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Prima di me
di Giulia Calfapietro
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Non riesco a comprenderne la ragione, ma oggi avverto una strana sensazione, un fremito leggero che mi procura un brivido di freddo, anche se qui dentro mi sono sempre sentito al caldo. E’ successo soltanto un’altra volta, in passato. Lo ricordo vagamente: lei aveva riposato appena; la notte era trascorsa rigirandosi nel letto, fra le lenzuola sfatte e qualche lacrima. Fu al mattino che il telefono squillò e una voce dall’altra parte della cornetta annunciò che Piero era venuto a mancare. Bianca rimase impietrita alla terribile notizia. E’ vero, prima o poi sarebbe successo. Piero era molto malato da mesi ed i medici avevano dato alla famiglia pochissime speranze di ripresa. Ma immaginare la morte e sapere che è arrivata, in silenzio, portandosi via parte dei tuoi ricordi, delle tue radici è cosa ben diversa. Bianca si abbandonò ad un pianto disperato solo più tardi, fra le braccia di suo marito e nonostante mi carezzasse con la mano, spostandola delicatamente da un lato all’altro del pancione, quasi volesse tenermi al sicuro da così tanto dolore, ricordo chiaramente che avvertii per parecchi minuti la stessa sensazione di freddo.

Sono passati un paio di mesi almeno da quella terribile mattina di inizio primavera. Certo non so misurare lo scorrere del tempo con esattezza, non l’ho ancora imparato, ma posso dire che lo spazio nel quale mi trovo da quel giorno è diventato più grande. Riesco a muovere le braccia con maggiore facilità e i deboli calci che il mio piede sinistro riesce ad imprimere sulla superficie di questo grande sacco mi appaiono più ampi e degni di essere chiamati tali. Certo, non c’è cattiveria in questi gesti. La testa si china appena da un lato o dall’altro quando Bianca ascolta la musica che preferisce e si lascia invadere dal ritmo dolce e melodioso di alcuni brani. Le gambe si distendono un poco e poi ritornano nella posizione iniziale quando sempre lei, dopo aver lavorato per un intero pomeriggio dinanzi al computer, si alza per entrare in cucina e prendere un bicchiere d’acqua. I miei movimenti sono segnali della mia futura vivacità. Sono sicuro che sarò un bambino curioso ed intraprendente, proprio come nonno Pietro prima che si ammalasse e che il libro prendesse il posto della bicicletta d’estate e degli sci durante l’inverno.

Se i miei calcoli sono esatti non dovrebbe mancarci molto. Bianca sta per completare il nono mese di gravidanza e in un paio di settimane toccherà a me. Ha già preparato la valigia per la clinica; camicia di lino candida, vestaglia nuova di boutique, un golfino per coprispalle, gli occhiali da vista, il carica cellulare di riserva, i fazzoletti di cotone bianco ed il profumo che usa da così tanto tempo che ormai è parte di sé. Il pomeriggio che ha deciso di raccogliere tutto l’occorrente da portare in ospedale quando sarà il momento, Gianni era rimasto in casa per completare un progetto al tavolo da disegno. Si era accorto che Bianca aveva iniziato a fare su e giù dalla loro camera da letto al bagno e poi da questo alla cabina armadio. Aveva abbandonato la matita sul foglio millimetrato e l’aveva raggiunta accanto al letto, cingendole le spalle. Non c’era stato bisogno di parlare. Aveva iniziato a porgerle la biancheria ripiegata per sistemarla nella valigia e, ogni volta che le loro mani si sfioravano per passarsi un indumento le dita si carezzavano distrattamente, ma questo bastava per darle la certezza di una amorevole partecipazione emotiva. Da quando aveva saputo della gravidanza Gianni era diventato ancora più premuroso. Cercava di non rientrare troppo tardi dallo studio in centro e spesso la chiamava per telefono per accertarsi che avesse mangiato o si fosse regalata un momento di relax in poltrona prima di tornare alla scrivania.

Sarò un bambino fortunato perché il mio viaggio è iniziato da un atto d’amore. Bianca e Gianni erano sposati da un paio d’anni e, dopo aver intrapreso la propria carriera professionale, avevano iniziato a sentire forte il desiderio di diventare genitori. La sera, prima di addormentarsi, avevano fantasticato spesso su una vita futura fatta di pannolini da cambiare, notti insonni, pappe da preparare e ninna nanne da canticchiare pur non conoscendo bene le parole, ma soprattutto sull’idea di una nuova famiglia nella quale amore e protezione avrebbero riempito ogni angolo della casa. Ancor prima di concepirmi avevano una certezza strana. Sapevano che sarei stato maschio e sin dalle prime settimane, si erano rivolti all’idea di me, nel pancione di Bianca, al maschile. Il mio bambino!

Ho sentito il loro affetto sin dall’inizio del mio viaggio. Ogni cosa in casa veniva vissuta come se fossimo già in tre, come se fossi già venuto al mondo. Durante il pranzo, se capitava parlassero di me, Gianni guardava il pancione, ogni giorno più pronunciato, e gli sorrideva, convinto che quel sorriso, in qualche modo, sarebbe arrivato fino a me; prima di spegnere la luce e lasciarsi rapire dal sonno Bianca mi dedicava la sua buona notte e magari l’ultimo pensiero della giornata appena trascorsa. Da subito avevano discusso su come arredare la stanza in fondo al corridoio che sarebbe diventata la mia stanzetta. Si erano accordati sul colore delle pareti, poi sull’arredamento e persino sui poster e sui pupazzi di stoffa che avrebbero abitato la vecchia poltrona della nonna. Entravano in religioso silenzio tanto da non disturbare le fantasie che affollavano la mente ed invadevano il cuore. Immagini di loro due che mi guardavano dormire nel lettino, che tentavano di farmi sorridere agitando fra le mani un orsacchiotto di peluche, che mi tenevano in braccio dopo il bagnetto e si beavano delle smorfie e degli sguardi ancora persi nel nulla.

Anche io, in tutti questi mesi ho immaginato Bianca e Gianni, la mia mamma e il mio papà. Lei minuta, bionda, occhi chiari, mani affusolate. Delle mani ero certo poiché Bianca suonava il pianoforte molto spesso. Era davvero brava. Tutte le sue amiche lo ripetevano e la grazia che sprigionava dalle note non poteva che essere il frutto di dita lunghe e sottili che si muovevano a tempo sulla tastiera, con grande agilità. Gianni lo immaginavo alto, forte; un tipo protettivo e sorridente. Probabilmente niente male all’aspetto. Labbra sottili ed un velo di barba sulle guance. A volte il desiderio di dare un volto ai miei genitori era davvero irrefrenabile, ma dovevo accontentarmi di captare la loro voce, mai chiara, che arrivava fino a me come attraverso un muro di arterie e muscoli che non c’era verso di buttare giù.

Mi sono sempre sentito protetto e al sicuro nel pancione di Bianca, ma il buio, lo confesso, era l’unica cosa che mi ha da subito spaventato e ancora mi spaventa. Il mio giaciglio è morbido, a volte un po’ umido, ma profuma di buono. In qualsiasi direzione però io rivolga lo sguardo non vi è spiraglio di luce. Devo orientarmi utilizzando altri strumenti. Sento di essere rivolto verso il corpo di mia madre quando ascolto, nitido, il battito del suo cuore. Al contrario le braccia o le gambe spingono verso la parete esterna del suo pancione quando, immediatamente, al mio movimento risponde una sua carezza e il calore della sua mano sembra attraversare gli abiti e la pelle sprigionando amore. Mi sono affezionato a questa casa e temo che nel lasciarla proverò dispiacere e nostalgia. Ma il mio è un cammino che non posso interrompere. E’ una strada che percorre i sentieri più segreti e più intimi di coloro che attendono la mia nascita e si concluderà soltanto con la mia venuta al mondo.

Lì fuori non sarà così semplice come qui. Dovrò orientarmi in nuovi spazi, resistere alla curiosità di amici e parenti che vorranno conoscermi e prendermi in braccio, abituarmi alla luce del mondo intorno, ai suoi odori, rumori. Dovrò darmi il tempo che serve per comprendere le nuove sensazioni e le emozioni che mi invaderanno e imparare ad utilizzare gli strumenti più giusti per comunicare con tutti loro e per farmi comprendere. Prima di ammalarsi e non lasciare più il letto Pietro era venuto a trovare Bianca e a consolarla per l’addio di una cara amica costretta a trasferirsi altrove per lavoro. Esausta per la notizia della partenza e per il distacco, Bianca, alla fine, si era addormentata sul divano del tinello. Pietro le aveva coperto le spalle con una coperta leggera e le aveva carezzato i capelli. Prima di tornare a casa, si era seduto ai piedi della poltrona e aveva posato la sua grossa mano rugosa sulla pancia di sua figlia. Fu la prima volta che riuscii a sentire chiaramente la sua voce. Parlò piano e lentamente, rivolgendosi a me: Piccolo angelo, purtroppo il mondo che ti aspetta qua fuori non sarà sempre clemente con il tuo cuore. Avrai anche tu amici che saranno costretti a lasciarti prima del previsto. Dovrai provare l’abbandono e il senso di vuoto che accompagnano una partenza. Ma ricordati, le persone se ne vanno via fisicamente. Ciononostante parte del loro cuore resta con te, nei ricordi comuni. L’amore vero non invecchia, anzi, come il buon vino, acquista valore nel tempo e non si scalfisce. Dovrai solo vivere, vivere intensamente, senza aver paura di essere te stesso e di mostrarti per quello che sei. Dona la parte più vera di te e sarai ricompensato. Ripensare ora alle sue parole produce in me un senso di sottile sofferenza. Peccato davvero che Pietro non sarà insieme agli altri ad aspettarmi al mio arrivo. Sono sicuro che mi sarebbe piaciuto molto, saremmo di certo andati d’accordo e diventati grandi amici.

Mentre continuo a seguire il corso dei miei pensieri la strana sensazione di freddo diviene più intensa. Credo io stia scendendo pian piano all’interno di questo sacco buio, verso un’imboccatura umida, dal sapore un po’ acre. Comprendo di essere a testa in giù e la nuova posizione non è di certo comoda. Mi arriva diretto il lamento di Bianca e sento entrambi le sue mani sulla parte più bassa del pancione. Non capisco cosa mi sta succedendo.....E’ un momento e mi rendo conto di non riuscire più a controllare i miei pensieri e le mie emozioni. Come dinanzi ad una moviola sono costretto a ripercorrere le tappe principali di questo viaggio. Un’esplosione d’amore, un lento germogliare e poi crescere, giorno dopo giorno, prendendo contezza di tutte le parti di questo mio corpicino. La scoperta della sostanza della dimora che mi ospita, umida, morbida, buia. I primi contatti indiretti con il mondo fuori di qui: le voci, le sensazioni, il coraggio e la paura.

C’è un grande silenzio intorno a me. Si fa chiara la consapevolezza che questo cammino, lungo nove mesi, sta per raggiungere la meta. Sono sospeso fra la felicità di incontrare mamma e papà in carne e ossa e il timore di non essere pronto. In realtà non so bene cosa voglia dire essere pronto a nascere. Il cuore batte forte nel petto e quel tic tac senza sosta mi riempie le orecchie fino a stordirmi. Un altro lamento di Bianca e la voce rassicurante di Gianni interrompono il silenzio.

Forza Gabriele, ora tocca a noi. Facciamogli vedere chi siamo

Allora hanno scelto il mio nome. Sarò Gabriele, Gabriele. Sì, mi piace. Suona bene.

Sarò Gabriele quando mi accarezzeranno la guancia per rubarmi al sonno e mi avvicineranno alle labbra il seno gonfio di latte. Sarò Gabriele all’uscita di scuola, all’ora del bagno, al Tanti auguri a te! di ogni compleanno.

Il mio viaggio non finisce con la mia venuta al mondo. Si esaurisce un sentiero e, alla svolta, se ne apre un altro, di sicuro diverso, ma altrettanto affascinante con anfratti da scoprire e piccoli ostacoli da superare. Ci saranno mani protese a sorreggermi e voci amiche ad incoraggiarmi. Ancora....in cammino.

© Giulia Calfapietro



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