord.

Cosa diceva oggi la madre di Claudio? Amsterdam.

Ma ora basta, per quella domenica pomeriggio era sufficiente così; era tempo di tornarsene a casa. Patrizio si sentiva svuotato, senza più pensieri.

Osservava le case avanti a sé con sufficienza perché erano le solite case e poi c'erano le solite strade e la solita gente.

A casa non c'era nessuno. I suoi e Tonio erano usciti, probabilmente si facevano la passeggiata domenicale per Verona. Patrizio si tolse le scarpe e con un calcio le buttò alla rinfusa nello sgabuzzino poi però rifletté sulle possibili conseguenze del suo gesto; le recuperò e le ripose con ordine accanto alle altre scarpe.

Andò in cucina e si servì un bicchiere di succo di frutta poi si diresse in salotto, si stravaccò sul divano e premette il tasto rosso del telecomando. Sullo schermo apparve un uomo con i capelli grigi intento a descrivere le qualità di un tappeto persiano.

Patrizio cambiò canale, mise su Mtv. Trasmettevano un programma ambientato in California, per la precisione stavano intervistando un ragazzo che indossava una maglietta extra large alla guida di un Pick Up.

Fu allora che la vide. Patrizio vide la pera. Era abbandonata sul tavolino del salotto, tutta gonfia di alcol. Della bottiglia che la conteneva però non c'era traccia.

"Tonio" dedusse Patrizio.

Anziché pensare a come Tonio fosse riuscito a rompere la bottiglia per estrarne la pera, la mente di Patrizio ebbe un guizzo più irrazionale.

La pera prigioniera nella bottiglia ha deciso di uscire, pensò, e, in quel preciso istante, la bottiglia ha cessato di esistere.

© Dario Anelli



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