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Non ti preoccupare
di Massimo Savona
Pubblicato su PBSE2019


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This french champagne is so good for the brain

(Iggy Pop & Deborah Harry)

 

 

Io il mio capo lo odio. E’ troppo bravo nel suo lavoro; per lui essere bravo è naturale, quasi scontato, e la sua bravura la fa pesare con la normalità dell’esserlo.

Le leggi le conosce tutte, e quelle che non conosce comunque sa dove andare a cercarle e soprattutto quando andare a cercarle. Perché l’importante non sarebbe nemmeno conoscere tutte le leggi a memoria, ma sapere quando servono, come applicarle nella causa che stai seguendo, per permettere a qualcuno di scamparla.

Lui, il mio capo, le sue cause le vince quasi tutte. Certe volte mi viene da pensare che sceglie soltanto i clienti per cui è sicuro di vincere, perché la percentuale di cause vinte, rispetto ai suoi colleghi, anche quelli ritenuti molto bravi, è assolutamente sproporzionata. A suo vantaggio naturalmente, del mio capo.

Mi da fastidio la sua benevolenza le poche volte che sbaglio qualcosa. Sono certo che sia sincera, ma non la sopporto lo stesso.

“Marco, non ti preoccupare, non hai nemmeno trent’anni. La prossima volta non sbaglierai”.

“Non ti preoccupare”. E’ il refrain della nostra epoca. Nessuno si dovrebbe preoccupare.

Tutti lo dicono, ma nessuno si preoccupa veramente per gli altri, caso mai ci si preoccupa degli altri, che ti possano sopravanzare nella carriera, che ti possano fregare la ragazza.

Mia madre che dice di non preoccuparmi, che lei sta bene e non le serve niente, e io le dico che non deve preoccuparsi neanche lei, che la mia casa è pulita, che mangio regolarmente, che non mi drogo e che prima o poi la ragazza giusta la troverò. Le vorrei far capire che non sono andato a fare il minatore in Belgio, anche se non è certo peggio che fare l’avvocato a Milano.

E Mariagrazia che mi dice che è preoccupata che io possa stare male, e che le dispiace di avermi lasciato, e io le rispondo di non preoccuparsi perché sto bene. E penso che invece di preoccuparsi, avrebbe potuto evitare di lasciarmi.

Io invece vorrei preoccuparmi e vorrei che tutti lo facessero. Preoccuparsi per qualcuno è una cosa giusta e dovremmo farlo di più.

“Marco, non ti preoccupare, non facciamo tardi stasera” - dice Alberto, invitandomi a uscire con il solito gruppo di amici – “Un aperitivo, poi una cenetta e tutti a letto all’ora giusta, che poi domani dobbiamo lavorare”.

Io con Alberto e gli altri ci uscirei proprio volentieri stasera. Ho bisogno di rilassarmi e un paio di Negroni sarebbero la giusta medicina. Potrei dimenticare per qualche ora la causa Bassani/Ortelli e fregarmene che Antonio Bassani ha mandato all’ospedale in prognosi riservata Mario Ortelli, e forse ha fatto pure bene, perché l’Ortelli l’ho visto allo studio quando è venuto a darci l’incarico di rappresentarlo e mi ha dato l’impressione che fosse uno che meritava di essere mandato all’ospedale. Potrei anche rimuovere Mariagrazia, dai pensieri e nei fatti. Alberto è sempre pieno di nuove amiche, tutte carine poi, e anche simpatiche. Come farà a trovarle e dove soprattutto. E’ un vero talent scout nell’attività di ricerca delle donne ed è anche altruista. Non si preoccupa che qualcuno usufruisca del frutto del suo lavoro.

“E dove andremmo?”

“Aperitivo in quel baretto dietro il Duomo, due chiacchiere veloci e poi a cena alla “Pescheria”. Potrebbe andare bene per te?”

“Io il pesce non lo mangio, lo sai pure.”

“E non ti preoccupare. Fanno anche la carne alla brace”

“Vabè, ma chi c’è?”

“La principessa di Monaco e Angelina Jolie che ha lasciato quel fasullo di Brad Pitt per uscire con te. Chi vuoi che ci sia? I soliti”

“I tuoi soliti è una definizione troppo vaga. E’ che stasera non mi va di stare a cena con sconosciuti.”

“Ci sono Pietro e Luca, tuoi compagni di classe dalla prima media, come me d’altro canto. Mi sembra che il gruppo sia abbastanza affiatato. Oppure vuoi che vada a cercare i tuoi compagni dell’asilo?”

Il gruppo così composto per la serata mi starebbe anche bene, ma, visto che vorrei un’atmosfera di sbraco, anzi ho l’esigenza assoluta che sia una serata di sbraco, vorrei sapere con certezza se Alberto ha l’intenzione di allargare l’invito a qualche ragazza, nel qual caso dovrei prima passare a casa per farmi una doccia e cambiarmi. Se fossimo soltanto noi quattro le regole del vivere civile potrebbero essere messe tranquillamente da parte.

“Allora siamo solo noi?”

 “Che fai, citi Vasco? Sì comunque, dovremmo essere solo noi. Alle otto al bar. Quello che sta in via San Raffaele. Ricordati che è zona pedonale. Ciao stupido”

A me quello che mi mette in ansia è il “dovremmo”. Il condizionale per Alberto è un tempo variabile, include anche l’assolutamente certo. Stasera potrebbero esserci anche altre cinquanta persone e lui direbbe tranquillamente che è andata così, è successo. Sai com’è, uno chiama un altro, quello sta con un amico, l’amico aveva già appuntamento con altri quattro che a loro volta avevano preso accordi con altri sei. Alla fine è un casino assurdo, si fa tardi, non si trova posto in nessun ristorante, anche perché qui a Milano si mangia con i tempi delle galline, e si finisce ognuno a casa sua a riscaldare nel micro-onde qualche zozzeria che sedimenta in frigorifero da tempo immemore. Vabè, speriamo bene.

Alle sette vado a salutare il capo. Nonostante la causa per tentato omicidio e lesioni gravissime di domani, lo trovo nel suo studio con Mozart a palla e lui con gli occhi chiusi che mima le mosse di un direttore d’orchestra immaginario.

“Avvocato, io ho finito. Le memorie per dopodomani gliel’ho inviate via mail, così se c’è qualcosa che non va può correggerle direttamente. Serve nient’altro?”

“No Marco, vai pure. Lo sai che cosa mi sarebbe piaciuto fare se non fossi diventato avvocato? Il direttore d’orchestra. In giro per i teatri di tutto il mondo, con l’orchestra che aspetta impaziente il mio primo movimento e tutto il pubblico pronto a sognare con la mia musica”.

“Guardi avvocato che è una cosa molto simile ai suoi interventi in aula. Controparte, pubblico ministero e collegio giudicante stanno sempre lì ad aspettare quello che farà”.

“Ma figurati, quelli aspettano soltanto che sbagli. Invece il pubblico dell’opera vuole godere, rilassarsi, sognare. E io proprio questo vorrei, far godere, rilassarsi e sognare, e non stare lì a cercare di salvare dal carcere qualche idiota che pensava di essere l’unico furbo al mondo. Vai adesso. Ci vediamo domani, ricordati, alle 10, alla seconda sezione”.

Me ne vado pensando che un direttore d’orchestra, a meno che sia uno dei tre o quattro migliori del mondo, difficilmente potrebbe permettersi la barca di venticinque metri ormeggiata a Porto Cervo, l’Aston Martin e la villa a Gstaad, accessoristica alla quale il mio capo sembra essere molto legato.

Mi do una sciacquata alla faccia e tolgo la cravatta. La giacca me la butto sulle spalle, tanto fuori è caldo e non serve. Almeno così non sembrerò uno delle migliaia di professionisti tutti uguali che vedi per strada. Siamo come un corpo militare, con la divisa obbligatoria: vestito blu o grigio, scarpe nere, camicia bianca e cravatta a tinta unita; il BlackBerry che si lamenta in continuazione perché ti vuole far leggere le mail e tu fai finta di niente perché non ne hai la minima intenzione.

Il motorino lo lascio qui, tanto Alberto viene sicuramente con la macchina. L’automobile, per lui, è una specie di propaggine indivisibile. Non conosce nessun altro mezzo di locomozione e soprattutto non ha la minima intenzione di utilizzarli. Faccio due passi a piedi così cerco di iniziare la decompressione dai fascicoli. Dalla Besana al bar ci metterò al massimo un quarto d’ora, giusto il tempo necessario per iniziare a staccare la spina.

Un’altra cosa che odio? Corso Vittorio Emanuele. Tutti quei deficienti con il cappelletto più piccolo di due misure appoggiato sulle loro teste vuote, con i pantaloni calati e le mutande in bella vista. Io alla loro età non sono stato così cretino e nemmeno i miei amici.

Madonna, parlo come mio padre.

Per fortuna sono arrivato. Giro a destra in Via San Raffaele e vedo Alberto. In mezzo a un sacco di gente, qualcuno lo conosco anch’io. Lo sapevo che finiva così, non dovevo venire.

Mi vede anche lui e si avvia verso di me ridendo. Già lo sa che cosa sto pensando, la stessa cosa che penso ogni volta che esco con lui e mi trovo in una specie di rave. Ha due bicchieri in mano. Negroni, impossibile sbagliare.

“Ho portato la medicina per il mio avvocato famoso e super-impegnato. Ha detto il dottore che con un paio di questi guarisci sicuramente. Se poi hai qualche ricaduta, la terapia si può ripetere e rinforzare”.

“E quindi stasera chi c’è? Quante decine di persone hai chiamato?”

“Pochi, questi li ho incontrati qui. Siamo tu, io, Pietro e Luca. Praticamente l’ultima fila al completo della quinta C”.

“Sicuro? Solo noi?”

“Ci sarebbero quelle due ragazze laggiù, quella con i jeans strappati e quell’altra che parla al telefono di fronte all’ingresso della Rinascente”.

“Ci sarebbero o ci sono?”

“Ci sono. Gli ho detto che volevamo fare una serata di relax, un po’ alcolica, e loro hanno detto che avevano lo stesso programma”.

E sono pure carine. E poi se vogliono seguire il nostro percorso alcolico vuol dire che sono anche simpatiche. Spero solo che la loro presenza non spinga ognuno di noi a cercare di essere il maschio Alfa.

Bevo un bel sorso dal bicchiere che mi ha portato Alberto. Buono. Con quell’amarognolo che si sente in bocca dopo averlo buttato giù. Il Negroni dovrebbe essere ufficialmente indicato come anti-depressivo e come strumento atto ad abbassare le barriere che ogni essere umano alza tra sé e gli altri. Dopo due bicchieri tutti i presenti diventano di colpo i tuoi migliori amici. Talvolta ti chiedi come mai non avevi capito che quel soggetto con il doppio petto fosse così simpatico, oppure ti meravigli che quella ragazza con il lato B da copertina, che non ti aveva mai rivolto la parola prima, stia lì a ridere delle tue battute e ti tocchi di continuo il braccio per dirti una cosa per cui il contatto fisico non è assolutamente necessario.

Finito. Mi sento già meglio. Ecco anche Pietro e Luca. Ci salutiamo ed io parto per il secondo giro mentre Alberto ci presenta le due ragazze.

Ciao, piacere, ma non c’eravamo già visti all’Old Fashion? - No, me ne sarei ricordato sicuramente – E ne sono sicura, forse in qualche altro locale - Può darsi, anche se io la sera non esco molto - E come mai? Non ti va? - Finisco sempre molto tardi a studio – E che lavoro fai? – Sono avvocato, e tu? – E io sono client-manager in un’agenzia di pubblicità americana – Ma perché cominci ogni frase con la e?

No, l’ultima cosa non l’ho detta. Ma se continua glielo dico; basta aspettare che il tasso alcolico salga e poi vedi.

Loro si chiamano Michela e Claudia. La prima è quella che lavora in pubblicità, Claudia, invece, è pittrice. Per fortuna che il secondo Negroni non è ancora finito, altrimenti gliel’avrei chiesto se per pittrice intendesse una che dipinge quadri oppure che lavora nell’edilizia.

Pietro, con un Rhum Cooler in mano che m’ispira molto, non riesce a staccare lo sguardo dai jeans strappati di Claudia. Credo stia sperando che le lacerazioni dei pantaloni possano ingrandirsi fino ad arrivare negli angoli più reconditi. Mi fa segno con lo sguardo di avvicinarmi a lui, che si è discostato dal gruppo. Quando conosci uno dalla prima media, immagini già quello che sta pensando da come ti guarda o ti sorride. Io adesso sono sicuro al novantanove per cento che vuole fare qualche commento sulle due ragazze che dovrebbero venire a cena con noi. Di certo vorrà fare la solita classificazione e assegnare il suo voto.

“Nove a quella con i jeans strappati e sette e mezzo all’altra”.

 

Voti alti. Per lui il punto di riferimento, il dieci, è quella modella russa o kazaka che fa la pubblicità per una marca di biancheria intima, per cui si può capire che il livello delle due non è affatto male.

Le ragazze bevono in misura ragguardevole, e non scialbi prosecchi o inutili Spriz, ma vanno avanti a Margarita. Tutto lascia intendere che la serata potrebbe essere veramente divertente. Devo soltanto tenere sempre presente che domani alle dieci ho la causa su cui ho lavorato nelle ultime due settimane, e devo evitare figuracce perché il capo in persona mi accompagna a discuterla. Ma io sono esperto della sbronza tattica. L’importante è capire quando sta per arrivare il punto di non ritorno, e quando lo si percepisce che fa capolino tra le figure un po’ sfocate che ti circondano, bisogna smettere di bere alcolici, qualsiasi essi siano, e bere solo acqua naturale a profusione. Non bisogna sedersi; se si è in un locale si deve ballare senza mai fermarsi. L’attività fisica serve per bruciare l’alcol e l’acqua lo caccia via con la pipì. Tecnica infallibile. Non sono mai andato lungo a terra e sono sempre riuscito a tornare a casa con i miei mezzi, guidando con molta professionalità.

Mi ritrovo con Claudia (Pittrice, jeans strappati, voto nove).

“Che cosa dipingi?”

“Sono un’astrattista. In questo momento sono nella fase delle righe”.

“Mi potresti spiegare meglio? Ultimamente ho un po’ trascurato le tendenze della pittura”.

Claudia mi spiega che le righe non sono una tendenza. E’ come lei vede il mondo in questo momento spazio-temporale. Secondo lei il mondo, dice proprio così, il mondo, che a me sembra anche presuntuoso. Ti pare che il mondo, tutto il mondo, le dia la stessa impressione? Comunque, questo benedetto mondo è in una fase d’indirizzamento, per cui soltanto le righe riescono a dare un’idea di questo percorso.

Devo confessare che il mio primo impulso è di mandarla a cagare, ma, vuoi per i jeans strappati sul lato B decisamente da contemplazione, vuoi per il voto generale assegnato da Pietro, su cui sono d’accordo al cento per cento, trovo anche la forza di farle un’altra domanda.

“Le righe sono tutte parallele o hanno direzioni diverse?”

Mi guarda con un’espressione che lascia intendere che io, in quanto banale avvocato, non potrò mai seguire le sue linee di pensiero o capire le sue sensazioni, però, essendo anche lei al secondo o terzo Margarita, decide che potrebbe valere la pena provare a spiegarmi la sua filosofia del dipinto. E si avvia in una spiegazione tecnica ma contorta, complessa ma banale che io riesco a seguire con molta difficoltà in primis perché sono a metà del terzo Negroni, in secundis perché non me ne frega niente e, infine, perché mi sto sforzando di non far cadere sempre lo sguardo nella scollatura che è decisamente sullo stesso piano del lato B.

Per fortuna arriva Alberto, che stasera si è dedicato alla Pinacolada, cocktail che ho sempre considerato un po’ femminile, ma che stasera, con questa temperatura andrebbe rivalutato.

“Siamo sei, per cui andiamo tutti con Luca che ha il monovolume. Facciamo una specie di gita di classe”.

Michela ride molto a questa battuta, forse per l’effetto esilarante tipico del terzo Margarita a stomaco vuoto, e mette la mano sulla spalla di Alberto per ribadirgli di essere d’accordo.

Vedo lo sguardo di Alberto e, conoscendo la sua filosofia sul contatto umano non casuale, capisco quello che sta pensando. Secondo lui quando una ragazza ti tocca mentre parla, vuol dire che ti ha già scelto. Questa massima la tirò fuori in seconda o terza liceo e tutta la classe gli rise dietro, salvo poi riconoscere negli anni successivi che era una verità assoluta.

Mentre ricordo qual’era la classe con precisione, perché le date sono importanti, specialmente per imprimere nella storia affermazioni che in seguito diventeranno punti saldi, Alberto mi si avvicina e sussurra - E’ fatta. Michela mi vuole – e si sposta un po’ indietro per confermare quest’affermazione con lo sguardo di chi non s’inventa niente.

“E tu la vuoi?” gli chiedo.

“Già innamorato, almeno fino a domani sera”.

Nel frattempo Michela parla con Luca e mette la mano sulla spalla anche a lui. Dovremo rivedere i programmi. O sta cercando un’esperienza di gruppo oppure la teoria di Alberto è incappata nella classica eccezione che conferma la regola.

Credo che Luca abbia parcheggiato in un’altra città. Non si arriva mai. E’ vero che il senso di distanza potrebbe essere legato alla quantità di alcol che ha superato la barriera emato-encefalica e si sta accomodando nelle cellule neuronali, ma è anche vero che Luca è un po’ fissato con le regole, per cui lascia la macchina soltanto dove tutte le norme mondiali del parcheggio sono rispettate.

Un altro punto fermo nella filosofia Albertiana, volto a capire i segnali di approccio degli esseri umani, è vedere dove si siedono le ragazze in macchina o al tavolo del ristorante. Nel momento in cui si siedono vicino a te e non al tuo amico, vuol dire che ti hanno scelto. In quel momento il piccolo uomo non può fare più niente. E’ stato scelto e deve solo assecondare la decisione della donna. Non può alzarsi, non può cambiare posto. Deve seguire soltanto il corso degli eventi che la donna ha stabilito. L’unica situazione in cui è legittimato a non accettare tale corso è quando la donna è una cozza assoluta, ma quella è una situazione rarissima e molto difficile a verificarsi, perché la cozza, generalmente, è conscia di essere cozza e quindi sa che non può scegliere e non può decidere. A meno che non abbia a che fare con dei ragazzi al suo livello estetico. In quel momento tutta la filosofia di Alberto può di nuovo essere applicata, ma resettata a un livello più basso.

Questa sera le due ragazze appartengono al gruppo predestinato a scegliere e, soprattutto, abituate a farlo. Per cui noi quattro, automaticamente, entriamo di diritto nel gruppo di quelli che vengono scelti, ma, bisogna precisare, scelti da un sette e mezzo e da un nove, che è un risultato da non buttar via.

Michela e Claudia si siedono tutte e due nell’ultimo sedile, da sole. Stasera molte regole, invariate da decenni, potrebbero essere modificate.

Luca si avvia verso il ristorante. Pietro si ricorda di esserci stato qualche settimana prima.

“Il locale è da sette, ma il pesce è da nove. Metterei nove anche al servizio, nonostante la cameriera sia da cinque”.

“E Luca guida da quattro. Sbrighiamoci, altrimenti il ristorante lo troviamo chiuso” commenta Alberto.

“La Pescheria” è il classico locale che viene da una tradizione familiare, ma che si è dovuto adattare all’utenza più remunerativa dei giovani professionisti milanesi.

La perdita della genuinità è stata compensata dal nuovo listino dei prezzi, per cui il vecchio proprietario, ha potuto metabolizzare l’estromissione dalla sala. Oltretutto lui parlava soltanto in puro dialetto meneghino, che risultava difficile da capire per la clientela straniera, attirata dalla menzione su numerose guide del settore.

Il figlio si spaccia per un esperto sommelier, mentre la moglie, sempre vestita come se dovesse andare alla premiazione degli Oscar a Los Angeles, prende le ordinazioni. Devo dire che quando arriva al tavolo mette quasi un po’ in soggezione. E’ strano essere serviti da una così elegante, che sembra di stare lì per caso.

Alberto viene spesso qui, soprattutto se ci sono ragazze o colleghi su cui fare colpo. Lo chiamano per nome quando arriva e lui saluta tutti come se fossero vecchi amici. La cosa che lo fa veramente godere è quando gli dicono che può accomodarsi al solito tavolo. La confidenza nasce dal fatto che lui è il loro commercialista, ma i suoi commensali non lo sanno, per cui può sembrare uno molto figo e di mondo, che gira per i locali giusti dove tutti lo conoscono talmente bene da riservargli “il solito tavolo”.

Questa riflessione mi distrae e Alberto ne approfitta per trasgredire una delle regole basilari in caso di disparità numerica tra uomini e donne: assegna lui i posti a tavola e si siede con nonchalance tra le due ragazze, che è una cosa che non si fa mai, soprattutto se esci con i tuoi veri amici e non con avventori casuali con i quali, al contrario, tutto è permesso, anche colpi bassi come quello.

Luca ed io pensiamo la stessa cosa nello stesso istante, Pietro, invece, lo dice proprio.

A questo punto, visto che siamo in guerra, metto la giacca sulla spalliera della sedia vicino a Michela. Mi dedico a lei stasera. Claudia mi sembra troppo difficile per miei mezzi. Nel ramo “ragazze” è importante conoscere i propri limiti perché permette di evitare inutili perdite di tempo. Scegliendo quella un po’ meno carina di solito la strada è più facile, e poi Michela è comunque un sette e mezzo, per cui ben al disopra del minimo richiesto che per me è il sei e mezzo, anche se qualche cinque mi è capitato, ma sempre legato a situazioni contingenti.

Arriva il proprietario con un vassoio: “Prosecco offerto dalla casa per Alberto e i suoi amici”.

Un altro punto per Alberto, lo capisco dall’espressione di Claudia che sembra voler dire: “Io sono sua amica e vorrei anche ricordare che sono da nove, per cui tutto questo mi spetta di diritto”.

E comunque il prosecco dopo tre Negroni non è adatto. Abbassa troppo il tasso alcolico e poi mi fa fare un sacco di ruttini. Non mi sembra il caso che Michela, mentre mi parla, possa accorgersi che faccio la faccia strana cercando di indirizzare l’aria proveniente dallo stomaco da qualche parte.

Arriva anche la signora per prendere le ordinazioni. Indossa una gonna molto stretta, appena sopra il ginocchio, con uno spacco dietro veramente significativo. Il colore non riesco a definirlo. Mi sembra una specie di aragosta, ma un po’ più chiaro. La camicetta è bianca, ma con delle rouche che salgono verso il collo e girano, ingrandendosi, dietro la testa, quasi a formare una specie di poggiatesta. Le scarpe sono da antologia: colore simile alla gonna, tacco dodici o più e con una specie di rialzo anche davanti, che si allacciano con delle stringhe che arrivano a metà polpaccio. Il trucco è una vera opera d’arte: non c’è neanche un millimetro quadrato di viso al naturale, è tutto sotto una coltre di prodotti cosmetici per il cui acquisto bisogna sicuramente accendere un mutuo. Le unghie sono armi improprie, laccate di nero e con un angolo retto alla punta che ha richiesto almeno l’uso di un goniometro.

La signora ci elenca i piatti della sera: un rigatone alle telline, uno spaghetto cozze e vongole, una fettuccina all’astice.

Perché mi devo irritare? La signora elenca i piatti al singolare. Adesso va di moda così, sebbene io non lo sopporti. Devo stare tranquillo e ordinare quello che mi va.

“C’è qualcosa senza pesce?” domando.

La signora mi guarda come se fossi appena uscito da un disco volante proveniente da Giove. Ne avrebbe anche il motivo, visto che sono a cena in un ristorante dove, già dal nome, si intende inequivocabilmente che si mangia pesce, e non mi ha costretto nessuno ad andarci. Sarei potuto andare al “Tordo incantato” oppure al “Bue tarchiato”, ma io mi trovo proprio alla “Pescheria” e voglio qualcosa che non sia pesce.

“Ci sarebbe un fusillo al pesto”.

“Allora per me vanno bene I FUSILLI al pesto. Plurale”.

L’ho detto, ma la signora non coglie, è ancora sotto shock perché non mangio pesce.

“Allora, un fusillo. Poi?”

L’incombenza delle ordinazioni al singolare viene espletata. Il vino, di solito, lo sceglie Pietro che dice di aver fatto un corso per sommelier, anche se lui l’ha vissuto come un appuntamento per ubriaconi riconosciuti e quindi sdoganati.

Ma Claudia, fa uno scatto in avanti, conquista la lista dei vini e sceglie.

“Questo va benissimo, l’ho già bevuto altre volte ed è veramente emozionante”.

Emozionante? Un vino? Io mi rendo conto di essere un po’ basic, ma che un vino possa essere emozionante non lo capisco.

Guardo la lista e mi emoziono: novanta euro a bottiglia.

Chiedo alla signora un bicchiere di rosso. Arriva una Bonarda dell’Oltrepò Pavese, anno 2000, quindici gradi. Praticamente è come pasteggiare con un super-alcolico.

Ordiniamo. Tutti piatti con nomi del cavolo che servono a mascherare la banalità degli ingredienti.

Mentre aspettiamo, Claudia messaggia sul cellulare ad una velocità indescrivibile, mentre con l’altra mano prepara delle palline di mollica di pane.

Io le palline di mollica di pane non le sopporto. Un po’ per l’idea dello spreco del pane che mi deriva da un’educazione che all’epoca mi sembrava antica e nella quale, invece, adesso mi ritrovo molto, e un po’ per il senso che mi fanno, mollicce, impregnate del sudore della mano di chi le fa, che circolano sul tavolo lambendo pericolosamente le mie posate, quando addirittura non vengono lanciate. Devo dire che ho smesso di frequentare da anni quelli che le lanciavano. Dovrei lasciar perdere anche quelli che le preparano soltanto.

Claudia ne ha fatte cinque di palline e compone figure geometriche: triangolo, quadrato, trapezio, romboide. Molto precisi devo riconoscere. Adesso sta provando qualcos’altro, un ottagono mi sembra. Ma così non le basteranno le palline e dovrà farne delle altre. Devo guardare da un’altra parte.

 

“Marco per secondo cos’hai ordinato?” mi chiede Alberto, riposandosi un poco dal marcamento a uomo che sta conducendo su Michela. Credo che avesse deciso di giocarsela con Claudia, che è un nove, va ricordato, ma visto che è un ragazzo sveglio, deve aver capito che le chances da quella parte erano poche, e allora ha ripiegato su Michela, certamente più alla sua portata e che comunque rimane sempre un sette e mezzo.

“Una tagliata e un’insalata. Non vorrei appesantirmi, domani ho una causa importante”.

“Ma quale causa? Guarda che abbiamo un festone a Pavia. Una cosa grossa. Ingresso riservato, DJ inglese che mette una musica incredibile. Donne come non ne hai viste mai. Saranno mesi che non esci”.

Effettivamente, facendo un calcolo preciso, non esco da almeno nove settimane, e se mi concentro cercando di ricordare cosa ho fatto in questi due mesi e più, mi vengono in mente soltanto fascicoli, leggi, normative e il mio capo che mi dice che faremo così tardi la sera “soltanto fino a domani”, e invece domani è soltanto l’indomani di un altro domani sempre uguale.

Ma che mi lamento? Questo lavoro l’ho scelto io, lo studio dove andare l’ho scelto sempre io e se me ne volessi andare dovrei farlo e basta. Ma non lo faccio. Quel lavoro mi piace e mi piace anche il mio capo, anche se qualche volta sento di odiarlo. Mi piace perché è bravo veramente e lo stimo perché è uno che è venuto dal niente ed è arrivato a essere uno dei migliori avvocati di Milano. Mi piace perché non ti fa pesare che è così bravo e quando mi corregge, poche volte devo dire perché sono bravo anch’io, non come lui, ma abbastanza, lo fa con naturalezza e soltanto chi è stupido potrebbe irritarsi per quel modo di riprenderti, e io qualche volta sono stupido.

“ Quanto ci vuole per andare a Pavia? Almeno un’ora. E poi Pavia non è un posto per divertirsi, va bene soltanto per viverci da sposati con i figli”.

“Quale ora? In quaranta minuti siamo lì. Andiamo con il monovolume di Luca così non abbiamo nemmeno problemi con il ritorno. Dobbiamo decidere solo chi non beve”.

Ancora con questa storia di quello che non beve. Allora sarebbe meglio pagare un autista. Come puoi chiedere a qualcuno di rimanere sobrio e mettersi a guardare mentre tutti fanno casino e si divertono. Non è che se rimani sobrio non ti diverti, anche perché non ti diverti nemmeno se ti ubriachi in maniera pesante, come fanno i ragazzetti di oggi. Ci vuole soltanto un giusto livello di ebbrezza alcolica che serve a ridurre le distanze con quelli che stanno con te. Una serata di scarico con la musica giusta e il parterre femminile di un certo livello, non può essere adeguata senza la giusta ebbrezza alcolica.

Certo che una serata di questo tipo me la meriterei. Dopo tutto il lavoro che ho fatto senza uscire mai. La sera sempre a cena a casa da solo; al massimo mezzo bicchiere di vino davanti alla televisione. Non avevo nemmeno la forza di leggere prima di dormire perché perdevo conoscenza alla seconda pagina. La comparsa per la causa di domani è scritta, guardata e ricorretta mille volte, basti dire che è piaciuta anche al capo che non ha corretto neanche una virgola. Per qualsiasi evenienza il capo comunque sarà lì e quella causa l’abbiamo comunque già vinta. La controparte si è affidata a uno studio di scarsi, che vivono sui successi di un lontano passato, anzi lontanissimo. Li abbiamo strabattuti ogni volta che ce li siamo trovati davanti.

La serata di Pavia me la merito tutta, e la Claudia, secondo me, stasera è alla mia portata.

“Va bene, andiamo a Pavia, ma se poi il locale e gli annessi non valgono niente te la faccio pagare”

“Tranquillo – risponde Alberto, che nel frattempo cerca di recuperare con Claudia, che ha smesso di messaggiare e chissà che fine ha fatto fare alle palline di mollica di pane (Non le avrà mica mangiate?) – la serata è garantita. Tu te la meriti, te lo confermo, così i tuoi sensi di colpa li lasciamo a Milano, e il ritorno sicuro è garantito da Luca che ha detto che lui adesso smette di bere perché gli brucia lo stomaco”.

 

Arrivano gli antipasti. Pietro, come al solito, classifica.

“I calamari sono da otto e il fritto da nove. L’insalata di polpo, invece, merita un cinque stirato. Troppo duro e troppo acquoso”.

“Ma tu metti i voti a tutto” chiede Claudia.

“Lo fa perché è l’unico modo per dare un ordine al suo cervello – intervengo per fare il simpatico – senza grossi risultati comunque”.

Pietro mi fa un mezzo sorriso mentre tracanna un bicchiere di quel vino da novanta euro. Starà bevendo almeno otto euro. Non controbatte, capisce che sto cercando di farmi notare da Claudia e si tiene la presa in giro. Altre volte è stato il contrario, con lui che si metteva in mostra e io che facevo la parte dell’amico scemo. Tra noi è così, ci capiamo al volo e ci aiutiamo in momenti come questi, e soprattutto ci aiutiamo nei momenti di vero bisogno. Una volta per uno e nessuno ha mai fatto il conto per vedere chi era in testa nella speciale classifica dell’aiuto ricevuto.

“Ma dai, non è giusto che lo tratti così – dice Claudia – proprio tu poi che sembri un ragazzo così per bene”.

“Lo faccio perché siamo amici e lui capisce che è solo per giocare, senza cattiveria. Perché così per bene?”

“Non so, sei educato, mi hai aperto la portiera della macchina e mi hai lasciato passare all’ingresso della saletta del ristorante. Mi versi l’acqua e il vino appena il bicchiere è vuoto e mi hai dato il primo menu che ci hanno portato. Non è sempre così. Poi sei uscito per una serata come questa in giacca e cravatta, anche se la porti nel taschino. Mi sembrano tutte cose da ragazzo per bene e guarda che la cosa è positiva”.

L’ha notato. Aveva ragione mia madre quando insisteva che io mi comportassi in quella maniera che io ritenevo da soggettone di altri tempi e che alla fine mi è diventata naturale.

Decido di giocare la carta della naturalezza e normalità del mio modo di fare.

“Quelli con cui esci di solito si comportano diversamente? Io non faccio niente di speciale, sono cose normalissime che si fanno dalla notte dei tempi”.

“Evidentemente non è così normale. Di solito sono attenzioni che non ricevo, ma non solo io. Non mi sembra neanche di averle notate con le mie amiche, caso mai fossi stata io a non evocarle. Sarà anche che io esco spesso con artisti, pittori, poeti e loro non fanno molto caso a certe regole e di solito non ci faccio caso nemmeno io. Devo dire però che riceverle queste attenzioni è molto gradevole”.

Grazie mamma! Avevi ragione, i modi giusti sono quelli che ti aprono un sacco di porte. Questa Claudia, nove sacrosanto, che avrà dietro mezza Milano, ha notato qualcosa di bello in me e me lo ha detto con uno sguardo che faceva capire molte altre cose. Mi rendo conto che uno normale come me va nel pallone quando un nove reale gli si rivolge con uno sguardo del genere, ma quello sguardo era davvero significativo, voleva dire “ho capito che dentro hai qualcosa di particolare, una ricchezza d’animo sopita, ma sempre pronta a venir fuori ed io voglio scoprire tutte le altre cose che al momento non riesci a far uscire”. Ecco questo voleva dire lo sguardo di Claudia, pittrice, nove, molto vicino al dieci secondo me, e non sto inventando niente, questa è pura realtà.

 

 

Osservo Luca e noto che effettivamente non sta bevendo. Questa sua scelta a nostro favore lo espone anche finanziariamente, visto il costo della bottiglia di vino ordinata dalle ragazze e considerando che ce ne vorrà una seconda. Sta chiacchierando con Michela e sento che le racconta che lui è separato. Si è sposato presto, ma il matrimonio si è incartato rapidamente, e dopo pochi mesi era di nuovo sul mercato. L’ex moglie no, perché non aveva mai smesso la sua relazione con il capufficio. Aveva delle bellissime caviglie, la moglie non il capufficio, ed era stata per Luca la spinta principale a conoscerla. Lui dice di no, ma io sono sempre stato certo che fosse così.

Luca ha una vera e propria fissazione per le caviglie. Gli piacciono soprattutto quelle che s’intravedono sotto i pantaloni, ancor più di quelle messe in bella mostra sotto le gonne, magari aiutate da tacchi adeguati. Lui ha sempre detto che le belle caviglie si capiscono dalle scarpe basse sotto i jeans perché in quel modo non hanno aiuti di nessun genere. Una caviglia che appare bella su un paio di Superga non ammette discussioni, è bella e basta, e poi immaginarla come procede sotto il pantalone è una cosa che Luca ha sempre confessato di aver prediletto. A mio avviso questa sua fissazione gli deriva dal lavoro del padre, che aveva un negozio di scarpe dove Luca da piccolo passava un sacco di tempo perché a casa sua non c’era nessuno. Anche la madre lavorava al negozio e non avevano la possibilità economica di prendere una baby sitter. Luca faceva i compiti, la merenda e giocava nel negozio e avrà visto centinaia di caviglie che cercavano di darsi un tono sulle scarpe. Di sicuro ha sempre dato alla caviglia una valenza non soltanto legata all’oggettiva bellezza dovuta a fattori puramente tecnici, tipo circonferenza, indice di assottigliamento dal polpaccio, evidenza dei malleoli, ma c’è altro che l’ha influenzato nella sua fissazione. L’eleganza della caviglia in sé e la naturalezza con cui può indossare una scarpa piuttosto che un’altra con la sicurezza che l’effetto sia sempre lo stesso.

Michela ha delle belle caviglie, da dieci direi, nonostante lei sia un sette e mezzo, e sono sicuro che lo sa. Si capisce dalle scarpe che porta, tacco medio con gonna al ginocchio, e dalla morbidezza della pelle che si intuisce al solo sguardo sia trattata quotidianamente con creme idratanti di alto livello.

Chiede a Luca perché si è separato.

“Sintetizzando direi che eravamo troppo diversi e avremmo anche dovuto prenderne atto prima. Poi non escluderei il particolare che lei fosse un po’ leggerina, visto che aveva una relazione con un altro che non aveva mai interrotto, e poi delle cose banali quotidiane, che alla fine mi davano più fastidio del fatto che lei avesse un amante”.

“Cose quotidiane come?” chiede Michela.

“Cose quotidiane. Io non sopportavo il dentifricio aperto, le sue scarpe gettate ovunque, l’acqua lasciata fuori dal frigorifero, le unghie tagliate sul lavandino e lasciate lì, come se avessero dovuto dissolversi da sole. Ma soprattutto non ho mai sopportato che lei non avesse letto nemmeno un libro di quelli che erano già in casa. Io ho una libreria di un certo livello e lei non ha mai avuto la curiosità di andare a curiosare, a cercare qualcosa che potesse piacere anche a lei. Leggeva soltanto certi romanzi rosa idioti che comprava in edicola, nemmeno in libreria. Ecco, questa è una cosa che non sono riuscito a superare. Poi devo ammettere che c’erano anche delle cose mie che lei non tollerava, tipo lasciare la porta del microonde aperta oppure non richiudere il cestello della spazzatura dopo aver gettato qualcosa. Una cosa che la mandava al manicomio era quando lei mi raccontava qualcosa e io rispondevo a dovere, ma lo facevo in modo automatico perché invece ero assorto in altri miei pensieri, però sembrava che partecipassi veramente alla discussione. Poi, anche soltanto cinque minuti dopo, le parlavo dello stesso argomento come se non l’avessi mai sentito prima. Ecco, questa era una cosa per cui era capace di mettersi a urlare.”

 

“Di chi è il fusillo?”

Il cameriere parla al singolare come la proprietaria del ristorante; faranno un corso per imparare a parlare così. Io glielo vorrei spiegare – Guardi che non è italiano. Lei non mi sta portando un SOLO fusillo sul piatto, ma una porzione di fusilli, plurale, che significa che sono svariati fusilli. Potrebbe dire “di chi è il piatto di fusilli”, ma il fusillo da solo non ha senso – poi decido di lasciar perdere, farei la figura del rompiscatole o, peggio ancora, potrei sembrare uno che riprende i camerieri e la cosa mi darebbe ancora più fastidio del fusillo singolo. Però alla signora vestita da Hollywood lo potrei dire, in quel caso non avrei l’impressione di prevaricare, anzi a lei glielo dovrei proprio dire, perché la gonna aragosta ed il tacco dodici ti espongono alle osservazioni e non puoi lamentarti se qualcuno te le fa. Se avesse messo un paio di pantaloni con scarpe basse ed una camicetta con taglio maschile avrei potuto far finta di niente, ma il fusillo singolo accompagnato dalla gonna aragosta chiede vendetta. E l’avrà.

Comunque i fusilli sono buoni, tutti quanti, nessuno escluso e anche le altre portate sembrano buone. Pietro ha dato otto agli spaghetti al nero di seppia e se non sta attento il nero di seppia mette un voto anche alla sua camicia bianca. Mangia sempre troppo vicino al piatto, abbassando la testa in maniera eccessiva, come se la distanza tra la sua bocca e quello che mangia debba essere il minimo indispensabile. Io una volta gliel’ho detto “guarda che se tieni la testa più alta gli spaghetti non fanno in tempo a raffreddarsi” e lui se l’è presa.

“Ma che sei mia madre? Vuoi sapere anche se mi sono lavato le mani?”

Allora non gli ho detto più niente, e ho capito che certi argomenti vanno evitati anche se hai a che fare con amici veri, perché il limite tra la semplice osservazione e quello che può essere avvertito come umiliazione può essere molto labile, e per quanto uno ci possa stare attento è facile sconfinare, perché il livello della sensibilità personale è variabile più di quanto possiamo immaginare. Può essere influenzato da fattori cronici o acuti, remoti o vicini, potenziali o in corso di compimento. Uno a cui il lavoro non va bene, o che è in crisi con la compagna, o che ha sofferto per una perdita non è più sensibile di un altro. In quella fase il suo livello di sensibilità è più basso e lui avvertirà con maggiore acutezza eventuali osservazioni che, in quel preciso momento, sentirà come critiche. Poi il lavoro riprende, il tempo passa, trova una compagna più carina e comprensiva ed anche le critiche più feroci lo attraverseranno senza lasciare traccia.

Come questi fusilli, che sono finiti senza che io me ne accorgessi. Colpa dei Negroni e della Bonarda, di cui vorrei bere un secondo bicchiere, senza escludere l’eventualità di un terzo.

 

Molti di quelli che passano salutano Claudia e lei risponde gentilissima a tutti, infrangendo una convinzione che mi porto dietro dal tempo delle medie che “le-molto-belle-ma-veramente-molto” se la debbano tirare sempre, arrivando spesso ai confini della maleducazione e talvolta superandoli. Tra la terza media e il secondo liceo ho anche pensato che fosse una cosa normale. Lei non è così, risponde sorridendo e formulando, dopo il ciao, anche il nome della persona che ha di fronte. E’ un nove meritatissimo, ha un atteggiamento molto democratico nei confronti dei suoi ammiratori, ha una memoria incredibile e la usa senza problemi. A questo punto sono anche disposto a lasciar perdere la storia del mondo che è nella fase a righe; forse la vede proprio così e non è l’atteggiamento idiota che mi era sembrato alla prima impressione, dovuta alla scontata e banale prevenzione che gli adepti del lavoro routinario come me hanno nei confronti degli artisti.

A Michela il racconto di Luca sulle sue disgrazie familiari ha fatto scattare il senso di protezione che è insito in ogni donna. La cosa è chiarissima, si capisce dalla posizione della testa, leggermente inclinata da un lato, indicativa di comprensione e condivisione del problema. Poi lo sguardo, leggermente corrucciato e puntato negli occhi dell’interlocutore, a significare che lei sta seguendo ogni parola e sta vivendo ogni emozione che lui vuole trasmettere. Il movimento del capo, che si alterna in un leggero dondolio antero-posteriore con brevi periodi in senso latero-laterale, conferma la partecipazione totale e la condanna implicita dell’altra, la stessa altra che avrebbe appoggio completo dalla prima lei nel caso si fosse trovata come commensale e vicina di posto quella sera. La donna DEVE condividere, a prescindere e in ogni caso, e la partecipazione al dolore, diretta conseguenza del succitato senso di protezione, è proporzionale al livello di simpatia iniziale che si era instaurato tra i due interlocutori. Quindi la condivisione c’è sempre, ma il grado può variare; si può fare anche una specie di classifica. Al primo posto, il più alto, si posizionano le amiche pre-esistenti (Qui si può gruppare, come dicono alcuni miei amici medici noncuranti della lingua italiana con la giustificazione della terminologia tecnica, in due sottogruppi: le amiche vere e le conoscenti. Si condivide molto con le prime e un po’ meno con le seconde, ma mai con le seconde se si lamentano delle prime, salvo rare eccezioni, comunque non poi così rare). Al secondo posto vanno gli appartenenti al sesso maschile (Anche qui possiamo gruppare: quelli più carini, con un lavoro interessante e con un’accessoristica adeguata, orologio, macchina, appartamento in zona giusta, hanno maggiori possibilità di far condividere le loro problematiche, quelli privi della giusta fornitura di gadget saranno sempre oggetto della protezione femminile, ma per un periodo di tempo più breve e con maggior possibilità di distrazione della loro protettrice temporanea). Al terzo posto, ma molto distanziati dalle prime due posizioni in classifica, possiamo mettere la restante parte del mondo, umano, animale e vegetale. Il concetto è che la donna ha senso di protezione sempre e a prescindere, le cose che variano sono la durata a breve e lungo termine, l’intensità e la continuità. Questi parametri variano in base alla classifica appena esposta, alla fase di vita del singolo soggetto femminile partecipante, al numero di potenziali fruitori della protezione femminile.

“Un dolce lo prendiamo?”

“Noi sicuramente, e voi del ristorante?” risponde Pietro alla domanda della signora in tacco dodici.

Lo vorrei abbracciare, anche se sono sicuro che la battuta gli è uscita spontanea, anche perché le mie riflessioni precedenti non le ho fatte ad alta voce.

La signora appare esitante, non riesce a capire dall’espressione di Pietro se è uno scherzo oppure se veramente quel cliente dall’aria tanto compita vuole offrire qualcosa al personale.

Decide di glissare.

“Abbiamo una panna cotta, una fragolina di bosco, un semifreddo al caffè, un tiramisù della casa”.

“Quindi dovremmo decidere come dividere i dolci” aggiungo.

“In che senso?” chiede la signora, che vede cominciare a mancare i suoi solidi punti di riferimento.

“Nel senso che se c’è una sola porzione per ogni tipo di dolce ciascuno di noi dovrà decidere che cosa prendere e soprattutto a che cosa rinunciare”.

“Assolutamente no. Potete prendere quello che volete”.

“Anche tutti la stessa cosa? Cioè avete un numero sufficiente di ogni tipo di dolce per tutti quelli che lo chiedono?”.

La signora appare ancora più confusa, anche perché questa conversazione surreale va avanti con la massima serietà di tutti i commensali. Degli uomini perché si conoscono dalla prima media e quindi sono come una squadra affiatata in cui ogni giocatore è sempre pronto alle variazioni di gioco del compagno, e delle donne perché ancora non hanno capito nemmeno loro dove vogliamo andare a parare.

“Beh, i dolci ci sono per tutti, è naturale, cioè in un ristorante è la regola”.

“Ma si, ha ragione, è sempre il solito problema del singolare e del plurale. Per me solo un caffè grazie”.

Niente dolce per Claudia né per Alberto. Pietro, Luca e Michela prendono il tiramisù.

Conto, grazie. Siamo già fuori. L’aria è fresca, quello che ci voleva dopo la Bonarda miscelata con i Negroni precedenti.

“Mi spiegate la storia del dolce” chiede Claudia.

Alberto specifica che è dovuto alla mia cronica intolleranza all’abitudine dei ristoratori di elencare le pietanze al singolare. Devo essere capito, faccio un lavoro stressante, ho avuto un’infanzia tormentata, la ragazza mi ha mollato. Loro lo sanno e fanno finta di niente.

“Ma veramente hai avuto un’infanzia difficile?” mi domanda Michela.

“Tutt’altro” e chiudo la discussione. Non ho nessuna intenzione di spiegare che i miei genitori, anche se decisamente proletari, non mi hanno fatto mai mancare niente e sono cresciuto con la giusta dose di serenità e valori che hanno fatto di me una persona sostanzialmente in pace con se stesso. E vorrei aggiungere che mi vergognerei se gli dovessi dire che sono andato a cena in un posto dove abbiamo pagato seicentoventicinque euro di conto, quando mio padre, che aveva una piccola tabaccheria, andava a mangiare la pizza con mia madre una volta al mese, e quando sono andato all’università nemmeno quella.

“Andiamo?” sollecito gli altri. Questa deve essere una serata di alleggerimento per me e non voglio correre il rischio di una virata verso il triste, eventualità sempre presente in caso di tasso alcolico elevato.

 

Luca si mette alla guida. Ha mantenuto la promessa di non bere, è stato bravo. Trovo molto altruista la sua scelta; io non l’avrei fatto, almeno non stasera.

“Il locale si chiama Le Stanze – precisa Alberto – è appena fuori dal centro di Pavia. Ho già chiamato il mio amico che ha organizzato la serata e gli ho dato i nomi per la lista d’entrata”.

“Ma perché, è una festa privata?” chiede Pietro.

“No, è soltanto per non fare la fila all’ingresso. Devi pagare, non ti preoccupare”.

“Non mi preoccupo, capirai, dopo la sassata della Pescheria, è che sono sempre un po’ combattuto su quest’aspetto”.

“Perché combattuto?” chiede Claudia.

“Perché mi dà fastidio stare in una specie di lista vip in cui si passa davanti agli altri, mi sembra ingiusto, ma non sopporto neanche di stare in fila per accedere a un locale dove, comunque, pago l’ingresso. Non so ancora quale delle due cose tollero meno. Credo che l’unica soluzione sia non andare in nessun locale, ma mi sembra troppo castrante. Per risolvere temo che dovrò aspettare di arrivare a quarant’anni quando non ne avrò più voglia e non sarò più costretto a questo genere di dilemmi”.

“Lo so di parlare come mia nonna, ma fossero questi i dilemmi”. Claudia ha la classica espressione di chi non sa se è andata oltre nei commenti, in relazione al livello di confidenza con Pietro.

Decido di salvarla.

“Non ti preoccupare delle fisime di Pietro. Fa tutta questa scena esclusivamente per raggiungere un compromesso con il suo personalissimo universo morale. La verità è che lui ci gode a dare il suo nome ai buttafuori e vederli sganciare la corda che delimita quello che spera sia il suo mondo dalla massa di sconosciuti  e sfigati che aspettano al freddo”.

Claudia mi sorride. Ha capito che l’ho fatto per lei. Un altro punto a mio favore nella marcia di avvicinamento a un nove indiscusso. Adesso devo soltanto continuare a chiacchierare per evitare il rischio di addormentarmi con la testa sullo schienale, magari con la bocca spalancata e le otturazioni dei molari bene in vista, e con la concreta possibilità di mettermi a russare.

 

Luca quando guida sembra che stia in una pubblicità-progresso: cintura ben allacciata, auricolare del telefonino, limiti di velocità rispettati al metro e mani sul volante sulle dieci e dieci, come indicato in tutti i manuali della scuola guida. Non l’ho mai visto parcheggiare dove non era permesso o superare con la linea continua. La doppia linea continua per lui è come il muro di Berlino, invalicabile. Usa la freccia anche per cambiamenti di direzione di un centimetro. E poi la pulizia della macchina. Neanche in una sala operatoria c’è tanto ordine. Gli interni sono immacolati e la carrozzeria sembra appena uscita dalla linea di produzione. Di fumare all’interno di questa cattedrale non se ne parla nemmeno. Claudia, di cui ricordo il voto, nove, chiede se può accendere una sigaretta. Qualsiasi altro essere umano maschile avrebbe acconsentito anche che lei buttasse la cenere sul cruscotto e spegnesse la sigaretta sulle poltrone, ma Luca no.

“Se non ti dispiace preferirei che non si fumasse in macchina. Se vuoi ci fermiamo un  momento così puoi farlo all’aperto”.

Claudia risponde che può fumare tranquillamente all’arrivo, ma mi rendo conto che guarda Luca come se venisse da un altro pianeta. Si capisce che è abituata a ottenere tutto con la sola forza del pensiero, e se quello strano ragazzo un po’ taciturno che guida come un autista di limousine non le da il permesso di fumare in questo monovolume pure un po’ vecchiotto, sicuramente ha qualche problema per cui dovrebbe essere aiutato.

Luca il monovolume se l’era comprato appena sposato perché si aspettava di utilizzarlo per una bella famiglia allargata, con figli, cani e accessoristica abbinata. Invece, grazie alla moglie, ha potuto usarlo soltanto facendo l’autista a tutti noi.

“Luca, stasera bevi pure se vuoi, tanto io posso guidare tranquillamente, non ti preoccupare” gli dico.

“Sì, ce lo ricordiamo tutti come sai guidare quando hai bevuto” interviene Alberto.

“Perché, che cosa ha fatto Marco?” domanda Michela.

“L’ultima volta che ha bevuto più del lecito, mi sembra che fosse luglio dell’anno scorso, si è impuntato che doveva guidare lui. La macchina era la sua, si sentiva bene, non c’era nessun problema”.

“Scusa, ma non vi ho riportato a casa sani e salvi?” puntualizzo.

“Sì e come no. Eravamo a casa al mare di un nostro amico in Liguria. Alle quattro del mattino ce ne siamo andati per tornare a casa nostra. Avevamo affittato una villetta a circa 5 chilometri. Bè, ci abbiamo messo quasi quarantacinque minuti. Ha guidato lui, a dieci chilometri l’ora, facendo il pelo a tutti cassonetti che incontravamo e fermandosi di continuo per aggiustare l’inclinazione dei fari. Ma il problema non erano i fari, era lui che era completamente ciucco e che invece sosteneva di sentirsi benissimo. Oltretutto, all’uscita dalla casa del nostro amico, avevamo anche dovuto convincere Pietro che non si poteva fare surf sul tetto della macchina. Per farlo rientrare abbiamo dovuto permettergli di stare sul tetto almeno durante la manovra, che è durata venti minuti buoni”.

“Non dimentichiamo le soste per fare pipì – aggiunge Luca – si sarà fermato almeno dieci volte”.

“Che c’entra? Quella era la conseguenza dell’acqua bevuta per smaltire l’alcolico” ci tengo a precisare.

“Quella sera ce ne sarebbe voluto un ettolitro allora, considerando i Negroni che avevi bevuto”.

“Ma perché, quanti ne avevi bevuti?” chiede Claudia.

 “Il problema è stato proprio quello. Ce n’erano almeno dieci brocche già pronte e il padrone di casa girava riempiendo i bicchieri in continuazione. Quindi non c’era la possibilità ci sapere quanto Negroni stavamo bevendo perché il bicchiere era sempre pieno, come per magia”.

Claudia ci dice che lei ha sempre preferito il Margarita, ma è difficile trovare un posto dove lo fanno veramente bene. Poi a lei piace berlo nel Tumbler e deve farne esplicita richiesta ogni volta perché invece tutti lo mettono in quei bicchieri svasati di cui non ricorda il nome con precisione.

“Devo dire che anch’io preferisco il Margarita” aggiunge Alberto, e si dimostra molto scorretto, perché lui il Margarita lo ha sempre odiato e questa sua dichiarazione ci fa capire che non ha ancora abbandonato l’idea che Claudia possa dargli retta.

 

Arriviamo a Pavia. Luca deve lasciare la macchina secondo i suoi parametri, la festa è di quelle da centinaia di persone, potremmo anche girare tutta la notte per trovare un posto che rispetti le regole intergalattiche del parcheggio. Invece qualcuno da qualche parte prova pietà e vediamo un camioncino che se ne va a soli cento metri dall’ingresso del locale. Luca parcheggia, paga la sosta alla macchinetta, controlla la distanza tra la macchina davanti e quella dietro, chiude gli specchietti retrovisori esterni e guarda con comprensibile nervosismo la minuscola ammaccatura sul parafango anteriore sinistro. Se almeno fosse stata a destra non ce l’avrebbe avuta tutti i giorni davanti agli occhi.

“Le Stanze” è una contraddizione in termini. E’ un unico ambiente gigantesco, con vari spazi delimitati da divanetti bianchi e piante che non riesco a capire se siano vere o finte. Le tocco, sono vere. C’è un bancone che gira tutto intorno facendo varie curve, quasi a circondare le persone che si trovano all’interno. Se uno decide di bere non deve avere problemi, c’è uno spazio libero al banco in qualsiasi posto del locale e con distanza minima da percorrere. Dietro il superbancone ci sono decine di addetti pronti a soddisfare qualsiasi esigenza.

C’è già tantissima gente e come succede solitamente in questo genere di posti, si ha un’idea un po’ più precisa del tipo di persone soltanto quando te le trovi di fronte. E’ come se ci si trovasse in un’atmosfera più densa, dove le forme sono indistinte, e proprio per questo tutti riescono a essere più attraenti e interessanti. Poi, avvicinandosi, i lineamenti si delineano e  si riesce a capire meglio chi si ha di fronte, rimanendo spesso delusi. Ma solo per poco, perché poi le persone si allontanano nuovamente e la densità dell’atmosfera riporta tutti a quella sensazione di misterioso ed intrigante.

Quando siamo arrivati, avere il nome sulla lista si è rivelata una preoccupazione inutile. Alberto, naturalmente, conosceva benissimo il buttafuori, che quando l’ha visto ha fatto una specie di taglia fuori a due poveracci che stavano per entrare e che di certo avranno provato un misto di odio e invidia per quei quattro sconosciuti, che erano anche in compagnia di un sette e mezzo e addirittura di un nove indiscusso.

“Abbiamo un divanetto riservato” specifica Alberto, guardando Claudia con la tipica espressione da sono-il-più-fico-della-serata-e-su-questo-non-si-discute.

Sul tavolino, oltre alla scritta “Riservato VIP” (Ma si può?), c’è un secchiello con una bottiglia di champagne.

“Alberto, per favore, potresti nascondere quel biglietto. La parola VIP mi fa rabbrividire. E poi lo champagne chi se lo beve?”

“A me non dispiace, Marco” interviene Michela.

“Lo champagne o il marchio che ti contraddistingue come VIP?”

“Lo champagne, è chiaro”

Non sono sicuro che non gliene freghi niente della scritta VIP. L’ho osservata quando siamo entrati, aveva un’espressione sul viso di totale superiorità sociale nel momento in cui il buttafuori ha sganciato la corda. Poi, quando ha visto il tavolino riservato con quella scritta idiota, mancava poco che chiedesse di stoppare la musica per far rimarcare che lei si stava sedendo su un divanetto riservato ai VIP, categoria alla quale evidentemente apparteneva.

Questa Michela la devo solo cancellare. Beve pure lo champagne e io lo odio lo champagne.

“Che musica mettono in questo posto?” chiede Pietro.

Alberto non lo sa, dipende dal DJ, dal tipo di festa, da come evolve la serata.

Giuro che se cominciano a mettere la roba degli anni settanta esco e vado a dormire in macchina. Posso tollerare soltanto Barry White, e gli Chic anche, ma solo nelle versioni live. Vabè, sopporto anche gli Shalamar, ma tutto il resto non lo voglio sentire neanche per sbaglio.

Un po’ di sano rock questi non lo metteranno mai. Mi accontenterei anche soltanto di Pride e Message in a bottle che si possono ballare senza problemi, ed eventualmente di Rock the casbah, ma forse sarebbe chiedere troppo.

Vado a vedere da vicino il bancone. Non faccio neanche in tempo ad avvicinarmi che il barista mi chiede cosa voglio bere. Chiedo se ha una Ceres. Ce l’ha.

“Allora me la versi in un bicchiere e ci metta dentro un Jack Daniel’s”.

Il barista mi guarda.

“Che fa, tituba?” gli chiedo.

Non capisce, e lo credo bene. E’ perplesso, forse sta valutando se mi deve chiedere due consumazioni oppure può essere tutto compreso in una sola. Poi fa una mossa come per dire “macchisenefrega, bevi quello che ti pare” e prepara quanto richiesto. Mi fa pagare comunque una sola consumazione. Bravo barista, alla prossima ritorno da te.

“Che bevi?”

Mi trovo Claudia dietro. Non m’ero accorto che mi aveva seguito. M’impappino.

“Non lo sai che non si beve mai da soli?”

Cerco di spiegare che stavo facendo solo un giro, poi mi sono avvicinato al bancone per dare un’occhiata, il barista mi ha chiesto cosa volevo, ma stavo tornando al nostro divano proprio per chiederle se voleva qualcosa da bere anche lei. E’ che credevo che anche a lei piacesse lo champagne, non immaginavo, veramente, non speravo. Mi blocca.

“Guarda, voglio quello che hai preso tu, senza sapere nemmeno cos’è. Mi fido della tua esperienza di bevitore”.

“Ho capito, ti sei fatta un’idea sbagliata di me. Ti sei fidata di quello che ti hanno raccontato dell’ultima festa. E’ successo a luglio dell’anno scorso, adesso siamo a maggio e io da allora non ho praticamente bevuto più niente”.

“Ma lo so che sei un bravo ragazzo, non ti preoccupare. Te l’ho già detto che sei diverso dagli altri. Stasera ci prendiamo tutti una licenza dalla vita quotidiana, questo è il senso. Sbrigati a ordinarmi da bere che mi sta ritornando un po’ di sobrietà e non ho nessuna intenzione di assecondarla”.

Il barista ormai ha capito quello che deve fare. Ceres e Jack, la coppia perfetta, nati per stare insieme tutta la vita, nel bene e nel male, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia. Il sapore del malto li unisce come la fede unisce due sposi.

Cominciano ad aumentare il volume della musica, la serata sta partendo. Il locale è pieno di gente, ma non c’è quella calca fastidiosa che non avrei più la forza di sopportare. Età media in linea con la nostra. Anche questo è un aspetto fondamentale, non ce la farei a lasciarmi andare insieme a dei ragazzini che mi guardano con condiscendenza, e che poi si ubriacherebbero senza ritegno. Loro ancora non sono esperti della sbronza tattica, misurata, limitata o forse non gliene frega proprio niente.

“Buona questa cosa che ti sei inventata”.

Specifico che non mi sono inventato niente. Qualcuno me l’ha fatta conoscere, non mi ricordo neanche chi né quando. Ne bastano un paio per sbloccare al punto giusto i meccanismi del ritegno, quelli che in una serata da licenza dalla quotidianità, come dice lei, devono essere assolutamente allentati.

Incrocio lo sguardo di Alberto da lontano e capisco che ha capito che stasera Claudia non è merce per lui. Forse non lo è nemmeno per me perché è come entrare in un negozio di alta moda per uno che abitualmente si veste da Zara, ma va bene così. La musica non sembra male, questo DJ Sacris le sta azzeccando tutte. Claudia è di una bellezza imbarazzante e continua a sorridermi e a tenermi la mano sulla spalla. I miei amici Ceres e Jack stanno facendo il loro sporco lavoro.

Adesso si balla, si segue il ritmo e non si pensa più a niente.

Anche gli altri vengono a ballare. Pietro, come al solito, si muove come se ascoltasse un altro tipo di musica dalle cuffiette, completamente fuori tempo. Potrebbe ballare nello stesso modo Mozart e Gloria Gaynor. Claudia no, lei segue il sound alla perfezione. E’ come se ci fosse un faretto indirizzato su di lei, perché anche tutti quelli che le stanno intorno non riescono a staccarle gli occhi di dosso. E invece lei guarda solo me. Forse sono Ceres e Jack che me lo fanno credere, che stanno complottando per farmi pensare che veramente questa ragazza da nove assoluto, che si muove come se fosse nata solo per ballare, che mi sta paralizzando con quello sguardo ipnotizzante, stia pensando realmente a me come a qualcosa di più di un semplice conoscente di una sera.

Mi guardo intorno e ho l’impressione che stiamo facendo tutti la stessa cosa. Stiamo ripetendo un rito periodico, come tutto quello che facciamo anno dopo anno. La serata di sballo, la cena fuori con gli amici, al cinema a vedere l’ultimo film imperdibile, in libreria per tenersi aggiornati sulle ultime uscite al solo fine di evitare di trovarsi privi di argomenti nel caso s’incontrasse qualcuno appassionato di lettura. I campionati del mondo ogni quattro anni, le ferie ogni agosto, il Natale in famiglia, il telegiornale della sera, il quotidiano al mattino e tutte le altre cose che vorrei provare a non ricordare. Tutto si ripete e poi si arriva a cinquant’anni, destinati a cercare qualsiasi escamotage per non andare in depressione.

“Marco, Marco”

Claudia mi sta chiamando. E’ ovvio, sono fermo in mezzo alla gente che balla con lo sguardo perso chissà dove.

“Che succede? A cosa stai pensando?”

Niente Claudia, veramente niente che valga la pena raccontare. Questa sera l’unica cosa che vale sei tu, e anche i miei amici Ceres e Jack. Forse li sto trascurando, è per questo che mi vengono certi pensieri strani.

“Niente d’importante. Mi ero fissato su un gioco di luci”

Sono già le tre. La musica sale ancora di volume. Mi sento leggero e con tutte le cellule in sintonia con il ritmo dei bassi. Adesso basta Ceres e Jack però. Già lo so che domani in udienza dovrò masticare centinaia di chewing gum per mascherare l’alito alcolico, dopo aver bevuto almeno un litro di caffè per snebbiarmi ed essere andato almeno cinquanta volte al bagno per scaricare tutta l’acqua che avrò bevuto.

 

“Sono le quattro. Ce ne andiamo?” Anche Alberto deve lavorare, e se partiamo adesso non ci mettiamo nel letto prima delle cinque.

Siamo tutti d’accordo. Si torna a casa.

Mentre camminiamo verso la macchina, Claudia mi prende sottobraccio.

“Senti Marco, stasera è troppo tardi, ma domani pensi di riuscire a trovare uno spazietto tra i tuoi impegni per bere qualcosa con me?”

Non è un sogno. Questa ragazza, nove indiscusso, ma forse anche qualcosa in più, mi sta chiedendo se voglio uscire con lei. A me, proprio a me. Mi fermo e la guardo dritta negli occhi, che sono nocciola, mentre prima mi erano sembrati marrone scuro.

“Assolutamente”.

“Assolutamente sì o assolutamente no?”

“Sì, per forza, sì. Beviamo solo succo d’ananas però, o qualsiasi altra cosa, spuma e tamarindo, cedrata, chinotto. Ma niente alcolici, almeno per i prossimi sei mesi”.

Mi sorride, e si vede che è soddisfatta e mi sembra incredibile.

 

“Luca ti vedo un po’ insonnolito. Vuoi che guidi io?” propongo.

“Ma no, adesso mangio un paio di pocket coffee e mi sveglio. Poi tu chissà quanto hai bevuto”.

“Ho smesso da più di un’ora e poi non ho esagerato. Domani ho una causa importante” e vorrei aggiungere che l’adrenalina che mi gira in corpo ha distrutto anche le ultime molecole di alcol.

“Sicuro? Guarda che io mi sciacquo la faccia e sono a posto”.

“Tranquillo. Sto bene” e devo sembrare credibile se nessuno si oppone al fatto che io guidi. Luca insonnolito forse è più pericoloso oppure sono tutti talmente stanchi che non hanno la forza di mettersi a discutere.

Claudia si mette a sedere accanto a me “così chiacchieriamo un po’ se ti viene sonno” mi dice.

Il tempo di fare manovra e sono già tutti privi di conoscenza, compresa Claudia. Probabilmente non hanno fatto neanche in tempo a chiudere gli sportelli.

Metto un CD così almeno sento un po’ di musica.

L’autostrada è deserta, soltanto qualche camion e poche macchine di altri disperati come noi che tornano a casa dopo la festa. Sto bene, mi sento rilassato e tranquillo. Gliel’avevo di non preoccuparsi che ero a posto. Claudia dorme sul sedile accanto con il viso rivolto verso di me. E’ bella anche così, con la bocca semi-aperta e con il respiro un po’ pesante. Si è addormentata con una mano sulla mia gamba destra ed io la muovo il meno possibile, per evitare che in un gesto automatico la possa togliere.

Ecco il casello. Pago e vado oltre. Dall’ultima fila di sedili si sente russare. Io mi sento bene, ho fatto bene a guidare, Luca si sarebbe addormentato di sicuro. Hanno ancora paura che alla nostra età non si sia ancora capaci di capire quando non si è in condizione di guidare dopo aver bevuto qualcosa. Siamo professionisti in ogni senso, anche della bevuta, e abbiamo un senso di responsabilità, mica rischiamo di avere un incidente.

Manca poco ormai al centro, un paio di semafori e siamo arrivati. La città è deserta, posso anche cominciare a rilassarmi, al prossimo bivio devo girare a destra. Eccolo. Con la coda dell’occhio vedo un divieto di accesso, non c’è mai stato. Anche la strada mi sembra diversa, quei negozi non ci sono mai stati. Non avrò mica sbagliato a girare.

L’autobus si immette sulla strada a senso unico senza guardare a sinistra, con l’autista certo che da quella parte non possa venire nessuno, visto il senso obbligatorio da destra.

Vedo il muso del trentasette barrato un millisecondo dopo aver voltato lo sguardo dalla vetrina di Vodafone, che non c’era mai stata in quel punto, forse perché stava nella strada che pensavo di percorrere. Faccio in tempo a notare lo sguardo pieno di sorpresa dell’autista dell’autobus che tutto si aspettava tranne che incontrare un monovolume in senso vietato a velocità non congrua per una strada del centro.

Lo schianto non lo sento neppure, come se avessero messo un silenziatore, e mi sembra che tutto succeda a una velocità rallentata. Riesco a vedere il muso del monovolume che si accartoccia verso di me, mentre Claudia, che era senza cintura, decolla verso l’autobus attraversando il parabrezza. L’autista tiene le braccia tese sul volante e mi sembra che abbia gli occhi chiusi. Sento qualcosa che mi passa accanto, è Pietro, che era anche lui senza cintura, che mi passa accanto quasi volando e raggiunge Claudia sul muso del trentasette.

Adesso è tutto fermo. Mi sento come se qualcuno mi abbracciasse strettissimo, credo di essere schiacciato tra lo schienale del sedile ed il volante. Non posso muovere le gambe e la testa è bloccata; il volante mi spinge sotto la gola. Comincio a sentire dei rumori, sono lamenti e scricchiolii. Claudia e Pietro sono davanti a me, uno sull’altra in una posizione oscena, e vedo le piante dei loro piedi, stranamente tutti e quattro senza scarpe. Qualcuno cerca di muoversi dietro di me, ma non riesco a capire chi sia. Non ricordo la disposizione in macchina prima di partire.

C’è un odore strano, come di metallo e polvere, misto a qualcos’altro che non riesco a identificare. L’ho già sentito, ma mai così forte. Capisco cos’è, è l’odore del sangue, e adesso riesco anche a vederlo, la macchina ne è piena, spruzzato dappertutto come potrebbe fare un pittore impressionista. Devo provare a parlare per vedere se qualcuno mi risponde, ma non ce la faccio, la voce non viene articolata dalla corde vocali, come se qualcuno le tenesse strette tra le mani e gli impedisse di vibrare. E l’aria non ha difficoltà solo a uscire, ma anche ad entrare. Devo sforzarmi di inspirare per provare a riempire i polmoni che sento inviare messaggi disperati al mio cervello per fargli capire che hanno assoluto bisogno di ossigeno, ora. Mi concentro sul mio diaframma, lo prego di rispondere ai miei appelli, deve fare il suo lavoro adesso, altrimenti sento che non potrà farlo mai più.

La cosa che mi sta schiacciando la gola sta intensificando la sua pressione, ormai non passa più niente in entrata. Il torace mi brucia, come se mi avessero spinto a pressione del fuoco nella trachea. Devo far sentire che sono ancora vivo, far capire che devo essere aiutato. Cerco di urlare, mi devono sentire. Non è possibile morire così, in una strada qualsiasi. Chi lo dirà a mia madre? Non ci sono neanche fratelli o sorelle che la possano consolare, e poi ho ancora tantissime cose da fare. Domani chi la discuterà quella causa così importante per la mia carriera? Chi lo riporta il motorino a casa? Non ci saranno più Natali in famiglia, cinema, libri da leggere, ferie ad agosto, serate di sballo. Niente più.

“Aiutoooo, aiuto, aiuto”

 

 

 

“Marco, Marco! Svegliati! Che stai sognando?”

Apro gli occhi. Sono sul sedile posteriore del monovolume di Luca e lui è al posto di guida, girato verso di me. La macchina è ferma sul lato della strada, mi sembra che siamo dalle parti della casa di Alberto. Sono scivolato verso il basso e la cintura di sicurezza mi stringe la gola. La scosto e faccio un bel respiro. Sono tutti e quattro lì che mi guardano, le ragazze non ci sono.

“Stavi sognando. Urlavi come un pazzo; ci siamo dovuti fermare” mi dice Pietro che è seduto accanto a me.

“Ma non stavo guidando io?”

“Mica siamo scemi. Eri ubriaco. Hai insistito che dovevi guidare tu: ti sentivi bene, Luca aveva sonno, tu avevi bevuto poco e comunque l’alcol lo sai dominare. Le solite scempiaggini. Ti abbiamo buttato sul sedile e ti sei addormentato in due secondi. Hai russato che sembravi una sega elettrica e poi a un certo punto hai cominciato a urlare. Non si capiva niente, solo alla fine gridavi aiuto, aiuto. Ma che hai sognato?”

“Un incubo pazzesco, troppo reale per essere soltanto un sogno. L’autobus, l’incidente, un sacco di sangue e io che non riuscivo a respirare”.

“In effetti hai rischiato di essere strangolato dalla cintura di sicurezza. Sei scivolato lentamente e non ce ne siamo accorti”.

“Ma le ragazze dove sono? Le avete già lasciate? Non ho nemmeno salutato Claudia”.

Ridono tutti come scemi, non riescono a tenersi. Io chiedo ancora di Claudia, doveva lasciarmi il suo numero per vederci ancora.

“Questo era proprio andato, non si ricorda niente” riesce a dire Luca tra le lacrime provocate dal gran ridere.

“Mi spiegate per favore?” chiedo ancora.

Pietro decide di farmi capire.

“Hai perso la più grande occasione della tua vita per fare il cretino con quella specie di cocktail che ti piace tanto. Claudia era assolutamente presa da te, ancora non riusciamo a spiegarci perché. Ti è stata appresso tutta la sera, mentre tu straparlavi dei tuoi amici Ceres e Jack, del sound, di Barry White e di altre cose incomprensibili. A un certo punto lei ti ha portato fuori per prendere un po’ d’aria perché sbandavi in maniera incredibile. Abbiamo anche pensato che andassi lungo per terra. Siamo usciti anche noi e mentre lei ti parlava con una tenerezza e preoccupazione inconcepibili per uno ubriaco come te e per una bella come lei, tu hai pensato bene di vomitarle sulle scarpe. Ma non hai soltanto vomitato, hai tirato fuori una quantità di roba che non pensavamo fosse possibile stipare in un solo essere umano”.

“E lei? Che ha fatto?”

“E che doveva fare poverina? Si è imbestialita. Si è guardata i piedi e ha detto: le mie Blahnik nuove. Poi ti ha guardato con uno sguardo che era assolutamente incompatibile con la maniera in cui ti guardava fino a cinque secondi prima e ti ha detto che eri un idiota assoluto ed irrecuperabile. Come darle torto?”

“E quindi?”

“E quindi se n’è andata con un suo amico che stava lì, inveendo contro i cretini che non hanno ancora imparato a capire quando si deve smettere di bere, mentre tu eri fermo come uno stoccafisso, con tutta la gente che ti guardava sporco di vomito. Non ti dico la puzza”.

“Vorrei anche farti rilevare che con Michela avevo quasi concluso. Poi lei se n’è andata con la sua amica e io sono rimasto fregato. Ricordatelo la prossima volta che decidi di bere” aggiunge Luca.

 

“Come ti senti adesso?” mi chiede Alberto.

“Meglio grazie. Portatemi a casa per favore”.

“Non ti preoccupare che ti ci portiamo, certo che quando la ritrovi una come quella”

“Già, quando la ritrovo?”.

 

 

 

© Massimo Savona



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