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homo sapiens ?
di Luca Prati
Pubblicato su PBSE2019


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Homo sapiens ?

 

La pioggia gli trafiggeva la faccia di mille aghi sottili. Aspettava da quasi un’ora, nascosto dietro il muro fradicio. Il midollo delle ossa era un filo di metallo ghiacciato.

Finalmente la porta di ferro e ruggine si aprì frignando. L’Inglese uscì reggendo il bidone di plastica. Lo chiamavano l’Inglese, ma nessuno sapeva se fosse inglese. Dicevano che aveva la faccia da inglese, ma per lui le guardie avevano tutte la stessa faccia di cemento e filo spinato.

L’Inglese rovesciò la spazzatura nella neve sciolta, mischiandola alla fanghiglia ed agli escrementi degli animali. I cani, in branco, corsero subito a spartirsi il misero bottino. L’Inglese allungò un calcio ad un bastardo dal  pelo lurido ed arruffato. Lo odiava senza una ragione, esattamente come odiava i prigionieri. Il cane mugolò e guardò l’Inglese, sorpreso e impaurito. L’Inglese lo colpì sul muso ghiacciato con il bidone vuoto prima di rientrare nel ventre caldo delle cucine.

Appena la porta rugginosa si richiuse balzò fuori con il bastone ed iniziò la lotta. Non erano cani da guardia, solo piccoli bastardi di cui le guardie tolleravano la presenza. Due fuggirono dopo i primi colpi. Un terzo animale cercò di azzannarlo, ma riuscì solo a prendersi il bastone  nei denti gialli. La bocca gli si riempì di sangue schiumoso e anche lui si ritrasse uggiolando. Il quarto era il più grosso ed il più cattivo, o forse solo il più affamato. Gli girava intorno, senza farsi colpire. Schivava il bastone come un torero pazzo scansa il toro. Riuscì a mordergli la gamba, ma i denti affondarono nello strato di stracci  avvolti intorno al polpaccio senza arrivare alla carne. L’uomo colpì la bestia con un calcio, infilandogli il piede nello sterno ossuto. Si sentì il rumore di un ramo spezzato. Il bastardo mugolò di dolore, ma non era ancora vinto. La fame era più forte del dolore. Tornò all’attacco. L’uomo infilò il bastone di punta là dove aveva sentito lo schianto dell’osso. Il cane sembrò impazzire ed il dolore, finalmente, fu più forte della fame. Si allontanò con la coda tra le gambe e gli occhi intrisi di rancore verso tutti gli uomini.

L’uomo si buttò sulla spazzatura. Dalla tasca del cappotto stracciato tirò fuori il sacchetto di plastica e iniziò a riempirlo. Bucce di patate. Torsoli. Mezzo pezzo di pane. Pelle di pollo e di pesce. Un pezzo di cavolo. Ossa, buone per il brodo. Corse via quando sentì la porta aprirsi di nuovo. Non lo videro per un soffio e per un soffio fu salvo.  

Rientrò nella baracca e tirò fuori il gruzzolo di spazzatura da sotto il cappotto. Erano in cinque, nella baracca, e la fame se l’erano sempre divisa equamente. Ma quei resti di cibo rubato ai cani erano per uno solo di loro.

Cosa hai preso, domandò Ania.

Poco, rispose Orso. Lui come sta, chiese.

Respira male. Mi sembra peggio di prima.

Orso si avvicinò alla branda. Il vecchio aveva gli occhi chiusi ma non dormiva. Dal petto usciva un rumore di carta vetrata ad ogni  mezzo respiro.

Scaldiamo dell’acqua, disse Ania. Buttiamo tutto dentro e facciamo un brodo. Non riuscirà a mandare giù altro.

Perché dare tutto al vecchio, morirà comunque, disse l’uomo che stava sdraiato sulla branda accanto a quella del vecchio. Aveva occhi grandi come fanali che vedevano solo il sacchetto d’immondizia.

Moriremo tutti prima o poi. Adesso lui ne ha più bisogno, disse Orso mentre Ania svuotava il sacchetto sull’asse di truciolato fradicio che faceva da tavolo.

Anche noi ne abbiamo bisogno. Tutti abbiamo fame, disse Rosy tormentandosi con le dita una treccia sudicia. Fece un passo avanti e si diresse verso il mucchietto di spazzatura. Gli occhi, di solito vuoti, le si erano riempiti di un desiderio smanioso.

Ania prese il bastone di Orso. Il primo che si avvicina al cibo lo ammazzo. Gli ficco questo bastone dritto in un occhio. E sapete che faccio sempre quello che dico.

Rosy indietreggiò, assorbita dall’ombra della baracca. L’uomo con gli occhi grandi bestemmiò Dio ed il mondo e si girò su di un fianco. Puttana, mugugnò tirandosi addosso una coperta polverosa, logora quasi quanto lui.

Mentre la pentola d’acqua si scaldava sul fornello Orso si sedette accanto al vecchio. Coraggio, tra un po’ la fame ed il freddo non potranno farti più niente. Né le guardie potranno prenderti a calci, i cani azzannarti ed il lavoro consumarti le mani e la schiena. Questo pensò, ma al vecchio disse solo coraggio. Coraggio perché a morire ce ne vuole sempre, persino dentro una baracca, con un pasto di immondizia sul fuoco ed un filo ghiacciato nella spina dorsale.

Il vecchio aprì gli occhi. Occhi azzurri, esausti, ma che non si erano ancora del tutto arresi. Diede un colpo di tosse che lo squassò come il rinculo di un cannone. Orso gli toccò una mano con la sua, il vecchio gliela imprigionò debolmente con l’altra. Non farglielo trovare, sussurrò mettendoci dentro tutta la vita che gli era rimasta.

No,  mormorò piano Orso, perché solo il vecchio sentisse, non lo glielo faccio trovare.

Quando il brodo di spazzatura fu pronto il vecchio era morto. Ania lo scoprì quando cercò inutilmente di svegliarlo. Orso lo aveva già saputo dal vuoto della  mano che stringeva. Avrebbe voluto piangere, ma dov’erano loro nessuno ci riusciva più.

Ania nascose il volto del vecchio con la coperta e si fece il segno della croce. il segno del Figlio crocefisso sotto gli occhi del Padre onnipotente. Il segno del Figlio abbandonato al dolore, che nemmeno il Padre può impedire. Aveva smesso di credere in Dio da molto tempo, ma lo fece per l’uomo che se ne era andato e non per il Dio che non era mai venuto.

Dobbiamo chiamare le guardie, disse Rosy uscendo dall’ombra.

Non c’è fretta. Lasciamolo qui ancora un po’, rispose Orso.

Tra un po’ comincerà a puzzare, disse l’uomo con gli occhi smisurati.

Non è la puzza che ci manca. Prendete quel brodo e tacete.

Rosy e l’uomo si avventarono sulla pentola, rischiando di rovesciarla. Ania li spinse indietro; riempì con la brodaglia due tazze e le cacciò nelle mani dei predatori. Entrambi cercarono di guardare quanta broda restava nelle pignatta.

Vennero a prendere il vecchio verso sera, una guardia e due prigionieri. Lo buttarono sul carretto a mano e sparirono in direzione del blocco tre. Il blocco del forno crematorio.

Il mattino dopo Orso si svegliò vuoto come la bottiglia di un ubriaco. Per la prima volta rischiò di arrivare tardi al lavoro. Entrò nel capannone un minuto prima che le guardie chiudessero a chiave le porte.

Si mise al tornio ed iniziò a lavorare meccanicamente, muovendo come un autonoma inceppato il volantino del carrello. Incominciò con le passate di sgrossatura, a media velocità, facendo strepitare il metallo mentre lo lisciava. Non sapeva a cosa servisse quel pezzo, conosceva solo la misura a cui doveva ridurlo. Molti pensavano che quei pezzi non servissero a niente, solo  a consumare le vite dei prigionieri secondo un tempo programmato. L’intero campo era il loro tornio, la misura giusta la loro morte. Orso propendeva a crederlo, ma ugualmente  non poteva fare altro che allineare punta e contropunta,  muovere il carrello, far girare il mandrino. Tutti i giorni che il Diavolo mandava in terra, era condannato a consumarsi insieme al metallo che seviziava al tornio.

Fu il Topo a venirlo a cercare. Il Topo era quello che loro chiamavano una Lingua. Una spia. Un prigioniero di cui le guardie si fidavano. Niente lavoro duro, razione doppia di rancio e di odio.

Devi venire con me al Blocco Due, disse il Topo, grattandosi i baffetti. Prima però devi prendere le tue cose. Orso lasciò il tornio e seguì il Topo senza fare domande. Sapeva che non ci sarebbero state risposte fino a quando non lo avessero deciso loro. Ma se doveva prendere la sua roba, questo voleva dire solo due cose. O lo trasferivano o lo ammazzavano. La seconda cosa era la più probabile, perché non trasferivano mai nessuno da solo. I prigionieri si spostavano a peso, uno solo non valeva il viaggio.

Il Topo rimase ad aspettare fuori dalla baracca. Le Lingue non entravamo mai nelle baracche degli altri prigionieri; quando lo avevano fatto non ne erano quasi mai usciti vivi.  Orso mise insieme tutto ciò che possedeva: un sacco di stracci, una bottiglia di plastica, un cucchiaio e una gamella d’alluminio. Gli bastò mezzo  minuto.

La baracca era vuota nelle ore di fatica. Orso alzò la branda del vecchio e la spostò di lato. Con il manico del mestolo sollevò una piastrella e scoperchiò  la piccola buca che il vecchio aveva scavato a colpi di cucchiaio anni prima. Prese il libricino, rimise al suo posto la piastrella e la bloccò di nuovo con la gamba della branda. Si infilò il libricino nei calzoni, dietro la schiena. Se lo avessero ammazzato, il libricino sarebbe bruciato con lui. I corpi venivano arsi con gli stracci che avevano addosso, spogliarli era fatica inutile. Ma non c’era nessuno a cui poterlo lasciare. Tranne Ania, ma lei non lo avrebbe mai preso. Odiava i libri da quando tutta la sua famiglia era stata internata per avere posseduto quelli sbagliati.

Attraversarono il piazzale ancora coperto di brina fino al Blocco Due. La pioggia aveva ricominciato a cadere sottile e pungente ed ogni goccia era uno spillo sulla pelle. Alla porta d’ingresso una guardia controllò il numero sul bracciale di Orso, disse qualcosa ad un interfono e lo fece entrare. Dentro un’altra guardia lo condusse in un piccolo ufficio dove stava seduto un militare alto e magro con i gradi da sergente e lo stemma della Polizia Politica Ariana.

Il sergente sfogliava pigramente una rivista pornografica; senza alzare gli occhi dalla carne nuda che si contorceva sulle pagine lucide allungò  ad Orso una mezza dozzina di fogli. Firmali, disse. Orso firmò, sforzando la mano in un gesto che aveva scordato. I prigionieri non avevano nome né firma.  

Il sergente raccattò le carte e le infilò in un cassetto. Fece un cenno alla guardia che lo riportò all’esterno della palazzina. Un camion era fermo sul piazzale; quando li vide l’autista accese il motore. La guardia spinse Orso sul cassone, facendolo infilare tra due casse di legno fradicio. Il camion partì, lasciandosi dietro una nuvola di fumo oleoso che raschiò i polmoni appassiti di Orso.

Viaggiarono per quasi tre ore e quando l’autocarro si fermò Orso aveva il sangue ghiacciato. La temperatura era vicina allo zero e l’aria della strada gli si era infilata sotto i vestiti sbrindellati, avvolgendolo in una fredda pelle di rettile.

Erano arrivati ad un aeroporto militare. Due uomini della PPA lo presero appena scese del camion, e Orso fu preso dal panico. Tutti conoscevano la storia dei voli sul mare. L’aereo partiva pieno di prigionieri, sorvolava il mare e atterrava vuoto. Orso si irrigidì, piantò i piedi a terra come un asino. Gli uomini della PPA lo strattonarono. Lui resistette. Il calcio di una pistola gli  colpì il cranio e lo gettò nel buio.

Seguì un sonno innaturale ed appiccicoso, dalle cui braccia viscide  tentò disperatamente di fuggire, senza riuscirci.

Si risveglio con un favo d’api nel cranio  ed un dolore lancinante nel punto in cui la pistola gli aveva aperto la testa. Era sdraiato su di un pavimento che puzzava di urina e  umidità.  L’unica luce arrivava dai tagli di una tavola di legno marcio che bloccava la finestra. Toccò con le dita la fitta di dolore che gli mordeva la testa e le ritrasse sporche di sangue secco. Un bruciore gli pungeva l’avambraccio: il marchio della siringa con lui lo avevano drogato durante il viaggio.

Si mise a sedere e controllò se il libricino era ancora al suo posto. C’era. Accanto a lui qualcuno aveva buttato la sua sacca. Prese il libricino e lo seppellì infondo agli stracci. Poi gli occhi gli si chiusero di nuovo, schiacciati dai resti della droga che ancora aveva nel sangue.

L’odore del cibo risvegliò di colpo tutti i suoi sensi. A un metro da lui un vassoio di alluminio con un pezzo di pane, una minestra,  della carne di maiale. Mangiò con la disperazione che conoscono solo i veri affamati. Prima che finisse, lo stomaco rimpicciolito rifiutò altro cibo; prese il pane avanzato e se lo mise in tasca. Poi aspettò, mentre la luce che colava dai varchi dell’asse spaccata si faceva sempre più fioca e l’oscurità avanzava rosicchiando la stanza.

Era completamente buio quando la porta si aprì e due uomini della Polizia Politica Ariana entrarono a prenderlo.

Lo fecero alzare e lo trascinarono per un corridoio sudicio, poi su per una rampa di scale fino ad una specie di infermeria. Degli uomini con il camice bianco lo misero su una sedia e gli tagliarono i capelli e la barba. Le ciocche grigie, impastate di sporco, cadevano ai suoi piedi come foglie morte. Restò a guardarle coprire il pavimento con la testa vuota dai pensieri fino a quando non ebbero finito. Poi lo fecero spogliare e lo buttarono sotto una doccia. Il suo corpo sentì stupito l’acqua tiepida scorrergli sul corpo ossuto. Da molti anni la sua pelle conosceva solo la frusta gelida delle docce del campo, che non riusciva a sciogliere i grumi ruvidi del sapone in polvere con cui la strofinava.

Gli medicarono la ferita e gli diedero dei vestiti puliti: pantaloni, camicia, una giacca di lana. L’uniforme stracciata del campo con cui era arrivato sparì in un sacco di plastica nera. Un infermiere prese la sacca per farne altrettanto. Per favore no, disse Orso. L’uomo lo guardò meravigliato; alzò le spalle e gliela restituì.  

Nel bagno dell’infermeria, dopo avere urinato, Orso si vide allo specchio per la prima volta da molti anni. Non si riconobbe. Il freddo, la fame e la fatica avevano fatto la loro parte, ma la verità era che non ricordava più il suo viso di prima. Lo aveva dimenticato come quasi tutto il resto. Nel campo si doveva dimenticare il più possibile per sopravvivere.

Lo fecero salire su di un’auto della PPA  ed uscirono nella notte. Orso capì immediatamente dove fossero quando attraverso oltre il finestrino vide stagliarsi la smisurata cupola della Sala del Popolo, illuminata a giorno da centinaia di riflettori e sormontata dalla colossale aquila metallica che, ad ali spiegate, affondava gli artigli nel globo terracqueo. Germania, ovvero la Nuova Berlino. La capitale del mondo ariano immaginata da Albert Speer per il suo Furher quasi trent’anni prima ed in continua, inarrestabile espansione.

L’aquila era stata  fatta forgiando tonnellate e tonnellate di armi prese ai nemici del Reich. Cannoni inglesi, carri armati francesi, sciabole polacche, mitraglie  olandesi, fucili norvegesi. Perfino il metallo di una nave russa era stato fuso per formare le fredde carni del rapace.

L’auto tagliò come una lama la tela nera della notte e precipitò nell’autostrada sotterranea che attraversava la città. Dopo una breve corsa,  riemerse dal tunnel illuminato a giorno e si fermò nella piazza antistante il grande Museo Centrale, voluto da Hitler e Speer per Germania.

Due uomini della PPA scortarono Orso dentro gli uffici del Ministero della Propaganda e della Cultura Ariana, attraverso corridoi foderati di marmi bianchi intarsiati d’aquile e svastiche, fino ad una stanza  che aveva frequentato molto anni prima. Prima del campo, della fame e del silenzio.

Dentro la stanza lo aspettava  un uomo in uniforme nera del Partito, con le spalle larghe e un ciuffo dorato sulla fronte.

Si accomodi, professore, disse l’uniforme del Partito.

Non lo chiamavano professore da troppo tempo, perché Orso potesse capire che si stava rivolgendo a lui. L’uomo gli mostrò con un gesto la sedia e lui meccanicamente si sedette.

E’ un onore rivederla, professore, disse di nuovo l’uomo in uniforme.

Ci conosciamo ? chiese Orso.

Lei non si ricorda di me, ma io mi ricordo molto bene di lei. Un allievo ricorda sempre un  maestro come lei. Università di Roma, millenovecento e cinquantacinque. Corso di Storia Antica. Mi chiamo Hermann Von Paulus, e attualmente sono il Commissario del Popolo alla Cultura Ariana.

Mi scusi, ma negli ultimi anni ho dimenticato molte cose. Mentirei se dicessi di ricordala.

Si figuri. Lei ha avuto migliaia di studenti, non può certo ricordarli tutti. Forse i più brillanti, ma io non ero tra quelli. La passione per la storia mi divorava, ma non sono mai stato un uomo dalle grandi risorse intellettuali. E infatti ora faccio il politico, non l’accademico.

Ho conosciuto molto accademici senza grandi risorse intellettuali.

Non ne dubito. Ma non è il suo caso. Lei è un uomo colto e dall’intelligenza rara.

Io non sono più nulla. Sono una bocca avida ed uno stomaco affamato. Sono carne marcia.

So cosa può fare il Campo agli uomini, professore. Sono posti tremendi. Necessari, ma tremendi. Purtroppo all’epoca non era in mio potere impedire che ce la mandassero. Quegli scritti in cui lei metteva in discussione le leggi sulla sterilizzazione obbligatoria delle razze inferiori all’interno del Reich non potevano passare inosservati. Credo che anche lei lo sapesse bene, quando li pubblicò.

Non vorrei averli mai pubblicati. Mi è costato troppo averlo fatto.

Ormai è passato, professore. Io l’ho fatta venire qui perché lei possa lasciarsi quello spiacevole sbaglio alle spalle e tornare ad occupare il posto che le spetta nel mondo accademico. Lei avrà la possibilità di emendare quell’errore con un lavoro che la consegnerà alla storia.

Von Paulus aprì una piantina e la stese sulla scrivania. Questo è il progetto che intendo portare a compimento prima della fine del mio mandato. Germania destino del Mondo. In questo Museo stiamo terminando di costruire un nuovo, grande padiglione che dovrà mostrare al mondo il diritto naturale della Germania ariana a governarlo. Uno spazio sarà ovviamente dedicato ad Arminio e alla Battaglia di Teutoburgo. Voglio che se ne occupi lei.

Perché io ?

Prima della sua disavventura lei era famoso nel mondo accademico per i suoi studi a riguardo. Nella  mia biblioteca ho ancora la sua monografia su Arminio. Un’opera eccezionale. Io voglio essere sicuro che Arminio riceva tutta l’attenzione possibile. Dopo il Furher, Arminio è l’uomo a cui i tedeschi devono di più in assoluto. Senza la sua vittoria a Teutoburgo, oggi gli ariani berrebbero vino e biascicherebbero una lingua meticcia, come l’italiano o lo spagnolo.

Io non mi occupo più di queste cose da molti anni. Adesso il mio lavoro è al tornio.

Tornerà ad occuparsene. A meno che non voglia tornare al tornio e alle baracche siberiane.

Solo un pazzo lo vorrebbe. Io credo di essere impazzito, ma non fino a quel punto.

Bene. Da domani inizierà il lavoro.

Gli stessi uomini di prima accompagnarono Orso in una piccola camera, solitamente destinata ai custodi del Museo. C’erano un letto, un armadio con dei vestiti, un piccolo frigorifero. E un bagno. Per la prima volta da un’eternità avrebbe dormito, mangiato e defecato da solo  e ne ebbe  vergogna.

Si fece un’altra doccia solo per sentire di nuovo l’acqua calda sulla pelle e dormì fino al mattino successivo.

Al mattino venne a prenderlo un uomo calvo, con gli occhiali spessi che gli ingigantivano gli occhi aguzzi. Indossava un camice bianco e costose scarpe di rettile. Si presentò come Peter Ramsey. Quel nome riaffiorò dall’antica esistenza di Orso. Ramsey era il più famoso paleo-antropologo vivente. Lo scopritore dell’Homo di Landau, il più antico homo sapiens mai scoperto.

Ramsey  lo condusse nel nuovo padiglione del Museo. Spiegò ad Orso che Germania destino del Mondo si sviluppava in un edificio composto da una enorme sala semisferica, a cui si arrivava attraverso un salone lungo trecentotrenta tre metri. Mentre percorrevano il salone in allestimento, Ramsey gli spiegò che esso era dedicato ai preveggenti, ossia a tutti quei grandi uomini che, nel passato, avevano intuito il destino degli ariani nella Storia e la predestinazione della Germania a reggere le sorti dell’umanità.

Orso vide che diverse statue di marmo, raffiguranti i preveggenti, erano già state collocate al loro posto, dentro a grandi nicchie che si aprivano come ulcere nella pareti candide del salone.

Sotto il simulacro di un uomo con baffi e pizzetto lesse il nome di Arthur de Gobineau. Teneva sottobraccio il  Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, ossia il Nuovo Testamento ariano.

Qualche decina di metri oltre passarono accanto alla statua di Richard Wagner, poi a quella di Friedrich Nietzsche.  

La maggior parte delle nicchie successive erano ancora vuote, così come lo era in parte la ciclopica sala semisferica che costituiva il cuore di Germania destino del Mondo.

Al centro della semisfera era stata collocata la statua del Furher, venticinque metri di marmo bianchissimo. Intorno al Furher sorgevano i piedestalli su cui sarebbero stati collocati i simulacri di Himmler, Gobbles, Speer, Alfred Rosenberg, Leon Degrelle, John Amery, Mussolini, Franco e gli altri grandi uomini viventi. Il presente della nazione ariana.

Tra i piedestalli che circondavano il Furher svettava quello preparato per la statua di Lavrentij Pavlovič Berija, l’uomo che nel 1941, con le armate naziste alle porte di Mosca, aveva guidato il colpo di stato contro Stalin e reso possibile l’armistizio tra Germania e Unione Sovietica. Grazie a Berija una guerra fratricida si era trasformata nel pilastro dell’alleanza nazicomunista che aveva permesso agli ariani di dominare il mondo.

Arminio lo collocheremo qui, vicino al mio Homo di Landau, disse Ramsey indicando uno spazio ancora vuoto, riservato all’eroe di Teutoburgo.

Una decina di passi più in là un manipolo di ominidi dai tratti scimmieschi, collocati su basamenti disposti a diverse altezze, circondava una grande pietra calcarea, molto più alta, sulla cui sommità stava un simulacro di Homo Sapiens con il pelo biondo e gli occhi azzurri. L’Homo di Landau. A differenza degli scimmioni dallo sguardo belluino che gli stavano intorno l’azzurro dell’occhio del più antico dei Sapiens brillava di  umana intelligenza. Non era nudo come gli altri, ma indossava pelli di animale cucite. Tra le mani stringeva una lancia con la punta d’osso. Sulla pietra era stata avvitata una targa metallica, dove a lettere d’oro si leggeva “Homo di Landau, 48.000 A.C. -  Scoperto da Peter  Ramsey a Landau, Germania,  nel 1965”.

E’ una composizione didascalica, disse Ramsey. Intorno al più antico Homo Sapiens conosciuto, nato ed evolutosi in Germania, abbiamo collocato i suoi contemporanei, gli ominidi che vivevano nello stesso periodo in Africa ed Asia. E’ la dimostrazione antropologica del fatto che l’uomo ariano è più avanti nell’evoluzione di centinaia di migliaia di anni.

Il negro è indietro di duecentomila anni nella scala dell’evoluzione, disse meccanicamente Orso, ripetendo a memoria l’affermazione di Coon che tutti i testi di antropologia riportavano.

Ramsey annuì senza interesse e proseguì lungo il padiglione. Da una porta che si apriva nelle pareti curve sala semisferica imboccarono una scala che li portò in un sotterraneo.

Il sotterraneo si dipanava in numerosi corridoi, sui quali si affacciavano stanze chiuse da porte tagliafuoco di acciaio. Ogni porta era segnata da un numero. Orso capì immediatamente dove fossero. Erano nei sotterranei del vecchio museo, abbattuto per erigervi sopra il nuovo, dove migliaia e migliaia di reperti provenienti da tutto il mondo giacevano in attesa di essere catalogati ed esposti.

Ramsey aprì la stanza con il numero 225. Il neon la accese di una luce malaticcia, che illuminò di giallo pile di casse ed una scrivania di metallo che occupava il centro della stanza.

Lei lavorerà qui dentro, disse Ramsey. Qui ci sono quasi tutti i reperti recuperati nel corso degli anni nella foresta di Teutoburgo e dintorni. Elmi, spade, corazze. Monete,  pezzi di carri e di catapulte. Punte di lance e di frecce. Lei deve selezionarne un centinaio per l’esposizione. I pezzi migliori, ovviamente. Circonderanno la statua di Arminio che è stata commissionata adi Arno Breker.

Io ero uno storico, questo è un lavoro da archeologo, disse Orso.

Ramsey si limitò a scrollare le spalle. Inoltre, proseguì, dovrà sintetizzare in una decina di pagine la storia di Arminio e della battaglia di Teutoburgo. Spiegare in parole semplici, ma storicamente ineccepibili, l’importanza per gli ariani del trionfo germanico su Varo e le sue legioni.

Perché oggi beviamo birra anziché vino, disse Orso.

Ramsey ignorò il commento. Lei può iniziare anche subito. Può raggiungerci in sala da pranzo alle dodici e trenta.

Rimasto solo Orso studiò il ripiano delle scrivania. C’erano una macchina da scrivere, una risma di fogli, un blocco per appunti e una pila di cataloghi dei reperti contenuti nella stanza. Su uno scaffale c’erano tutti i principali libri pubblicati negli ultimi cento anni su Arminio e Teutoburgo. Anche i suoi. Si sentì perso come se fosse caduto da una nave in mezzo all’oceano. Quegli oggetti erano come i giocattoli dell’infanzia mostrati ad un vecchio prossimo alla morte.

Prese il blocco degli appunti ed una penna e riempì un intero foglio di lettere. Prima una riga fitta di A, poi di B, di C, e così via. Riusciva ancora a impugnare la penna, nonostante le dita incallite, spesse e gialle come cotenna.

Passò il resto della mattina senza fare null’altro che pensare al Campo. Ad Ania. A Marcus. Ai cani macilenti ed al tornio spigoloso. Al metallo da toccare alla mattina presto, all’inizio del lavoro, talmente freddo da strappare la pelle dalle dita. Al perenne buco nello stomaco scavato dalla fame ed al niente doloroso con cui riempirlo. Ai topi ed ai pidocchi. Alle guardie ed al raglio della loro voce seghettata. Ed al fatto che lui era sgusciato fuori dall’inferno grazie ad un germano morto da centinaia d’anni, mentre Ania e tutti gli altri ne sarebbero usciti solo per concimare la terra, dopo essersi consumati come il sego di una candela.

Alle dodici e trenta esatte si alzò meccanicamente dalla sedia e si diresse verso la mensa. Ramsey gli aveva spiegato la strada, ma l’avrebbe trovata facilmente lo stesso seguendo l’impercettibile odore del cibo. I sensi si affinano come quelli di un ratto quando si vive a lungo in un Campo.

Ramsey lo attendeva ad un tavolo insieme ad un uomo ed una donna molto più giovani di lui.

Le presento i miei due migliori collaboratori, professore: il dottor Rilke e la dottoressa Masuko.

Rilke gli porse una mano esitante e imbarazzata; strinse quella di Orso come se maneggiasse una mina. La giapponese gli mandò un sorriso fasullo, chinando appena il capo ma non lo sguardo.

Un cameriere versò  loro una zuppa calda e densa. Orso l’aggredì con furia metodica, ignorando l’imbarazzo dei commensali davanti alla sua avidità. 

Il professore si occuperà di Arminio, disse Ramsey solo per riempire il silenzio.

Tutti noi abbiamo studiato i suoi libri all’Università, professore, disse Rilke.

Adesso non vi accadrebbe più, rispose Orso senza smettere di inghiottire.

Le sue disavventure sono acqua passata, disse Ramsey.

Orso di colpo smise di mangiare e posò il cucchiaio. Quelle che lei chiama disavventure sono state un inferno da cui mi assolverà solo la morte. Non si esce mai dal campo, anche se per avventura se ne viene liberati.

Sì, capisco, disse Ramsey senza mostrare emozioni. Ma adesso pensiamo al lavoro. Germania Destino del Mondo sarà il nostro viatico per l’immortalità.

Lei l’ha già raggiunta, disse Orso. Gliel’ha data L’Homo di Landau.

Un ritrovamento frutto di anni di studi e ricerche, disse Ramsey. Ma anche fortunato. Era solo questione di tempo, prima che qualcuno trovasse la prova antropologica di ciò che è scritto nella storia intera dell’umanità. Se non lo avessi scoperto io,  lo avrebbe fatto qualche mio collega. Donald Johanson, per esempio, avrebbe potuto arrivare prima di me.

O magari Marcus Federici, disse Orso.

Forse anche lui, disse gelido Ramsey, ma ne dubito.

Perchè ne dubitate ?

Marcus era un grande scienziato ed un caro amico. Oltre che il mio maestro, naturalmente. Ma era indisciplinato e romantico. Le sue ricerche erano... disorganiche. A volte sembrava guidato più dalla sua personale filosofia che dal rigore scientifico. Ma la nostra è una scienza esatta. Non c’è spazio per le divagazioni speculative.

Lei lo conosceva bene, quindi.

Certo. Ho scavato insieme a lui per anni, all’inizio delle mia carriera. Poi ognuno ha preso la sua strada. Marcus era fissato con lo studio delle razze inferiori. Medio Oriente, Africa. Palestina, perfino. Ovviamente dal punto di vista scientifico non c’è nulla di sbagliato nello studio dell’origine del negro o del giudeo. Tutte le razze, anche le più impure, necessitano di essere studiate e classificate dalla scienza.  Ma io mi sentivo più portato per lo studio delle origini della nostra razza. Quindi mi sono concentrato sull’Europa ariana. E come ho detto sono stato fortunato. Il progenitore degli ariani aspettava proprio di essere dissotterato da me.  

Marcus invece non è stato fortunato, credo, disse Orso.

Il povero Marcus ebbe un grave esaurimento nervoso che gli impedì di proseguire nel suo lavoro. Fu ricoverato in un ospedale psichiatrico. Andai a trovarlo qualche volta, ma era troppo penoso e non serviva a nulla. Credo non mi riconoscesse neppure. Era perso nei suoi deliri. Fu trasferito in altri isituti e io ne persi le tracce.

E poi è morto, disse Orso.

Ramsey annuì con il capo, in silenzio.

Vorrei chiederle una cosa, disse Orso.

Mi dica pure.

Vorrei delle sigarette. Sono anni che le desidero.

Mi dispiace, non fumo, disse Ramsey volgendo lo sguardo verso il suo collaboratore. Rilke estrasse dalla giacca un pacchetto di sigarette Juno e lo allungò verso Orso. Orso prese l’intero pacchetto e se lo mise in tasca.

Orso fu l’ultimo ad alzarsi da tavola. Quando gli altri gli diedero le spalle, con un gesto da ladro si cacciò in tasca gli avanzi di pane rimasti.

Passò il pomeriggio a fumare, sfogliando senza guardarli i cataloghi del Museo con i reperti della battaglia di Teutoburgo. Aveva dedicato anni allo studio di Arminio, o Irmin, come suonava il suo nome germanico. Lo aveva affascinato l’ambiguità di quell’uomo che aveva servito i romani e Tiberio solo per imparare a conoscere i suoi nemici. Poi aveva usato quella conoscenza rubata per sterminare con il tradimento, fino all’ultimo uomo, le legioni di Varo.  Aveva condotto in battaglia gli stessi uomini di cui voleva la morte. Sapeva che solo così avrebbe potuto sconfiggere Roma, ma il timore di passare alla storia come un traditore piuttosto che come un eroe non lo fermò dall’attuare il suo piano. La determinazione assoluta e la capacità di ignorare qualsiasi  regola  morale sono spesso alla base del trionfo. Arminio ne era un esempio perfetto.

Ma i giorni in cui aveva studiato con passione quelle antiche vicende erano lontani come la battaglia nella selva di Teutoburgo. Adesso Arminio, o Irmin, era solo un suono vuoto.

Cenò da solo, con patate e montone, nella sua stanza. Un inserviente gli portò la cena sopra un vassoio di metallo. Alla sera il Museo si svuotava e la mensa chiudeva, ma lui doveva restare lì. Lui solo, insieme ai guardiani ed agli uomini delle pulizie.

Quando anche questi ultimi se ne furono andati, Orso uscì dalla sua stanza e raggiunse l’ala del Museo dove stava sorgendo Germania Destino del Mondo. Scese nei sotterranei, debolmente illuminati dalle luci di emergenza che restavano accese anche la notte, iniziando a vagare senza una meta apparente. Ben presto si rese conto di quanto smisurati fossero quei sotterranei. I corridoi si allungavano nelle viscere della terra come radici, ben oltre lo spazio occupato in superficie dal Museo.  Un dedalo di stanze si dipanava da ognuno di quei corridoi, e ciascuna di esse era zeppa di tesori, razziati ovunque fossero arrivate le armate naziste. Nel ventre scuro di Berlino giaceva un bottino che non aveva eguali sulla faccia della terra.

Le stanze con i reperti erano aperte, ed ogni tanto entrava in una di esse per vedere cosa contenesse. Prima di farlo però consultava il libricino nero, che portava sempre con sé, infilato nella tasca intenra della giacca.

Germania era dedicato alla storia della razza ariana, ma nei sotterranei erano stivati oggetti provenienti da tutto il mondo. Il Louvre, il British Museum e decine di altri musei europei erano stati spogliati della maggior parte di ciò che custodivano. Quegli oggetti erano stati fagocitati dai loro nuovi padroni e forse, prima o poi, sarebbero tornati alla luce. Ma per adesso dovevano restare imprigionati tra le pareti sotterranee del Moloc che li aveva inghiottiti insieme alla metà del mondo.

Dentro una grande stanza, riempita per metà da polverose casse di legno, riconobbe alcuni dei sarcofagi egizi che da giovane studente  aveva ammirato a Londra. Erano abbandonati a terra, coperti di sporcizia. Uno di essi era attraversato da una crepa profonda, fattasi di recente. Per un certo periodo il Reich si era interessato all’antico Egitto,  ma poi quell’interesse era scemato e tutto quello che era stato preso alla civiltà delle piramidi era finito a dormire sotto la polvere.

Nella stanza successiva erano stivati oggetti mesopotamici, per lo più sumeri e babilonesi. Vide il grosso blocco di diorite scura e lo riconobbe immediatamente. La stele che aveva tramandato il Codice di Hammurabi era ad un paio di metri da lui, anch’essa avvolta in un sudario di polvere grigia. Orso non si stupì del fatto che le prime leggi che l’uomo aveva messo per iscritto fossero state strappate dal Louvre solo per essere nascoste sottoterra. “Quando un popolo ha leggi scritte, il povero e il ricco hanno gli stessi diritti”; al Reich ed ai capi alla razza ariana non servivano leggi scritte per governare una nazione di schiavi. La legge era la volontà stessa dei governanti. Il diritto naturale della razza suprema era la parola di colui che aveva prevalso nella lotta per il dominio dell’altro.

Mentre osservava un leone alato con la testa umana sentì dei passi alle sue spalle. Si voltò e vide uno dei guardiani che lo osservava in silenzio, perplesso. Dopo qualche istante il guardiano gli chiese se andasse tutto bene.

Sì. Grazie, rispose Orso.

A quest’ora non si potrebbe girare per le sale sotterranee, disse il guardiano.

Orso ripensò a quello che gli sarebbe successo se fosse stato sorpreso fuori della baracca durante la notte. Una volta era successo ad una donna che era uscita per raccogliere delle erbacce commestibili. Avevano lasciato il suo corpo martoriato nel fango del piazzale per giorni, mezzo sbranato dai cani. Fino a quando il tanfo non era diventato così forte da infastidire anche le guardie. Allora gliel’avevano fatta portare via, ma il corpo era già mezzo putrefatto, ed era andato in pezzi tra le mani dei prigionieri mentre cercavano di sollevarlo. Ai prigionieri venne da vomitare, le guardie si infuriarono e li pestarono a sangue.

Sto cercando degli oggetti. Per il mio lavoro. Ho appena iniziato e sono molto indietro. Dovrò lavorare anche la notte.

Ma sapete dove cercare ?

Sto cercando di orientarmi. Ma è difficile.

Forse posso aiutarvi, disse il guardiano. Seguitemi di sopra, se non vi dispiace.

Un grumo di paura incollò il respiro di Orso. In fondo lui era ancora un prigioniero, l’altro un guardiano. Un sorvegliante. Una guardia, in definitiva.  E le guardie potevano fargli qualsiasi cosa. Ancora una volta avrebbero potuto picchiarlo, stuprarlo, affamarlo. Ucciderlo. Sarebbe stato così per sempre. Loro avrebbero sempre potuto fargli qualsiasi cosa avessero voluto, perchè lui era un prigioniero e loro le guardie.

Seguì il guardiano senza riuscire a pensare ad altro che alla donna sbranata dai cani, gettata nel fango.

Il guardiano lo condusse dentro un ufficio al piano superiore; dal cassetto di una scrivania estrasse un grande libro ricoperto di cuoio rosso ed il nome del Museo stampato in oro sulla copertina.

Questo è il catalogo generale dei reperti, suddivisi per stanza. Almeno può farsi un’idea di dove cercare.

Orso prese il grosso catalogo mentre l’immagine della donna sbranata dai cani si faceva di ciolpo indistinta e tornava a nascondersi nelle sue circonvoluzioni cerebrali.

Vuole dire che posso tenerlo ? Domandò Orso incredulo.

Il guardiano alzò le spalle. Io non so che farmene. Quando non le serve più me lo ridarà.

Posso chiederle un altro favore ? Chiese Orso.

Se posso…

Può procurarmi delle sigarette ?

Che marca preferisce ?

Non importa. Qualsiasi marca. Quelle che costano meno.

D’accordo.

C’è un’altra cosa.

Mi dica.

Non posso pagargliele.

Lo avevo capito. Non importa.

Lei sa da dove vengo, disse Orso.

So che lei è stato… lontano. Per molto tempo.

Sì. Sono stato talmente lontano, per talmente tanto tempo, che non posso tornare completamente.

Il guardiano si toccò i baffi. Erano neri e folti. Le porterò le sue sigarette. Intanto prenda queste, disse allungandogli un pacchetto mezzo pieno.

Il giorno seguente Orso lo passò di nuovo rintanato nella stanza dei reperti di Teutoburgo. La mattina, per prima cosa, prese a caso degli oggetti dalle casse: una spada germanica, l’umbone di uno scudo, i resti di un elmo. Buttò tutto  sulla scrivania. Quando Ramsey venne a controllare, gli disse che stava ricostruendo l’armatura di Arminio. Ramsey se ne andò perplesso, con il dubbio di essere stato preso in giro. 

All’ora di pranzo Orso si unì di nuovo a Ramsey ed ai suoi assistenti. Questa volta Rilke e la giapponese, dopo un freddo saluto di circostanza, non gli rivolsero più la parola. La Masuko  particolare trasudava per Orso un fastidio sprezzante  che non si curava di nascondere. Orso se ne accorse e decise di punirla.

Come vi trovate a lavorare qui in Germania, con gli ariani, dottoressa ? domandò Orso con finta distrazione.

La tavola agghiacciò all’istante. Il sottinteso era un’iniezione di arsenico nelle vene piene del sangue asiatico della giapponese.

La dottoressa Masuko è una valida collaboratrice, disse Ramsey. Il suo lavoro fa pienamente onore ai nostri alleati giapponesi…

Sono certo che anche tra i non ariani ci siano ottimi accademici, aggiunse Orso.

La giapponese si alzò rigida dalla tavola, si scusò freddamente e con un pretesto si congedò.  Il pranzo finì dopo pochi minuti, in un silenzio rancoroso.

Nel pomeriggio Orso fu chiamato da Von Paulus nel suo ufficio. Questi gli offrì del caffè ed una sigaretta. Orso trangugiò il liquido nero e caldo e vaporizzò in un istante la sigaretta.

Come va il lavoro, chiese Von Paulus mentre Orso aspirava freneticamente il fumo del tabacco.

Bene, grazie.

Ramsey mi ha detto che state ricostruendo l’armatura di Arminio…

E’ vero.

Bene. Credo che dovreste anche iniziare a scrivere qualcosa, però.

Per esempio ?

Dovreste iniziare con una descrizione della figura storica di Arminio. Qualcosa da scrivere su di un pannello, per i visitatori del Museo.

Va bene.

Pensate di esserne in grado ?

Sì.

Fatemi sapere se vi serve qualcosa…

Una cosa ci sarebbe.

Ditemi…

Ho chiesto al guardiano notturno di portarmi delle sigarette. Ma non ho i soldi per pagarlo.

Von Paulus si tolse venti marchi dal portafogli e li allungò a Orso. Lui li prese e se li infilò in tasca, ringraziando con un filo di voce.

Quella sera portarono a Orso zuppa di patate e salsicce. Ed una bottiglia di birra. Orso non ricordava l’effetto dell’alcol né ci era più abituato. Ma la birra gli piacque quasi più delle zuppa e delle salsicce e gli diede un piacevole, momentaneo stordimento.

Quando ebbe finito di cenare andò in cerca del guardiano. Questi, come promesso, gli aveva portato due pacchetti di sigarette. Orso volle pagarle, ma l’altro rifiutò. Dovete prendere questi soldi, insistette Orso. E’ importante per me che li accettiate.

Perché è così importante, domandò il guardiano.

Perché da anni non possiedo nulla. Adesso ho questo denaro e voglio spenderlo. Le vostre sigarette sono la prima cosa che posso comperare anziché supplicare.

Il guardiano prese due marchi e diede il resto a Orso. Vi capisco, disse mettendosi in tasca la banconata. Un uomo non dovrebbe mai supplicare un altro uomo.  

Ho una cosa che vorrei chiedervi, disse Orso al guardiano. Estrasse dalla tasca il libricino nero e lo aprì circa a metà, nel punto dove aveva inserito una strisciolina di carta ricavata da un pacchetto di  sigarette come segnalibro.

Sapreste dirmi dove si trova questa, chiese al guardiano mostrandogli una pagina sulla quale era stata disegnata la pianta di una stanza dalla forma simile ad una H irregolare.

Con questa forma non può che essere la stanza 271, disse il guardiano senza esitare.

Siete sicuro ?  L’ho visitata,  ma non ho trovato quello che mi aspettavo.

Avete controllato il catalogo dei reperti ?

Sì. Ma credo che quelli che cerco non siano stati catalogati.

Tutti i reperti sono catalogati. Questo è certo. Se non sono catalogati, non sono nel Museo.

I reperti della stanza 271 sono mai stati spostati ?

Il guardiano si grattò i baffi neri, pensieroso. Qualche anno fa hanno portato delle casse al secondo livello…

I sotterranei più vecchi ? Domandò Orso.

Sì. Hanno detto che erano reperti che non valeva la pena restaurare. Dovevano fare spazio ad altra roba.

Devo scendere là sotto.

Ma non ci può essere niente di importante, al secondo livello.

Fatemi controllare. Per favore.

Il guardiano esitò un istante. Poi si strinse nelle spalle e fece cenno ad Orso di seguirlo. 

Scesero per una scala a chiocciola fino ad arrivare sotto i vecchi palazzi, antichi di centinaia di anni, nelle cui vetuste carni  Speer aveva  conficcato come artigli le fondamenta del nuovo Museo. Il custode fece strada a Orso attraverso uno stretto corridoio di mattoni rossi, debolmente illuminato dalla luce giallastra della torcia elettrica del custode. Spesse ragnatele polverose si appiccicarono alla faccia di Orso mentre seguiva l’incedere sicuro del guardiano.

Arrivarono ad una porta di legno, chiusa solo da un chiavistello che il custode fece scorrere senza sforzo lungo gli anelli d’acciaio.

Girarono un interruttore  e  comparve uno scantinato mezzo pieno di casse coperte di polvere.

Qui dentro c’è tutto quello che hanno tolto dalla stanza 271.

Credo che resterò qui per qualche ora, se non vi dispiace, disse Orso.

A voi non si riesce a dire di no. Finirete per mettermi nei guai. Ditemi almeno che cosa state cercando.

Sto lavorando su Arminio, la battaglia di Teutoburgo…

Non prendetemi in giro, lo interruppe il guardiano. Sono solo un custode, ma lo so anche io che nella stanza 271 c’era roba molto più vecchia di Arminio.

La verità è che non sono sicuro di quello che sto cercando.

Ma perché lo fate ?

Lo devo ad un uomo. Un uomo che è morto, mentre io sono vivo.

Nelle notti che seguirono, Orso tornò molte volte nel sotterraneo del secondo livello. Ogni tanto il custode lo seguiva, curioso, restando però sempre ad una certa distanza da lui. Lo sentiva aprire casse, rovistando freneticamente al loro interno.

Una notte, mentro  lo osservava di nascosto attraverso la porta dello scantinato, ne fu quasi spaventato: Orso disponeva febbrilmente sul pavimento oggetti di varie dimensioni che toglieva da una cassa. Al custode parvero vecchie pietre, ma non ne era sicuro. Ma qualsiasi cosa fossero, Orso le manipolava con furia quasi delirante.

Un’altra notte il custode notte lo sentì trascinare qualcosa per i corridoi sotterannei, fino alla stanza dove lavoarava di giorno. Fu sul punto di chiedergli cosa fosse, ma alla fine non ne ebbe il coraggio. Quell’uomo, mite e quasi apatico di giorno, la notte pareva posseduto da qualcosa di demoniaco.

Di giorno Orso proseguiva senza alcun interesse il suo lavoro per Von Paulus, sotto il controllo di Ramsey. Selezionò abbastanza reperti per allestire lo spazio dedicato ad Arminio, compresa un’armatura che andò a rivestire un manichino con le supposte sembianze del condottiero germanico. Preparò anche un testo che ne illustrava le gesta, prima fra tutte, ovviamente, il macello di Teutoburgo.

Non fu un lavoro difficile. Orso si rese ben presto conto che il centro dell’attenzione, quello su cui il Museo puntava per colpire con la figura di Irmin l’immaginario dei futuri visitatori di Germania Destino del Mondo, era soprattutto la colossale statua di Arno Breker che raffigurava un Arminio completamente nudo, con in mano la testa di Varo.

Non appena la statua fu collocata nella sala, fu subito chiaro che la sua solennità e le sue dimensioni avrebbero annichilito qualunque altra cosa fosse stata nella sue vicinanze. Il volto di Arminio era quello del classico  eroe ariano, bellissimo e spietato. Aveva un’espressione dura e concentrata, lo sguardo di un dio verso ciò che sta oltre la vista degli uomini comuni.

Il viso di Varo, con gli occhi atterriti dalla morte e la bocca spalancata nell’ultimo grido, riproduceva invece i tratti inconfondibili dell’archetipo semita nell’immaginario ariano: il naso adunco, i capelli crespi, le labbra sporgenti.

Varo era un romano e, ovviamente, non aveva nulla a che fare con gli ebrei; inoltre Orso sapeva benissimo che non c’era mai stata alcuna razza ebraica, e che gli ebrei tedeschi (quando ancora ne esistevano) assomigliavano più ai tedeschi che agli ebrei russi, nordafricani o italiani. Ma nella cultura del Reich ariano il giudeo era una categoria dello spirito, non solo un aberrante concetto genetico.

Una volta chiese a Ramsey perché Von Paulus avesse voluto lui per quel lavoro. Chiunque avrebbe potuto farlo, disse Orso.

Von Paulus è un perfezionista, gli rispose Ramsey. Malgrado tutto, voi siete il maggior esperto vivente di Arminio. O almeno lo siete stato. Von Paulus voleva essere sicuro che non potesse essere commesso nemmeno il più piccolo errore.

E voi credete che, malgrado tutto, io dia una simile garanzia ? chiese Orso.

Ramsey sembrò pensarci su. Poi scosse le spalle e scrollò il capo. Voi per me siete un mistero, disse. Ma se Von Paulus ha fiducia in voi, sono certo che ha i suoi buoni motivi.

Dopo quasi tre mesi da quando Orso era stato prelevato dal suo inferno ghiacciato e deposto nella sua nuova prigione di marmo, Germania Destino del Mondo  era praticamente terminata. Ramsey e gli altri accademici che avevano lavorato alla realizzazione del padiglione dedicato alla gloria della razza ariana non si vedevano ormai quasi più. Anche il lavoro di Orso era terminato, e lui era sicuro che presto o tardi se ne sarebbero ricordati e sarebbero venuti a prelevarlo, per farlo sparire con discrezione. Non aveva mai creduto, neppure per un istante, che lo avrebbero lasciato libero. Per il momento però nessuno sembrava far caso a lui. Continuavano a nutrirlo ed ignorarlo giorno dopo giorno, in attesa del momento dell’inaugurazione.

Prima dell’apertura al pubblico, Germania sarebbe stata presentata in anteprima ai massimi gerarchi del Reich e alla stampa internazionale. Orso lo apprese direttamente dal custode, che gli raccomandò di non farsi vedere troppo in giro, nei giorni a seguire. Per motivi di sicurezza il Museo sarebbe stato ispezionato in continuazione.

Orso lo prese alla lettera e non uscì praticamente mai dalla sua stanza per tutti i giorno che seguirono.

Il giorno dell’inaugurazione fu fissato in coincidenza con il compleanno del Furher. Germania Destino del Mondo sarebbe stato il regalo della nazione ariana all’uomo che l’aveva posta a capo del genere umano.

A mezzogiorno esatto del venti aprile i trecentotrentatrè metri del corridoio dei preveggenti  risuonarono dei passi e delle voci allegre degli uomini e delle donne venuti a celebrare l’annuncio al mondo della nascita di Germania Destino del Mondo.

Hitler era in testa al piccolo corteo; spiccava nel gruppo per i capelli candidi, ancora folti come negli anni gloriosi della conquista. Il suo passo da ottuagenario era solo di poco più incerto di quello che aveva calpestato la faccia del mondo. Al suo fianco destro camminava Goering, ormai quasi del tutto calvo e con venti chili in meno rispetto ai giorni della guerra. Alla sinistra del Furher avanzava impettito Albert Speer, elegantissimo in un completo nero da civile.

Von Paulus, il più giovane  tra quelli  che aprivano il corteo, veniva subito dopo il terzetto di testa; camminava accanto a  Lavrentij Pavlovič Berija, e insieme ridevano di qualcosa.

Più indietro seguiva il gruppo dei giornalisti accreditati per la diretta televisiva in mondovisione. Oltre alla troupe delle televisioni tedesca, giapponese ed italiana c’erano quelle di ciò che restava dell’addomesticato mondo libero che ancora coesisteva sul pianeta con il Reich ariano.

Gli americani reggevano le cineprese come un feretro; era chiaro che avrebbero voluto essere ovunque, tranne che a celebrare coloro che li avevano esiliati oltre l’Atlantico. Altrettanto appassiti, nonostante i loro completi chiassosi, apparivano gli inviati australiani, indiani e neozelandesi.

Nat Wolfe, il capo della delegazione di giornalisti inviata dagli Stati Unitisi,  spiccava tra gli altri  per l’aria vagamente nauseata con cui avanzava seguendo la processione dei gerarchi nazisti. La croce uncinata ed lo scorpione austriaco che l’aveva piantata nel ventre del  mondo come un pungiglione avvelenato lo disgustavano da sempre;  la smorfia incollata sulla sua faccia lo diceva senza ritegno.

Arrivati all’ingresso ad arco che dava sul grande padiglione di Germania, le telecamere di tutte le troupe iniziarono a riprendere. L’ingresso del padiglione era stato simbolicamente chiuso da un nastro con i colori della bandiera del Reich. Qualcuno porse ad Hitler una spada  d’argento, con  cui il Furher lo tagliò di netto.

Mentre il nastro cadeva a terra si levò un applauso secco e ritmato come la raffica di una mitragliatrice. Hitler buttò avanti lo stivale nero, lucido come sangue, ed entrò deciso nel padiglione di Germania, fermandosi ad ammirare la statua al centro, che lo ritraeva con indosso un’armatura da templare, decorata da croci uncinate. La schiera che lo seguiva fece altrettanto,  restando semrpe un passo dietro di lui.

Nat  lasciò ad un cameramen svagato il compito di riprendere il resto della cerimonia e si allontanò  di qualche passo dall’idolo con le sembianze di Adolf Hitler; guardò verso la lucente nudità di Arminio, che teneva per i capelli la testa recisa di un terrificato  Varo, e la sua nausea crebbe di intensità. Pensò a cosa sarebbe accaduto se avesse vomitato sull’armatura di Arminio che rivestiva un manichino posto ai piedi del colosso, ma i suoi pensieri furono interrotti da un’imprecazione del Furher e dal levarsi di un mormorio di sdegno e sconcerto.

Guardò verso il punto da dove si era levata la bestemmia del Furher. La riproduzione dell’Homo di Landau era a terra, fracassata. Le braccia e la testa erano staccate dal corpo, ed il  progenitore degli ariani ora appariva come un giocattolo scadente andato in pezzi nelle mani di un bambino troppo vivace.

Sopra la grande pietra calcarea, al posto del pupazzo sfasciato sparso sul pavimento, c’era un piccolo scheletro,  incompleto e di colore giallo scuro, tenuto insieme da fili di ferro ed appeso ad un rozzo treppiede  di legno.

La grande targa avvitata sulla roccia,  che riportava “Homo di Landau, 48.000 A.C. -  Scoperto da Peter Ramsey a Landau, Germania,  nel 1965” era stata divelta e giaceva a terra accanto ai resti del capostipite degli ariani. Al suo posto qualcuno aveva scolpito nella roccia la scritta “Homo di Kibish, 190.000 A.C. – Scoperto da Marcus Federici a Omo Kibish, Etiopia, nel 1960”

Quello che successe dopo per Nat Wolfe rimase sempre  come il ricordo che si ha di un sogno appena svegli. Le volte di marmo del padiglione iniziarono a risuonare delle urla rabbiose del  Furher. Le guardie arrivarono di corsa ed iniziarono a far allontanare tutti i presenti dal padiglione, rimandandoli verso il corridoio da dove erano arrivati. Ai cameramen fu immediatamente impedito di continuare a riprendere la cerimonia, ormai degenerata in puro caos. Qualcuno tentò di opporsi, ma ottenne solo di vedersi strappare dalle mani la telecamera dai poliziotti infuriati.

Mentre un poliziotto lo spingeva per incanalarlo verso l’uscita, Nat si sentì tirare per la manica della giacca. Un uomo emaciato e con gli occhi febbricitanti era apparso accanto a lui ed aveva in mano un  libricino nero. Lo spinse  a forza nelle mani di Nat.

Lo prenda e lo metta via. La prego. Lo porti fuori dall’Europa, gli disse l’uomo tutto di un fiato.

Nat non ebbe tempo di fare nient’altro che infilarsi il libricino in una tasca della giacca. L’uomo che lo aveva avvicinato fu cacciato via da un poliziotto e lui si ritrovò a percorrere a ritroso la stessa via, premuto dalla calca di gerarchi furiosi, giornalisti attoniti e membri della sicurezza meccanicamente efficienti.

Dopo qualche minuto Nat era per la strada, fuori dal Museo,  e dopo tre ore era sull’aereo che lo riportava negli Stati Uniti. Seguendo un primordiale istinto di sopravvivenza si era subito diretto in aeroporto ed era salito sul primo volo in partenza. Non aveva ancora capito cosa fosse successo in quel museo, ma qualunque cosa fosse voleva al più presto mettere l’oceano tra sé ed il tiranno pazzo d’odio che aveva sentito inveire contro il resto del mondo.

Fu solo allora che si tolse dalla tasca il libricino nero. Piegato in quattro  tra le pagine c’era un foglio scritto a penna.

Mi chiamo Orso Grimaldi, sono stato uno storico fino al giorno in cui fui  deportato in un Campo in Siberia. Ho  vissuto in quel Campo fino a cinque mesi fa. Ci ho vissuto penosamente, per un tempo molto più lungo di quanto avrei pensato di poter sopportare, ma è incredibile come gli esseri umani si aggrappino sempre alla vita  perfino quando la morte sarebbe ad essa tanto preferibile.

Ad ogni modo, questo non è importante. Ciò che è importante è che in quel Campo siberiano ho conosciuto un uomo di nome Marcus Federici.

Marcus Federici è stato il più grande paleo-antropologo che sia mai esistito, sebbene  il suo lavoro sia stato occultato da un uomo senza alcuna dignità, un allievo di Federici di nome Peter Ramsey.

Ramsey e Federici lavorarono insieme per molti anni, cercando per tutto il mondo gli antenati dell’uomo moderno. Entrambi portarono alla luce i resti di ominidi antichi di milioni di anni. Ed entrambi trovarono molti  resti del nostro diretto progenitore: l’Homo Sapiens.

Ma mentre Federici era un uomo onesto, le cui ricerche erano dirette alla scoperta della verità, Ramsey  è sempre stato mosso solo dalla vanità e da un criminale desiderio di successo.

Nel corso degli anni, Federici arrivò a formulare una teoria rivoluzionaria sull’origine dell’Homo Sapiens. Federici, infatti, rifiutò sempre la teoria della evoluzione parallela di Coon, secondo la quale le popolazioni moderne si sarebbero separatamente evolute dai loro predecessori arcaici, in tempi diversi, in Africa, Asia, Europa ed Australia.

Secondo Federici, tutta l’umanità discenderebbe invece da un  unico antenato comune. Ebbene, Federici riteneva che quell’antenato nacque in Africa Orientale, e da lì popolò  il resto del mondo.

Federici era uno scienziato, ed  era in grado di supportare queste teorie con prove inoppugnabili. Aveva trovato  decine di reperti che testimoniavano l’origine africana dell’uomo moderno: punte di freccia nel Congo,  arnesi in osso in Sudafrica, utensili per la pesca in centro Africa, tutti vecchi di decine di migliaia di anni.

Ma la scoperta più grande di Federici  fu un uomo identico a quello moderno ed antico di quasi 200.000 anni. Quell’uomo primordiale era nato, vissuto e morto in un posto chiamato Omo Kibish, in Etiopia. Ed era nato, vissuto e morto 150.000 anni prima che venisse alla luce il  primo uomo europeo.

Ma mentre Federici faceva queste scoperte e ne parlava al suo allievo Ramsey, anche Ramsey si dava da fare per trovare l’origine dell’uomo moderno. Ramsey non valeva la metà di Federici, o forse era stato solo meno fortunato del suo collega, ma possedeva ancora un’ arma per rubargli il primato: il suo meschino opportunismo. Poteva dare al mondo una teoria  falsa  eppure perfetta, che proprio grazie a quella perfetta falsità lo avrebbe elevato ai vertici della pseudo-scienza amata dal regime.

Ramsey, con l’aiuto di molti uomini del Reich, si impossessò di uno scheletro di Homo Sapiens ritrovato nel sud dell’Italia, in  un posto chiamato Grotta del Cavallo, vecchio di quasi cinquantamila anni. Fece credere di averlo trovato a Landau, in Germania, e lo presentò al mondo come la prova inconfutabile del fatto che l’uomo bianco ariano era stato il primo ad evolversi rispetto gli ominidi ancestrali che abitavano il pianeta. Scienza, filosofia e politica finalmente erano completamente conciliate.

Federici ed il suo antenato africano ovviamente, nel quadro armonioso dipinto da Ramsey, erano  elementi dissonanti, come quasi sempre lo è la verità nelle teorie disegnate dal potere a proprio uso e consumo. Quella dissonanza doveva essere cancellata.

Federici fu deportato in un Campo siberiano, le sue ricerche occultate, i reperti che provavano le sue scoperte inchiodati nelle casse e sepolti nelle viscere della terra.

Federici, con l’aiuto della sola memoria, negli anni della prigionia ha trascritto in questo piccolo libro la sua teoria ed indicato le prove che la dimostrano. In queste pagine, scritte di nascosto alla luce di un mozzicone di candela rubato a rischio della vita, ha registrato i suoi ritrovamenti, tutte le date ed i luoghi in cui ha disseppellito, tirandoli fuori dal passato e dalla menzogna, i resti degli ancestrali predecessori dell’uomo. Federici, in questo piccolo libro, con l’aiuto di una memoria prodigiosa e disperata, scrisse perfino i codici stampigliati sulle casse in cui ripose gran parte delle sue più sensazionali scoperte. Tutte quei reperti sono finiti nel Museo di Berlino, solo per essere riseppelliti nel ventre della terra. Fino al momento in cui sono arrivato io.

In una parola, questo libriccino è la prova della falsità su cui si regge la società razzista. La razza umana è una, ed è nata in Africa. Ogni altra teoria razziale è semplice aberrazione. Consegnandolo perché possa sopravvivere io assolvo all’unico compito che mi è rimasto.

Non ho la forza di ritornare in un Campo, ma i miei carcerieri hanno fatto un errore: mi hanno lasciato una cintura. Non mi sarà difficile sfuggirgli una volta per tutte.

Nat chiuse il libro. Non dubitò neppure per un istante della verità del messaggio che quell’uomo gli aveva affidato.

Non sapeva ancora che cosa ne avrebbe fatto, ma iniziava a capire quanto gli sarebbe costato rivelarlo al resto del mondo. Perfino nel suo paese, dove i discendenti degli schiavi non potevano ancora entrare nelle scuole dei loro vecchi padroni. Perfino nella sua città, dove un nero avrebbe dovuto lasciargli il posto sull’autobus.

Le nubi avvolsero l’aereo ed al di là dell’oblò il mondo diventò ovatta lattiginosa.

Nat chiuse gli occhi, cercando di dormire. Ma sapeva già che non avrebbe preso sonno facilmente

© Luca Prati



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