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Trapianto
di Carlotta Reboni
Pubblicato su SITO


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Mamma mia come è fredda questa stanza, sembra una piccola piscina senza la piscina: piccole mattonelle azzurro-verdino, sgabelli scomodi, brutta scrivania in legno chiaro. Sono appollaiata sul più scomodo dei tre sgabelli della stanza e fisso mio marito. Siamo dal suo medico, dalla sua brava dottoressa, che come un robot elenca le sue analisi senza alcuna pausa, senza alcun commento, senza nessuna emozione. Per carità, è anche naturale, il medico non si deve emozionare. Io invece sono molto emozionata, siamo all’anticamera della scelta, oggi ci dice se possiamo fare questo benedetto trapianto che aspettiamo ormai da qualche anno. “sì, adesso si può fare, le analisi sono arrivate al valore che aspettavamo, non si può più andare avanti con questi reni, potete fare il trapianto”. In modo piuttosto neutro, come se parlasse di una ricetta per la torta, ci comunica che è arrivato il momento: mio marito avrà il mio rene e io devo essere pronta a donare. Lo sono.

Da almeno due anni aspettavamo che le analisi del sangue e delle urine arrivassero ad una valore tale da far decretare la necessità del trapianto, mio marito era stanco, sempre stanco e, come in un piccolo stillicidio ci toglievamo qualcosa progressivamente, in modo impercettibile ma evidente: le passeggiate impegnative in montagna, le passeggiate in montagna, le passeggiate in città, le passeggiate,  il gelato preso sempre più vicino, le valigie che ormai mi dovevo portare da sola e avanti così…e lui dormiva, dormiva talmente tanto che ormai avevo la sensazione di vivere da sola. 

Quando si svegliava, alle 7 circa, la prima cosa che faceva, ancora prima di alzarsi dal letto, era vomitare: i conati cominciavano già tra le lenzuola, tutte le mattine. E’ brutto svegliarsi ogni giorno con uno che vomita, ogni santo giorno, ma poi ti abitui e vai a preparare la colazione sentendo tuo marito che vomita in bagno, al piano di sopra. Preparavo la colazione e lui scendeva dicendo di avere mal di pancia, mal di testa e che non sa se ce la farà ad andare al lavoro, poi però ci andava, con il suo panino in mano prendeva la macchina e partiva. Io ero sempre un po’ in pena perché non è bello sapere che tuo marito è al lavoro con un corpo che non lo regge, ma adesso finalmente sta abbastanza male per essere candidato al trapianto, ce lo siamo guadagnato.

“L’operazione sarà in estate, ma non le sappiamo ancora dire esattamente la data, intanto dovrete fare tutte le analisi, gliele abbiamo prenotate in un periodo di tempo piuttosto stretto, così fate tutto in pochi giorni, altrimenti dovreste passare un mese in Ospedale e capisco che per due persone giovani che lavorano sarebbe piuttosto complicato. Finchè fate le analisi potete soggiornare negli appartamenti dell’associazione “Amici di Maria”, sono a disposizione di chi deve passare molto tempo in ospedale, quando sarete operati ci potrà stare un familiare per ciascuno.

Fantastico, che comprensivo questo medico…e pure bello devo dire. Alla fin fine non sarà così difficile fare questa operazione, se ci trovano anche il ricovero per i parenti che assistono. Adesso devo solo informare la mia famiglia e lui la sua…forse ci sarà qualche problema. Mi sento che arriva il primo problema di questa strana situazione.

“Ciao papi, sì qui è bel tempo, sì anche qui un po’ di vento, sì abbiamo mangiato le vostre fragole grazie, molto molto buone. Ascolta, ti devo dire una cosa, è per questo che ti telefono…ehm, ecco, volevo dirti che Andrea adesso dovrà fare il trapianto di reni, è arrivato il momento e che io sarò la donatrice…la donatrice del rene” silenzio, mutismo “ti passo la mamma” mi sento dire, niente di più. L’ha presa bene. Ripeto lo stesso a mia mamma, che con voce mesta, come se fosse appena stata menata mi dice “se è quello che vuoi”. Va bene, l’hanno presa bene entrambi. 

“Io ai miei l’ho detto, tu cosa fai?” chiedo a mio marito che mi guarda un po’ disinteressato. “Non so, ci devo pensare. Ci penso ancora un po’, non vorrei dirlo in realtà, né a loro né a mia sorella, non vorrei che si ripetessero i problemi dell’altra volta, non sono in grado di reggere lo stress, loro intendo”

Oddio, questo è sicuro, non ho mai conosciuto persone così incapaci di reggere situazioni difficili come i miei suoceri. Io sono entusiasta di questo mutismo anche perché è già uno stress piuttosto elevato fare un’operazione di questo tipo, se poi devi anche pensare a gestire i suoceri…diventa un incubo al cubo. Questo non è il nostro primo trapianto, o meglio non è il primo trapianto di Andrea: ha già ricevuto un rene da mio suocero, che però non lo ha donato. Difficile da capire? No, non è difficile: l’operazione è stata fatta, il rene si è trasferito dal corpo del padre al corpo del figlio…ma il padre non voleva, si è opposto in tutti i modi, ha cercato di evitarlo con tutti i mezzi possibili…ma alla fine, dietro mio esplicito ricatto, ha dovuto stendersi sul lettino e farsi asportare il rene.

Credete che non ci siano genitori incapaci di sacrificarsi per i figli? No, ci sono…mio suocero. Mio suocero non voleva mollare il suo rene nemmeno dietro tortura cinese, ma ahimè mia suocera non poteva essere donatrice per le analisi del sangue non troppo buone e uno stato di salute precario, mia cognata è una specie di inabile mentale che non è mai stata in grado di fare nulla per nessuno e io, che mi ero proposta di nascosto, ero stata definita dai medici “l’ultima possibilità” perché  nel 2010 i gruppi sanguigni incompatibili, lui 0 io A, non potevano scambiarsi gli organi se non con gravi complicanze. Quindi la migliore possibilità, allo stato, per evitare la dialisi, era mio suocero: l’egoista, egocentrico e sgradevole uomo che parrebbe essere il padre di mio marito. 

I tentativi per tirarsi indietro furono parecchi e anche di una certa rilevanza, sia pratica che psicologica…per mio marito naturalmente, visto che io sapevo già di che pasta fosse fatto mio suocero. Il tentativo di sottrarsi più eclatante penso sia stata la compilazione per conto di mio marito, che ne era all’oscuro, della richiesta, completa di ricca documentazione allegata, di essere inserito nella lista d’attesa per il trapianto da cadavere: al momento della firma dei moduli, il medico comprese che non vi era alcuna richiesta da parte del paziente e che inoltre mancavano pure i requisiti, in quanto il paziente aveva il donatore: il donatore era il padre-compilatore.

Al padre-compilatore di moduli non interessava che il figlio passasse in dialisi una media di otto anni facendo le flebo per quattro ore tre volte a settimana, in quanto questo rientrava nei casi della vita e se suo figlio era stato colpito da una malattia degenerativa dei reni, doveva seguire la sua sorte, senza chiedere reni ad altri che non c’entravano nulla. Dopo altri tre o quattro tentativi di sottrarsi, comunque non andati a buon fine, dovetti intervenire e passare alle maniere forti facendogli sapere che se non avesse donato il rene lui, non potendo farlo mia suocera, l’unica possibilità era coinvolgere la dolce Sabrina, psicologicamente debole e mentalmente instabile: il suocero si rassegnò a sdraiarsi sul lettino che lo avrebbe portato in sala operatoria e mio marito riuscì a vivere 9 anni con un rene del padre e io riuscii, a fatica, a dormire 9 anni con un rene di mio suocero accanto a me.

Archiviata quindi momentaneamente la questione famiglia, mi dedico ai preparativi seri: mi siedo su una bella sedia comoda e sbrano un gelato unitamente ad un bel pacco di kinder brioss, delizioso. Così penso meglio. Sono tutti così impressionati dalla mia decisione di donare un rene che la gente mi ferma per la strada, io invece non capisco bene perché siano così stupiti, forse dall’esterno sembra una cosa più impressionante che per chi lo vive oppure forse ci sono persone che non donerebbero mai. Io lo avrei fatto anche per persone diverse da mio marito o da mia figlia. In fin dei conti se il tuo corpo può servire ad aiutare qualcun altro perché non farlo? E’ così bella questa idea, ma più vedo le reazioni degli altri più capisco che le persone sono molto concentrate sull’idea di corpo-bene privato inviolabile e quindi ritengono che il mio sia un grande gesto. Un grande gesto non tanto per il rischio di gravi danni a me o addirittura di morte, che i medici ci hanno assicurato praticamene inesistente, ma un grande gesto di generosità…non so, io non ci penso mai se ho due o un rene, non penso che mi accorgerei mai della differenza, non penso che ci penserò mai. Sono tranquilla, quasi disinteressata, forse irresponsabile, ma voglio solo che mio marito stia meglio e che usciamo da questa situazione di incertezza: ci operiamo o non ci operiamo, quando ci operiamo, cosa succederà.

**

Ci operiamo. 

“Questa è la stanza di suo marito, si può svestire e mettersi il pigiama. Lei invece signora alloggerà alla casa “Amici di Maria” come nel periodo degli esami preparatori, le hanno già preparato la stanza. Comunque può venire quando vuole in reparto perché non abbiamo un vero e proprio orario di visita, può stare qui dalle 9 della mattina alle 8 di sera. Quando sarà pronto” rivolgendosi ad Andrea “procederemo con le infusioni preparatorie, i suoi valori come ha detto il medico non sono ancora perfetti e vanno stabilizzati”. Mio marito viene ricoverato oggi, per me manca ancora qualche giorno: i valori del suo sangue non sono ancora perfetti per accogliere il mio rene, proveniente da gruppo sanguigno diverso, devono abbassare qualcosa ma dicono di impiegarci poco, con una sola infusione saremo a posto, ci vogliono 8 ore di flebo, ma il risultato è sicuro.

La sua stanza non è niente male, considerato tutto, chi è tanto che non entra in un ospedale ha ancora un ricordo da reparto di psichiatria con letti e armadi in ferro e mattonelle bianche alle pareti ma non è più così: la camera è accogliente tutto sommato e luminosa, ben arredata con mobili in legno chiaro, sembra quasi di essere in albergo. Andrea si mette il pigiama e io lo accompagno al piano di sotto per fare questa infusione preparatoria, non sembra niente di chè, solo un po’ noiosa, ma quando arriviamo la situazione è un po’ diversa da come me l’ero immaginata: otto letti uno accanto all’altro, sette già occupati da persone più che adulte attaccate come fantasmi ad una flebo, hanno le cuffie e guardano un piccolo schermo davanti a sé. Molti sono senza una o entrambe le gambe. Uno è senza un braccio, sembra un filmato di guerra, mio marito non parla e si stende nell’unico letto libero, quello riservato a lui.

Mi precipito da una infermiera che c’è nella stanza accanto: “ma perchè scusi sono tutti senza gambe o senza un braccio? Perché queste persone sono messe così male?” penso già che sia il futuro che attende mio marito…l’amputazione. L’infermiera è giovane e molto carina, vestita da infermiera per cui non vi è dubbio che sia la persona giusta a cui rivolgere qualche domanda, anche se ammetto che il mio tono non è dei più sereni. “Questo è il reparto dialisi signora” dice dolcemente  “suo marito fa una infusione diversa, ma gli altri pazienti stanno facendo la dialisi renale. La mancanza degli arti dipende dalla malattia che li ha portati alla dialisi, molti per esempio sono diabetici, ma sono casi completamente diversi dal caso di suo marito, la situazione è diversa e anche la cura…suo marito non c’entra con questi pazienti, usiamo solo la stessa sala per comodità, perché si tratta di una infusione molto lunga quindi è bene che stia comodo  e che si possa anche un po’ intrattenere con la TV come fanno gli altri” “ah, ok, certo…scusi, ha perfettamente ragione. Perfettamente. Scusi. Certo. Adesso vado da mio marito, a dopo” esco di corsa pensando alla triste figura appena fatta. Meglio cambiare aria e mi siedo compita davanti a mio marito steso nel letto e immobile…immobile perché scopro con orrore che deve stare completamente fermo per otto ore, non può neanche muovere il collo. Fermo. Fermo e basta. 

Comincio ad intrattenerlo. Parliamo del posto dove dormo io: la stanzetta all’interno della associazione dove noi siamo praticamente delle super star perché a differenza di tutti gli altri non veniamo considerati malati, ma solo avventurosi…noi abbiamo un trapianto da fare, loro devono lottare contro malattie neurologiche degenerative, tumori al sistema linfatico, encefaliti; a colazione, momento di ritrovo per tutti gli ospiti della struttura, vengo sempre intervistata su cosa faremo il giorno dopo o su come io mi senta. La risposta è sempre deludente: farò analisi del sangue più o meno banali e mi sento bene; solo un giorno sono riuscita a creare un momento di ilare euforia, per gli altri non per me, quando ho raccontato che il giorno prima, armata di buona volontà dopo una lauta colazione a base di due panini con nutella e caffelatte mi sono presentata per fare l’analisi della funzionalità renale… per poi scoprire che doveva essere fatta a digiuno. Il racconto ci fa sempre ridere anche se all’epoca ci ero rimasta malissimo, poi chiacchieriamo un po’ della nostra bimba: è stata così brava a capire al volo perché la mamma donerà un rene al papà e che poi tornerà subito da lei, ad accettare senza alcun problema di stare due settimane dalla nostra baby sitter peruviana, la santa donna che più brava non si potrebbe, a non creare nessun problema come al solito, poi mostro ad Andrea il video che avevo fatto per la piccola, dove faccio vedere la stanza in ospedale, la mia stanza alla associazione, lui che è seduto sul letto, il viso di una infermiera che la saluta…oddio improvvisamente mi accorgo che sono le due: devo andare a prendere Massimo in stazione, il migliore amico di Andrea, starà con noi dieci giorni durante l’operazione. 

Naturalmente in stazione non trovo nessuno, gli avevo detto “ci vediamo all’inizio del binario” ma niente, non lo vedo. Sono nervosetta perché mi irrito molto quando le cose non funzionano, soprattutto in questo periodo, e con gli amici di Andrea c’è sempre un problema: me lo aspettavo che non lo avrei trovato, me lo sentivo. Scendo in sala d’aspetto, non è neanche lì, eppure sono puntuale, non può essermi sfuggito…mi viene quasi il dubbio che non abbia preso il treno…no, non è possibile avrebbe avvertito. Ed eccolo lì ‘sto rincoglionito, a metà binario, ma porca vacca, ma è possibile che se dici a un uomo il posto esatto te lo trovi in un altro posto che guarda per aria tra l’altro, mica mi cerca, no. Vabbè lasciamo perdere, ciascuno si trova gli amici che vuole. E mio marito è identico a Massimo, non è un caso che si trovino così bene insieme. Comunque Massimo è molto carino e la rabbia scompare subito, sostituita immediatamente dalla commozione: quando gli vado incontro mi viene da piangere, è la prima volta che mi lascio andare e le lacrime cominciano a scendermi insieme ad un sorriso imbarazzato, non vorrei proprio piangere, poveretto che brutta accoglienza ma è più forte di me, sono stata troppo in tensione negli ultimi giorni. Lui mi guarda ed è così tenero, e so che vorrebbe abbracciarmi ma è sempre imbarazzato e allora mi sorride, ignorando le lacrime grandi come ciliegie che scendono a pioggia, solleva un libro e dice sorridendo “arrivo attrezzato”. E io lì scoppio proprio a piangere. Ecco l’amico, che arriva coi riassunti di meccanica razionale per chiacchierare col suo ex compagno di studi e tenergli compagnia nelle lunghe ore di degenza. Sono veramente commossa, lo accompagno da Andrea e li lascio da soli. 

Io fuggo di nuovo per andare dallo psicologo, ormai sono gli ultimissimi giorni e devo fare il colloquio psicologico che può bloccarci il trapianto, solo teoricamente diciamo perché in realtà io sono già considerata idonea…vabbè, ci mancherebbe altro. Comunque un filo di preoccupazione mi pervade mentre entro nella stanza spoglia e anonima dello psicologo, giovanissimo, che mi accoglie seduto coi jeans e un bel sorriso. Comincia subito, senza perdere tempo:

“Buongiorno, lei fa una donazione renale mi hanno detto”

“Sì, esatto. Dono un rene a mio marito”

“Come ha preso questa decisione?”

Oddio, in che senso? Madonna, non mi sono ancora praticamente seduta che sono già in crisi…io, così sicura di me e iperconvinta non mi aspettavo questa che è la più semplice delle domande effettivamente.

“Mah, oddio” sorrido un po’ stupita “non l’ho proprio deciso, mi sembrava la cosa più naturale da fare. Non so, non è che un giorno abbia deciso. Ho sempre pensato che se ce ne fosse stato bisogno lo avrei fatto, ecco. Io lo avrei fatto anche col trapianto precedente di mio marito, ma i medici non erano tranquilli perché abbiamo gruppi sanguigni diversi…anzi al dire il vero siamo diversi in tutto…direi opposti, io femmina e lui maschio, e questo era il primo problema, io piccola e lui alto, io A positivo lui gruppo 0, per giunta non parenti…insomma vari fattori deterrenti che la volta scorsa ci hanno impedito di arrivare al trapianto, ma adesso sono passati nove anni e ci hanno detto che è possibile farlo …e quindi eccomi qui” sorrido, me la sono cavata dai. Lui comunque prosegue con aria interessata, non sembrano domande di routine, anche se dovrebbero esserlo, evidentemente finge bene o forse è un sostituto e lui è la prima volta che parla con uno che dona un rene, beh, comunque prosegue:

“Nessun altro della famiglia di suo marito avrebbe potuto donare un rene? Per una maggiore compatibilità?”

“Mah guardi, senza entrare in dettagli che adesso sarebbe troppo lungo trattare, il padre ha, diciamo così, già donato, anzi scusi non è corretto…mio marito ha già avuto il rene del padre, donare è una parola non esatta, la madre non ha una salute che lo permetta, anche se poveretta si era resa disponibile, mia cognata…bè vabbè, non ce la potrebbe fare, non è idonea a sostenere uno stress simile, ci avrebbe creato una montagna di problemi e poi non aveva voluto donare nemmeno la volta scorsa, quando sarebbe stato importante avere un familiare e il padre non voleva assolutamente farlo. Mia cognata invece che offrirsi lei, continuava a dire che non bisognava obbligare suo padre e che lei sapeva , non si sa bene da quale fonte, che la dialisi era assolutamente fattibile e che non creava alcun problema per cui non vi era in realtà nessun bisogno di trapiantarsi… capisce come siamo messi, è anche inutile discutere con una così, ma in ogni caso non è una donna equilibrata e la definirei  mossa esclusivamente da istinti egoistici…non è molto diversa dal padre.”

“Mi parla un po’ di lei? Così, in generale? Come si definirebbe?

“Mah, io sono una persona molto normale, quasi banale direi” non mi viene in mente niente “non so, penso di essere una persona che sa quello che vuole, una persona abbastanza determinata. Adesso voglio fare questo trapianto e risolvere questo problema, poi tornare alla mia vita e non pensarci più. Di solito faccio così, decido e poi agisco e per ora è sempre andata abbastanza bene”.

L’interrogatorio comunque non è ancora finito “che medicine prende?”

“Prendo un Moment se ho mal di testa, circa una volta ogni due mesi”

“Poi?”

“Poi basta perché io non mi ammalo quasi mai. Niente altro…se sono malata prendo quello che mi prescrivono”

“Cioè lei non prende niente in modo continuativo? Niente?” con aria stupitissima

“No, cioè a parte il Moment, no, non prendo altro” chissà cosa non sente questo poveretto, per la prima volta vedo uno psicologo che dà segni di stupore. 

Sorrido e sorride anche lui, poi continua: “Quante possibilità ci sono che un trapianto tra persone così altamente incompatibili vada bene?”

Momento di panico, stordimento, stupore estremo. Santoddio, non ci avevo mai pensato. Oddio, non so, in che senso?  Nel senso che potrebbe non andare bene? E’ la prima volta che ci penso. Aspetto un attimo a rispondere e lui mi osserva con aria un po’ curiosa “in che senso scusi? Non lo so, cioè io non ci ho mai pensato…non ho mai pensato che non potesse andare bene, non ci hanno mai detto niente in merito…”

“E lei non lo ha mai chiesto?”

Oddio che cretina, no. “No, veramente no”

“Allora diciamo così…con quale percentuale di insuccesso lei non affronterebbe il trapianto?”

Oh madonna, che domanda, vuole proprio andarcene in fondo “Mah, che non lo affronterei non direi…forse, se mi dicessero che ci sono meno del 55% di possibilità di successo ci penserei un secondo in più ecco, mi informerei un po’ meglio diciamo…” 

Sembra contento della risposta, assentisce con la testa, forse con questa risposta non pensa che io sia una pazza, e io mi ripropongo, appena uscita da qui, di fiondarmi a chiedere quali percentuali di successo abbiamo. 

Il colloquio sta volgendo alla fine, mi sembra di avere questa sensazione: “Chi si occuperà di lei e di suo marito durante il trapianto? Chi avete chiamato ad assistervi?”

Io in realtà non avrei voluto nessuno, ma non è una bella risposta e poi comunque alla fine ho chiamato mia sorella, che non è la persona più facile del mondo ma comunque è mia sorella ed è la persona adulta cui voglio più bene: “mio marito ha chiamato il suo migliore amico, che in realtà non sapeva di essere il suo migliore amico..” ridacchio “ ma lo ha scoperto adesso, perché se uno ti chiama al posto dei familiari per assisterti durante un trapianto…io faccio venire mia sorella, una donna difficile, ma è mia sorella. Non so se sarà lei ad assistere me o sarò io ad assistere lei, ma comunque viene” Il colloquio bene o male è concluso, mi sembra di avercela fatta, certo adesso ho più dubbi di prima, lui invece ha la certezza che ce la possa fare, mi dà la mano e ci salutiamo qui per sempre, non lo rivedrò più.

**

E adesso tocca a me. Ricovero. Stanza doppia. Acqua. Devo bere molta acqua oggi, due litri almeno mi hanno detto. Sono in un altro reparto, in un’altra ala dell’ospedale, mio marito a Nefrologia, io a Medicina generale, dove evidentemente ci sono le donatrici di organi: solo io e le malate di cancro al seno: tutte le altre. Immagino che ci siano anche degenti con altre patologie, ma quelle che incontro io hanno tutte il cancro al seno, non le invidio per niente ma dalla loro espressione pare che anche loro non invidino per niente me. Sono in stanza con una biondina, abbastanza giovane, appena operata, di cancro al seno naturalmente, ma che capisco che verrà tra breve dimessa e poi arriva mia sorella. La vedo dal corridoio che è già tesa, mal vestita, non è da lei, anche un po’ sudata. Capisco subito che è agitata, non avrei dovuto farla venire, è più preoccupata di me e si vede benissimo: comincia a parlare velocissima della sua stanza nell’associazione, delle pulizie che dovrà fare nella stanza, degli orari della colazione, mi fa vedere degli ombretti che mi ha portato come regalo, è carina ad aver pensato di farmi un regalo, è stata l’unica a farmi un regalo, non me lo aspettavo. Io bevo. Lei parla. Io non la ascolto più. Ormai ci siamo, manca solo una notte e domani mattina avrò un rene in meno, ma non mi fa così tanto effetto, o almeno è quello che mi dico. Mi sembra quasi che il corpo non sia più mio, ho come uno sdoppiamento: mi succede quando sono preoccupata, quando ho quasi uno shock, mi era successo anche in un incidente stradale; deve essere qualcosa di psicologico perché sono io che mi guardo dall’esterno, mi guardo dall’alto e mi vedo: tranquillissima. Decido di andare in bagno e lascio mia sorella che sta ancora parlando, dopo aver fatto la pipì noto che nel water c’è del sangue “Ma dai”, penso “quella prima di me aveva le mestruazione e non ha tirato l’acqua”, che strano. Esco. Dopo poco mi accorgo che quella ad avere le mestruazioni sono io…ma non è possibile, le ho appena avute. Non può essere, cosa cristo faccio adesso, ma santo dio. Vado dal dottore che conosco, quello che mi aveva rassicurato post psicologo sulla riuscita al 99% del trapianto, lo trovo subito in corridoio, e, anche se ha in effetti un’aria indaffarata, me ne frego e di punto in bianco gli dico: “no, mi scusi. Scusi ma all’improvviso mi sono venute le mestruazioni. Non so cosa dire, non era assolutamente previsto, non capisco come mai…non dovevano venirmi adesso… cosa facciamo?” sono improvvisamente piuttosto tesa, non voglio che salti l’intervento per le mie mestruazioni, santo dio. Il dottore mi guarda, non è per niente preoccupato “succede piuttosto spesso” sorride “non cambia niente, è una risposta normale del corpo, stia tranquilla” una risposta normale del corpo a cosa? Tutte quelle che vengono operate di trapianto di reni hanno le mestruazioni? A me non è mai capitato che vengano a caso santo cielo, comunque non approfondisco e un po’ imbarazzata me ne torno in stanza, certo questo impiccio non ci voleva ma sembra che loro non ci badino. Forse così calma non sono se il mio stesso corpo si comporta in modo estremamente anomalo. Mah. 

E’ già mattina. E’ già mattina. E’ già mattina e oggi vengo operata. Mi sveglio e vedo la mia vicina bionda che dorme ancora, io ho dormito bene: dormo sempre bene e forse non se lo aspettavano perché sul comodino trovo solo mezza pillola rosa, l’ansiolitico, invece che una pillola intera cui avevano detto che avrei avuto diritto prima di scendere con la barella. Adesso devo alzarmi e fare la doccia, poi sarò pronta. Voglio seguire le indicazioni parola per parola e fare tutto bene, mi sembra di muovermi in un sogno, non riesco a credere che il giorno che abbiamo aspettato tanto sia arrivato, e sia oggi. Sto bene, tutto va bene e adesso faccio la doccia. Faccio la doccia. Tutto bene. Arriva un chirurgo, è giovane e si siede sul mio letto, a me non piace che le persone si siedano sul mio letto, ma sopporto. Mi chiede se ho dormito bene. Sì. Mi chiede se sono ancora convinta di farmi operare. Sì. Mi dice che sono quasi pronti e che tra poco mi portano in sala operatoria. Sì. Se ne va, non so se contento ma le mie risposte sembrano bastargli. Come faccio con le mestruazioni? “non si preoccupi, non ci bada nessuno, stia tranquilla” mi risponde l’infermiere “si metta distesa chè la porto in sala”.

**

Oddio mi sento morire. Mi sento come se mi fosse passato sopra un camion. Un camion molto pesante. Apro gli occhi ma non vedo nessuno, anzi sì, ci sono dei corpi vicino a me, in altri letti. Oddio che senso. Si avvicina una vestita da infermiera, mi sorride, che gentile. “va tutto bene Caterina, l’operazione è andata bene e lei sta bene, adesso è in terapia intensiva perché dobbiamo monitorarla, si riposi pure”. Ah ecco, questa è la terapia intensiva, oddio che senso. Mi appisolo. Mi risveglio. Sembra di stare in mezzo ai morti, invece sono tutti vivi ma dormono, più o meno, c’è una atmosfera irreale, ci sono dei camici che girano, sento un grande dolore sotto la pancia, chiamo l’infermiera ma non mi sente, ma perché non mi sente cristo santo? Siamo in otto e tutti zitti e lei non c’ha un cazzo da fare, la richiamo ma non mi sente…ma santo dio, incominciano a girarmi…alzo la mano, niente. Urlo. Niente. C’è qualcosa che non va. Finalmente si avvicina e con voce molto flebile mi chiede se va tutto bene. Ma come tutto bene? No che non va tutto bene, è mezz’ora che ti chiamo cristo santo e ho male alla pancia, mi esce dalla bocca solo “pancia”, lei gentilissima mi chiede se ho male di pancia e io rispondo che è ovvio. Non ci capiamo, mi pare chiaro. Mi ripete se ho dolore…ma hanno messo una ritardata in questo reparto? Finalmente fa una iniezione nella flebo e mi riaddormento.

Mi sveglio in camera. Sono da sola. Quella col cancro al seno è stata evidentemente dimessa. Mia sorella non c’è. Non c’è nessuno. C’è penombra, forse è sera. Mi addormento di nuovo. Mi risveglio. Adesso vedo mia sorella, è ferma a fianco al letto, in piedi. Io sto benino, compatibilmente con tutto, ma non riesco a muovermi. Una infermiera fa salire lo schienale del letto, adesso sembro quasi seduta. Non male. Chiedo come sta Andrea, se è andato tutto bene, se questo rene è stato finalmente trapiantato e non solo espiantato. Mia sorella ha una faccia un po’ strana, capisco che qualcosa non è andato per il verso giusto. Dopo qualche insistenza, finalmente vengo a sapere che quella mattina i valori di mio marito erano sballati, quelli che dovevano scendere con l’infusione delle otto ore erano risaliti inspiegabilmente di notte  e quindi c’è stato un ritardo nell’impianto del rene, che era già stato tolto e vagava in attesa di arrivare al corpo di mio marito, supino nella camera della dialisi a fare l’ennesima infusione per far tornare i valori del sangue ai livelli ottimali. “Vabbè ma alla fine ce l’abbiamo fatta?” “chiedo atterrita “sì, alla fine è andato tutto bene”. Oddio che ansia. Adesso posso tornare a dormire.

Mi sveglio abbastanza presto alla mattina, voltando la testa vedo che sono le 6.30, è comunque più o meno il mio orario anche a casa. Il primo pensiero è che sono contenta che ce l’abbiamo fatta, oggi vedrò mio marito che sta bene, finalmente bene dopo tanto tempo. Non vedo l’ora di vederlo e di sentire come è andata, mi fa male un pochino la gola, evidentemente mi hanno intubata, eh sì, mi avevano intubata. Dal collo mi spuntano delle cannucce, oddio che senso, ho delle cannule attaccate al collo…che entrano dentro il collo, non ci posso credere, sono un mucchietto tra l’altro. Arriva l’infermiere, gli dico che ho delle cannule che escono dal collo, sorride e se ne frega. Arriva la colazione, posso mangiarla mi dicono, ieri non ho mangiato tutto il giorno in effetti. Ma come faccio a mangiare se non riesco neanche a sollevare la tazza? Ci riesco. Mangio un pochino. Arrivano due infermiere e mi lavano, che forte mi lavano loro e sono stra organizzate, mi passano un panno caldino di qua e di là e uno si sente subito pulito e più contento…ma passa subito perché dicono che mi devo alzare…coooosa? Alzare? Ma sono completamente fuori in questo ospedale, non sanno come mi sento? Lo sanno. Mi sollevano leggermente il letto e mi mettono seduta, loro. Adesso toccherebbe a me. Mio dio come diventano difficili le cose che letteralmente fino a ieri facevi senza pensarci.  Mi metto malamente in piedi, tirata da loro da tutte le parti ma secondo una tecnica che pare precisa. Sto lì, in piedi, due secondi, tre, quattro, cinque e poi mi dicono che per ora basta così e ripiombo nel letto senza fare domande. Non voglio risposte, il “per ora” mi preoccupa molto. Arriva mia sorella, pare un po’ pallida, “no, va tutto bene, sono contenta che le cose stiano andando bene…o meglio, che sia tutto finito. Andrea sta benissimo devo dire, l’ho visto prima. Per il ricevente l’operazione è una passeggiata, tu invece sei un straccio, vabbè.” Carinissima, sono comunque indulgente perché vedo che non sta bene, me ne accorgo subito “no infatti non sto bene, ieri sono andata al ristorante con Massimo per festeggiare e ho mangiato troppo, ho mangiato tutto quello che c’era…era come la fine di un incubo e avevo bisogno di scaricare la tensione, ma adesso non ce la faccio a stare qui con te perché sto male. Ho mangiato troppo, non ho digerito, non ho dormito”. Ecco appunto, questa è mia sorella…

Siamo lì a discutere queste cose, in realtà lei a parlare e io ad ascoltare, quando entra Emanuele. Emanuele, con un bel sorriso e l’aria un po’ imbarazzata, è il mio amante. Eh sì, io ho l’amante. Emanuele è il mio amante e da molti anni anche. E’ bellissimo e ci amiamo molto…ma ciascuno a casa sua. Ho conosciuto Emanuele al lavoro, me lo ricordo ancora come se fosse ieri: era vicino all’ascensore e io l’ho visto lì, con la sua giacca stra allacciata e la sua faccetta imbarazzata mentre aspettava vicino alle scale, mi è piaciuto subito, dava l’idea di essere molto solo tanto che tutti al lavoro pensavano che fosse vedovo…invece no, era sposato. Non sono mai stata il tipo che aspetta che l’amante molli la moglie, anzi se lo facesse io probabilmente dovrei mollare lui. E credo che anche per Emanuele sia così: abbiamo una relazione a tre, entrambi.

Forse le coppie moderne sono così o forse lo sono solo io non lo so, ma ho un amante e amo mio marito e gli dono anche un rene e ne sono pure felice.

Sono contenta di vederlo, anche se si ferma molto poco, è venuto solo a vedere come stavo. Male. Mi prende la mano, mia sorella esce in fretta, imbarazzata, mia sorella non è per queste cose, lei è un po’ meno moderna ma almeno non mi giudica. Cerco di mettermi vagamente seduta e di sorridere, ci parliamo un pochino senza dirci niente, mi guarda con quegli occhietti innamorati, mi piace tanto, poi se ne va. Ecco, per me la giornata potrebbe essere finita, ma ovviamente non lo è e quindi mi tocca anche chiamare mia suocera per informarla: “Sono Caterina, volevo dirle una cosa…io e Andrea siamo in Ospedale, è stato operato, ha fatto il trapianto” sento che si commuove “io sono la donatrice” si commuove ancora di più, povera donna non se lo aspettava…certo se aspettavamo la sua famiglia…“lo so che lei è al mare, ma faccia con calma, qui c’è il suo amico Massimo, il nostro testimone di nozze, si ricorda? L’aspettiamo tra un paio di giorni, perché adesso Massimo ripartirà, deve tornare a casa sua, ma non si precipiti qui non c’è ragione, Andrea sta bene”. Mia suocera invece non arriverà mai, non è mai venuta a trovare suo figlio in Ospedale, in due mesi di ricovero. Non metterà mai piede nella sua stanza, non si prenderà mai cura di lui, né di me; arrabbiata per essere stata, giustamente, esclusa.

Si fa viva invece la inetta Sabrina, che lungi dal dire che avrebbe voluto donare lei il rene al fratello, decide di fare capolino nel pomeriggio, evidentemente avvisata dalla madre della nuova situazione.

Io non vorrei vederla, non ne ho proprio voglia, ma mi tocca e devo anche cercare di bloccare mia sorella che vorrebbe saltarle al collo: se Sabrina avesse fatto il suo dovere, io avrei ancora il mio rene, questo è il pensiero di Alessia che mi vuole un bene dell’anima anche se non sembra mai.

“Ciaaaaao” ecco la nostra Sabrina, sempre con un sorrisone da orecchia ad orecchia, sempre. “ma che sorpresaaaaaa. Per tuuuutttiiiii”. Oddio mi sento male. Comunque poveraccia fa del suo meglio, diciamo così, e comincia a parlare di questo e di quello senza mai citare i genitori, senza mai dire niente di personale in effetti e provocando quindi una calma ira in mia sorella, che non è certo il tipo che si fa prendere in giro facilmente e, già piuttosto adirata per trovarsi al mio capezzale secondo lei senza motivo, in quanto la donatrice più prossima e idonea era seduta davanti a lei e non sdraiata di fianco, decide di infliggere una giusta punizione alla povera Sabrina che al termine della discussione cui ha preso parte da sola, viene costretta a svuotare la mia padella…”il minimo che potesse fare” conclude Alessia, chiudendo la porta.

Dio che giornata difficile…e non per l’operazione. Sono lì che medito che non vedo l’ora che arrivi la sera quando si apre la porta, entra Andrea. Bello, felice, col pigiama azzurro come i suoi occhi, un sorriso da far girare la testa, si china verso di me e mi bacia sulla fronte “ciao Amore mio”. 

“Madonna come sta bene lui” penso mentre mi volto verso mia sorella che chiaramente pensa la stessa cosa, non so perché ma mia sorella mi dà sempre l’impressione che pensi che non sia giusto che io abbia donato il rene, capisco che vedermi in questa situazione, ovvero pesantemente abbandonata nel letto, le scocci molto e il confronto con gli altri che invece sono in piedi non le piace, ma insomma…ormai l’ho fatto, è finita. 

Effettivamente lo avevano detto: per il donatore è una operazione dura, per il ricevente invece non è una cosa così terribile, si riprende piuttosto velocemente ma bisogna stare attenti ai medicinali che controllano il sistema immunitario, valutare le giuste dosi di somministrazione…insomma, i problemi per il ricevente cominciano dopo il trapianto, non durante.

“Sono venuto a salutarti, a vedere come stavi” mi dice sorridendo, come sono contenta, come abbiamo fatto bene a fare questa cosa, noi due da soli, senza ave alcun problema dall’esterno, sto proprio pensando che adesso è tutto finito quando mio marito incomincia “volevo proprio ringraziarti…tutto questo senza di te non sarebbe potuto succedere, sono veramente grato per questa seconda occasione che ci si ripresenta, per questa nuova vita che ci si apre davanti e che sono certo ci riserverà delle meraviglie, delle sorprese, tante cose da scoprire e da affrontare!” Ma dai? Mio marito è diventato quasi poetico, oddio sono frasi un po’ fatte, ma evidentemente la gioia di avere alle spalle questo periodo difficile lo hanno un po’ destabilizzato. Guardo mia sorella e ci sorridiamo contente, con un po’ di emozione, non ho mai sentito Andrea parlare in questo modo, lui continua “venendo nella tua stanza mi sono sentito così bene, così a mio agio, così pacificato con il mio corpo che mi ha fatto tanto soffrire…ed è tutto merito tuo…e del Signore!” come del Signore? “come del signore?” chiedo io: “Quale signore scusa? Di Dio intendi?” mi volto verso mia sorella che è un po’ stranita, pure io lo sono perché Andrea non è religioso e nemmeno io. Non abbiamo mai parlato di Dio in casa nostra anche se per carità…forse nel nostro caso ci sta anche. Non ci avevo mai pensato. Lui continua “Sì amore, merito di Dio. Queste cose senza Dio non possono succedere. Dio veglia su tutti noi e di sicuro ha vegliato anche sulla nostra operazione, adesso dovremo andarlo a dire al mondo che è merito di Dio se ce l’abbiamo fatta, io in fin dei conti, in ascensore, cioè quando l’ascensore si è aperto, mi sono sentito un po’ come Mosè: camminavo tra la folla che si faceva da parte”. Oddio santissimo. No qui c’è qualcosa che non va, mi volto verso mia sorella che ascolta atterrita, non ho bisogno di dirle niente perché esce velocissima a chiamare qualcuno. Oddio santissimo cosa succede? Ma santo cielo, uno è qui, praticamente in barella e non può stare un secondo tranquillo che gliene capitano di tutti i colori…Sabrina in confronto è stata una passeggiata. Rientra mia sorella, quasi correndo, con un dottore, serio ma tranquillo che si mette in piedi vicino al mio letto, io gli dico precipitosamente che c’è qualcosa che non va: mio marito è una persona normalissima, che non parla mai di religione, che non si è mai sentito come Mosè… secondo me sta succedendo qualcosa di imprevisto. Andrea è fermo, anche lui vicino al letto, con un sorriso un po’ ebete; il dottore lo guarda e gli chiede come si sente, “benissimo grazie, mi sento bene…bene” risponde mio marito, tutto euforico “mi vorrebbe spiegare un pochino la questione che accennava a sua moglie?…riguardo al rapporto con Dio…” comincia il dottore “certo: ho solo detto che è tutto merito di Dio se ce l’abbiamo fatta e che io adesso sono un po’ Mosè, cioè come Mosè, io non sono Mosè ovviamente…ma dobbiamo adesso cercare di andare a comunicare agli altri quanto l’aiuto di Dio sia utile in tutte le cose, piccole o grandi, che noi facciamo”…andiamo bene penso ironicamente, mia sorella mi guarda con gli occhi fuori dalle orbite e io di rimando guardo con un’aria piuttosto accigliata il dottore, che si volta verso di me e, con una serenità di voce esemplare, annuncia: “è una crisi mistica signora, piuttosto frequentemente e indotta dai medicinali, diciamo che finchè non vede animali che camminano nella stanza va tutto bene…in effetti, non so se lei si ricorda…” no, non mi ricordo  “spesso i pazienti rimuovono quello che non vogliono sentire, ma vi avevamo avvisati che il trapianto non risolve tutto da un giorno all’altro… ci vuole parecchio tempo prima di arrivare al dosaggio corretto dei medicinali…questa è solo una fase, il percorso è ancora lungo. Prima o poi ce la faremo.”

Noooooooo…..

© Carlotta Reboni



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