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Eva
di Giuseppe Zanzarelli
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Con aria pesante si avvicinò a quel fottuto comodino, non ce la faceva, tirò via le solite amiche, ne fumò una, poi uno scotch, ci stava tutto, alle 7 poi, un gran lusso tra un odore di caffè e uno di merda. Si sdraiò su quella seggiola proprio davanti lo specchio, se ne pentì, si rialzò, lì fuori un gran sole stuzzicava gli interessi, un vecchio libro lasciato in sospeso la fantasia, un bicchiere d'acqua la sete, un divano un sonno repentino, una pistola una gran furia contro lui che l'aveva usata e gettata lì... le ritornò in mente la sua testa tra le gambe di lui in quella radura, e quelle mani sudate che le spingevano la testa con sempre più violenza..il suo gesto in un rullino fotografico, era una donna di un certo livello, certe cose stroncano la vita, non solo dei politici, ma anche di una modella come Eva. Difficile riempire gli attimi, i momenti quando il tormento, i fantasmi diventano la realtà, quando il tuo telefono non squilla perché sei un problema e dei fottuti paparazzi ti aspettano tra le siepi per rapirti l’anima. Difficile anche per lei che nel suo nome aveva la traccia di una esistenza candida, come una macchia, per cui uno che si chiami Benito deve per forza essere di destra, o per lo meno non di sinistra... ma la vita non si disegna a tavolino, non è un progetto pubblico, né una desolante area industriale, è un curioso contenitore, una brocca, se la agiti un po’ esce qualcosa, un amico, una situazione, un sogno. Eva sentiva in sé una forza tremenda, voleva gridare parole prive di senso. Pensò ora lo chiamo, andò al telefono, compose il numero, le rispose la segreteria “spiacenti il cliente da lei desiderato potrebbe essere impegnato in altra conversazione”. Cazzo pensò. Riprovò, niente... le salì una gran voglia di tranquillità che avrebbe preferito in quell’attimo stracciare quello che era stato il suo sogno da bambina e ritornare sui banchi di scuola, quelli che aveva lasciato a 15 anni per un coglione che l’aveva sputtanata e ora scaricata come si fa con i rottami. Frequentava il liceo scientifico nel suo paesino, Oria, nel brindisino... era da molto che non ci tornava in quella terra, che non alzava gli occhi al cielo per vedere un po’ più giù quell’amato castello federiciano, che da bimba aveva desiderato possedere, forse anche per questo si era fatta imbrigliare nelle trappole di un facile guadagno. Aveva voglia della sua terra, proprio quella dalla quale il sabato sera fuggiva destinazione non precisata, rigorosamente sul motorino di William, il ragazzo che le aveva fatto battere il cuore, ma che lei, per paura di innamorarsi, aveva tenuto sempre sulle spine, valle a capire a volte le donne. Eva era fatta così. In un attimo una lacrima le diede la forza di preparare valigia e animo e di fuggire. Questa volta la destinazione era più che conosciuta,Via Delle Anime Perdute, 38..la sua casa era lì..non suo padre che era scomparso qualche anno prima in uno sfortunato incidente, lei non lo sapeva. Nitido in testa quel giorno di aprile, la pioggia scendeva triste e la passione ruppe il rapporto con il padre. Mai più sentito. Gli era mancato, però, questione d’orgoglio. Entrò in casa, ci rimase secca. La madre per il trauma non parlava più. La vita è terribilmente imprevedibile e ogni tentativo di razionalizzarla è un'incredibile perdita di tempo. Eva era distrutta, pensò che il padre aveva avuto proprio una figlia pessima. Lo andò a trovare, quella foto sulla lapide le fece venire in mente una domenica pomeriggio a mare, loro tre costeggiavano in macchina la litoranea e il padre intonava “fiori di rose, fiori di pesco”, le scese una lacrima. Pianse. Dicono che il pianto, alle volte, faccia bene; vedendo Eva questo luogo comune stonava, il suo pianto era un crescendo di ricordi e tristezza.

© Giuseppe Zanzarelli



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