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Mustafà
di Simona Genovali
Pubblicato su PBSA2021


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I racconti di Progetto Babele

C’era una volta un vecchio signore di nome Mustafà, proprio come il primo presidente della Turchia e Mustafà, non perdeva occasione di dirlo. Era un ometto sulla settantina, che andava in giro a piedi per il quartiere e per tutta la città, e rivolgeva sempre un saluto affettuoso alle signore affacciate ai balconi mentre scuotevano le tovaglie o stendevano i panni. E così diceva “buongiorno” oppure “buonasera”, alla Gè (Gemma), alla Flò (Flora), alla Mì (Mina) e alla Pì (Pina). Le conosceva tutte per nome: quelle sposate, quelle vedove, quelle madri di famiglia che passavano le giornate in casa a rammendare calzini, a spettegolare e a preparare il pranzo per i figli e i mariti. Mustafà usciva presto la mattina e andava dalla Rì, la Rita, a prendere il latte e il pane fresco. Inverno o estate, sole o pioggia, alle sette lui era già in bottega. Camminava per le vie con passo svelto e spedito. D’estate era solito indossare una camicia a quadri e un paio di calzoni blu, fino alle ginocchia, d’inverno invece…una camicia a righe e un paio di pantaloni neri! Non so se era ricco o povero...lui ripeteva sempre che aveva lavorato 60 anni come muratore nei cantieri, che se la passava peggio di un re, ma che i soldi per il funerale li aveva messi da parte. A quell’età, e per le vie polverose del Quartiere dei Fiori, popolate di uomini che lavoravano nelle fabbriche e di pensionati come lui, il tema della morte era spesso ricorrente, come se parlarne fosse un appuntamento quotidiano da rispettare. Mi divertivo a percorrere quelle strade e ad ascoltare i discorsi della gente. Ormai avevo fatto amicizia con quasi tutti gli abitanti del quartiere, in particolare con Mustafà. Passavamo ore e ore a parlare della sua vita, del mondo che era cambiato, dell’amore che ancora non avevo incontrato. Tutti aveva preso a chiamarmi la “Maria di Mario”, mio padre. Del resto, lui aveva abitato nel quartiere fino alla sua morte. Mio padre mi ripeteva spesso che sarebbe morto perché aveva respirato l’amianto. Ma io ero troppo piccola per capire.

Pensavo: “mio padre si sbaglia, qui si respira aria buona!”. Dal tetto del palazzo, dove noi ragazzi salivamo di nascosto, si vedeva il mare e la magnifica pineta che circondava il quartiere. Allora mi tranquillizzavo davanti a tutto quel ben di dio e pensavo che mio padre non sarebbe mai morto. Ma l’amianto non era lì, era nelle fabbriche e nei cantieri dove i nostri padri trascorrevano tutto il giorno. Ma allora non potevo capire, così come non potevo capire perché mia madre un giorno se n’era andata. Aveva fatto la valigia e aveva lasciato me e mio fratello, seduti in cucina, a bere il latte con i biscotti. Una leggera carezza sulla testa, poi ci aveva salutato dicendo di stare tranquilli, o qualcosa del genere, che lei sarebbe andata in vacanza a riposarsi un po’ e che presto sarebbe ritornata. Ma da quel giorno mia madre non l’abbiamo più vista. Così per me, ritornare al quartiere dei fiori, era un po’ come tornare a casa, forse speravo di che mia madre tornasse. Frequentando quei luoghi avevo scoperto che molta gente si era preparata ormai da anni alla propria morte: c’era chi aveva già comprato il posto al cimitero e chi invece divideva il denaro che aveva risparmiato, tra i “soldi per la vecchiaia e i soldi per il funerale”. Poi c’era chi, come Mustafà si era informato sulla cremazione, soluzione questa più economica del classico funerale, ma ritenuta da molti, una scelta blasfema. Così gli uomini del quartiere, i famigerati “mariti”, quando lo vedevano passare si limitavano ad accennare un sorriso, ricordandosi che quello era un tipo che voleva essere cremato.

Mio padre invece, diceva che gli uomini come Mustafà andavano rispettati perché erano quelli che avevano fatto la guerra. Camminava tanto Mustafà, voglio dire che ogni volta che lo incontravo, e lo incontravo spesso, io ero in bicicletta e lui a piedi. Passavo sempre davanti la casa dove avevo trascorso la mia infanzia e che proprio quell’estate, dopo la morte di mio padre, avevamo venduto a una famiglia di fiorentini e lui più o meno alla solita ora, attraversava la strada proprio in quel punto precise, rigorosamente a piedi. Le spalle ricurve, incastrate nei quadretti bianchi della camicia, e le braccia che oscillavano come pendoli lungo le gambe secche e bianche come la veccia. Alzava la mano per salutarmi, poi continuava il suo passo veloce diretto chissà dove. Tutti sapevano che camminava tanto, ma nessuno sapeva dove andasse di preciso. Avevo imparato a calcolare i suoi tempi, così aspettavo che ritornasse dalla sua passeggiata solitaria e segreta. Mi facevo trovare vicino all’uscio di casa sua, seduta sulla panchina che Mustafà aveva sistemato. Sapevo che prima o poi sarebbe ritornato, mica come mia madre. E avremmo chiacchierato. Poi avrei ripreso la mia bici e sarei ritornata in città, nella mia nuova casa.

Un giorno di fine agosto, mentre passeggiavo sotto i loggiati del mercato in centro città, vidi Mustafà seduto al tavolo di un bar. Mi nascosi dietro a una colonna e rimasi per qualche istante a fissarlo, avvolto in un lontano mistero e in una vecchia e tenera eleganza. Mi sembrò un affascinante signore d’altri tempi, estraneo alla livida terra del Quartiere dei Fiori.

Proseguii il cammino facendo finta di niente, ma quando fui vicino al bar, inevitabilmente mi vide e mi chiamò. Lo salutai con un sorriso e lui fece altrettanto, traccheggiò in fretta il caffè e si precipitò verso di me, afferrandomi per un braccio e trascinandomi fino ad una sedia accanto al tavolo che occupava.

“Allora Maria, che fai da queste parti?”

“Facevo due passi. Abito qui vicino”.

“Lei piuttosto Mustafà, dal quartier fino qui sono diversi chilometri”, aggiunsi, sperando di scoprire il perché di una così lunga passeggiata. Ricordo che per un tempo lunghissimo siamo stati in silenzio uno davanti all’altro, i suoi occhi fiacchi infilati dentro ai miei, pieni di curiosità.

“Vengo qui a trovare mia moglie, la sento più vicina in mezzo a questi palazzi, questa strada...abitavamo là dietro, al numero 46, interno B. La domenica mattina, prima di andare al mare, venivamo qua a fare colazione, scambiavamo due parole con Piero, il vecchio proprietario e poi di corsa sulla spiaggia...sognavamo dei bambini che non sono mai arrivati, ma eravamo felici lo stesso, cara Maria. Poi tre anni fa Dora si è ammalata, i dottori parlarono di un cancro…non restava altro che aspettare, capisci? Dovevo aspettare che quel male schifoso si portasse via la mia Dora...poi una mattina il suo cuore ha ceduto...è stato allora che mi sono trasferito nel vostro quartiere...perdonami se non ti ho mai parlato di questa storia ma è molto doloroso per me ricordare…”

Il 20 dicembre scorso Mustafà è morto nel piccolo condominio giallo in fondo al quartiere. Lo hanno trovato i vigili del fuoco, dopo aver forzato la serratura. Era disteso sul pavimento. Le finestre di casa sua erano rimaste chiuse troppo a lungo, quel giorno, così qualcuno aveva pensato di dare l’allarme. Il suo cuore aveva ceduto, proprio come quello di sua moglie.

Si era fermato improvvisamente in quel fiacco pomeriggio invernale, cinque giorni prima di Natale, dopo che un fragoroso temporale aveva bagnato tutta la città. Il giorno del suo funerale, faceva molto freddo. Le porte della chiesa erano chiuse. Poche persone assiepate intorno alla bara e qualche anziana signora del quartiere che recitava l’omelia che aveva scelto Don Sirio.

Sulla bara, solo un mazzo di fiori bianchi e gialli.

Qualche settimana più tardi, ho ricevuto una lettera. Me l’ha consegnata a mano la figlia della signora Rita, la titolare del piccolo negozio di alimentari dove Mustafà era solito fare compere. Diceva che la lettera era stata ritrovata dalla nipote di Mustafà mentre sgomberavano l’appartamento dello zio defunto.

* * *

“Cara Maria, se un giorno arriverai a leggere questa lettera, vorrà dire che finalmente il mio cuore avrà trovato pace vicino a quello di mia moglie. Dio solo sa quanto mi manca e quanto mi è mancata in questi tre lunghissimi anni. Ricordo tutto di Dora, il profumo dei suoi capelli, i suoi occhi azzurri come il mare, le mani magre e ossute ma sempre pronte a dare e a ricevere carità. Tu che cerchi l’Amore, ti dico allora che l’Amore è ciò che il tempo non può cancellare, ciò che alla fine non muore mai. Un po’ di tempo fa, durante una delle nostre piacevoli conversazioni sul tempo, sulla vita, sul mondo che cambia, abbiamo parlato anche della mia eventuale cremazione. Sai che ti dico Maria, che ho cambiato idea! (Solo gli stupidi non cambiano mai idea!).

Dora è tornata alla terra e anch’io tornerò alla terra come lei e sarò sepolto vicino a lei. Sono stato al cimitero e ho comprato il “posto” accanto a Dora. Saremo di nuovo vicini, io e la mia Dora, anche se stavolta saranno ricoperti da una lastra di marmo. Grazie per le nostre splendide chiacchierate. Con affetto Mustafà”

 

© Simona Genovali



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