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Mamma e Satumata
di Claudia Cavalcanti
Pubblicato su PBSA2021


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I racconti di Progetto Babele

Satumata è caduto dal tetto. 

È così che ci siamo incontrati. Ha pianto per almeno due ore prima che riuscissi a scovarlo. Era talmente minuscolo che davvero non lo vedevo. Ho guardato nell’erba filo per filo, un filo alla volta come un artigiano che intesse un tappeto pregiato. Seguivo la voce strillare, ma che voce potente anche se stridula. Come una trombetta. 

È tra due piccoli steli di margheritine selvatiche che l’ho sentito molliccio. Per un attimo ho ritirato la mano, ma poi ho trovato il coraggio. L’ho preso senza stringere troppo e l’ho alzato. 

Era tutto di ossa pieghevoli, più piccolo della mia mano con la pelliccetta bagnata e piccoli artigli sparati nel cielo. Strillava con la minuscola bocca così spalancata che si vedeva la gola. 

Così ho visto una cosa tremenda, ho avuto paura e di scatto l’ho lanciato via. 

Ha un occhio malato, bruttissimo, come avesse un grande tumore. Mi ha fatto davvero impressione. Corro subito in casa e torno con un fazzoletto di carta. Lo riprendo con il fazzoletto in una piccola piega del collo. E lo guardo. 

È orribile. Magro e con l’occhio malato. Io non lo voglio. Corro in fondo al giardino e lo porto al mio giardiniere. 

“C’è un regalo per te “gli dico e glielo consegno. 

“Grazie “mi risponde gentile, e lo prende.

Sono fiero della mia opera buona, ho salvato un gattino sperduto e malato, gli ho trovato un padrone e, felice oramai ritorno alle mie cose da fare. 

Solo un’ora più tardi decido di uscire.

Lo ritrovo di nuovo davanti al portone di casa, ancora piangente e con il tumore sull’occhio. Mi guarda con l’occhio buono e mi chiede di aver cura di lui. Guardo ancora la sua piccola bocca con le labbra nere lucenti che urla e lo sollevo ancora una volta, stavolta senza il fazzoletto, cercando il coraggio di guardarlo più da vicino. 

Scopro che se lo metto di profilo dalla parte dell’occhio buono, sembra quasi normale.

Certo è piccolo e magro, ma di profilo è quasi normale.

Lo avvolgo in una tovaglia di casa e lo porto con me, c’è un veterinario a due passi da qui, posso farlo vedere da lui. Il veterinario mi dice che l’occhio malato va operato subito e che va rimosso ma che potrebbe morire per l’intervento. È un po’ troppo piccolo per superare la prova.

 Devo decidere per la sua vita. 

“E se muore?” gli chiedo. 

“Succede “mi risponde “A volte si muore”.

“Ma se lo lascio così col tumore nell’occhio? “

“Forse morirà presto lo stesso “

“Ma non è sicuro che morirà? “Gli chiedo agitato.

“No. Non è sicuro che morirà” Mi risponde tranquillo.

Devo decidere io e non c’è nessun altro elemento. 

Ma perché proprio io di punto in bianco devo decidere della vita di questo gattino? Se me ne vado e lo lascio qui o lo riporto tra i fili d’erba dove lo ho trovato avrò comunque io deciso per lui. Forse io sono compreso nel suo destino? Comunque, ora non ne posso più uscire. 

Decido di farlo operare. 

Resterà per la notte nella piccola clinica, domani mi faranno sapere.

In farmacia compro le medicine per mamma e torno a casa. Sono farmaci inutili anche se li prende lo stesso. 

Da quando papà non c’è più mamma non ha più la memoria. Non ha più il cervello. 

Dicono che la sua malattia si chiami l’Alzheimer. 

È una malattia molto brutta per quelli che ci ragionano sopra. Per i malati invece la malattia non esiste. Perché non si rendono conto di averla. 

Mamma sembra addirittura felice. Canta, balla e sorride spesso. Ogni tanto le propongo un dettato e lei scrive molte parole. A volte costruisce dei soprammobili. Ieri per sbaglio ha mangiato una mosca caduta dentro al bicchiere. Ha passato dieci minuti a cercarsi la mosca sulla lingua e tra i denti. Quando poi l’ha trovata ha capito che le mancava un’aletta. L’aletta non è riuscita a trovarla. L’avrà ingoiata con quel suo sorriso un po’ storto. Abbiamo riso moltissimo insieme, pur senza parlare. 

Da quando mamma ha l’Alzheimer ci vogliamo più bene, la malattia le ha lasciato solo l’amore. I suoi dispiaceri sono andati via con la mente. Sono spariti. 

Come ogni giorno, anche oggi, andiamo a passeggio. Passiamo dalla strada del bosco. È una strada incantata piena di fiori di tutte le forme e distese di foglie verdi gialle e marroni. Camminiamo e schiacciamo con i piedi le foglie e come bambini che giocano, ridiamo a sentirne il rumore. 

Gli alberi hanno un’aurea di luce. Pioppi giganti con rami che sembrano braccia. Mani che vibrano, salutano, si prendono cura di noi. Gli uccelli cantano a tutte le ore con instancabile brio. 

Camminiamo. 

 Io le tengo la mano e lei me la stringe, si lascia guidare. Si fida. Sono parte di questa bellezza. Delle piccole cose. Delle semplici cose. 

Qui noi siamo all’osso. In un osso primordiale e prolifero. 

A volte mamma cambia direzione. Si perde. Prende una strada sbagliata, ma io la riporto al sentiero sottile e marcato che ci guida fino al nostro bistrot.

 Camminiamo.

Un passo alla volta arriviamo al bistrot e ci sediamo per la nostra tisana di malva.

Mentre giro lo zucchero nella tazzina, compare una signora smemorata come lei. Si siede a fianco a noi. È la prima volta che la vedo. Si capiscono subito come due vecchie amiche che si trovano dopo tantissimi anni e quegli anni non sono passati. 

Quante cose da raccontarsi nel loro strano linguaggio. Sorridono libere e si mostrano i bottoni della giacca in un puzzle perfetto di parole scombinate. 

Li guardo anche io quei bottoni. Larghi di plastica grigi, lucenti con un filo bianco nel mezzo. Bellissimi. Perle di grande valore. Un tesoro che una con l’altra si mostrano. Prima una poi l’altra, con le bocche spalancate e ridenti, orgogliose. 

Anche io ho un bottone nella mia giacca. Voglio mostrarlo. Far vedere anche io quanto è bello. Me lo afferrano in due con grande stupore. Piace molto il mio bottone. 

Ora abbiamo un tesoro di bottoni di plastica.

E anche i polsini del maglione e i bordi delle gonne. 

Prendiamo la tisana. Ridiamo ancora come bambini nei banchi di classe.

Poi ripieghiamo il tovagliolo in mille forme diverse con le nostre mani oneste.

Ci alziamo, la riunione è finita. Ci ringraziamo. Ci salutiamo. Ci vedremo di nuovo presto. Con grande piacere.

Riprendiamo la strada di casa, rischiacciamo le foglie coi piedi. 

A casa è tutto tranquillo. Mamma è un po’ stanca. La aiuto per andare a dormire.

Nella mia cameretta ripenso al gattino. A Satumata. A quella manciata di piccole cose. Quando ho lasciato la clinica ha spalancato il suo unico occhio per farmi capire che aveva paura ma era fiero di me. Combatteva per farcela. Non mi avrebbe deluso. 

Poi me ne vado a dormire. Prima di chiudere gli occhi immagino che tutto l’amore del mondo vada da Satumata e che sia protetto per tutta la notte. 

Spero davvero di vederlo di nuovo. All’improvviso mi manca, mi manca Satumata. Lo immagino in una bellissima bolla dorata. E così mi addormento tranquillo. 

Un’ora prima che apra sono già alla piccola clinica. Fa freddo, è di prima di mattina, ma io non posso aspettare. 

Devo sapere se Satumata si è risvegliato. Aspetto qualcuno che venga ad aprire e provo a chiamarlo: 

“Satuuu “. Non arriva nessuna risposta. 

C’è solo l’abbaiare di un cane. Riprovo 

“Satuuuuu “. Ma niente.

Minuto dopo minuto trascorre questa lunghissima ora, finalmente arriva il dottore, ha la faccia un po’ cupa, mi abbozza un sorriso. Non parla. Gira in silenzio la chiave e apre il negozio. 

“Siediti “dice e sparisce in una stanza chiudendo la porta.

Io mi siedo in silenzio. Forse Satu non ce l’ha fatta.

Aspetto altri dieci minuti. Il dottore riesce.

“Entra “mi dice e mi indica una piccola gabbia.

Entro in punta di piedi, trattengo il respiro, con le braccia mi aiuto per camminare più piano e non fare rumore. Mi avvicino alla gabbia di sguincio, sospeso nell’aria. 

Lo vedo, è raccolto come una piccola palla. Lo chiamo 

“Satu..” apre il suo unico occhio e mi guarda. Si alza e barcolla sulle sue quattro zampette. Sbadiglia. L’occhio mancante gli è stato cucito. Adesso sembra un pirata.

È vivo! D’istinto raccolgo le mani, piango e ringrazio. Ringrazio la vita che non ci ha abbandonati. 

Mamma e Satumata si sono amati dal primo momento. Lui zompetta con grande energia dal letto alle sedie ai termosifoni e mamma si diverte a corrergli dietro. Cerca di prenderlo e lui dribbla veloce come una lepre. Si nasconde e così mamma aguzza l’ingegno. La notte dormono insieme. Sospendono i giochi e dormono con la pancia rivolta al soffitto e le braccia alzate sopra la testa. Ogni tanto mamma lo guarda e controlla che sia ancora lì. Anche Satumata di notte apre il suo occhio e la guarda e quando è sicuro che è tutto tranquillo lo richiude e dorme sereno. 

Capita che si guardino insieme, nello stesso momento. Quando succede restano immobili con le braccia alzate a fissarsi per ore. Lui senza un occhio e lei senza cervello. Tra di loro non ci sono mancanze. Non ci sono bruttezze. In alcune occasioni può bastare un occhio soltanto per vedere quello che del mondo è importante, e non sempre serve avere il cervello per entrare nel linguaggio del cuore. 

© Claudia Cavalcanti



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