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Sembra avere un senso…
di Carla Montuschi
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Certe porte quando sbattono mettono in risonanza  per ore il vuoto, facendolo torcere su se stesso. Vuoto che  rimescolandosi non riesce ad assumere una forma definita,  vuoto che sembra nebbia.

In primavera capitano giornate di un sole ancora poco convinto che seppur in grado di accendere i colori non riesce a trasmettere calore alle cose, sicché appena dopo il tramonto, con lo spegnersi di quei colori, tutto è freddo come in inverno. La differenza sta nel fatto che all’inverno si è preparati,  ma a quelle giornate no ed allora succede che, traditi dai colori, ci si spogli prematuramente.

Fuori fa freddo, il mio respiro è praticamente una nuvola di condensa tangibile,  ma dentro sono protetta dal calore dell’acqua. Sul bordo della vasca, a tenermi compagnia, ci sono due candele ed un bicchiere di Porto. La testa emerge appena per far respirare il naso ed il rubinetto lentamente sta tentando di raggiungere il colmo per coprire le punte dei piedi. Ogni tanto mi immergo per riscaldare i pensieri perché il freddo entra pungente nella fronte scoperta.  Il pelo dell’acqua genera una nebbiolina scomposta che mi ricorda quella emanata dal calore della terra,  quando i campi ancora non sanno che poco più su c’è un giorno limpido, perché sono ancora avvolti in una spessa coperta lattiginosa. Non voglio più luce, mi basta il fremito delle candele poiché tutto sembrerebbe ancor più freddo, quindi preferisco il ballo tremulo delle ombre.

Una porta che sbatte può risuonarti dentro per ore. Cercare di  mettere in ordine i pezzi di una giornata talvolta equivale a riordinare una vita intera tanto che, a quel punto, è meglio stare ad ascoltare il vuoto ed il ripetersi ritmico del rimescolamento d’aria che ha generato la porta dietro di sé.

Già, è strano… non sento più il rumore, ricordo solo lo spostamento d’aria che sbuffando ha fatto sobbalzare quadri e soprammobili. Il rumore deve avermi scossa al punto tale da dover essere quasi immediatamente rimosso, se ricordassi quello, ora sarei obbligata a ricordare anche l’eco delle ultime parole urlate, sentirei ripetersi dentro di me la violenza dell’addio.

Di quando in quando la mia mano sfida il freddo per pochi istanti ed afferra il bicchiere di Porto, un breve sorso e nuovamente la nascondo nel tepore protettivo dell’acqua. Il sapore robusto e dolce del mosto fermentato inebria i pensieri che si fanno lievi e, non detti, passano subito allo stomaco in un misto di bruciante amarezza e fervente delicatezza. Non desidero stordirmi, ubriacare il vuoto ma piuttosto assaporare il senso di un tempo che trascorso quieto è divenuto saggio ed ha acquisito forza e dolcezza. Com’è difficile capire gli altri. Per comprendere il significato di un determinato contesto spesso bisogna compiere un lungo viaggio attraverso noi stessi,  che espliciti i desideri inespressi. Bisogna far affiorare ciò che non sembrava aver importanza ma che dentro di noi è sedimentato a nostra insaputa ed all’improvviso ci ha bloccati, dandoci ordini circa la tollerabilità di certe situazioni.

L’acqua mi protegge, è una barriera liquida fra la mia solidità e l’aria. Aria, acqua e corpo… tre elementi dalle consistenze dissimili che si compenetrano colmando vicendevolmente le più intime incoerenze. Quando sento la necessità di ritrovarmi mi immergo nell’acqua. Lì i miei confini sono più definiti che nell’aria in quanto l’acqua mi accarezza obbligandomi a sentirmi. Nell’aria questo accade solo quando essa ti percuote come nel rimescolio di una porta che sbatte,  oppure quando si passa da una temperatura all’altra ove l’aria acquisisce un’ identità più decisa e  ti ricorda che anche l’inconsistenza può avere un senso.

Ma… ci si abitua quasi  a tutto, tanto che dopo pochi istanti di quiete apparente, tutto ritorna verso il centro di te stesso e le percezioni ricominciano a riflettersi all’infinito, come in un gioco di specchi, conducendoti impietosamente innanzi al tuo vuoto.

La rabbia, il desiderio di rivalsa non servono a sentirmi più viva quanto piuttosto a reiterare il dolore. Ci si abitua a quasi tutto e forse anche al dolore, ma per far questo bisogna saper amputare una parte di sé, delle proprie consapevolezze. Bisognerebbe essere capaci di far finta di non sapere di aver fallito. Forse così tutto si riavvolgerebbe come in un film e la scena della porta che sbatte potrebbe essere tagliata via e bruciata, quale scarto di una trama mal recitata. Ma la vita reale è vissuta e diviene  recitata solo nel momento in cui essa declina al compromesso.

L’eco di una porta che sbatte è sempre uguale. Cambiano le porte, cambiano i contesti ma il tono rimane sempre quello: la risonanza del vuoto che per ore, giorni, mesi ed anni si ritorce su se stesso. Ci insegnano ad aprire capitoli di vita, ci insegnano a pretendere che la trama sia congrua a quanto ordinato dai desideri, ci insegnano persino che nome dare ai nostri impulsi, salvo poi non essere stati davvero in grado di riconoscerli,  ma… non ci insegnano a chiudere quegli stessi capitoli che inevitabilmente non possono essere aperti all’infinito,  non ci preparano a tollerare il peso naturale della fine o quello ancor più amaro della sconfitta.

Così ogni volta torno all’acqua, al Porto ed alla luce tremula delle candele in uno stralcio di fotogrammi che sono divenuti ormai rito e che,  in vero,  mi stupirono solo la prima volta che furono vissuti. Allora ancora non sapevo che ogni primavera porta con sé  giornate traditrici, allora non sapevo che l’età matura e le cosiddette responsabilità mi avrebbero costretta a declinare verso il compromesso. Lo sbattere  di quella porta negli anni è divenuta una questione privata. Ora, al di fuori, tutto continua a scorrere come se questo avesse davvero un senso…

© Carla Montuschi



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