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Lo gnomo
di Anna La Rosa
Pubblicato su PBSA2021


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I racconti di Progetto Babele

Non era lontano il tempo in cui lo chiamavano così, ma non ci si dimentica mai delle offese subite, l'amarezza è un calice amaro che lascia in bocca il gusto del salato, che ti trascini dietro come una gallina morta appesa al collo. Lo chiamavano così perché era basso. Gnomo! – Lo apostrofavano per la strada, facendo aumentare il suo livore. E in quei giorni, dove il nulla predominava su ogni cosa, di livore ne aveva da vendere. Come un mercante di morte era pronto ad ogni evenienza, e raggiungere così il suo obiettivo. Da giorni aveva in mente di vendicarsi. Farlo con un'arma o semplicemente a mani nude, non avrebbe fatto la benché minima differenza. Quand'era nato, i suoi genitori lo avevano accolto con gioia, anche se fin dall'inizio era apparso a tutti per quello che era, un bambino diverso. Poteva stare tutto in una mano, a quel tempo, e con gli anni le cose non erano cambiate. Era piccolo, troppo minuscolo per essere un bambino, sembrava quasi un elfo in una favola. Ma la sua vita non era una fiaba, era anzi un incubo spaventoso. Quand'era rimasto solo, dopo la morte dei suoi, le cose erano peggiorate, anche una gallina avrebbe potuto fargli del male, mentre le pecore avrebbero potuto schiacciarlo, se solo non fossero state così stupide. Il loro cane aveva imparato a dormire sul suo lettino senza molestarlo, tanto di posto ce n'era per due. Quando scovò in soffitta il libro e il medaglione tutto cambiò. Legioni – c'era scritto sul medaglione a lettere rosse. E riscoprì la stessa inquietante parola leggendo il libro. Legioni. – Pensò. – Una legione è un esercito. Ma andiamo per ordine. A trent'anni pesava trentacinque chili ed era alto centoventi centimetri. Ma la mente, a dispetto di tutto, era quella di un uomo normale, forse le sue intuizioni erano perfino geniali. La prima volta che si mise all'opera fu semplicemente con un ramo secco, tracciando linee sul terreno, e fu così che scoprì di avere quel talento nascosto, riservato a pochi eletti. Aveva disegnato una pecora del suo gregge, accorgendosi che era quasi migliore dell'originale. Ma chissà perché aveva disegnato un animale che misurava quanto un vitello, in quel momento aveva dimenticato di essere un nano. In seguito, scoprì che disegnare oggetti così grandi lo faceva sentire al disopra dei suoi centoventi centimetri, se ne dimenticava perfino. Andare in città era diventata un'impresa ardua perché non facevano che scrutarlo appena girava lo sguardo, e c'era chi lo fissava apertamente, schernendolo, come se fosse colpa sua avere quel corpo informe. Non era stato semplice trascinarsi dietro quattro tele e tutto l'occorrente per imbrattarle. Aveva scovato un catalogo e da allora aveva cominciato a richiedere tutto per posta, le sue rare capatine in città si erano avvicinate allo zero. Cominciò con il ritrarre sé stesso, e col tempo prese a modello i suoi, il cane, il gregge, una ragazza che veniva a lavare i panni al ruscello che scorreva dietro casa, e che non mancava mai di salutarlo quando lo vedeva con tela e pennelli. Lavorava alacremente pensando che un giorno tutti lo avrebbero acclamato. Sapeva che era solo un sogno, ma era magnifico svegliarsi mentre il sogno non veniva spazzato via dalla dura realtà. Aveva una rendita abbastanza buona per vivere, il gregge era un altro introito e la sua pensione di invalidità solo una goccia nel mare che si andava ad aggiungere a tutto il resto. L'unica cosa che gli mancava era la compagnia di un altro essere umano, così dipingeva personaggi che avrebbe voluto alla sua tavola, ritraeva persone in atteggiamenti così reali che sarebbe parso strano sapere che erano mesi che non avvicinava un altro essere umano. Il mondo era tutto lì fuori, difficile da raggiungere, mentre lui era chiuso nel suo piccolo cantuccio. Era una notte di pioggia, livida e senza luna, aveva faticato a chiudere occhio per essere risvegliato dal suo cane, aveva teso bene l'orecchio e sentito dei rumori provenienti da fuori, dal portico sotto casa. Aveva avuto paura di accendere la luce, ma non c'era bisogno d'altro per cogliere lo sguardo di un uomo che stava cercando di entrare in casa forzando la porta, la luna faceva capolino da dietro le nuvole, quel tanto da poter fotografare nella memoria il volto di quell'uomo. Ssss zitto! – Intimò al cane. Lo sguardo di quell'uomo gli procurava angoscia, era sicuro di non poter far fronte a quell'individuo, né ad altri come lui. Stava tentando di cacciarsi sotto il letto, in fondo, contro la parete, con il cuore che gli batteva in modo forsennato, quando due mani nodose, forti da potergli spezzare la schiena lo tirarono come un pesce preso da un arpione. Si stava divincolando sulla schiena, sapendo d' essere ridicolo, ma non riuscendo a trattenersi. – Guarda, cos'è che abbiamo qui? – Disse l'intruso rivolto al suo compare. Quando scoprì che i malviventi erano due, il suo cuore si oscurò di brutti presagi, la sua mente vacillò sull'orlo di un urlo disumano. Da quale diavolo di pianeta vieni? – Chiese ridendo l'intruso, assestandogli un calcio alla testa che lo tramortì, gettandolo nell'incoscienza. Riuscì a vedere la stanza messa a soqquadro prima di perdere i sensi e ringraziò il cielo per questo, non senza pensare ai suoi quadri in soffitta e a quelli da finire nello studio. Quando tornò in sé, quasi un'ora dopo, solo il silenzio regnava nella casa. Il suo povero cane, compagno di tante avventure, gli era rimasto accanto, subendo la sua dose di botte. Ma siamo vivi! – Disse quasi per consolarsi. – Presenti! E la prossima volta saremo preparati al peggio, te lo prometto. Baciò il suo amico a quattro zampe e si mise in piedi, per un momento la stanza sembrò vacillare sul suo asse e lo stomaco cercò di catapultarsi fuori. Corse in bagno, appena in tempo, prima di rigettare la cena sulle scarpe. Perse i sensi ancora una volta, prima di riuscire finalmente a salire di sopra. Doveva sapere fin dove si erano spinti gli energumeni, con lui non erano stati teneri anche se ripensandoci bene avrebbero potuto ucciderlo, non ci voleva niente con un uomo con il corpo di un bambino. Non ci riusciranno più, te lo prometto – disse, mettendo piede in soffitta – non ci riusciranno perché la prossima volta sarò preparato. Mi sbagliavo, la compagnia degli uomini non mi serve. Di uomini del genere posso farne a meno. – Anche se sapeva in cuor suo che c'erano le eccezioni. Suo padre, la madre e la nonna, il vicino morto di recente, cadendo nel pozzo dietro casa erano stati indulgenti con la sua menomazione. Ma ormai, nel raggio di miglia non c'era anima viva che lo potesse aiutare. Dopo aver acceso la luce strizzò gli occhi tumefatti, poi li riaprì con grande sforzo, e constatò che in soffitta nessuno ci aveva messo piede. Ringraziò il cielo per questo. Si predispose a scendere. Fido gli stava dietro uggiolando di paura. Lo spinone rossiccio, quasi lo sovrastava con la sua mole ma, era un grande corpo buono. Si sostenne al corrimano come un uomo preda dei marosi, il mondo andava e veniva in ondate strane, pervase da sconcertanti colori, si diresse in bagno dove si guardò allo specchio. – Hanno fatto un buon lavoro alla mia faccia, l'hanno resa più interessante – disse rivolto a Fido – queste cicatrici faranno girare le persone ancora più velocemente, ma lascia che mi rimetta in sesto e comincerò a costruire la trappola. Un trabocchetto abbastanza grande per gonzi. Accarezzò il cane e si predispose nell' attesa degli eventi. Se è vero che ogni giorno nasce uno stupido, era sicuro che quei due, che oltre a stupidi erano pure cattivi, si facessero rivedere. Quasi ci sperava, tale sentimento era alimentato da una febbre interna contro il genere umano che lo stava consumando. Pensiamo a rimetterci in sesto – disse rivolto al cane, ma parlando più a sé stesso, quasi per convincersi della decisione che stava prendendo. La prossima volta ti uccideranno – gli suggerì una vocetta interna che scacciò subito – ti toglieranno di mezzo seppellendoti nell'orto – ma quel fragore interno non voleva saperne di tacere. Mise la testa sotto il rubinetto dell'acqua fredda e tutti i pensieri scomparvero, anche quelli strani e provenienti quasi da un'altra dimensione. Era da pazzi sentire delle voci o parlare da soli, l'acqua fredda fece sparire anche quell'ultimo inquietante pensiero e la sua coda piena di cattivi presentimenti. Era ancora sullo sgabello, posto sotto il lavandino, in modo da poter salire per lavarsi, quando il grosso spinone cominciò a tirarlo per i calzoni, tese bene le orecchie. Un rumore proveniente dalla cucina stava diventando quasi assordante. Stai buono – disse al cane – non allarmiamoci. In mano teneva il medaglione, con la strana scritta, e da dove si trovava poteva scorgere il libro dalla copertina rossa, con lo stesso cerchio del medaglione, li aveva scovati in soffitta poco prima. Legioni – c'era scritto a grandi lettere grondanti inchiostro rosso, che sembrava sangue. Non sapeva chi li avesse lasciati in quel luogo buio, ma non gl' importava, cosa volessero dire quelle parole, lo avrebbe scoperto a suo tempo, ci avrebbe messo tutte le sue forze per venirne a capo. Tempo ne aveva da vendere. Il suo solo pensiero era: Trappola. Solo con un inganno, un tranello ben architettato, avrebbe potuto fermare quegli insani di mente che avevano prelevato ogni cosa dal frigo e che avevano alleggerito le sue tasche di ottocento mila lire. Non un granché, con quel denaro non avrebbero cambiato la loro condizione di emarginati, e con il cibo che c'era in dispensa, (che si strozzassero!) non avrebbero concluso la settimana. Ma aveva un'unica certezza, in fondo alla mente. Sarebbero tornati, non appena si fossero disfatti del malloppo. Adesso doveva scoprire qual' era la causa di quel trambusto in cucina. Si avviò, spaventato ma deciso, guardò da uno spiraglio della porta, con circospezione..... e...... cominciò a scompisciarsi dalle risate. Quel suono era nuovo alle sue orecchie. Rideva raramente, da quando due anni prima era rimasto solo, ma adesso la situazione era troppo spassosa per non lasciarsi trascinare dall'onda di un'ilarità che avrebbe potuto ucciderlo. Gli faceva male la pancia, al punto da vedere intere costellazioni intorno alla testa del suo amico. Il cane, spaventato dalla novità, cominciò a lapparlo in viso. Quando fu sicuro che l'accesso di risa fosse scomparso del tutto, cercò di alzarsi in piedi, sostenendosi a Fido. Ben saldo sulle gambe fece il suo trionfale ingresso in cucina. Il grosso gatto nero del suo vicino di casa, scomparso misteriosamente dopo la morte del padrone, stava leccando il latte da una bottiglia finita in briciole sul pavimento. Il forte frastuono era stato provocato da una pila di pentole poste sul tavolo. Entrò in cucina con ancora un mezzo sorriso sulle labbra, cercò di accarezzare il nero animale quando quello senza motivo lo graffiò. Si guardò la mano sanguinante e si disse che era da stupidi ricaderci, dal prossimo bisognava sempre aspettarsi il peggio. Tenne stretto il medaglione nella mano, facendosi male alle nocche, finché vide il gatto accasciarsi su un fianco e smettere di respirare. Chiuse gli occhi su questa nuova consapevolezza. Ma tre mesi dopo, tutto prese forma, e quello che in un primo momento gli era sembrato strano, adesso era fin troppo chiaro. Era in casa per la fastidiosa febbre che lo aveva attaccato, due giorni in cui non aveva fatto che tossire dentro il fazzoletto, due interminabili notti in cui aveva provato un'atroce sensazione di soffocamento. Non chiamò il medico, si trascinò da una stanza all'altra febbricitante e allarmato finché la febbre calò. Il giovedì di quella stessa settimana si era un po' ripreso, era uscito in giardino a prendere un po' d'aria e da lontano aveva visto quei due, i suoi sentimenti erano stati di soddisfazione. Capite? Li stava aspettando. Non aveva mai abbandonato l'idea di rivederli. Entrò in casa lentamente, chiudendosi la porta alle spalle. Aprì l'ultimo cassetto del grande comò, quello più accessibile alla sua portata, in cui aveva conservato degli strumenti che forse si sarebbero rivelati fondamentali per quello che si accingeva a fare.

Hai visto? – Chiese uno dei due compari all'altro – Hai visto bene quello sgorbio? Le loro voci giungevano alle sue orecchie senza riguardo e la sua rabbia diventava fuoco nelle vene. Crede che chiudendo la porta possa sfuggirci – e giù a sganasciarsi dalle risate, menandosi pacche ad ogni passo. Si avvicinò al cane in punta di piedi, quel simpatico bestione accucciato in soggiorno, sul tappeto che non mancava mai di sistemargli sotto. Il cane lo guardò, il muso in alto, gli occhi dolci quasi umani, fece per sollevarsi ma lui lo ricacciò giù. Stai fermo e se si mette male davvero, scappa, vai verso il bosco – gli disse, non prendendo in considerazione il fatto di scappare a sua volta, come avrebbe fatto solo qualche tempo prima. Era lì in attesa, lo era da mesi. Sentì dei rumori alla porta, come chi spinge per entrare. E poi scricchiolii in anticamera. Poteva vedere le loro ombre in corridoio da dove si era appostato, li osservava mentre il ghigno gli si allargava sulla faccia, un viso da grande su un corpo da bambino, Si chinò nuovamente sul cane. – Scappa! – Gli bisbigliò all'orecchio. – Scappa..... Lo disse con gli occhi fiammeggianti di rabbia, perché adesso vedeva il coltello nelle mani del primo, una lama mortale che luccicava. Fido si alzò con indolenza, attraversò il corridoio caracollando ma, quando vide gli sconosciuti e uno dei due gli affondò la scarpa nel posteriore, fuggì, andando a sbattere contro la porta, solo un attimo ed era già fuori, ululando al pomeriggio grigio di nuvole. Dove ti sei nascosto, sgorbio! – Gli urlarono. – Esci che ci divertiamo come l'altra volta! Ma solo silenzio dalle altre camere e penombra rotta a tratti dalla luce che filtrava attraverso i pesanti tendaggi, erano così impolverati che spesso lo facevano starnutire, così si tenne alla larga perché non voleva tradire la sua posizione nella stanza. Si rannicchiò tra la panca di ciliegio, dove sua madre teneva il corredo e la sedia a dondolo che usava per cullarlo quand'era piccolo, e si lasciò trascinare sulle ali dei ricordi.

Ripensò a pane abbrustolito ai lati, sulla brace rovente, a profumo di pane in lievitazione prima di essere messo in forno, di vino versato per errore, ad agnello cotto nel latte, alla lana di pecora appena tosata e le lacrime cominciarono a scorrere. Ma sarebbero state le ultime, le sole a rivelare la sua solitudine. Adesso quegli intrusi volevano ciò che era suo, e si sarebbero appropriati di ogni cosa con la forza, ne era cosciente anche se stavolta avrebbe resistito. C'era solo da stabilire in che modo. Si fecero avanti, e nel loro viso non c'era traccia di pietà, ma solo terribile determinazione a sopraffare qualcuno che era in netto svantaggio. Erano al centro della stanza, quando quello più corpulento parlò. – È opera tua? – Disse tirando calci all'unica tela che non era stata nascosta in soffitta. – Un altro sgorbio! – E in un attimo la fece a pezzi. - Avresti dovuto seguire quel mucchio di pulci fuori da questa casa, ma adesso dovrai...... Il malvivente era rimasto in silenzio per un momento, guardandosi alle spalle, forse aveva sentito il fruscio. Oppure..... Si sentì scrutare da quel bestione senza pietà, riusciva a leggere in quegli occhi torbidi tutto il disprezzo per la sua condizione di nano, la nausea che riusciva a provocare e sentì che la rabbia la stava avendo da padrone, ma....... Non doveva fare lo stupido, solo muoversi nel modo giusto se voleva raccontare tutta la storia. C'era da decidere se la volesse veramente raccontare o se preferiva che lo finissero per non dover più sopportare quello sguardo di disgusto. Era quasi attratto da questa seconda ipotesi, lasciare fare a quel bastardo e finire di soffrire, di sentire lo sguardo degli altri sempre addosso, ascoltare le loro battutine di spirito senza poterci fare niente, rimanere sempre solo. Solo e indifeso. Quando la rete calò dal soffitto, l'energumeno stava ancora parlando, la sorpresa aveva tranciato il suo inutile discorso a metà, e fatto cadere il coltello sul pavimento con un clangore. Sembravano due pesci presi nella rete, mentre si divincolavano urlando. – Toglici fuori da qui o te la faremo pagare, toglici di dosso questa rete maledetta. Sgorbio!..... Vieni qui....- Ma si sentiva che erano a corto di fiato. Era piacevole sentire nelle loro voci il panico che si divincolava per prendere forma, era gradevole vederli in difficoltà e sapere di essere il solo in grado di mettere fine a quella condizione. Si avvicinò con diffidenza. – Ora prendi il coltello..... – Stava dicendo il più magro. –....E liberaci! Non ci penso nemmeno! – Urlò scalciando il coltello sul pavimento e facendolo finire verso i tendaggi. – Avrete quello che meritate, ma solo fra un momento. Era corso verso la cucina ritornando con una tanica che dall'odore pungente poteva contenere solo benzina, si trascinava la latta e nell'altra mano aveva una scatola di fiammiferi. Fermati gnomo! – Urlarono insieme i due intrusi, non sapendo che le ingiurie sarebbero servite solo ad accelerare quello che aveva in mente. Erano stretti nella rete, sollevata a un palmo dal terreno, appesa al grosso gancio che c'era sul soffitto. Un gancio che era servito a sollevare i sacchi pieni di grano quando la casa era ancora un granaio e suo padre era vivo. La casa era stata ristrutturata, ma il gancio era rimasto per ricordargli i grossi sacrifici fatti e che qualunque essere umano ha bisogno d'aiuto e d'astuzia. Aveva messo in funzione la seconda, perché un uomo di nemmeno quaranta chili ha ben poche speranze, se vuol fermare gli energumeni che vogliono ciò che tiene nei suoi cassetti segreti. Non sarebbe bastata la forza di due giganti per quei due, ma la trappola era quanto di meglio ci fosse. Si divincolavano imprecando, non sapendo che il loro sgorbio non aveva alcuna intenzione di liberarli. Avevano fatto nascere in lui l'odio e adesso divampava come fulmine nelle stoppie. Dubitava di poterlo domare anche volendo. Facci scendere, nano maledetto! Ci verranno a cercare, non puoi tenerci legati per sempre. - Ne siete sicuri? La domanda risuonò nella stanza come un cubetto di ghiaccio lasciato cadere in un bicchiere, si fermarono d'incanto, rendendosi conto che erano nelle sue mani. Liberaci, ti daremo tutto quello che abbiamo – dissero alla fine, barattando la loro vita con un po' di pace. - Mi sembra poca cosa, quello che avete da offrirmi... Ascolta bene, ti proteggeremo... Da chi? – Volle sapere, e poi – Da tipi come voi, scommetto! – Lo disse ridendo e quel suono ruppe il silenzio.

Aveva ancora in mano la tanica e dal taschino della camicia spuntavano i fiammiferi con la loro capocchia rossa, apparentemente innocui in quel momento. Bagnò i loro piedi con il liquido gelato. – No! La benzina no! Ti sei ammattito? Lo era davvero a ben pensarci, ma aveva ancora un briciolo di buon senso da ascoltarli. – Le fiamme richiameranno degli intrusi e pagherai, nano maledetto ti rinchiuderanno e butteranno via la chiave. Ma in carcere troverai dei personaggi che cercheranno carne fresca, quelli che ti faranno ballare al loro ritmo, che detteranno le loro leggi nonostante i secondini. Stavolta a dettare legge ci sono io, il solo a impedire di farmi chiamare gnomo ancora una volta. - Così dicendo gettò il fiammifero acceso nella loro direzione. Un urlo disumano giunse fino al bosco, dove Fido poté sentire tutto il suo carico di terrore, si accucciò per terra portandosi le zampe anteriori ai lati della testa come a impedirsi di ascoltare. L'urlo non fu udito da nessun altro. Le fiamme, infatti, avevano avvolto solo i corpi dei malviventi e come per magia si erano spente subito dopo.

C'è un pacco per lei! – Disse il postino una settimana dopo, quando andò a recapitargli la merce. Firmò con le mani calzate nei guanti e subito dopo alzò gli occhi su quel ragazzone che conosceva bene. – Vuoi un bel bicchiere di tè freddo? – Chiese sorridendogli. Mi andrebbe, ma sono in ritardo – rifiutò gentilmente l'altro – ti prometto che la prossima volta accetterò l'invito. Quando il ragazzo svoltò l'angolo, lo "Gnomo" si predispose all'attesa, forse sarebbe stata lunga. Ma prima o poi tornavano sempre.

© Anna La Rosa



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