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Il collezionista di argenti
di Gianluca Vivacqua
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Mi chiamo Augusto Gentilini. Lo ammetto, in vita mia non ho mai guardato una televendita promozionale. I miei argenti li ho sempre comprati in gioielleria, al prezzo che solo gli oggetti preziosi originali possono avere. Anni e anni di acquisti mi avevano consentito di accumulare in casa, come dire, un’arca delle meraviglie; poi, una brutta notte, un vecchio intimo a cui avevo fatto uno sgarbo si vendicò dando le chiavi di casa mia (e sì, quell’Efialte ne aveva una copia) a una banda di ladri con cui era in combutta, chissà per quale motivo. Erano quasi le tre del mattino, nel cuore dell’estate; rincasavo nella mia villa da una proiezione all’aperto organizzata da un’amica. Niente di che, sia chiaro, un film tutt’altro che spettacolare… Era destino, purtroppo, che uno spettacolo ben più palpitante dovessi vederlo in casa. Non feci in tempo ad accorgermi del cancello aperto che la mia vista fu catturata dalla piscina (i miei amici la chiamano “peschiera”, e a nulla era valso aver piazzato ai lati corti due guerrieri di marmo): sul pelo dell’acqua ristagnante nell’invaso galleggiavano, indisturbate ma così disturbanti, sigarette malamente estinte, di vario spessore. E un odore di fumo era percepibile in tutto il giardino, come fosse stato il teatro di un barbecue piuttosto abbondante. Avevo paura, lo ammetto, e l’aria fresca di quell’ora la sentivo addosso come neve di gennaio: era successo qualcosa in casa, quando non c’ero, e non so cosa avrei dato per poter chiedere aiuto a qualcuno, in quel momento. Niente, ero solo: nessuno abitava intorno alla mia dimora, ma quella fu la prima volta che me ne pentii davvero. Radunai tutto il coraggio che non avevo dentro di me e mi slacciai una scarpa; poi mi sciolsi la cravatta e così, armato di quella frusta e di quella mazza costose, feci l’anabasi del temerario. Ero sgomento al solo vedere che due vetrate dell’affaccio del soggiorno erano in frantumi, ma l’idea di fuggire in mezzo alla campagna, possibile preda di chiunque, mi paralizzava tanto quanto quella di entrare in casa. Almeno, mi dissi con un cuore più pallido del mio volto, se devo finire, finirò insieme ai miei preziosi.

Già, i miei preziosi: di certo non c’era più traccia di loro, così come di chiunque fosse entrato in casa. E il fumo dentro non si sentiva neanche tanto:  con tutta evidenza chi si era auto-ospitato a casa mia  mentre ero fuori non mi aspettava per uccidermi, voleva solo prendere la mia collezione, e magari creare un po’ di scena giocando a fare il teppista qua e là. Ispezionai il salone meticolosamente come chi conta gli ultimi istanti della sua vita, incollandomi all’angolo più buio e abbassandomi sempre di più; e vidi che non mancava nulla. Allora mi spinsi gattonando fino alla sala da pranzo: rimasi qualche istante dietro la porta, che era spalancata, giusto il tempo di studiare un’entrata da giaguaro: ma avrei potuto fare paura solo a me stesso. Mi sentivo pronto, prontissimo a scattare di nuovo in posizione eretta, e ad afferrare qualunque oggetto luccicante mi venisse alla mano, e con esso contrastare quanti uomini avessi trovato lì dentro. Di ringhiare ringhiai, me lo ricordo bene; il tavolo, il lungo tavolo rettangolare, ammutolì. Poi anch’io ammutolii, constatando la desolazione: né loschi figuri contro cui combattere, né tantomeno eventuali strumenti di difesa. Né jatte, né alzate, né centrotavola né candelabri: niente. Dov’era finita la protezione divina per il mio candeliere a sette bracci, quello che orgogliosamente chiamavo menorah? Già, la menorah della casa, quella che offese mio zio Gustavo, che ci vedeva un riferimento remoto alla sua barba rabbinica. Chissà perché, poi…

In quel momento, in quel preciso momento, aggrappato senza forza com’ero al capo della tavola volto verso l’uscio, qualunque sicario, qualunque bandito, qualunque essere terrificante avrebbe potuto trapassarmi, impallinarmi, sbranarmi: non me ne sarei accorto. Solo un pensiero mi ronzava nella testa: mi ricordavo di quanta premura avessi di tornare a casa, perché al buffet non avevo mangiato niente, e pregustavo l’idea di togliere dal frigorifero il mio bel vassoio rettangolare in sterling con tanto di coperchio, e godermi gli ultimi due cosciotti di agnello rimasti. Ecco, ragionavo, se i miei ospiti non si erano anche fatti uno spuntino con gli avanzi del pranzo, forse la mia collezione poteva ripartire da quel pezzo.  Mi trascinai in cucina, e aprii il portellone bianco del frigo: sì, il vassoio era lì, accanto alle due bottiglie d’acqua, che mi salutava col suo chiaro sorriso. Mi chinai e lo abbracciai, dopo aver baciato il manico del coperchio. Devo ammetterlo, arrivai addirittura a leccarne la superficie liscia, fredda, e così, a fior di lingua, ebbi un’illuminazione: il freezer! Avevo trasferito il gelato alla stracciatella dal barattolino di plastica al mio Fabergé porta creme satinato! Esatto, era proprio così, grazie al cielo. Estrassi l’uovo dallo scomparto surgelati e, con l’allegria di chi rivede i suoi cari tornare da un lungo e sanguinoso conflitto, andai di cucchiaio, e mi feci due o tre bocconi di gelato, con entusiasmo nervoso. Baciai anche il Fabergé: non  ricordo con esattezza, ma molto probabilmente lo feci. Quello fu lo spuntino notturno più indimenticabile della mia vita.

© Gianluca Vivacqua



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