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Una bella giornata
di Carlotta Reboni
Pubblicato su SITO


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I racconti di Progetto Babele

Sono a letto e non ho ancora aperto gli occhi, ma sono sveglia, sento il lenzuolo sotto di me e la coperta di lanetta sopra, penso che ci sarà il sole oggi, sono fortunata, sono proprio una ragazza fortunata, il mio ottimismo come sempre ha il sopravvento su tutto, sorrido nel letto. Mi piace sorridere alla mattina e pensare che andrà tutto bene, che mi aspetta una giornata come voglio io, che riesco sempre a fare andare le cose come devono andare. Apro gli occhi, vedo la sveglia arancione e mi rattrappisco un momento sotto la coperta, tiro un po’ su le gambe, stringo le braccia e mi gongolo nel pensiero che questo sia un periodo stupendo. Da quando ho ricevuto la notizia della nomina mi sono tolta un peso, ci hanno impiegato un sacco di tempo ma ora ho il posto che desideravo e sono diventata Giudice. Vabbè sì, non giudice “giudice”, non proprio il giudice vero che passa il concorso ammazza-tutti e che sopravvive ad undici orali con la commissione più severa che si possa immaginare, ma comunque sono diventata un giudice che può fare lo stesso lavoro del giudice vero. Diverse materie, inferiore responsabilità per lo meno psicologica, supervisione, stipendio scarsissimo ma posso sedermi su quella sedia e fare il mio lavoro in piena autonomia, senza essere tirata da una parte o dall’altra o dovermi piegare ai clienti come quando ero avvocato e senza pensare di dover andare d’accordo con colleghi di cui non mi importa nulla: sono sola, nella mia stanzetta e svolgo il mio lavoro in un’atmosfera di rispetto e deferenza.
Nel pensiero mattutino non può mancare l’intenzione serissima di mettermi a dieta: non voglio sembrare la Giudice più grassa di tutto il Tribunale, sarebbe come minimo umiliante. 
Ri-comincerò da oggi la dieta, in fin dei conti è lunedì e come primo giorno della settimana il proposito e d’obbligo: dieta strettissima senza pietà ed essendo anche il primo giorno del mio nuovo lavoro, il proposito ha un senso e questa sarà la volta buona che avrò successo, sembra un po’ l’ultima sigaretta di Zeno, ma ci credo davvero. Adesso comunque non c’è tempo da perdere, mi aspettano per la prima volta in Tribunale, devo vestirmi bene. 
Arrivo in Tribunale con un anticipo strepitoso, come di consueto; oggi conosco i miei futuri colleghi, i quasi – Giudici come me: siamo in quindici, tutti diversi, completamente diversi direi, c’è chi è rigido, chi preoccupato, chi disinteressato, mal vestito e chi continua a guardare per terra, non so come faccio a rilevare tutte queste cose solo alla prima occhiata, devo essere molto tesa altrimenti non ci farei nemmeno caso ma finalmente il Presidente del Tribunale, nientemeno, prende la parola e ci informa di ciò che sapevamo già, ma in modo chiaro e completo “il vostro è un compito importante, tutte le materie sono importanti. Anche se giuridicamente possono sembrare meno impegnative, il Tutelare o le esecuzioni mobiliari che saranno prevalentemente le vostre materie, devono comunque essere portate avanti con serietà e metodo perché il pubblico ne ha bisogno e perché si prendono decisioni che incidono sulla vita delle persone: se concedere o meno l’amministrazione di sostegno, la gestione del patrimonio dei minori, i pignoramenti dello stipendio o della pensione, questi sono temi che sono affidati alla vostra figura e che richiedono doti umane e doti giuridiche”. Mi ha già convinto, anzi mi ha ri-convinto e quindi do la mia piena adesione, a differenza di tanti che decidono di tirarsi indietro e alla fine di quindici che eravamo rimaniamo in quattro. Certo, lo scarso compenso ha il suo peso in questo ritiro collettivo, e anche le incompatibilità che fioccano ovunque, praticamente non puoi fare altri lavori per mantenere una immacolata oggettività, il punto è che allora devi praticamene essere una mantenuta come nel mio caso oppure devi rifiutare, come nel caso degli altri 11.
Una volta data la conferma siamo già praticamente pronti ad affrontare il tirocinio e veniamo convocati per il primo pomeriggio dove incontreremo la nostra Presidente di Sezione, che ci assegnerà le materie e la persona con cui svolgere la pratica. La giornata sarà lunghissima e piena di cose nuove da vedere. 
Torno a casa in attesa dell’emozionante pomeriggio ma mi soffermo davanti a un baracchino del gelato e, per gratificarmi e punirmi allo stesso tempo come dice la mia psicologa, in una altalena di carezze e pugni nello stomaco, mi compro un gelato crema e cioccolato con sopra la panna, già consapevole di quello che accadrà dopo e comincio a mangiare.  Seguono tre paste, due brioche e finalmente raggiungo casa mia dove finisco tutti i biscotti, pane e burro e mi faccio poi un tè per riuscire a vomitare tutto. Ecco, adesso l’ho detto, sono una bulimica, una povera ragazza che ha questo terribile problema. Da fuori non si vede, non lo sa nessuno, questo è il bello. E’ un segreto che si tiene per sé, perché non ci si vuole far conoscere fino in fondo, perché è importante che gli altri non giudichino, lo facciamo già abbastanza noi, e con grande severità.
Chi vomita porta un fardello da anni o per anni, un fardello solitario, diventa una schiavitù da cui difficilmente ci si stacca, è una specie di grazia-maledizione: puoi mangiare quanto vuoi e tutto ciò che vuoi, non importa se il cibo ha  mille o diecimila calorie, non sono le calorie che contano nella bulimia ma solo la idoneità del cibo ad essere vomitato, e poi…come se non fosse successo niente, il giorno dopo ti metti lo stesso vestito del giorno prima, non sei appesantita e soprattutto non diventi grassa.  Che io sia bulimica non lo sa praticamente nessuno e anche il sospetto è difficile: ho una vita alimentare piuttosto normale, a volte mangio anche fuori con gli amici, riesco a controllarmi molto bene, non sono un cosiddetto caso grave come quelli che ho conosciuto quando studiavo sia a scuola che all’università, quello è un altro mondo: ho ricordi di ragazze magrissime, praticamente irriconoscibili a pochi anni di distanza, con tagli sulle braccia autoinferti e delle molle ortopediche nelle scarpe perché il corpo si era mangiato anche la muscolatura per cui senza molle non avrebbero nemmeno potuto più camminare, oppure ragazze che passavano l’intera giornata a mangiare e a vomitare, fino a 15 volte al giorno, anoressia e bulimia sono cugine e la mia è una forma di bulimia ancora accettabile, una metà strada diciamo. Ho una vita normale ma poi ogni tanto, tipo due o tre volte a settimana vomito, certo la situazione è impegnativa perché bisogna prepararsi il cibo, accumularlo e avere tempo a disposizione, ma è una dipendenza sotto controllo e poi col tempo, con molto tempo, tende anche a migliorare.
Quindi, come ho detto, il cibo spazzatura da me non manca mai. Il gelato non può mancare perché, come ha detto la mia migliore amica, è più facile vomitare i cibi molto caldi o molto freddi, i rotoli di pan di spagna al cioccolato o alla panna sono sempre nella dispensa perché essendo molto teneri sono anch’essi facili da vomitare, come il budino che è “un sempreverde” e poi ci vuole un po’ di fantasia e di improvvisazione perché magari nel corso della settimana qualcosa mi ha colpito, che ne so un pezzo di pizza o le patatine o una torta in pasticceria…e che vengono poi aggiunti in finale, ecco, queste sono improvvisazioni che danno un po’ di brio e gioia momentanea. Dopo aver vomitato è meglio non pensarci più e non farsi tante domande del tipo se la quantità di ciò che è uscito equivale a ciò che è entrato…si soffre solamente, ci si sente in colpa e si vorrebbe tornare indietro nel tempo. Lasciamo perdere. Cancelliamo e basta, Riparto da ora.
“Sei emozionata?” mi chiede mio marito accompagnandomi in macchina in Tribunale dopo pranzo, quasi non ci credo, in Tribunale, il mio nuovo posto di lavoro.
“Sì, ovvio. Sono quattro anni che aspetto questo momento, speriamo che vada bene perché non ho altre strade aperte, posso e devo concentrarmi solo su questo lavoro”
“perché dovresti avere altre strade aperte, cioè, cosa vuol dire scusa, quali strade”
“no, è solo che tu dici che bisognerebbe avere delle vie di fuga…in senso figurato…insomma delle alternative, così se va male questa cosa poi ne ho sempre un’altra”
Ride, è bello come il sole, così biondo e alto con questa bella pelle, non riesco neanche a credere che sia mio marito, quando ci siamo sposati non ci credeva nessuno che lui volesse me, infatti le amiche invidiose di mia mamma continuavano senza sosta a dirmi quanto fossi fortunata.
“Io veramente mi riferivo ai colloqui di lavoro: se punti su due cavalli, vai al colloquio con meno stress, ma tu il lavoro ce l’hai già. Andrà tutto bene, cosa vuoi che succeda il primo giorno? Se non caschi sui gradini sei già a posto”, oddio è vero, potrei cascare dai gradini, che poi è la mia specialità. Che figura orrenda. Invece no. Non succede niente del genere, anzi, meglio non potrebbe andare: il Presidente mi presenta alla mia Presidente di sezione, la Giudice responsabile, Cesarina Quaglia: tailleur pantalone rosa abbagliante, capelli corti neri, occhi grandi, molto alta e con un sorriso un po’ freddo, si vede che mi sta analizzando, che pensa se possa essere veramente utile nella sua Sezione o se sarò solo un peso da mettere da parte, l’atteggiamento è comunque piuttosto neutro e stringendomi la mano ha un’aria ancora interrogativa ma non prevenuta, si vede che è una persona intelligente, di certe persone si vede subito, che è diretta e che è impossibile metterla nel sacco. Meglio così, almeno so con chi ho a che fare. “Buongiorno Elena, benvenuta, Lei farà parte della mia sezione, che si occupa di esecuzioni, contratti, fallimenti, eredità giacenti e diritto di famiglia. Il Presidente ed io abbiamo già parlato un po’ del lavoro che potrebbe svolgere, ma volevamo sentire anche la Sua opinione naturalmente, perché già da oggi ci sarebbero le assegnazioni delle attività per tutti i nuovi nominati e pensavamo…che per Lei, considerato il percorso fatto fino a questo momento, considerando il curriculum insomma, le esecuzioni mobiliari potrebbero essere una scelta accettabile. Cosa ne dice? Adesso naturalmente è previsto un tirocinio mirato, può affiancare la sua collega che se ne occupa ora, e poi eventualmente dividere con lei il lavoro, se le piace; tra quattro mesi potrebbe fare il Giudice dell’esecuzione mobiliare e gestire un ruolo suo”.
Oddio, fantastico, l’abbraccerei ma non è proprio il caso: che strana la vita, prima non si muove nulla e poi di colpo succede tutto insieme. Ieri ero a casa a scaldare la zuppa, a fare i letti e a prendere un cappuccino con qualche amica sfaccendata e oggi mi chiedono di prendere in mano le esecuzioni della mia regione: pignoramenti, aste, avvocati, debitori. Ottimo. La mia risposta, dopo un pensiero fugace, talmente fugace che non mi accorgo manco io di aver avuto un pensiero, è un sì deciso. Quando decido, decido e non capita mai che cambi idea. Almeno spero che non sia questa l’unica volta. 
Saliamo i gradini, diciannove, venti, ventuno e mi trovo davanti alla porta del suo ufficio, lei mi precede, apre e con un sorriso mi fa sedere, devo dire che qui sono tutti gentili, un po’ distaccati ma gentili, legge brevemente il mio curriculum senza soffermarsi su nulla di particolare, mi chiede se ho bambini, quanto tempo posso dedicare a questo lavoro.
“io posso dedicare tutto il tempo che serve, lo considero il mio lavoro, cioè è il mio lavoro, capisco che altri lo affianchino ad altre cose ma non è il mio caso. Ho aspettato per anni questa nomina e adesso sono pronta a incominciare”
“molto bene Elena, allora il signor Bruda le mostrerà il suo ufficio e la Giudice Onoraria di riferimento in questo periodo di tirocinio, poi comunque per qualsiasi cosa io sono qui, va bene?”.
Ma va benissimo direi, non potevo cominciare meglio anzi veramente mi sembra che vada tutto anche troppo bene, nel senso che niente sembra complicato e tutto fila più liscio delle aspettative. Questo mi preoccupa, la mancanza di difficoltà mi fa immaginare che poi ce ne siano di ingestibili. Probabilmente ci sono dei colleghi insopportabili oppure il lavoro è faticoso, troppo come quantità o troppo difficile per me. A volte penso di non riuscire a godere di niente: se ho dei problemi, cerco di affrontarli disperandomi, se non li ho mi dispero pensando che arriveranno. Però penso davvero che arriveranno.
E così mi viene presentata Miriam, la quasi-Giudice, bellissima, sembra una modella, ma da dove è uscita? Proprio bella, niente da dire, capelli biondi fino alle spalle, occhi scuri, bellissimo naso, bellissimo corpo, pelle chiara quasi da bambola, pure ben vestita con un portamento direi regale, leggermente appoggiata sulla sedia, schiena dritta e braccia appoggiate alla scrivania, si volta appena nella nostra direzione e si presenta parlando molto lentamente: “Miriam, ciao, puoi sederti lì, tra poco cominciamo”. Cominciamo?? Sono già catapultata in udienza ancora prima di accorgermene, per fortuna fa tutto lei. Secondo me io non devo neanche parlare anche perché sono seduta un po’ in fondo, quindi in posizione nettamente subordinata. 
Direi che cominciamo subito non tra poco, perché si spalanca la porta appena mi siedo e sbuca una faccia un po’ paonazza, sudata e piena di ansia “si può?” senza neanche aspettare la risposta entra l’avvocato, un po’ sovrappeso in completo a righe, tutto trafelato che ansimando come se venisse dalla corsa campestre butta la borsa sulla sedia e presenta due persone. Ci sono due uomini e una donna separati da noi dalla scrivania di Miriam, noi due sedute da una parte e gli altri tre dall’altra parte, in piedi. A parte l’avvocato con l’aria rubiconda e sudato che ha chiesto di entrare, c’è un altro avvocato, un po’ più giovane e ben vestito e una donna che si affloscia subito su una sedia in fondo, ripiegandosi su se stessa. Gli avvocati si siedono, sono entrambi piuttosto rigidi ma non a disagio, nessuno parla e l’aria è carica di attesa, io comincio a preoccuparmi e il respiro mi si ferma a metà strada. Penso che Miriam debba dire qualcosa ma non dice niente, guarda in basso, verso il fascicolo e lo apre lentamente, sembra che stia pensando ed è molto seria, ma dopo alcuni lunghi secondi di imbarazzo l’avvocato comincia a parlare: “Signor Giudice, come avrà visto dalla sentenza depositata, alla mia cliente è stato riconosciuto un credito di 13.000 euro. La situazione è molto spiacevole perché, mi permetto di riassumere, la debitrice qui presente era infermiera specializzata e quindi come tale legittimata, a quel tempo, a conoscere i dati, anche sensibili, sia dei pazienti che dei colleghi del reparto. La signora però ha usato questa possibilità per attingere ad informazioni riservate riguardanti tutti coloro che lavoravano con lei e, dopo aver scoperto che una sua collega era sieropositiva, ovvero la mia cliente che oggi non compare in udienza, ha provveduto ad informare di nascosto il personale dell’ospedale di questa notizia. Come evidenziato nella sentenza, alcuni testi hanno visto più volte la debitrice parlare appartata con una o due persone, bisbigliando e diffondendo informazioni sulla sieropositività della collega;  in questo modo la voce si è sparsa in maniera incontrollata per tutto l’Ospedale e anche al di fuori della struttura stessa, tanto che la creditrice stessa è venuta a conoscenza delle voci sul suo conto e ha appreso che della sua malattia erano informati sia alcuni amici che lontane conoscenze, sebbene ella stessa non lo avesse detto nemmeno ai propri genitori, mantenendo il riserbo più assoluto”. La signora accoccolata sulla sedia, con jeans e maglietta bianca infilata dentro, di una magrezza direi squallida e con l’aria contrita appare subito essere la famosa infermiera che ha contravvenuto al dovere di riservatezza; non si muove e non ci guarda, continua a mantenere lo sguardo al pavimento mentre gli altri parlano, ma si vede che non le sfugge una parola e che si arrende all’evidenza della situazione e di ciò che sa già che accadrà. A volte si fanno cose che non si farebbero nella vita vera, ma sembra di vivere in una specie di sogno, dove tutto è concesso e dove le chiacchiere sembrano solo ciò che sono: chiacchiere. Ma le chiacchiere poi si trasformano in diffamazione, nel dare alla luce notizie anche vere ma che la luce non dovevano vederla, nel ledere la riservatezza altrui, la vita altrui, nel mettere in piazza le informazioni più segrete, e per cui non vi è più ritorno. Non vi era più la possibilità di retrocedere, di riavvolgere la pellicola, di ammonire la migliore amica di non dirlo a nessuno, le voci si sono allargate a dismisura in modo incontrollato e il pettegolezzo cattivo è andato fuori controllo e una donna giovane, con una famiglia e con un lavoro si è trovata improvvisamente denudata di se stessa e dell’immagine che si era negli anni costruita. Ora è solo quella sieropositiva e da questa nuova vita non si può più tornare indietro.
Miriam è imperturbabile, non proferisce parola. Io sono annientata da questa storia, ma forse dopo anni che fai questo lavoro, nulla più ti tocca.  Miriam comunque si sporge un pochino in avanti , solleva ancora un po’ di più la schiena, già peraltro piuttosto dritta, si volta verso l’altro avvocato che prende la parola: “E’ chiaro, signor Giudice, che la debitrice è molto pentita di quanto accaduto”, vabbè vorrei ben sperare,” ma ormai la sentenza in primo grado ne ha sancito la colpevolezza, noi comunque – solo per la cronaca-  non proponiamo appello e la signora è ben conscia del danno provocato. E’ stata già licenziata dall’Azienda Ospedaliera e ha trovato un altro lavoro come vede dalla documentazione. Io sono presente solo per una sorta di assistenza personale, avendola già seguita nel processo penale, ma la signora non si oppone al pignoramento dello stipendio, essendo ben consapevole della propria situazione”. 
Miriam aspetta qualche secondo, poi guarda la debitrice, seduta nella stessa posizione di prima con lo sguardo ancora verso il pavimento. Nessuno dice una parola, Miriam sospira e si gira per prendere un foglio sopra un’altra fila di fogli sulla cassettiera dietro di lei. Il foglio è completamente scritto, deduco che sia il suo provvedimento da emettere a fine udienza, infatti riempie i due spazi vuoti inserendo il nome delle parti e legge quanto scritto solo nella parte finale “assegna alla creditrice la quota di un quinto della retribuzione netta, oltrechè un quinto del trattamento di fine rapporto spettane in caso di estinzione o cessazione dello stesso fino ad estinzione dell’importo precettato”.
Quindi la infermiera pagherà col quinto della retribuzione tutti i 13.000 euro, a rate mese per mese. Penso che sia una piccola soddisfazione ricevere questi soldi, come un piccolo stipendio che spendi come vuoi e, come direbbe mio papà, il primo acquisto dovrebbe essere un fazzoletto con l’iniziale della bastarda, un fazzoletto da naso…e quando ne hai bisogno ti soffi il naso molto forte. Una parte della pena è anche vedersi sottrarre una porzione di stipendio ogni mese e sapere che andrà ad un’altra persona. Alla persona che hai diffamato. L’infermiera sembra consapevole e rassegnata, non parla e non si muove nemmeno mentre Miriam legge queste poche righe, resta di ghiaccio, nella medesima posizione.
L’udienza sembra finita ma nessuno si muove e nessuno parla, penso di nuovo che Miriam debba dire qualcosa ma invece non fiata, poi lentamente gli avvocati si alzano e quello più giovane fa un cenno alla sua assistita di alzarsi, se ne vanno tutti salutando.
Io mi volto verso Miriam e la guardo, come a commentare quanto successo, ma lei mi guarda e sospira. Non aggiunge altro, io sono un po’ in imbarazzo perché non vorrei sembrasse che voglio fare un pettegolezzo però questa idea della diffamazione attraverso la comunicazione di notizie vere ma completamente avulse dal contesto e di inutile diffusione, mi sembra un argomento molto interessante, allora decido di accennare qualcosa “hai letto la sentenza su cui si basava il procedimento? Mi sembra un caso molto interessante, anche perché non si verifica così spesso, di solito la diffamazione riguarda fatti non veri invece in questo caso i fatti erano verissimi”. Miriam alza le spalle e mi guarda, deduco che non abbia letto la sentenza “no, sai, abbiamo tanti casi, non posso mica leggere tutto, io i fascicoli li ricevo poche ore prima, dovrei organizzarmi, ma cosa vuoi, faccio del mio meglio. Non siamo neanche tenuti a leggere il titolo esecutivo, è sufficiente controllare che ci sia”. Sì, capisco, forse il suo meglio non è proprio il massimo sforzo, ma naturalmente non insisto. Incomincio ad avere la sensazione che l’impegno di Miriam sia piuttosto limitato e che questi elegantissimi sospiri coprano un certo vuoto intellettuale, l’eleganza aiuta sicuramente a mantenere un effetto di formalità cui però non pare seguire una concretezza di idee e di contenuti. Non sono l’unica ad aver avuto questa impressione perché quando torno dalla Presidente Quaglia mi si rivolge in tono leggermente dubitativo “ha imparato qualcosa Elena? Diciamo che almeno è stata presente ad una udienza, come primo giorno mi sembra sufficiente per le esecuzioni. La sua collega svolge il lavoro nel modo in cui lo ritiene consono a lei, lei invece può scegliere di muoversi in modo diverso. Ciascuno ha il proprio metodo e ciascuno di noi sa cosa può fare e cosa no, l’importante è sempre guardarsi il fascicolo e arrivare preparati. Nelle esecuzioni non è necessario farsi un riassunto per ogni caso perché la procedura è abbastanza standardizzata…beh, diciamo che alcuni la ritengono estremamente standardizzata, tanto da avere anche le fotocopie pronte per le ordinanze, mentre per altri è meglio valutare caso per caso e avere poi un canovaccio su cui impostare l’ordinanza. Queste sono scelte sue e il modo di gestire l’udienza arriverà anche col tempo”. Mi sembra lampante che la modalità migliore sia la seconda, quella del canovaccio, non ho bisogno di tempo, mi è già arrivata, comunque sorrido. E’ la cosa migliore.
“Adesso vorrei solo che vedesse una udienza di separazione con minori e poi direi che per oggi può essere sufficiente così”. Ma direi anche io, sono già distrutta adesso, comunque la seguo senza fiatare fino al terzo piano dove c’è una enorme quantità di gente e si respira un’aria tesa e di chiuso. Avvocati, soprattutto donne, e poi le parti quindi uomini, piuttosto accigliati e donne quasi sotto schoc continuano a parlare finchè non arriviamo noi. 
Entriamo da sole in un’aula piuttosto grande, molto più grande della auletta in cui era Miriam, completamene affrescata con al centro un tavolo di legno scuro rettangolare cui sono seduti già altri due Giudici, effettivamente le udienze di separazione sono collegiali e quindi a capotavola sono seduti la Presidente Quaglia, alla sua destra un Giudice vero, non finto come me, che si capisce benissimo avere uno spessore intellettuale non comune, di corporatura robusta ma piacevole e alla sinistra una giovane Giudice donna, coi capelli neri ricci e di corporatura minuta che mi sorride e mi fa segno di sedermi vicino a lei ma un pochino più indietro. “Ne guarda una e poi può andare va bene Elena? perché il pomeriggio poi diventa lungo” dice la Presidente piuttosto seria, indicando agli avvocati di far entrare la prima coppia, che sarà poi quella che vedo io e che a dire il vero, non scorderò più.
Per primo entra un uomo molto alto, di corporatura atletica ma robusto, è ben vestito, ha i capelli leggermente brizzolati e gli occhi torvi che ci guardano come se volessero ucciderci ma non subito, dopo lunghe torture. Lo accompagna una avvocatessa piccolina e bionda, di una certa età che appena entrata in aula gli tocca il braccio e gli indica dove sedersi, si vede che si capiscono. Conoscevo già l’avvocatessa, non ricordo il nome ma so che è brava, mi è sempre piaciuto il suo modo di parlare non polemico e non superfluo e anche questa vicinanza al suo cliente, questo modo di fargli capire che con lei, nonostante piccola e minuta lui è al sicuro, è ai limiti del commovente. Seguono quasi in contemporanea la moglie quasi ex, bella donna alta con occhi grandi e chiari, capelli lunghi leggermente ricci castano chiaro e un’aria leggermente angosciata, con il suo avvocato piuttosto serio. Adesso siamo tutti seduti e l’udienza, a differenza di quella che avevo seguito poco prima, si svolge in modo molto strutturato.
“Questo è il procedimento 1527/2019, le parti sono la signora Sabina Filippi con l’avv. Sala e Marcello Andreis con l’avvocatessa Sangiuliani. Il Giudice relatore dott. Giulia Ferrari esporrà la relazione, poi la parola agli avvocati” così esordisce la Presidente Quaglia, ritta sullo scranno, con aria severa e voce pacata ma ferma. Non c’è alcun dubbio che tra i Giudici veri, diciamo così, e noi la differenza sia marcata e man mano che il pomeriggio scorre me ne accorgerò sempre di più…Miriam sembra quasi una brutta e insicura imitazione. Mi sento piccolissima.
“sposati dal 2004, hanno una figlia Ada di 12 anni, questa è la seconda udienza davanti al collegio” comincia a parlare la giovane Giudice, con voce calma e monocorde “i problemi della coppia sono cominciati nel 2017 in seguito al sospetto del marito, mai confermato nei fatti, di aver subito un tradimento, successivamente sono state adite le vie legali senza la possibilità di trovare un accordo tra le parti soprattutto in merito all’affidamento della figlia.
Nell’ultima udienza è stato portato dalla madre della minore un diario di Ada in cui vi sono scritte frasi come “spero che decidano che posso stare con la mamma e non con il papà”, “il papà spesso si arrabbia e mi fa paura e io non voglio andare nella sua casa nuova”, “la mamma mi vuole tanto bene e gioca sempre con me, il papà non gioca mai ed è sempre arrabbiato, spesso quando vado da lui mi lascia con la nonna”, “il papà dice che la mamma è stupida e l’altro giorno ho visto che aveva una botta”. 
Il marito, chiaramente in difficoltà dopo aver sentito citare questo diario cambia repentinamente argomento, si erge ritto sulla sedia e comincia a parlare a voce piuttosto alta: “mi ha tradito con un nostro amico, ne sono sicuro, è da due anni almeno che va avanti e adesso non si può far finta di niente, dillo anche tu adesso che siamo qui davanti a tutti” rivolgendosi alla moglie che tace e tiene gli occhi bassi. 
“Signor Andreis, lei non può rivolgersi direttamente a sua moglie, può parlare solo con noi, non con la signora” interviene la Presidente con voce ferma.
“Sì allora voglio dire”, insiste Andreis “ che mi ha tradito, lo fa da due anni, l’ho vista io andare a pranzo con Roberto Pezzato, nostro amico da sempre, più suo che mio evidentemente, e poi dopo salire a casa sua, io ho aspettato tutto il pomeriggio e lei, la signora-dice in tono ironico, come se stesse leggendo un ricorso in Cassazione- è uscita alla sera da quella casa, io sono stato sempre lì ad aspettare, finchè alla fine l’ho vista uscire. Ed è tanto che va avanti la cosa eh, parecchio ne sono sicuro”.
“Oggi siamo qui unicamente per la questione dell’affidamento, in seguito all’udienza di oggi decideremo con chi vivrà prevalentemente Ada nell’abitazione famigliare e chi invece la vedrà a fine settimana alterni e un pomeriggio a settimana, tutti gli altri argomenti verranno trattati nelle udienze avanti il Giudice relatore” chiosa la Presidente senza dare alcuno spazio di replica o di commento alcuno e parendo anche fregarsene dei tradimenti reali o supposti della madre di Ada.
Nell’aula non vola una mosca, tutti immobili, seri e rigidissimi. Tutti aspettano che la Presidente prenda la parola e gestisca l’udienza: “vorrei innanzitutto parlare del diario depositato dalla signora Filippi in cui la minore in più punti ribadisce il desiderio di vivere con la madre e fa presumere anche che vi siano episodi di violenza perpetrati dal sig. Andreis nei confronti della moglie” dice la Presidente, immediatamente dopo tutti si guardano e l’Andreis si volta velocissimo verso il suo avvocato con una faccia a dir poco furente. “Signor Giudice mi scusi” dice l’avvocato “queste frasi della bambina non dicono nulla in modo inequivocabile, il livido poteva essere dovuto a molti eventi, il sig. Andreis nega decisamente di aver perpetrato alcun atto di violenza nei confronti della moglie, e devo anche aggiungere che la moglie non ha mai fatto alcuna denuncia in merito”. La signora e il suo avvocato tacciono e riprende la parola la Presidente “io innanzitutto vorrei chiedere alla signora come sia venuta in possesso di questo diario e perché lo abbia portato solo una settimana fa all’attenzione dei Giudici”
“ma, veramente ehm…l’ho scoperto solo da poco, cioè prima non sapevo che Ada tenesse un diario e quando l’ho letto e ho visto ciò che c’era scritto ho pensato che potesse essere utile per il processo, cioè per prendere una decisione da parte vostra…cioè utile per voi per prendere una decisione, ecco e quindi l’ho dato al mio avvocato che l’ha depositato”
“sì, ma dove lo ha trovato signora? Glielo ha dato Ada, ha visto mentre lo scriveva, ha chiesto alla bambina di prenderlo? Perché immagino che si sia accorta che non lo ha più” 
“mah, sì, veramente l’ho trovato in camera sua, adesso non so dire con esattezza… certo che Ada sa che l’ho portato qui, ma non è un problema. Insomma, in fin dei conti questo processo è una cosa che riguarda tutti noi, anche la bambina chiaramente” tace, guarda in basso, si tormenta le mani. Interviene il suo avvocato, che cerca di dare man forte “la signora è comprensibilmente molto angosciata per la decisione sull’affidamento, le ho già spiegato che l’affidamento non ha niente a che fare con un eventuale, comunque non provato, tradimento e anzi ci teniamo a ribadire che la signora si trova, anche lavorativamente, in una situazione particolarmente agevole per garantire la propria presenza nell’abitazione in modo continuativo in quanto è musicista e quindi può provare i pezzi anche da sola in casa”
“non lavora molto in casa” interrompe il marito “anzi, spesso è all’estero con l’Orchestra, la bambina vive per settimane con la nonna quando lei deve suonare con altre Orchestre”
“ma non è assolutamente vero” gli urla addosso la moglie “e lo sai benissimo anche tu, io sono sempre in città, all’estero vado sì e no una volta all’anno, mentre tu sei sempre in giro per le Banche e a stento torni il fine settimana” 
“il mio cliente è ispettore bancario signori Giudici e spesso effettivamente, in passato, ha lavorato fuori sede, ma ha già presentato richiesta di rimanere stabilmente presso la sede centrale, in effetti è anche da dire che in passato è stato costretto a viaggiare proprio per evitare di rimanere a casa con la moglie con cui aveva un rapporto difficile e …” “cose da matti” interrompe la moglie “ma cosa stai dicendo?” rivolgendosi al marito “cosa sono queste frasi? Sei proprio disperato per dire cose di questo genere, tu non se mai voluto rimanere a casa, nemmeno il primo giorno di matrimonio, non c’entra niente il rapporto con me, ma cosa ti inventi?” “va bene, basta così” interrompe la Presidente “il punto comunque non è questo, noi valutiamo oggi con chi sia meglio che viva Ada, non influisce su questa decisione né un eventuale tradimento né se la madre di Ada si assenti da casa per dieci giorni una, due o tre volte all’anno” silenzio assoluto in aula, poi la Presidente ricomincia con voce molto seria e sprezzante “la giurisprudenza prevalente, cui noi ci omologhiamo, prevede che la figura cui affidare i minori la maggior parte del tempo sia di norma la figura materna, e, come ripeto qui non rileva che la signora sia fuori città qualche settimana all’anno in quanto questo periodo potrebbe essere assimilato ad una vacanza periodica, non influisce sul rapporto continuativo e sulla presenza quotidiana che è assicurata, anche un eventuale tradimento non rileva ai fini della determinazione dello stile di vita della minore, tuttavia non posso ignorare la sgradevole questione che riguarda il diario di Ada”, un attimo di smarrimento di tutti, me compresa, poi la Presidente ricomincia “vede signora Filippi, io e i mie colleghi siamo giunti alla conclusione che questo diario, che lei avrebbe ritrovato accidentalmente in camera di sua figlia e poi consegnato al suo avvocato per il deposito in Cancelleria giusto prima dell’udienza dell’ affidamento, non sia il diario di Ada, ma sia un diario compilato o da lei o da qualcuno da lei incaricato per far fare brutta figura a suo marito ad assicurarsi in questo modo l’affidamento di sua figlia”
“che puttana” mormora il marito con un sorriso tirato guardando il suo avvocato
“le posso assicurare che non ne sapevo niente Giudice, sono molto dispiaciuto per questo fatto di cui non ero a conoscenza” aggiunge l’avvocato della Filippi mentre lei guarda per terra senza dire nulla. Io sono imbarazzatissima, santo cielo questo colpo di scena non me lo aspettavo proprio
“sì, sì, va bene” chiude in fretta il discorso la Presidente “la scrittura all’interno del diario non sembra la scrittura di una bambina così piccola, anche se è una scrittura un po’ camuffata, sembra più quella di un adulto, inoltre si rinvengono molte frasi, non solo quelle citate dalla collega che appartengono al gergo dei familiari della Filippi e che sono stata anche ripetute in udienza, più o meno usando le stesse parole. Del diario non verrà tenuto conto quindi nel prendere la decisione e nemmeno ovviamente delle velate accuse di violenza. Se poi il sig. Andreis vorrà sporgere denuncia…questa è una valutazione che farà col suo avvocato, ma comunque all’esterno di questo procedimento. Noi a questo punto ci riserviamo la decisione, vi faremo sapere entro trenta giorni”.
Gli avvocati e le parti si alzano all’unisono compitissimi e se ne vanno ancora più rigidi di come sono entrati, fuori secondo me si sono brutalmente picchiati…peggio di così non poteva andare. Io sgrano gli occhi e il Giudice uomo mi sorride, la Ferrari si volta verso di me e parlando lentamente dice “non va bene se pensano di prenderci in giro. Poi comunque l’affidamento andrà alla madre, ma non può passare l’idea di depositare qualsiasi cosa a proprio vantaggio perché non ce ne accorgiamo, dovevamo dirglielo e farle capire che avevamo capito che è un falso, anzi un falso mal fatto”. Mamma mia che figuraccia, questa poveretta è stata presa da tale ansia che ha deciso di metterci il carico da undici per essere proprio sicura e per un pelo non si è giocata l’affidamento. 
Adesso voglio solo andare a casa. Tutti e tre i Giudici si alzano, siamo soli adesso nell’aula, la Presidente mi saluta e mi fa capire che domani ci rivedremo, il Giudice uomo, continuo a chiamarlo così perché non so il suo nome, mi si avvicina e mi fa cenno di accompagnarmi alla porta, mi sorride un pochino e noto che è un uomo timido, le altre due si sono già voltate, una guarda il fascicolo del prossimo caso e l’altra cerca qualcosa nella borsa. Lui mi si avvicina solo un secondo e io sento il suo odore e vedo questo corpo grande vicino a me, non sono abituata perché quasi nessuno si mette vicino a me, io sono abituata a tenere le persone molto a distanza. Ha un corpo possente, robusto ma non grasso e improvvisamente è così vicino a me, è solo un istante, ma un istante bello. Poi lui prosegue per questo piccolissimo tratto che distanzia il tavolo dalla porta e arriviamo vicino alla porta, si ferma ancora un secondo e prima di aprire dice “a domani” un po’ sottovoce, un po’ lentamente, come se passassimo tutti i giorni insieme da sempre e io non so neanche se domani lo rivedrò perché non è affatto detto che verrò chiamata ad assistere a un’altra udienza di separazione. Ma esco, come se davvero domani ci rivedessimo.
E va bene così.

© Carlotta Reboni



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