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Sono solo una penna
di Giulia Calfapietro
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La mia vita non è affatto semplice: appartengo a tutti e a nessuno. Vivo in questa casa, anzi sulla scrivania dello studio di questa casa, da parecchi anni e, qualche volta, dopo le pulizie del Mercoledì che la vecchia domestica puntualmente dedica a questa stanza, cambio punto di osservazione. Passo dal porta penne in ceramica che proviene dal Bookshop della National Gallery di Londra a quello in vetro smaltato, unico souvenir di un viaggio a Venezia, che dà spazio a matite colorate ed evidenziatori che ormai funzionano per metà. Una volta mi hanno persino dimenticato nella scatola di cuoio scuro che, nell’angolo più lontano di questa grande scrivania, è il rifugio della piccola cancelleria ritrovata in giro per casa, sempre dopo le pulizie del mercoledì. E’ stato allora che ho incontrato per la prima volta una gomma pane, color nocciola, profumata, quasi fosse pronta per partecipare ad un evento importante: una seduta di laurea, forse ed una vecchia lente di ingrandimento che ormai tutti, in casa, davano per persa, per sempre.

Sono una penna comune, di quelle che si acquistano in cancelleria per pochi centesimi, ma mi hanno riempita di inchiostro rosso ed è questo il vero problema. Ognuno degli abitanti di questa casa preferisce utilizzare penne con inchiostro nero o blu, il rosso è troppo evidente. Il nero va bene per la lista della spesa che la signora Francesca scrive ancora a mano, su un pezzo di carta rimediato dal notes della cucina o per i messaggi del giovane Piero che, ormai più che ventenne, evita sempre più spesso le cene di famiglia, barattandole con serate in discoteca o chiacchierate giù al pub del centro con gli amici di sempre. Bastano poche righe per ricordare al resto della famiglia che tornerà dopo la mezzanotte, magari strafatto di rumori assordanti che non possono di certo chiamarsi musica e di qualche sostanza che ha per nome un acronimo difficile da imparare per chi non ha più la sua stessa età e odora di tabacco, paciuli, incenso e di chissà che altro. La piccola Anna preferisce invece l’inchiostro blu per i suoi disegni della sera: spesso quando suo padre si trattiene nello studio a lavorare fino a tardi, tanto in TV ci sono sempre le stesse facce e gli stessi programmi, la ragazzina lo raggiunge senza fare troppo rumore e si accovaccia accanto alle sue gambe poggiando la schiena ad uno dei piedi della scrivania. Sa che non deve attirare l’attenzione di suo padre che, interrotto nel suo lavoro serale, potrebbe rimandarla nel soggiorno dove il cane sonnecchia sul vecchio cuscino di seta verde accanto alle persiane chiuse, dicendole che sta finendo una relazione troppo importante per essere rimandata al giorno seguente. Anna disegna su grossi fogli di album che conserva nello studio sotto la pila dei quotidiani e mentre la penna con l’inchiostro blu riga la pagina bianca la piccola inizia il suo viaggio immaginario che si popola di fate, folletti e dolci creature dei boschi. Una volta è riuscita persino a disegnare una grande quercia nodosa al centro di una radura incantata dove crescevano fiori di tutti i colori che, per forma e dimensione, non somigliavano affatto a quelli del giardino intorno alla casa che, puntualmente, rifioriscono ogni primavera.

Io invece sono ripiena di liquido rosso, troppo evidente per un messaggio privato, troppo definito per far volare la fantasia verso terre sconosciute o addirittura verso altri pianeti. Per questo, non utilizzata quasi mai, porto bene i miei anni: nessun graffio lungo l’abito trasparente che ricopre la cartuccia di plastica, il tappo sta al suo posto senza difficoltà e la punta, sottile e pulita, vince sempre su quelle delle altre penne in eleganza. Ma per una penna non è certo una soddisfazione non essere usata così spesso. Dovete sapere che nessuna penna ha una vita propria: la storia di ognuna di noi è la storia di coloro che ci usano per scrivere. Gli avvenimenti, le emozioni, gli stati d’animo, sono i loro. Ci rattristiamo se la mano di una donna innamorata scrive è finita su un biglietto di piccole dimensioni, magari accompagnando la frase con una lacrima amara che bagna il contorno del foglio  dopo essere scesa giù dalle guance; ma siamo felici se sullo stesso biglietto qualcuno scrive Ti amo e, accanto alla firma, disegna un cuore accennato che sottolinea la frase e il suo senso.

Ciononostante, anche se scelta poche volte fra le penne che abitano come me in questi boccali da scrivania, ascolto con attenzione tutto quello che avviene in questa stanza, scruto i volti e le loro espressioni e riesco a comprendere quello che i membri di questa famiglia stanno provando nello stesso momento. Lo studio è forse la stanza più riservata dell’intera casa: molti dei suoi abitanti si rifugiano qui per le loro telefonate private o incontrano qui i loro interlocutori ai quali confidano segreti, preoccupazioni, soddisfazioni per traguardi raggiunti.

E’ stato proprio qui, qualche anno fa, che la signora Francesca, tornata a casa in un orario insolito per lei, si è raggomitolata sulla poltrona di pelle che riempie l’angolo più buio della stanza ed ha pianto sommessamente. Poi ha preso il cellulare dalla borsa che aveva portato con sè ed ha chiamato sua sorella che vive lontano in un’altra città. Le due donne hanno solo qualche anno di differenza, anche se Francesca è sempre stata più dolce nei lineamenti ed ha conservato degli splendidi capelli neri lunghi, raccolti in una coda di cavallo fluente e lucida. Uniche sorelle, hanno condiviso la loro vita fino agli anni dell’università. Poi Francesca si è sposata ed ha messo su famiglia senza allontanarsi troppo dal posto dove è nata, mentre sua sorella ha fatto carriera. Donna indipendente e forte, ha lasciato l’Italia e vive all’estero inventandosi un compagno diverso ad ogni occasione e proclamandosi soddisfatta della sua vita professionale e delle sue amicizie internazionali. Seppure così diverse nelle loro scelte personali hanno però conservato un legame forte che ha sempre vinto ogni distanza fra loro. Ecco perchè, anche quella sera, Francesca non poteva che chiamare lei dall’altra parte dell’Europa. Parlava a singhiozzi facendo delle lunghe pause e teneva il tono di voce basso perchè nessuno rientrando potesse sentirla. Era stata dal medico che le aveva diagnosticato un cancro al seno, uno di quelli non particolarmente aggressivo, ma comunque bisognoso di chemio e di un lungo periodo di riposo. Francesca non era pronta ad affrontare un cambiamento così radicale nella sua vita e non sapeva da dove cominciare: bisognava informare suo marito per prima cosa, poi decidere insieme come dare la notizia a suo figlio Piero ed alla piccola Anna. Avrebbe dovuto delegare parte del suo lavoro ai suoi fidati collaboratori e rimandare a data da destinarsi i suoi viaggi per le collezioni estive ed i suoi incontri d’affari. E poi c’era la paura di dover affrontare gli effetti collaterali della cura: la perdita di peso e dei suoi splendidi capelli, i crampi allo stomaco e le emicranie. E’ vero il medico le aveva detto che la reazione alla cura è sempre un fatto molto personale, che c’erano donne che avevano attraversato il tunnel della malattia riportando pochi segni e soltanto qualche ferita di guerra, ma anche le parole del medico che conosceva da bambina non le davano consolazione. Parlava alternando la concitazione del racconto alla stanchezza emotiva e gli occhi erano ancora pieni di lacrime. Fu una telefonata lunghissima interrotta però bruscamente dal ritorno a casa di suo marito che, richiusa la porta d’ingresso alle sue spalle, si era precipitato sotto la doccia dopo una giornata di lavoro fuori città.

Non mi ero persa una virgola del suo sfogo e avevo memorizzato ogni espressione del suo volto. Sapevo che da quel momento la quotidianità della casa sarebbe cambiata: ci sarebbe stato più spazio per sospiri e silenzi, ma non immaginavo che quei sospiri, quei silenzi sarebbero stati colmi di amore sincero e che la malattia avrebbe riavvicinato Francesca al suo uomo e li avrebbe uniti per sempre.

Come accade in natura, dopo il temporale torna il sereno. I nuvoloni, prima grigi e carichi di pioggia, si diradano nel cielo e lasciano intravedere l’azzurro del cielo. Così anche la malattia ha fatto il suo corso devastando il volto di Francesca, lasciando i segni di notti insonni e momenti di dolore fisico e stanchezza del vivere. Le ha regalato poi nuova forza alimentata dall’amore grande per i suoi figli e per suo marito. In cerca di rivincita nei confronti della sofferenza ha piano piano ripreso a mangiare, a sorridere e a guardarsi allo specchio. Un giorno, voltandosi indietro, le è parso che quel terremoto non fosse mai arrivato, non avesse mai devastato il suo tempo. Il cuore leggero era pronto per nuovi voli ed anche i gesti più piccoli, più comuni, più scontati avevano ora un significato diverso, un senso altro come mai prima. Fu proprio in uno dei pomeriggi che seguirono questa presa di coscienza che, sola nello studio, mi prese fra le mani e cominciò a scarabocchiare sul margine di uno dei quotidiani abbandonati sulla scrivania. Prima strani segni senza senso ad accompagnare la danza della sua mano che si muoveva dolcemente e salutava la fresca consapevolezza di una seconda possibilità poi lettere sparse come a seguire i pensieri che si affollavano nella sua testa, non ancora chiari neppure a se stessa; alla fine parole come: vita, luce, insieme, Marco. Una nuova serenità l’aveva invasa tutta ed un amore forte per il suo uomo che l’aveva sorretta, protetta, guidata, aveva pianto con lei, le aveva teso la mano e portata su, fuori da quel tunnel che sembrava senza fine.

Il rosso del mio inchiostro non è mai stato vivo come in quel momento: era passione, il simbolo vero di una nuova storia d’amore che ridava linfa ad un sentimento mai sopito, ma vittima della routine quotidiana. Tutto l’orgoglio di essere uno strumento indispensabile a raccontare un capitolo dell’esistenza altrui, anche se in poche parole, si era impossessato di me. Tutte le attese, i dispiaceri per essere stata messa da parte nella vita di tutti i giorni erano scomparsi in un attimo. Ero felice, come può esserlo una penna. Quando Francesca lasciò la stanza ero ancora tutta in subbuglio. Temevo che l’inchiostro cominciasse a ribollire riempiendo tutta la cannula che lo contiene fino a fuoriuscire ed inondare l’austero boccale che ospita la mia intera famiglia. Passai una notte insonne. Se avessi potuto avrei chiesto aiuto alla mano di uno scrittore per raccontare tutto ciò di cui ero stata testimone e descrivere il mio stato d’animo e la velocità del battito del mio cuore.

Una storia a lieto fine, dunque, ma non è sempre andata così.

Qualche tempo prima che la notizia della malattia cambiasse la vita di Francesca era successo qualcos’altro: proprio qui nello studio della casa ed io ne ero stata muto testimone. Era quasi passata la mezzanotte e nel giardino intorno alla costruzione il silenzio si tagliava a fette. Non c’era neppure il vento che spesso soffia dal mare e muove piano le fronde degli alberi più alti cantando nenie di cui nessuno conosce le parole. Le luci della casa erano spente da parecchio anche se io sapevo che nella sua stanza Marco fumava l’ultima sigaretta con la finestra socchiusa per permettere ai soffi di fumo di svanire lontano e di non disturbare il sonno di Francesca. Anche il vecchio boxer si era appisolato sul solito cuscino verde conservando qualche buffa espressione che rendeva il suo muso meno rude, da cane da guardia. Era una notte senza lucciole, ora che ci penso. Eppure l’estate era alle porte ed i primi caldi notturni portavano con sé piccole falene e le cicale innamorate che cantano alla luna.

La porta dello studio che Francesca è solita richiudere prima di salire al piano di sopra e andare a letto, si spalancò all’improvviso. Pietro entrò portando con sè, nella stanza, il fresco della notte, ma soprattutto un sottile senso di smarrimento, paura e, forse, rabbia. Aveva passato la serata in discoteca con i suoi amici di sempre e con Isabella, la sua ragazza. Oramai andare nei locali fino a notte fonda era diventata un’abitudine, un modo per fingere di divertirsi grazie alla musica sparata a palla dagli altoparlanti e a qualche cocktail che nascondeva spesso un ingrediente segreto. Ubriacarsi di musica prima e poi di alcolici di varia natura li aiutava a dimenticare il vuoto in cui ci si trovava alla fine degli studi universitari. Pochissime possibilità concrete di entrare nel mondo del lavoro, se non per qualche breve periodo come tirocinante o apprendista. Da una parte l’opportunità di andare all’estero per coloro che conoscevano un po’ di inglese lasciandosi alle spalle la famiglia e gli affetti più cari, dall’altra la scelta di accettare un periodo più o meno lungo di inoperosità immaginandosi un futuro che sarebbe rimasto, lo sapevano bene, solo un’utopia. A volte sembrava di impazzire. Ci si sentiva in un labirinto senza inizio ne fine e le sue pareti di ghiaccio riflettevano l’angoscia e la disillusione di ognuno e la moltiplicavano come in un gioco di specchi.

Anche quella sera Pietro aveva incontrato il suo gruppo di amici, alcuni dei quali conosceva dai tempi della scuola elementare e con cui aveva condiviso la scelta universitaria e aveva fatto qualche viaggio studio all’estero ed era passato a prendere Isabella. Avevano mangiato una pizza nella rosticceria del centro e avevano anche riso per il nuovo taglio di capelli di Nino che lo faceva apparire ancora un ragazzino. Poi avevano deciso di andare tutti in discoteca e di passare insieme qualche ora fino al mattino. Al  loro arrivo non c’era molta gente. Avevano trovato un angolo tutto per loro, sotto una luce bluastra che cadeva a cono sul tavolo di marmo in mezzo alle poltrone. Avevano alternato risate e chiacchiere udite appena in mezzo al frastuono che li circondava, poi avevano iniziato a bere e a ballare buttandosi nella mischia. Avevano anche fumato qualche spinello e sniffato polvere bianca comprata all’ingresso della discoteca. Il tempo era passato prima in fretta, poi si era come dilatato perdendo i suoi contorni definiti nei fumi dell’alcol e nel ritmo della batteria che proveniva dalla cassa infondo al locale. Ormai stanchi del divertimento i ragazzi avevano deciso di lasciare la discoteca e di raggiungere la propria auto nel parcheggio. Alcuni barcollavano, altri si poggiavano alle spalle degli amici per non cascare sull’asfalto. D’improvviso, sbucando dal nulla, una moto di grossa cilindrata aveva attraversato il parcheggio guidata da qualcuno con un casco sulla testa. Aveva lasciato una scia nera sull’asfalto e sporcato l’aria silenziosa con un rombo che non prometteva nulla di buono. Isabella era rimasta indietro rispetto al gruppo di amici e si era attardata per cercare nella borsa il suo rossetto color fragola. Era stato un attimo. L’impatto con la moto l’aveva fatta rimbalzare sull’asfalto più volte e poi ricadere sul ciglio del parcheggio dove c’erano degli alberi piantati da chissà chi. Era successo tutto così in fretta ed i ragazzi ci avevano messo qualche minuto per realizzare quanto fosse accaduto. Il corpo oramai senza vita della giovane li aveva portati bruscamente alla realtà, ma nessuno di loro riusciva ad emettere alcun suono. Fu proprio Pietro a trovare la forza per tirare fuori il cellulare e chiamare l’ambulanza anche se per Isabella era troppo tardi. Poi era arrivata la polizia ed alcuni curiosi avevano lasciato la discoteca e si erano riversati nel parcheggio. Facevano a gara per dare la propria versione di quanto era accaduto: dettagli della realtà si mescolavano alla fantasia e l’uomo con il casco diventò in meno di mezz’ora una giovane donna, un anziano corpulento, poi ancora un ragazzo alto e magro.

Pietro era entrato in un limbo fatto di rabbia per quello che era successo proprio alla sua Isabella, ma anche di dolore acuto e di disperazione. Non riusciva più a pensare lucidamente e rinunciò anche a chiamare suo padre o sua madre nonostante il consiglio accorato di qualche amico. Era davvero innamorato di quella ragazza che, in pochi mesi, aveva saputo tirar fuori il meglio del suo carattere. Insieme avevano cominciato a pensare ad una casa, forse una famiglia, ad un progetto di vita. Quando arrivarono sul posto dell’incidente i genitori di Isabella Pietro sentì l’impulso irrefrenabile di fuggire via da quello scenario di morte. Aveva corso di marciapiede in marciapiede fino a sentire il cuore in gola e fino a ché le lacrime non gli impedirono completamente di vedere i semafori, le insegne dei negozi, i portoni delle case. Corse e corse fino a ritrovarsi dinanzi alla porta del soggiorno che sua madre aveva richiuso prima di andare a letto. Si sentiva al sicuro fra quelle pareti che conosceva sin da bambino; si sentiva libero di dare sfogo ai suoi sentimenti più nascosti. Si lasciò cadere sulla poltrona di suo padre e chiuse gli occhi. E se fosse stato tutto un sogno? I fumi dell’alcol erano svaniti e avevano lasciato spazio ad una realtà brutale che, ancora non sapeva, sarebbe stato in grado di affrontare. Si alzò di scatto e si avvicinò alla scrivania. Tamburellò sulla superficie scura e raggiunse con le dita il boccale di vetro che raccoglieva la cancelleria.

Fu allora che mi afferrò. Cercavo di non respirare per non interrompere il flusso ormai senza sosta dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Mi stringeva, forte. Ebbi davvero paura che mi spezzasse in due e lasciasse cadere l’inchiostro rosso sul pavimento. Ma, senza che me ne accorgessi, aveva preso un foglio bianco dal blocco dei disegni di sua sorella che era rimasto in bella vista sulla scrivania. Cominciò a scrivere calcando con la punta sulla superficie intonsa. Cominciò con Morte, poi seguirono Fine e Buio. Una pausa, poi continuò con altre parole mal collegate fra loro fino all’ultima Aiuto. Sapeva che per attraversare quel momento terribile avrebbe avuto bisogno del sostegno della sua famiglia, l’unica capace di comprendere la natura delle onde che si agitavano nel suo cuore e di quanto il suo animo avrebbe dovuto lottare contro i ricordi ed i progetti per il futuro che ora perdevano ogni senso, ogni valore.

Il rosso del mio inchiostro era il rosso della passione per Isabella che sarebbe rimasta viva dentro di lui per molto tempo ancora; era il rosso del sangue della ragazza che aveva tinto la strada in quella notte buia e silenziosa, era il rosso di un cuore ammalato, affaticato, che avrebbe dovuto attraversare giorni di vuoto, momenti di malinconia, attimi di sofferenza così profonda da apparire più che sofferenza.

Ero l’unica testimone di tutto quel malessere. Io, una penna, una povera penna da qualche decina di centesimi. Ed ho continuato a vivere intensamente la vita di Pietro. L’ho visto in questo studio abbracciare suo padre e cercare rifugio nelle pieghe della sua camicia bianca, guardare fuori della finestra il passare dei giorni aspettando con ansia il ritorno del sereno: ho visto la prima luce nuova fare capolino nei suoi occhi quando Giulia è entrata nella sua vita portando con sè il tepore di una rinascita.

Non so quanto resterò ancora su questa scrivania. Un giorno la domestica del mercoledì guarderà con maggiore attenzione il livello di inchiostro che mi riempie e deciderà che è ora che io lasci il posto ad una nuova venuta, fresca di cancelleria. Non sono spaventata, almeno non credo. Sono soddisfatta di aver potuto condividere parte della vita di questa famiglia pur restando in questo boccale, su questa scrivania. In fondo meglio che vivere sul fondo di una borsa professionale, nell’angolo più remoto di un cassetto dell’ingresso o in cucina, sulla credenza, accanto al vecchio apparecchio televisivo. Il colore del mio inchiostro è stato un segno di distinzione dalle altre penne con le quali ho condiviso spazio e tempo: signora fra le cortigiane, dama fra le contadine.

Sì, una comune penna da cartoleria, ma con una storia, che ne contiene altre più brevi, più intime, tutte uniche ed interessanti , degne di essere raccontate.

© Giulia Calfapietro



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