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La notte di Taranto
di Claudia Girardi
Pubblicato su PBSA2021


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I racconti di Progetto Babele

È una piacevole giornata di novembre, la luna è quasi piena, il cielo è limpido. Potrebbe essere una sera come tante, tu che prepari la cena e tuo figlio che chiacchiera in salotto con la fidanzata, tuo marito che commenta il giornale a voce alta. Ti sembra di sentirlo mentre dice " non è giusto, accidenti!" Lui si indigna sempre per tutto, è un idealista, crede che gli uomini possano cambiare il mondo.

Ma non è una sera come tante. Le strade sono deserte, i pochi coraggiosi strisciano rasenti al muro come animali in cattività. Braccati, feriti, oltraggiati. Fuori c'è la guerra e tu non sai perché. Qualcuno ha deciso che l'Italia deve partecipare, che tu devi partecipare, donando quel figlio che ti è cresciuto dentro. E così facendo stai donando un cuore, una gamba, un braccio. E resti ore inginocchiata davanti a una croce, il capo basso, le mani raccolte in preghiera, con una sola parola che ti pulsa dentro e pretende di essere ascoltata "Salvalo".
Oggi è l'undici novembre 1940. Tuo figlio Aldo compie diciannove anni e vorresti preparargli una torta, invitare i suoi amici a casa. Ogni tanto riesci quasi a dimenticare che si trova sulla nave Cavour, che siete in guerra.
Alle venti e trenta c'è un allarme aereo. Figuriamoci, nessuno potrebbe pensare di attaccare in una notte così limpida, ma intorno a te si crea una gran confusione. Senti i vicini che corrono per le scale, diretti in cantina. E poi la tua dirimpettaia Ninetta e sua figlia Maria, che è all'ottavo mese di gravidanza, vengono a bussare alla porta. Dicono " Grazia, Natale, venite con noi, è meglio non correre rischi" e allora vi unite a loro perché così potete confrontare le notizie. In cantina siete in tanti, stretti come topi in una fogna. Perché è questo che si diventa, animali sgradevoli e maleodoranti da schiacciare senza umanità. Dopo pochi minuti, suona il cessato allarme ma mentre state decidendo cosa fare, se restare in cantina ancora un po' o tornare a casa, suona un nuovo allarme aereo e questa volta ti preoccupi davvero. "Che significa?" ti domandi. Qualcuno dice di stare tranquilli, che in cantina siete al sicuro, ma tu pensi ad Aldo e alla Cavour, ormeggiata nel porto di Taranto. La città è avvolta nel silenzio. Forse gli uomini hanno smesso di respirare, bloccati in un tempo che non esiste più. Come eravate prima di questa guerra? Puoi ricordarlo? Sembra che non ci sia mai stato niente, che non ci sarà più niente. Pensi a quei figli che non torneranno, a quelle mamme che non potranno più riemergere da tanto dolore. Chiudi gli occhi e invochi la presenza di Dio, pretendi che Lui ti ascolti, che salvi il mondo. Suona un nuovo cessato allarme, sono le nove e trenta, dovete per forza tornare a casa, vuoi notizie della Cavour, vuoi sapere cosa sta accadendo, ma i vicini vi bloccano, Ninetta dice " Grazia, Natale, per favore, restate qui. Maria sta avendo qualche dolore, forse ha le doglie. Grazia, tu sei l'unica che sa un po' cosa fare. E non possiamo farci sorprendere da una bomba”. Solo in quel momento ti rendi conto che la ragazza ha il viso contratto dal dolore e respira male. Non puoi sbagliarti, Maria sta partorendo. In pochi secondi la guerra è lontana, tu devi salvare quel bambino. Mandi Ninetta a prendere le coperte, un lenzuolo pulito, delle forbici, acqua calda, sapone. Tutti si prodigano, vogliono rendersi utili.

In una notte di novembre, mentre gli inglesi bombardano Taranto, quel piccolo essere indifeso ha deciso di nascere e ha scelto te per compiere questa missione.

Abbracci Maria, le dici che andrà tutto bene che deve solo stare tranquilla e respirare. Poi ti lavi le mani, la fai stendere sulle coperte e controlli se c'è dilatazione. Sono quasi le undici e all'improvviso si scatena l'inferno. Senti le bombe che ti cadono sulla testa, rumore di vetri rotti, di corpi che si frantumano come bambole di pezza. E non si ferma, questa ondata di morte e distruzione non si ferma. Il rumore è violento come la paura che ti toglie il respiro. Aldo è sulla nave che stanno bombardando, e qui c'è un piccolo bimbo che vuole nascere. Guardi ancora Maria e ti accorgi che fra le gambe le cola un liquido, la vita che sfida la morte. Sei tu Maria, è tuo quel dolore che ti squarcia il ventre, che ti martella dentro fino a cancellare le grida e le bombe. Devi partorire tutti i figli del mondo e tuo figlio sarà salvo. Aldo che adesso è sotto il fuoco degli inglesi, che forse sta male piange è ferito, il tuo Aldo, un piccolo uomo di diciannove anni che gioca a fare la guerra, si salverà. Maria grida e tu senti quel dolore lacerante, ti pieghi in due, come colpita da un pugno in pieno stomaco. Le asciughi il sudore e ti accorgi che piccole gocce scivolano dalla tua fronte e lavano quella pancia in cui pulsa la vita, prepotente e sfrontata.
Le fai vedere come respirare, le dici di non spingere perché è ancora presto, ma ecco che arriva una nuova contrazione, più forte della precedente. Maria grida e tu gridi in silenzio perché hai l'utero contratto come il suo, perché nel tuo ventre piatto c'è il figlio della speranza. Adesso è pronta, le dici di spingere, guardi quella piccola testa nera che affiora e la senti mentre ti lacera dentro. "Spingi, spingi, spingi!!" e non sai se lo dici a lei o a te stessa. Maria non ha più la forza di reagire, anche suo marito è sulla Cavour e lei sta partorendo a diciassette anni un figlio che forse non conoscerà suo padre. Ma tu non ti arrendi, hai deciso di salvare lei, il bambino, tutti i figli del mondo. Sali sulla sua pancia e spingi forte. Aldo è su quella maledetta nave ma è anche di nuovo dentro di te.

Le altre donne gridano "eccolo!". Tu ritorni fra quelle gambe dove si sta perpetuando l'ennesimo miracolo. La vita che trionfa, sempre e comunque. Con delicatezza tiri fuori la testa, poi le spalle. È un maschietto. Dopo qualche secondo, spalanca la sua piccola bocca sul mondo e urla con una forza inaspettata. Urla perché è salvo, perché in una notte di novembre, sotto un cielo illuminato dalle luci della guerra, aiutato da un'ostetrica improvvisata, lui è sopravvissuto. E in quel momento tu hai avuto la certezza che anche Aldo era sopravvissuto a tutto quell'orrore.

Lo avete chiamato Salvatore perché in una notte di paura quel bimbo ha salvato tutti voi.

La mattina del 12 novembre Taranto si svegliò con l'orrore della perdita. I danni a terra erano stati irrilevanti, pochi bersagli secondari il cui unico scopo fu quello di creare confusione. Ma la flotta navale era stata gravemente compromessa. Gli aerosiluranti inglesi lanciarono in totale undici siluri, di cui otto esplosero e cinque andarono a segno. La nave Littorio tornò in funzione dopo 5 mesi, la Duilio dopo 7, la nave Cavour fu persa per sempre. Il bilancio fu di 58 morti e di 581 feriti. Gli inglesi persero solo due velivoli e registrarono due vittime. Gli ospedali del circondario si riempirono e donne disperate cominciarono un vero pellegrinaggio per ricevere informazioni. La confusione era tanta e le notizie poche e alterate.

Questo fu il bollettino di guerra del Comando Supremo n° 158 del 12 novembre 1940

"Nelle prime ore della notte sul 12, aerei nemici hanno attaccato la base navale di Taranto. La difesa contraerea della piazza e delle navi alla fonda ha reagito vigorosamente. Solo un'unità è stata in modo grave colpita. Nessuna vittima. Sei aerei nemici sono stati abbattuti e parte dei loro equipaggi è stata catturata: tre altri probabilmente abbattuti"
Quella terribile notte è ricordata da tutti con il nome di notte di Taranto.

© Claudia Girardi



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Testi di Claudia Girardi pubblicati su Progetto Babele

(1) La notte di Taranto di Claudia Girardi - RACCONTO
(2) una tiepida serata di fine estate di Claudia Girardi - RACCONTO
(3) Sopravvivere a Taranto di Claudia Girardi - RACCONTO
(4) incontro con il rosso di Claudia Girardi - RACCONTO



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