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L'Alhambra
di Marco Pinnavaia
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«Odio questo caldo» disse lei «non lo sopporto. E’ maledettamente fastidioso.»
«Più delle mosche?» gli chiese lui.
«Certamente» rispose «mi mette voglia di non fare niente.»
Erano arrivati a Granada da poche ore. Il treno che li aveva portati in città da Siviglia era arrivato con un piccolo ritardo. Lei si era lamentata delle ferrovie spagnole. Lui pensava che il fatto rendesse la cosa molto più esotica. Ma non lo disse. Lasciò che lei si sfogasse. Le fa così bene, pensò. Alla stazione trovarono ad aspettarli un uomo basso e tarchiato e con la pelle olivastra e i capelli lucidi e neri e un sorriso servizievole stampato sul viso. Lo stesso sorriso che avevano già trovato nel portiere dell’hotel in Calle del Arenal a Madrid e nei baristi di Toledo.
«Il signor Ramsey?» chiese l’ometto in un inglese titubante.
«E signora» aggiunse lei.
Il marito la guardò sorridendo.
«E signora» confermò con tono radioso.
Con questo sorriso devo assomigliare terribilmente a quello spagnolo, pensò lui. Salirono in macchina e la vettura si lanciò nel traffico cittadino. Il caldo era veramente insopportabile e lei fece abbassare tutti i finestrini. Ma non le bastò e allora pretese che lo spagnolo accendesse anche l’aria condizionata.
«La macchina è vecchia» rispose l’ometto «niente aria condizionata.»
Il fatto la lasciò abbastanza scioccata. Non parlò più fino a che arrivarono all’hotel. Era situato proprio in centro. In cinque minuti si arrivava al Calle Santa Elvira e alla Plaza de Puerta Nueva e al centro commerciale. Peccato che non si riuscisse a vedere l’Alhambra dal balcone della camera. Quando finirono di sistemarsi decisero di fare un primo giro per la città. La signora Ramsey voleva passare il pomeriggio per le vie del centro. Il marito non era certamente entusiasta ma acconsentì. Il giorno dopo sarebbero andati all’Alhambra. Dopotutto avevano deciso di includere Granada nel viaggio proprio per questo. Per l’Alhambra.
«Adoro la Spagna» disse il signor Ramsey.
«Anch’io lo penso» gli rispose la moglie.
«Peccato per il caldo» aggiunse lui.
«Hai ragione tesoro» disse lei.
Lui pensò che l’ultima volta che lei lo aveva chiamato tesoro doveva essere stato molti anni prima. Forse quando non erano ancora sposati e lui la aspettava sotto casa con la macchina di suo padre e lei era bellissima e in città tutti si giravano a guardarla. Diavolo, quanto tempo era passato. Adesso tutto era diverso.
«A che pensi?» gli chiese vedendolo assorto.
«Mi sono ricordato che non abbiamo mangiato.»
«Che stupidi. Ce ne siamo completamente dimenticati.»
Cercarono un ristorante che avesse i tavolini all’aperto e i vaporizzatori per rinfrescare l’aria. Dopo una decina di minuti ne trovarono uno davvero carino. San Miguel si chiamava. Era davvero un posto carino. Così decisero di sedersi lì anche se non avevano i vaporizzatori. Un bel giovane biondo e alto e con grandi occhi azzurri portò loro il menù. Entrambi pensarono che non sembrava spagnolo. Ma nessuno dei due accennò all’argomento. Lui scelse un piatto di gamberoni guarniti con un insalata di mare e una birra fresca. Lei preferì della carne di maiale con i fagioli. E dell’acqua. Era astemia.
«A Valencia dobbiamo assolutamente provare la paella» suggerì lei.
«Decisamente, tesoro» rispose lui.
Si sentì terribilmente stupido ad aver aggiunto quel tesoro. Anche lei pensò la stessa cosa. Nemmeno quando lui era all’università e passava le estati da lei giù al mare e pensava che probabilmente l’avrebbe sposata non l’aveva mai chiamata tesoro. Neanche il giorno del
matrimonio e a Parigi in viaggio di nozze e nei cinque anni in cui avevano vissuto nella grande casa vuota. E lì, in Spagna, in un ristorante San Miguel di Granada, nel viaggio ipocrita che avevano tentato per aggiustare le cose lo aveva fatto. Cristo, che stronzata. Il giovane cameriere portò la birra e l’acqua ed il cestino con il pane. Lei gli lanciò un’occhiata un po’ più lunga e rischiosa del solito. Il marito se ne accorse e pensò che lei lo facesse per ripicca. Ma non si lamentò. E non disse nulla. Poi il cameriere tornò e servì i piatti. Stavolta lei non si voltò nemmeno.
«Buon appetito» disse lui.
«Buon appetito» rispose lei.
Mangiarono in silenzio. Tutti e due. Mangiarono nel solito, consueto silenzio. Quello che scendeva ogni volta che cessavano le ufficialità e i litigi e le finzioni davanti a genitori e suoceri e consolava definitivamente le loro solitudini. Durò per parecchio tempo. Veniva interrotto solo dalle birre che lui continuava ad ordinare.
«Vuoi ubriacarti?» gli chiese lei.
«No, non credo.»
«Io credo proprio di sì, invece.»
«Come preferisci tesoro. Allora mi ubriacherò.»
«Smettila di chiamarmi tesoro.»
«Credi che dalla città bassa riuscirò a fare una foto all’Alhambra?»
«Non cambiare discorso.»
«Dopotutto siamo venuti qua per quello.»
«Per cosa?»
«Per l’Alhambra.»
«Non credo.»
«Io si.»
«Siamo venuti per aggiustare le cose.»
«Siamo venuti a Granada per vedere l’Alhambra.»
«Non fare finta di niente.»
«Dovrei chiederlo al cameriere» disse lui ed alzò la mano e si sbracciò in modo imbarazzante finchè il giovane non lo vide e si avvicinò al tavolo.
«Voglio fare una bella fotografia dell’Alhambra. Sono venuto qui per questo. Dall’America.» disse lui.
«Deve salire sull’Alcaizim, il quartiere degli zingari, e chiedere del Mirador San Nicolas» disse il cameriere «da lì si fanno delle belle foto» aggiunse con cortesia.
Dopodichè se ne andò e prese le ordinazioni ad una coppia di anziani seduti al tavolo vicino.
«Mirador San Nicolas. Credo che ci andrò» disse lui.
«Tu non mi lasci qui da sola.»
«Verranno delle belle foto.»
«Se mi lasci qui io salgo sul primo aereo.»
Lui intanto si era già alzato e aveva lasciato una banconota sul tavolo.
«Lì ci sono i soldi. Paga pure il conto» disse lui «e se vuoi portati a letto quel finocchio del cameriere.
Lei iniziò a gridare e piangere e minacciarlo e tutto il ristorante si girò a guardarla. Ma lui se n’era già andato. Era lontano. Lontano dal ristorante e da Granada e dall’Europa. Lontano dalla vita che si era scelto e dalla moglie che non aveva mai amato. Lontano da lei che piangeva ogni notte dalla prima dopo le nozze e che lui non aveva mai avuto il coraggio di lasciare. Lontano anche dalle grida che lanciava dal tavolino del ristorante. Lontano da tutto. Lontano.
Camminò di buon passo fino alla Puerta Nueva. Poi svoltò a sinistra e salì sul colle dell’Alcaizim. Passò attraverso case bianche e dopo un po’ altre case bianche e poi altre ancora. Per le vie incrociò le risa di alcuni bambini e si fermò a guardare lo sguardo incantato di una giovane zingara. Il caldo si era fatto più sopportabile. Il tramonto, intanto, procedeva all’orizzonte. Alla fine raggiunse il belvedere. Davanti a lui l’Alhambra riposava sulla collina. Si stagliava maestosa e solitaria con le
sue torri e le mura imponenti e i bastioni e i giardini solitari sulla collina e sulla città. Si appoggiò al muretto e frugò nella borsa per estrarre la macchina fotografica.
«Diavolo» esclamò sorridendo «devo averla lasciata nella sua borsa.
Allora prese a scendere per la strada da cui era venuto. Pensò che probabilmente una volta arrivato alla città bassa sarebbe tornato in albergo. Aperta la porta della camera d’albergo l’avrebbe trovata intenta a preparare i bagagli. Lei avrebbe pianto e si sarebbero riappacificati. Tutto sarebbe tornato come al solito. E si sarebbero nuovamente cullati nel vecchio e consolante silenzio. Che altro era capace di fare? Ma non se la prese per tutto questo. Dopotutto era la sua vita. Gli dispiaceva soltanto per non essere riuscito a fotografare l’Alhambra. Peccato. Tutta quella strada per niente. Dovevano venire delle belle foto. Davvero, delle gran belle foto.

© Marco Pinnavaia



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