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Peppi mmerda 段 secco
di Giuseppe Antonio Martino
Pubblicato su SITO


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Era ritornato in paese da qualche anno. Per tutti aveva perso le staffe: era diventato pazzo e, da quando era tornato, non faceva altro che sproloquiare per le vie, con discorsi che non avevano né capo né coda.
Ognuno, su di lui, aveva una sua verità e non accettava che gli altri potessero pensarla in maniera diversa: un paese di pazzi, insomma, dove chi dimostrava di essere più pazzo degli altri riceveva maggiori attenzioni e più sarcastici giudizi.
Lui, in quel periodo, sembrava essere il più pazzo e bisognava lasciarlo cuocere nel suo stesso brodo o, al massimo, dargli una mano per diventare ancora più pazzo. E così è stato!
Per commentare la sua vita scioperata ognuno diceva la sua:
“A quarant’anni senza né arte e né parte: per questo è diventato lasticu di cervello”.
“ Si crede Don Chisciotte e vuole addrizzare le anche ai cani”.
“ Pensa di essere lui il più sapiente e non vuole capire che per lavorare bisogna chinare la schiena.”
Lui, chiuso a riccio, parlava poco e solo con pochi falliti come lui. Qualche volta di diritti, di democrazia, di lotta di classe, convinto che i suoi anni di studio dovessero dargli il diritto a essere qualcuno nella società.
Ce l’aveva con i “figli di papà” che, al contrario di lui, facevano la bella vita.
Ma lui, a detta di tutti, non dico una bella vita, ma neppure un lavoro voleva, e andava dicendo di non voler essere il servo di nessuno … non voleva raccomandazioni … lui!
Tutti ricordavano che quel poveretto di suo cugino, che faceva il bidello in una scuola di Sarmura, la cittadina vicina, aveva chiesto all’Onorevole, che ogni tanto tornava ad Ardenza, di trovargli un posto, come aveva fatto per lui.
E il povero Onorevole, che pure aveva altro da pensare, si era dato da fare e, con una telefonata, si era fatto promettere da un suo amico importante che lo avrebbero preso come usciere all’ufficio delle imposte. Ma suo cugino aveva perso la faccia ed era rimasto con lo scorno perché lui, sapiente, gli aveva risposto che non voleva essere un “passacarte asservito al sistema”. “Io sono un libero pensatore”, andava dicendo … “Io ho studiato trent’anni!”.
Ma che cazzo voleva dire?
Bella libertà, la sua: aveva mangiato pane a tradimento per quarant’anni, mantenuto allo studio dalla povera vecchia di sua mamma che si era tolta il pane di bocca per darlo a lui che non si capiva più quello che voleva e non si capiva quello che diceva. “La mia coscienza non è in vendita!”. Ma quale coscienza e coscienza … Non voleva capire che per avere un pezzo di pane bisogna vendersi anche il culo.
Voleva essere salutato pure dalle persone importanti lui e, quando in tempo di elezioni l’Onorevole, che era una persona gentile e caritatevole con tutti, dimostrava di essere un vero signore e si sedeva davanti al bar a giocare a carte con tutti i paesani, lui, pieno di boria, senza scorno, andava gridando: “Non ho votato né voterò giammai!”. E il disgraziato lo diceva urlando, per fare dispetto a chi poteva dargli pane e companatico.
Tutti dicevano che da bambino non era così, ma allora, che aveva studiato a fare?!
Forse il tanto studio gli aveva dato al cervello.
Era nato durante la guerra ed era rimasto orfano quando aveva pochi giorni di vita. Nei momenti di lucidità, a qualche giovane studente che stava ad ascoltare le sue pazzie, raccontava la sua vita: “Quando morì mio padre io dormivo sopra una cassapanca. Raccontano che, nella confusione, non si accorsero di me e mi buttarono dietro a quella casciache mio padre aveva portato dall’Africa e dove mia madre conservava tutte le nostre cose.
“Non so quanto tempo restai nascosto …, ma mia madre dice sempre che, in quel momento, non sapeva se piangere il marito morto o il figlio scomparso”. Spesso, dopo il racconto, che era sempre lo stesso, come un disco incantato, concludeva: “ vedi … ho fatto piangere sin dalla nascita.”
E sua madre, per crescerlo, aveva veramente pianto tutta la vita: per farlo studiare aveva raccolto olive nelle terre del Cavaliere, sempre all’acqua e al vento, senza fargli mancare mai niente. Lei mangiava ogni giorno un pugno di quelle olive che raccoglieva, con un tozzo di pane duro, senza farsi vedere dalle altre donne dell’anta, ma lui no, per lui, sul fuoco, tra i fagioli che faceva cuocere per la sera, metteva due belle patate, così, quando tornava da Sarmura, dove andava a scuola, prima di mettersi a fare le lezioni, poteva prepararsi un bel piatto: un biscotto di pane duro, patate e due cucchiai di saporita giardiniera.
“Per mio figlio voglio un’altra vita!” - diceva quella povera donna -“non voglio vederlo morire come a suo padre, con l’osso della schiena spaccato in due”.
Anche i maestri di scuola la incoraggiavano e le dicevano che il bambino era molto intelligente e che nella vita avrebbe saputo districarsi perché aveva pure abilità.
Fino alla licenza media era stato l’invidia di tutto il paese.
Crescendo, però, si era guastato e alle scuole superiori aveva cominciato a mettere la cresta: non era più un ragazzo ubbidiente e, come se qualcuno gli avesse fatto una majia, voleva sempre dire la sua. Parlava sempre lui e ripeteva quelle quattro cose che aveva letto sui libri, ma restava senza soldi perché non capiva che la carta non si mangia e che senza soldi non si cantano messe.
Tutti quelli che avevano studiato si erano trasferiti come lui in città, ma non erano tornati indietro, avevano saputo vivere e si erano dati da fare, avevano sfruttato le amicizie di famiglia, avevano raccolto voti per chi poteva dargli una mano e ora, durante le vacanze, tornavano in paese con belle macchine e non come lui che era rimasto sempre lo stesso e ripeteva sempre le stesse cose.
Qualcuno ricordava che la malasorte se l’era cercata.
Aveva sì e no vent’anni quando ne fece una delle sue: era mattina di domenica e il cavaliere era sceso davanti al portone del suo palazzo per parlare con i suoi guardiani e lui, che passava con un giornale sotto il braccio, dandosi importanza, non si girò manco per salutarlo. Il cavaliere che non sapeva di chi fosse figlio, meravigliato per tanta arroganza, lo chiese a uno dei suoi dipendenti e, saputolo, gli venne spontaneo dire a voce alta: “Il figlio di mmerda ’i sceccu con il giornale!”
E lui … non poteva continuare a camminare senza andare a cercare peli nell’uovo? Nossignore, alzò la testa e, senza educazione, in lingua italiana per darsi più arie, gli rispose: “Io, al contrario di te, compro il giornale perché so leggere”.
Il cavaliere divenne rosso come un pomodoro maturo. Non si aspettava che qualcuno potesse rispondergli così nel “suo” paese e si limitò a dire: “Chi nasce tondo non può morire quadrato”, ma se la legò al dito e, dopo qualche mese, licenziò sua madre che dovette andare a fare la serva dall’Onorevole, che la prese in casa sua solo perché era nemico del Cavaliere.
Quell’arroganza lo aveva ridotto a passare le sue giornate girando sempre intorno ad un lampione della piazza, fino a quando, all’alba di uno dei tanti giorni, si è sparsa la voce: Peppi s’era ammazzato.
“Una schioppettata in mezzo al petto, manco li cani!”.
La voce fece il giro di tutte le rrughedel paese e dalla bocca di ognuno, che restava allampato, non usciva che una sola parola, sempre la stessa: “ U maru!”
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

© Giuseppe Antonio Martino



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