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La fine della fame
di Gennaro La marca
Pubblicato su PBSA2021


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In questa stanza che puzza di birra e sudore come sempre mi sveglio nel buio della notte bollente e allungo la mano per cercare la mia bambina. Notti dolorose, ebbre, deliranti, e ogni volta più di quella passata, in quegli attimi infiniti in cui il mio braccio si tende, mi assale il timore di toccare un corpo freddo, morto.

Ma non stavolta. Stavolta quasi lo spero, di trovare in mia figlia un mortale mutamento, perché ciò che mi ha implorato di farle, benché comprensibile, è abominevole.

E ieri, alla fine di una discussione durata giorni e giorni, tra lacrime e preoccupanti fitte al torace, le ho giurato che oggi lo farò.

Le mie dita però trovano solo il lino grezzo che fodera il suo cuscino, che ho ricavato insaccando dei trucioli di carta in una busta dell’immondizia rivestita poi con una giacca.

È la prima volta che accade. Da quando il sacrificio di tre soldati permise a me e a Luce di rifugiarci in questo luogo desolato è trascorso poco più d’un mese, ed è la prima volta che al mio risveglio lei non è qui accanto a me, immersa nei suoi incubi ubriachi.

Da fuori, incessante, giunge il lamento di migliaia di quegli esseri e il ronzio di milioni di mosche. A volte è solo un brusio, come il suono di una radio lontana, e dopo un po’ non ci faccio più caso, me ne dimentico. Altre volte, come adesso, sembra stiano qui nella stanza, tutt’intorno a me.

Faccio per sollevarmi su un gomito ma i muscoli e le ossa coinvolti nel movimento urlano di dolore e risultano incapaci di reggere lo sforzo. Allora, aiutandomi con la sola gamba destra, striscio indietro verso uno dei braccioli dei due divani uniti l’uno di fronte all’altro a creare quello che io e Luce chiamiamo letto, poi, grazie a un lavoro di reni e di forza di volontà, mi tiro su a sedere avvolto nei miei vestiti fetidi e larghissimi ormai.

Alzo le palpebre serratesi durante il doloroso sforzo. Dall’unica finestra della stanza filtra l’alito della luna: rosso, corposo, ideale a gettare Luce su un mondo fustigato dalla collera di Dio: lì fuori, c’è l’inferno.

Mentre qui, insieme a me, ci sono solo la fame e bacheche e file di raccoglitori sistemati lungo la parete sinistra; la fame e un crocifisso metallico appeso storto; la fame e un lampadario senza più ragion d’essere; la fame e un calendario fermo al mese di Agosto; la fame e un appendiabiti ligneo che ospita una giacca sul cui bavero spicca una spilla raffigurante il logo della birra Peroni; la fame e mucchi di lattine di birra vuote o piene sparsi qua e là sul pavimento nero; la fame e una scrivania ingombra di oggetti di cancelleria in mezzo ai quali una torcia elettrica riposa nella vana attesa che trovi un paio di batterie cariche; la fame e l’armadio a muro dove ho riposto la beretta con soli tre proiettili lasciatami da uno dei nostri salvatori; e poi i topi e l’unica cosa che sono costretti a mangiare quando non si danno al cannibalismo: gli scarafaggi, presenti in quantità industriale.

Prendo una lattina di birra dal mucchio ai piedi del letto, causando un fuggi-fuggi di scarafaggi che si espandono nella stanza come una marea nera. Quando rialzo la schiena la stanza sembra girare in cerchi lenti, asimmetrici, la vista si annebbia e mi chiedo se sto per svenire. Poi un brivido improvviso m’induce uno starnuto e tutto ritorna al suo posto. Quindi alzo la linguetta della lattina e la svuoto in un unico, lungo sorso.

– Ah...

Ora va decisamente meglio, anche se mi scappa da pisciare in un modo allucinan… ma sì... certo. Forse Luce è lì che è andata: in bagno.

Getto il barattolo alle mie spalle, e sebbene abbia già costatato che la gamba destra è a posto e teoricamente capace di sostenermi, giù dal letto scendo piano e con cautela. Dopodiché, di sghimbescio, come un ferito di guerra, esco fuori dalla stanza attraverso la porta in legno scuro, ritrovandomi nel corridoio lungo cui si susseguono le porte degli altri uffici.

Qui l’oscurità è densa, quasi impenetrabile. Mentre avanzo, a malapena intravedo le mattonelle bianche del pavimento, che a denti stretti scruto, circospetto, da un lato all’altro, pronto all’eventualità di vedervi riverso il corpo esanime o in fin di vita di mia figlia.

– Luce? Dove sei? –

L’intenzione era quella di urlare; dalla mia bocca invece le parole sono fuoriuscite deboli e rantolose, lontane, come giunte dalle viscere di una caverna, pronunciate da un anziano morente.

Ci riprovo: il risultato è pure peggiore. Il mio corpo è stremato, ma di più lo è la mia anima: nella mia mente, dentro il mio cuore, giù in fondo nel mio ventre, pulsa l’assillo che da ieri mi morde più della fame: “Riuscirò davvero a mantenere il giuramento che ho fatto a Luce? O, arrivato all’ultimo momento, l’amore paterno, quello istintivo e primordiale, prevaricherà su tutto il resto?”

Nell’incubo da cui pocanzi mi sono destato ci riuscivo, più o meno. Ero in aula magna e puntavo la pistola alla tempia di mia figlia, inginocchiata tra lattine vibranti e immersa in un bagliore del colore del sangue. Sorrideva e gli occhi le scintillavano di felicità, mentre scarafaggi e topi le si arrampicavano addosso. Come antichi spettatori al Colosseo, dall’alto dei loro banchi i miei alunni m’incitavano a sparare. Allora lo facevo: le sparavo e lei esplodeva in minuscoli frammenti, liquidi, limpidi. E vedevo il proiettile, lento, sibilare nell’aria densa, tracciando un ampio cerchio per venire a traforarmi lo sterno e poi il cuore, dove si fermava, pesante come un macigno. Poi a un tratto mi ritrovavo all’interno del mio cuore. Ma non ero solo. Luce, che stentavo a riconoscere, nuda tranne che per una coroncina di alloro posata sul capo deforme, con una bocca gigantesca, tutta denti, cannibalesca, a morsi staccava pezzi dalle pareti carnose del mio cuore, emettendo mugolii profondi, soddisfatti, mentre mi guardava con odio e sgomento.

Lascio che i miei pensieri cadano a precipizio giù in fondo all’oscurità stagnata nella mia anima; intanto, proseguo.

Per sfortuna della mia vescica e del mio piede sinistro, dolente per l’infezione causata dal morso di un ratto, ho dovuto percorrere il corridoio per una trentina di metri circa prima di raggiungere la porta dei bagni. Adesso la sto aprendo, e di là, nella Luce infetta del sole che inizia a sorgere, vedo solo i lavandini macchiati da giallognole concrezioni calcaree che si susseguono lungo la parete sinistra, sormontati dallo specchio crepato e inzaccherato di sangue.

– Luce?

Nonostante la mia voce, se Luce è qui dovrebbe riuscire a sentirla, e io dovrei riuscire a sentire la sua. Ma non c’è risposta al mio richiamo. A mischiarsi al sottofondo creato dal ronzio delle mosche e i lamenti di quegli esseri che circondano lo stabilimento della birra Peroni e infestano il pian terreno, c’è solo il fetore delle nostre feci che macerano nei wc.

Entro: Luce potrebbe essere morta o svenuta in uno dei quattro box privi di porta dove risiedono i wc.

Guardo nel primo box.

Vuoto.

Anche il secondo lo è.

Il terzo, pure.

Prima di controllare il quarto volgo lo sguardo a sinistra verso lo specchio. La mia immagine riflessa mi sta esaminando con occhi gonfi, ingialliti, infossati, divisi da un naso aquilino che permette a un groviglio di peli ispidi di fuoriuscire dalle narici. Una barba che sembra lana sporca e infeltrita macchia le guance scarnite. I capelli ingrigiti incollati da un misto di sudore e sporcizia. Dall’apertura della camicia, stretta sul ventre gonfio, un ciuffo di peli lascia intravedere la cicatrice verticale al centro del torace.

Riscuoto la mia mente dall’immagine del derelitto che sono diventato e mi accorgo che l’interno del quarto box è riflesso nello specchio. Tutti e quattro i box sono riflessi nello specchio. E sono tutti vuoti.

Piccola mia... dove sei andata? Cosa stai facendo?

Dopo aver svuotato la vescica (C’era di nuovo sangue nelle urine e sembrava pisciassi fuoco), torno indietro e mi siedo sul bracciolo del letto. Se Luce non è morta, prima o poi verrà qui, da me. Se è morta, invece, ringrazierò Dio: ormai siamo allo stremo; ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, è uno strazio, un supplizio, e ormai la speranza che qualcuno venga a salvarci è morta e sepolta. Ma non voglio farle quello che mi ha chiesto. Non posso. Non posso proprio. Ti prego, Dio, sii misericordioso. Potresti farla svenire, e poi accoglierla fra le tue braccia senza che provi alcun dolore. Ti prego, accogli la mia supplica. Poi... con umiltà e pazienza aspetterò che venga anche la mia ora. Amen.

Alzo lo sguardo verso la finestra, ampia quanto una cassa da morto aperta. Attraverso i vetri sporchi vedo il sole alzarsi sopra ai quattro silos che si stagliano contro il cielo del colore delle arance marce e striato da insalubri sfumature di blu giallognolo. Lontani, da ovest, nugoli di cirri oscuri strisciano verso il cerchio solare ammassandosi

come un esercito. Gradatamente una Luce che non appartiene a questo mondo penetra nell’ufficio ammantando ogni cosa, rendendola grottesca.

Accavallo la gamba sinistra sulla destra. Sfilo il mocassino nero dal mio piede malato. Con cura inizio a srotolare la fasciatura fatta col lembo strappato da una tenda.

Anche il giorno in cui il mondo è finito avevo una fasciatura. L’avevo alla mano sinistra. Me l’aveva fatta Flavia, mia moglie, quella stessa mattina, in seguito a un taglio che mi ero procurato sul palmo della mano sinistra mentre preparavo una torta. Per me e la mia famiglia quello era un giorno davvero speciale: alle nove di sera sarebbe dovuta iniziare la festa per il diploma di Luce. Lo aveva conseguito al liceo classico Orazio di via Alberto Saviano, a Roma; a pieni voti! Con Flavia avevo organizzato un ricevimento da vip. Che bel periodo, quello, nonostante i concitati litigi per la facoltà cui Luce aveva deciso d’iscriversi: lettere e filosofia. Io, non c’è bisogno di dirlo, ne ero entusiasta: Luce ha un’innaturale capacità di andare affondo nei dilemmi umani, di carpirne l’essenza, isolando cause e possibili rimedi. Già me la vedevo china a scrivere il trattato che avrebbe reso immortale lei e di riflesso me, suo mentore. Invece Flavia era convinta che seguendo quella strada sarebbe diventata soltanto una zitella frustrata. Quanto ridevo quando lo diceva.

Malvolentieri ritorno qui in questa realtà e getto gli occhi sul mio piede per vedere come stanno le cose.

Le cose stanno male. L’immagine che mi si para davanti mi lascia senza fiato: l’alluce è livido e gonfio e al posto dell’unghia c’è una protuberanza nera. Appena sopra l’attaccatura del dito, poi, dove il ratto ha affondato i suoi lunghi incisivi, non c’è una ferita, bensì un vulcano di carne purpurea che erutta una specie di secrezione purulenta. Eppure, non è l’immagine in sé la cosa peggiore. La cosa peggiore è la puzza, che si avvicina a quella dei bagni, solo più dolciastra. Scaccio una mosca e penso sia una fortuna che qui sono quasi assenti, altrimenti sarebbero corse a frotte. Ma le mosche sono tutte lì fuori a ingozzarsi delle carni in putrefazione di quegli esseri. Chissà, forse le mosche mangeranno quegli esseri fino a farli estinguere, come essi stanno facendo con la razza umana. Ci vorrà solo più tempo. Forse è questo il piano di Dio per disfarsi di essi. Luce la considererebbe una teoria bizzarra ma non folle. Chissà dov’è, se sta bene, se è ancora viva.

Poco importa, anche riguardo alla gravità della mia ferita; mi limito a fasciare il piede

con lo stesso straccio e a rinfilarlo nel mocassino. Poi apro un’altra birra. Stavolta però la sorseggio, fin quando, a un tratto, sento muoversi dei passi. I suoi, passi, e il suo res-

piro affannoso e corto.

 Fisso il corridoio, la bocca appesa e il cuore sussultante. Lei avanza lenta: sento le suole delle Nike che calza strusciare sul pavimento. Un suono che risulta assurdamente chiaro fra il ronzio delle mosche e i lamenti di quegli esseri.

E poi eccola, dalle tenebre stigiane al di là della porta emerge il volto da fantasma pregno di sudore di mia figlia. – Papà, – mi chiama entrando nella stanza con addosso la tuta da ginnastica una volta bianca che gli regalai appena due masi fa.

Il cuore mi sprofonda, e mi sento prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco, nel vedere com’è ridotto il suo addome: per la birra e la fame le nostre pance si stanno dilatando come fossimo affetti da cirrosi epatica, ma ciò non spiega le protuberanze spigolose o dai bordi netti in rilievo sulla giacca della sua tuta.

– Piccola. Dov’eri? Ho temuto ti fosse successo qualcosa, – mento. Ma forse ho solo immaginato di parlare perché lei resta muta. Un viluppo bluastro le pulsa nell’incavo della tempia destra. Gli occhi, spenti come l’azzurro che un tempo le faceva brillare le iridi, persi nel nulla.

Poi scuote leggermente la testa come riscattandosi da qualche pensiero e poggia la schiena sullo stipite della porta. È sfinita, chissà cos’ha fatto.

– Lo sapevo, – ansima, – una struttura... tanto grande. Sotto doveva essercene per forza un altro.

Ma di che sta parlando?

– Un altro cosa? – le chiedo con la mia voce roca e stentata.

La sua mano destra, scheletrica e tremante, scivola dietro la schiena. Quando ricompare mi si spalancano le palpebre nel vedervi stretta la pistola (La porta dell’armadio a muro cigola con l’intensità di uno stormo di pulcini d’avvoltoio affamati, come ho fatto a non svegliarmi?)

– Sono andata al pian terreno. Me la sono puntata alla testa, e ho aperto il portello ermetico, pronta a sparare. Sotto la paura di essere mangiata viva, il coraggio di uccidermi sarebbe venuto da solo. No? Non credi?

Distoglie lo sguardo dal nulla per fissarmi.

Io tentenno un atono sì, mentre cerco di dare un senso alle sue parole.

– Comunque, è andata bene. Sai... sono ancora più lenti di prima, e meno...

Si ferma un istante per prende fiato. Ma perché è andata giù? Perché lo ha fatto?

–... meno coordinati. Alcuni non riuscivano nemmeno ad alzarsi in piedi. Forse, a

lungo andare, se non mangiano muoiono davvero. E poi... da non credere, il distributore era proprio di fronte la porta. Volevo rompere il vetro col calcio della pistola. Ma poi ci ho sparato dentro.

Gli sfugge un risolino distorto. Il distributore? È forse andata a caccia di cibo? Come ho fatto poi a non sentire lo sparo?

– A dire il vero... non credevo di esserne davvero capace. Il rinculo per poco non mi faceva cadere. Mi fanno ancora male le spalle e le braccia. Poi ho arraffato quello che potevo, e sono scappata via.

Va verso la scrivania. Cammina veloce, fremendo. Sposta la torcia elettrica accanto a una cornice argentea, ci poggia sopra la pistola, con la mano destra afferra la zip della felpa mentre mi fredda con uno sguardo enigmatico come quello della gioconda; poi l’abbassa.

Non credo ai miei occhi: il suo addome si sgonfia riversando sulla scrivania arachidi tostate e buste di patatine e bottigline d’acqua e lattine di bibite gassate e sandwich e crostini e barrette di cioccolato.

Vorrei chiederle se ha richiuso bene il portello ermetico. Ma la mia capacità di pensiero si è come inceppata. Quel ben di dio sul tavolo mi attira a sé con la forza di un buco nero.

Scivolo dal bracciolo e cado in ginocchio su delle lattine vuote, facendomi un male cane. Poi, mentre dai miei occhi le lacrime prendono a sgorgare a iosa, la Luce si fa varco nell’oscurità della mia anima: forse Luce ha cambiato idea: vuole ancora aspettare i soccorsi. Non può essere altrimenti. Se ha rischiato di essere mangiata viva pur di recuperare questo cibo, ha di certo cambiato idea. Dopotutto, con le nostre stesse orecchie sentimmo uno dei militari comunicare la nostra posizione al campo base a Villa Ada: – L’ordine è di metterci al sicuro coi due civili nello stabilimento e aspettare, – disse il militare ai suoi commilitoni, dopo aver chiuso la comunicazione col campo base. – Appena possibile manderanno un elicottero a prenderci. Ha detto che dobbiamo solo avere pazienza e cercare di sopravvivere.

La pazienza: ecco cosa abbiamo perso. Abbiamo mollato troppo presto; ma Luce

ha riportato la speranza. E questa sua brutta espressione è di certo dovuta all’affatica-mento. Non posso crederci, la speranza colma di nuovo i nostri cuori.

– Tesoro, – dico in preda a un’estasi che addirittura mi fa sorridere, – con questa roba

possiamo sopravvivere almeno per un altro mese. Basta solo che lo razioniamo. Ci hai

salvati.

La gioia ha ridato corpo e vitalità alla mia voce. Lei dev’essersene accorta perché si volta verso di me e per la prima volta da chissà quanto i nostri sguardi si perdono l’uno in quello dell’altro. Ricambia il mio sorriso, per giunta, ed è sincero; per la prima volta

da che il mondo è finito, mia figlia mi regala un sorriso sincero.

Ma poi cambia tutto: si rabbuia, palpebre e labbra cascano e le si arriccia il naso: chiaro segno che sta per piangere.

– Papà... so di averti chiesto qualcosa d’inconcepibile... – i suoi occhi umidi e arrossati ruotano verso i miei, – per un padre. Scusa.

Si preme i palmi delle mani sul volto e piange a dirotto. Andrei ad abbracciarla, ma non c’è bisogno di sporcare questo momento col dolore che avvertirei alzandomi perché è lei a venire da me. Mi si siede accanto e si abbandona tra le mie braccia. Sul mio corpo sento ogni singolo osso del suo torace privato dei seni e il cuore che le batte furio-so. Le accarezzo i capelli biondi e secchi, le bacio la fronte. E in questo modo restiamo per un tempo indefinibile.

Credevo mi fossi sbagliato, che avessi mal interpretato il suo atteggiamento. E invece no: ha ancora voglia di vivere, di sperare. Grazie, Dio. Questo è di certo un tuo segno. Ciò vuol dire che ci salveremo. Dobbiamo solo avere pazienza.

Luce muove il viso sollevandolo dal cerchio del mio abbraccio, e con l’aiuto delle gambe si trascina indietro verso la scrivania, come a fuggire da me, lasciandomi qui interdetto. Ma perché si comporta così? Non capisco.

Raggiunge la scrivania e come un cagnolino messo alle strette si rannicchia con la schiena contro la cassettiera. Poi alza il braccio e recupera la pistola; osservandola prende a muovere la testa in senso di diniego, ridacchiando in modo disarticolato. I suoi occhi si spengono, vitrei, senza sguardo.

Sono confuso, e vuoto. Mentre aspetto che Luce faccia o dica qualcosa (Perché devo pensare ad altro, perché altrimenti si torna a fare su e giù sulla perversa giostra degli stati d’animo), m’accorgo che il ronzio delle mosche e i lamenti di quegli esseri

calano d’intensità, come in reazione al cielo che va rabbuiando.

– Tu non vuoi capire, – dice con tono basso, inquietante, quasi spettrale, facendomi precipitare giù in fondo al pozzo carsico nella mia anima, – sembri quasi... felice. Riesco a capirlo. Ti aggrapperesti al fuoco pur di non fare ciò che ti ho chiesto. Ma io lo

voglio. Papà non voglio altro.

– Ma adesso, – deglutisco un grosso groppo spinoso, – adesso è diverso. Abbiamo da mangiare.

– Papà, questo è l’ultimo pasto che faremo insieme. Se tu vuoi aspettare ancora, fallo. Ma io sono stanca. Voglio solo andarmene, quindi, mangiamo, e poi mantieni il tuo giuramento.

M’accorgo d’essere in ginocchio.

Devo alzarmi, riprendere il controllo della situazione.

Col dorso della mano mi asciugo le lacrime; poi ci provo.

È tutto inutile, digrignando per il dolore a malapena riesco a mettermi seduto. L’ira, inaspettata, fa breccia nel mio cuore. A testa china stringo i denti abbastanza da farli scricchiolare. In qualche strano modo sono furioso con lei, per ciò che pretende le faccia e per la possibilità di salvezza che vuole negarsi. – Perché!? Ora abbiamo da mangiare!

Alzo la testa. Lei continua a contemplare il vuoto.

– Guardami!

Ma non lo fa; piuttosto inizia a scrutare le tenebre all’interno della canna della pistola.

– Devi mantenere il tuo giuramento, papà. È quello che voglio, – il tono della sua voce è privo di ogni sentimento.

– Ma potrebbe esserci un pilota con l’ordine di venirci a prendere domani. Anzi, ma-gari già è in viaggio sul suo elicottero. Ti prego, – le lacrime riprendono a scendere copiose, – se non per me, fallo per quei ragazzi: i tre militari, te li ricordi? Antonio. Marco. Giovanni. Hanno dato la vita per noi, per darci una speranza.

–...

– Ora abbiamo il cibo. Capisci? Finché ci sarà possibile, finché avremo i mezzi per sopravvivere, non possiamo mollare. Abbiamo l’obbligo morale di onorare il sacrificio di quegli eroi.

–...

– Tua madre mi darebbe ragione, lo sai.

Luce scuote la testa come a dire no a un’idea, a un dubbio che si stavano facendo largo fra le sue convinzioni. – Tu non capisci. Perché non mi capisci? – mi chiede con tono collerico voltandosi per scagliarmi addosso un’occhiata furente.

– Ma capire cosa?

Il suo viso passa da un’espressione all’altra: ora deluso, ora infastidito, ora triste...

– Che non voglio morire perché sono stanca di sopravvivere in questo modo. Voglio morire perché rabbrividisco all’idea di iniziare una nuova vita nel mondo lì fuori, semmai qualcuno venisse davvero a salvarci.

Ma che sta dicendo? Non vuole essere salvata?

– Immagino già come sarebbe, la vita del superstite medio: perennemente rinchiuso in

un villaggio circondato da alte mura, a sfornare un figlio all’anno se è donna o a sfondarsi la schiena dall’alba al tramonto se è uomo, fingendo felicità per essere fra quelli che impediranno l’estinzione della razza umana, mentre la prospettiva di un futuro segnato dalla paura di essere divorato vivo e la tristezza per i tempi andati non lo abbandoneranno mai.

Smetto di piangere, freddato dalla limpidezza dell’immagine che Luce mi ha mostrato e dalla verità insita nel suo profondo. Se il mondo non fosse finito, sarebbe diventata una grande pensatrice. Che peccato!

– Dici... dici sul serio. È di questo che hai paura?

Non so che pensare. Non so come reagire. So solo che, forse... forse...

– Sì... dico sul serio. E poi... tu dici di credere in dio. Beh, il tuo dio qui non ti ci vuole più. Né a te né a me né a nessun altro di questa nostra insulsa specie che si è fottuta l’anima. Questa è l’apocalisse.

Forse ha ragione. In fondo, tutto questo non è altro che il ciclico volere di Dio. E se lui non vuole più che abitiamo questo pianeta, chi sono io, per contrastare il Suo volere.

– D’accordo, allora, – mi scopro a dire. Nella mia mente, fulmineo, è avvenuto uno strano fenomeno: il concetto che avevo di giusto e ingiusto si è infranto, e i due valori si sono polarizzati, perdendo ogni sfumatura. – Se è quello che vuoi, lo farò.

Ora che sono sulla stessa frequenza di mia figlia riesco a capire, e persino a condividere, la sua linea di pensiero: la fuga è una dolce strada; la imboccheremo insieme, sereni. E sarà la fine della fame, per sempre.

Il vento prende a battere contro la finestra come un mostro invisibile che voglia

entrare, facendo tremare i vetri e scricchiolare gl’infissi. Un lampo lacera la Luce incerta del giorno; poi ne giunge un altro, e un altro, generando violenti chiaroscuri che in una frazione di secondo invertono i contrasti, e tuoni roboanti al punto da sembrare bang sonici. Il ronzio delle mosche gradatamente cessa, mentre i lamenti di quegli esseri, no. Quando sento le prime gocce di pioggia sfracellarsi sul creato m’alzo in piedi, il volto inespressivo, il corpo che invano lancia impulsi di dolore al cervello sintonizzatosi sul

nulla.

Anche Luce si alza, riappoggia la pistola accanto alla cornice argentea e insieme prendiamo le due sedie girevoli da dietro la scrivania. Non parliamo. Non ci guardiamo.

Ci sediamo davanti al cibo, spalla a spalla.

Luce tira un sospiro; sembra di sollievo. – Non avrei mai voluto andarmene a stomaco vuoto, – dice.

Il demone della fame vorrebbe che fossimo voraci, ma non possiamo esserlo. Un paio d’anni fa, durante una serata come tante, io e Luce vedemmo un documentario sul digiuno razionale. I nostri sguardi s’incontrano.

– Lo so, mi ricordo, – dice lei.

Entrambi prendiamo un sandwich, li scartiamo, ne addentiamo piccoli pezzi (Dio! È inverosimilmente buono), li mastichiamo a lungo, e li ingoiamo ogni volta con l’aiuto di un sorso d’acqua, che sembra avere il sapore dell’ambrosia.

Se dessimo retta alla fame, il cibo verrebbe trattenuto dai nostri stomaci così tenace-mente che ci sarebbe bisogno di un intervento chirurgico per impedire ci uccida sotto atroci sofferenze. E non è così che dobbiamo andarcene.

Sto per dire che è meglio se ci fermiamo quando gli occhi di Luce si alzano e mi fissano, serissimi. Abbiamo dedicato molto tempo a questo nostro ultimo banchetto. In-tanto lì fuori la pioggia ha smesso di frustare quegli esseri abominevoli. Il temporale si è spostato a est, da dove sento giungere il rombo attutito dei tuoni. Le mosche hanno ripreso a ronzare. L’ufficio è di nuovo imbrattato dalla Luce innaturale del sole. Luce mi porge la pistola. Quando la prendo inizia a piangere con un’espressione che dice: – Finalmente.

Mi alzo. Il dolore fisico è morto insieme a quello morale. Mi chino per baciare la fronte di mia figlia e per dirle che le voglio bene. Non piango, né, d’altronde, provo qualsivoglia sentimento o emozione.

Tiro indietro il carrello della pistola producendo uno scatto metallico e facendo fuoriuscire dalla finestrella di espulsione il bozzolo del proiettile sparato da Luce. Quindi impugno l’arma con entrambe le mani e gliela punto alla tempia. Lei inizia a tremare, immersa nel cono d’ombra proiettato dalla mia schiena colpita direttamente dalla Luce che filtra dalla finestra. Trattengo il fiato. Stringo le palpebre. Ordino al dito indice della mano destra di premere il grilletto. Ma non accade nulla. Il dito non riesce a fare altro che tremare sulla superficie concava della mezza luna ferrosa. Eppure, non sono nervoso, non sento nulla.

– Fa, presto, – balbetta Luce.

D’un tratto ricordo il mio piede malato. Ricordo che devo provare dolore. Ma che mi sta succedendo? Perché il mio corpo non fa ciò che voglio? “Ma lo sta facendo, si autodistruggerà piuttosto che disubbidirti,” mi dice una voce calda e rassicurante che giunge da chissà dove. Ma perché? Che significa?

D’un tratto il mio torace sembra voglia implodere: è come se fosse stretto fra le ganasce di una morsa d’acciaio. Getto fuori l’aria che trattengo nei polmoni con un soffio secco e il dito sul grilletto si muove, spinge. Dal mio braccio sinistro s’irradia un dolore intenso, familiare, che coinvolge anche le scapole, il collo, la mandibola. Digrigno, le palpebre serrate. Percepisco il vibrare dell’aria intorno al cane della pistola, che trema, non vuole alzarsi. Il cuore mi batte nel petto in modo decisamente anomalo. Intensifico la pressione sul grilletto. Il cane adesso sale, un millimetro alla volta. La pressione al torace aumenta, mi fa male. Il cuore s’imbizzarrisce. Il cane è prossimo a raggiungere il punto di non ritorno. Sta per accadere, penso, quand’ecco a rompere il momento un rumore di vetri infranti e qualcosa che mi morde la schiena, all’altezza del cuore, che, incredibilmente, si quieta.

Luce non ha richiuso bene il portello ermetico, è la prima cosa che penso. La seconda, mentre apro gli occhi, è che devo toglierle la vita prima che quegli esseri abbiano la possibilità di divorarla viva.

Ma il dito cede alla spinta del grilletto. Il cane ritorna al suo posto nel carrello della pistola. E un’inaspettata sensazione di pace mi riempie l’anima.

Tuttavia, il dolore al torace è intenso e pulsante, come se qualcuno lo avesse traforato con un trapano a percussione. E poi inizio a sentirmi un po’ stordito, le forze vogliono abbandonarmi. Eppure, sento che è tutto finito, che è tutto a posto.

Ma che sta succedendo?

Guardandomi in giro m’accorgo che nell’ufficio io e Luce siamo soli. Allora chi mi ha morso?

Abbasso lo sguardo verso mia figlia. Mi sta fissando il torace, scioccata.

Lo guardo anch’io.

Che cos’è? Che cos’è questo foro sanguinolento? È ampio quanto un occhio e si apre

appena a destra della cicatrice. Sembra osservarmi, commosso; un rivolo di sangue stri-

scia giù fra i peli come una lacrima.

Mi accascio a terra.

– Ma ch’è successo? – dico in un sospiro rantoloso.

Vedo Luce china su di me, incredula e spaventata, e le sue lacrime gocciolarmi sul

volto. S’inginocchia e mi prende tra le braccia.

– Papà! Papà!

Poi guarda su verso la finestra.

– C’è un buco nella finest… – qualcosa le mozza il fiato. Forse ha sentito un rumore che l’ha in qualche modo turbata, perché attraverso la patina ombrosa che si è distesa sui miei occhi la vedo tendere l’orecchio verso la finestra. La sua mano vibra nell’aria densa mentre sale a coprire la bocca che, insieme alle palpebre, si spalanca.

E poi ecco, lo sento anch’io, lontano, come un ventilatore gigante in avvicinamento.

– Papà... è un elicottero, – dice con un fil di voce distorto dalla paura.

– Lo... avevo detto... io.

Sì: lo avevo detto. E ora eccoli, sono venuti. Porteranno in salvo mia figlia.

Il fragore dell’elicottero cresce. Sembra stia qui nella stanza. Gli occhi di Luce, spalancati sulla finestra, in un lampo di paura strabuzzano: sembra vogliano scappare fuori dalle orbite.

– Eccolo! – urla indicando la finestra, che sento esplodere, e insieme a schegge di vetro che scintillano nell’aria, sul pavimento scendono pesanti gli anfibi di un energumeno in mimetica. Si piega sulle ginocchia per ammortizzare l’impatto al suolo. Imbraccia un fucile d’assalto. Si alza con l’arma spianata verso di me. Lo sguardo d’aquila fisso sul puntino rosso apparsomi sul petto.

Luce è letteralmente fulminata dal terrore. Mi si aggrappa addosso. Allora il militare abbassa il fucile. È pelato e la Luce del sole gli si riflette sull’ovale del cranio. Dal suo dorso spunta una corda nera che corre fuori dalla finestra, facendolo assomigliare a un soldatino telecomandato. – Ben... ben arrivato... ma, perché mi hai sparato? – chiedo fra gli spasmi.

È impossibile che il militare mi abbia sentito nel fragore generato dai rotori dell’elicottero, eppure apre la bocca per rispondermi. Forse mi ha letto le labbra. – Stavi per uccidere la ragazza, – dice con tono abbastanza alto da farsi sentire.

– Gliel’ho chiesto io, stronzo! È mio padre! – lo informa Luce. Ha urlato tanto che ha bisogno di riprendere fiato, – Vattene via! Noi non vogliamo essere salvati! Hai capi-

to!? Vattene via!

– Capisco. Capisco, – dice il militare.

Percepisco il sangue fuoriuscire copioso dal foro dietro la schiena, i miei vestiti che lo assorbono man mano che si spande sul pavimento, e la pace dei sensi avvolgermi come

una coperta di Luce in una notte fredda e buia.

Il militare si limita a osservarci, impassibile. Porta le dita della mano sinistra sulla spalla destra, dove la sua bocca corre a dire qualcosa. Non perdendoci mai di vista fa cenno di sì con la testa tre volte. Poi ci si avvicina e si abbassa con la chiara intenzione di prendere Luce con la forza. Lei si avvinghia al mio corpo con ancor più tenacia. Ma è inutile. Il soldato è cinque volte lei. Me la strappa via di dosso, mentre io urlo di dolore, e se la mette stretta al fianco come fosse un cagnolino irrequieto.

– Amico... stai perdendo molto sangue, – dice il militare fissandomi con un’espressione di sincero rammarico. La Luce investe trasversalmente il lato destro del suo corpo, facendolo brillare come un angelo. Un angelo che proietta un’ombra lunga e tentacolata per via degli arti di Luce che si muovono frenetici.

L’angelo ha ragione, comunque. Sotto di me si è creato un laghetto rosso. Ma non m’importa, va bene così. – Lo so, – dico.

– Mi spiace. Abbiamo... frainteso, – si giustifica. Ma non ce n’è bisogno. Se ne avessi la forza, mi alzerei per abbracciarlo.

Luce continua a dimenarsi, implorando di lasciarla andare.

– Non è colpa vostra, – dico, – è Dio che ha fermato la mia mano. Mia figlia, dove la porterete? Starà bene? – Le lacrime colano calde sul mio volto.

– Starà bene, glielo assicuro. Abbiamo creato un luogo dove poter ricominciare.

Nel sentire le parole dell’angelo, Luce inizia a urlare come se la stessero squartando. Lui mi fissa per qualche secondo, poi recupera un’imbracatura rossa dallo zaino che ha dietro la schiena e la infila a Luce, che gli rende il lavoro non facile. Nonostante ciò, quando ha finito, Luce è ben assicurata al suo corpo.

– Papà ti prego aiutami!

Le mie forze stanno quasi per esaurirsi: sento la vita evaporare dal mio corpo. Il militare poggia la mano sul calcio della pistola nella fondina che tiene al fianco destro, scrutandomi in modo inequivocabile.

– No, – dico tossendo uno spruzzo di sangue, – voglio andarmene poco alla volta.

E allora lui preme il pulsante sulla trasmittente che ha sulla spalla e suppongo ordini di portarlo su.

– Nooooooo... – urla Luce, – Nooooooo...

– Io ho giurato di proteggerti, amore mio, e in questo ho avuto successo, – dico, anche

se so che l’unico a capirmi è stato l’angelo, s’una guancia del quale scivola una lacrima

sfuggita all’occhio sinistro.

L’ultima immagine che vedono i miei occhi fisici è Luce che mi guarda con odio e

sgomento mentre l’angelo la porta via in salvo volando fuori dalla finestra.

Il cuore mi si stringe in una sensazione d’addio. Poi l’ombra dell’oscurità cala sulla mia coscienza. E mentre mi spengo, Dio, nella sua immensa misericordia, mi fa un ultimo dono: una visione del futuro in cui Luce, ormai adulta, attraverso le sue parole scalda il cuore di un’innumerevole folla dagli occhi scintillanti di speranza.

© Gennaro La marca



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