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Cerveza per due
di Patricia Wolf
Pubblicato su PB11


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“Amigo”. Mi volto con calma. Tanto me l’immagino già chi può chiamarmi. Un ragazzo dai capelli ricci, un po’ scomposti, colorpece, tagliati l’ultima volta mesi fa. Un orecchino al lobo dell’orecchio. La barba lasciata un po’ lunga. Carnagione olivastra. Fisico tarchiato. Maglietta blu parecchio spiegazzata. Jeans stinti. Scarpe da ginnastica strausate. Mi nasce spontaneo un sorriso. Immagino cosa vede lui. Una t-shirt azzurrina sbiadita a forza di metterla e stingerla in lavatrice, candeggina a go-go. Jeans scoloriti e strappati sul ginocchio. Vecchissime Adidas fra l’azzurro e il grigiotopo. Gli occhiali da sole di notte. Follia. Capelli più chiari dei suoi, quasi biondi lisci quanto i suoi sono a riccioli. Ma lunghi sull’orecchio. Appena spruzzati di grigio su quelle che all’epoca si chiamavano basette. Gli occhi verdeoro. Quasi la maglia do Brazil. Mi mette una mano sulla spalla. Quasi alzandosi in punta dei piedi. Gli sto una spanna sopra. I vicoli di Trastevere sono quasi svuotati. Guardo su. C’e’ appena uno spicchio di luna.
“Dì. Neppure mi hai fatto paura. Pensavi di sì?” Fa cenno di no. Si fruga in una specie di marsupio e tira fuori una sigaretta senza filtro, roba tipo Gauloise che andavano forte anni fa fra gli universitari che puntavano a fare i duri. Se l’accende sfregando un fiammifero al muro accanto ad un portoncino stretto, scuro. Il buio gli illumina due occhi color carbone. “Io ti conosco, sai?” Mi stringo nelle spalle. Figurati cosa conosce di me. Mai visto. “Una caña de cerveza?” Sta invitandomi a bere assieme. Ma e spagnolo sul serio o sa di questa mia fissa del momento? I miei amici m’hanno guardato storto. Io, anglofilo folle che m’ingrifo della cultura latinoamericana. A leggere Marquez e la Allende non ci sono arrivato. Ma mi sogno il Mexico e Gibilterra, seguro come un balon. Colpa magari del mondiale che mi fa sempre rivenire in testa el Mundial cioè Argentina 78 e Spagna 82, quelli che m’hanno acchiappato brutto. Avevo vent’anni giusti nel ‘78 e mi sentivo tanto Pablito, niño de oro dalla testa ai piedi anche se più longilineo di lui e m’ingegnavo a fare i dribbling e infilarmi nelle maglie delle difese beccandomi regolarmente i pestoni tosti da certi Marcantoni grossi il doppio di me che pure non sono smilzetto cronico. Mia madre s’era già invaghita dell’industrialotto ricco e mio padre aveva smesso di litigarci perché la fotomodella che s’era rimorchiato in uno dei suoi servizi da free-lance spericolato, gli stava riempiendo la vita. Ed io avevo mollato anche mia sorella, impelagata nell’ennesima delle sue tentate convivenze che a 25 anni rischiavano di trasformarla in una forzata “single” ancor prima che il termine diventasse trendy con un punk cresta mohicana che mi faceva più tenerezza che paura, garantito. “Luisa, inutile che te lo dico. Questo fa la fine di Micky, di Jack, di Dodo, di Fuffo. Non sei tagliata per le storie fisse, tu. Alla fine ti fai mettere sotto e poi ti scatta l’orgoglio. E mandi tutto a farsi benedire. Non t’invischiare. Vattene a vivere da sola e...” Ed a quel punto sbottava duro e mi diceva che dovevo farmi i fatti miei. Figurati se aveva bisogno di me. Balordo zingaro, in qualche angolo d’idea, hidalgo. Io e le mie smanie di protagonismo in cantina dove suonavo a volume altissimo una chitarra truccata come i motorini che fabbricava Bob, il mio amico del cuore. Non s’era mai sentita roba a quel volume. “Bella la musica che fanno il tuo Sid e gli suoi” provavo a dirle. Pure sto punk, Piero detto Sid suonava in una band. Ma io della musica punk non sono mai stato strafissato. Mi prendeva il rock più epico, mica per niente poi sono andato appresso a gente come i Manowar.
Vabbé lasciamo stare Argentina 78 e lasciamo stare mia sorella che poi alla fine ha pure provato a sposarsi ed oggi si cresce due marmocchi di otto e sei anni ed il proprietario dei Solarium s’e’ dato dopo l’ennesima scazzottata. “O una pinta di lager?” rispondo, tanto per tastare il polso. Per capire se è spagnolo puro o fa finta. Ride. Nel buio illuminato da un paio di lampioni, pare quasi un ghigno sinistro. “Massì, va bene tutto. Basta che si beve.” C’infiliamo in un pub. Ci guardano storto. Poi ci portano due boccaloni di birra scura e stiamo zitti per un po’, guardandoci attorno per capire che tipo di gente c’e’. Tutti maschi gasati che ridono e parlano di football e motori. Uno sfodera una compilation teknotrance e allungo lo sguardo io per capire se è roba olandese pura. Poi il tipo dice di chiamarsi Ramon. Io gli rispondo che tanto il mio nome inutile che glielo dico, visto che mi conosce e a quel punto lui tira fuori roba da una tasca e m’allunga qualcosa da arrotolare. “Sì che lo so. Sei Miguel. Eres mi amigo de toda una vida “. Ci avrei scommesso su. Do una tirata e lascio sul tavolo un po’ di spicci per uscire fuori al fresco. Mica si resiste troppo in quest’estate di caldo ladro.
“Abita qui, no?” Mi sta facendo un gesto verso destra, come a voler indicare dietro l’angolo. Gli sbarro gli occhi. E lui cosa ne sa di questo mio amore tormentato ed impossibile che mi sta spedendo in cima ad un plenilunio arroventato? Penso che è un balordo, una spia, uno scherzo di qualche pseudoamigo che si meriterebbe una bella pestata carogna e addio voglia di ridermi appresso. Ma dalla faccia che fa, direi che no. Forse fa sul serio ed avrebbe pure voglia di consolarmi. “Ma tu che ne sai?” Fa un gesto. Allarga le braccia. Come a dire che è così, devo metterci una pietra su. Lui di me sa tutto quel che si deve sapere. E se non lo accetto com’è, finisco per dare i numeri e per come s’e’messa l’altra storia, quella della rossa balorda, meglio che non mi lambicchi oltre la materia grigia. Camminiamo da sentirci far male ai piedi e ci facciamo tutta la zona che adoro, Piazza Navona, Farnese, Campo de’ Fiori. Come sto per iniziare un discorso, tipo davanti al bar che dà sulla Fontana dei Quattro Fiumi, lui m’anticipa. “Eh lo so che qui dentro ci hai visto la prima volta in vita tua le siringhe..” Ma lui che ne sa di quella volta. Avevo quattordici anni e c’ero venuto per il solito gelato con i compagni del ginnasio. Manco sapevo cos’era una siringa se non per via delle iniezioni d’antibiotico che mia madre m’aveva fatto quando m’era presa la bronchite cronica in piscina. Poi ho inquadrato una faccia pallida, quasi cerea che usciva dal bar e quando mi sono infilato nel bagno ho visto tre-quattro siringhe usate per terra. Ho chiesto a Rick, uno dei miei compagni. M’ha riso in faccia e m’ha spiegato che quella era roba forte. Droga. Come si usava fra i gruppi del rock vero. Beh però se io m’ero fermato ai Nomadi e i Dik Dik, poeta o vagabondo che non ero altro, pazienza. Gli sfoderavo tutta la mia cultura beat e rock, dai Rolling fino ai Genesis e visto che c’ero, parlavo anche del glam che stava andando alla grande in England senza soffermarmici troppo sennò quello era capace di darmi del gay. Non sono mai stato ghettizzante ma non si sa mai. “E so anche di quella volta che ci sei venuto a girare da solo, da queste bande. Sperando d’incontrarla …“ Eh no, balordo. Questa non puoi saperla. Ed aggiunge pure “T’ho incrociato”. Parla di quella volta che ero folgorato di quello sceneggiato.
Io la sera di solito me ne andavo da Stephen, un mio amico del mare a provare gli accordi di chitarra e scambiarci opinioni sul football e la musica rock. Avevo 13 anni, ero malato di Bonimba e Jimi Hendrix all’epoca e saltavo dal pallone alla chitarra con disinvoltura. Le ragazze le guardavo e come e ci avevo già fatto un pensierino serio filandomela con Lea e Shakira in collina quell’estate, soli sull’erba a guardare la luna e scambiarci carezze e indagarci più a fondo. Però ero in quell’età che l’amicizia fra maschi si cementa e ti dici tutte le cose fondamentali. Compreso se é meglio usare l’effetto o fiondare violento sui calci piazzati o se l’assolo di chitarra è meglio della rullata di batteria o se lo spyder fa più scena della cinquecento scassata col tettuccio scoperto a portarci dentro una chica. Però lo sceneggiato me l’ero visto. Sballandomi forte. Tutte quelle storie sul mistero, sull’occulto, i fantasmi, i reincarnati, la paura che poi mi prendeva la notte. E poi lei con quegli occhioni che m’arpionava e mi stendeva. Ed io tornavo sui luoghi dove l’avevano girato, l’avevo trovati tutti su una rivista e sapevo come arrivarci e m’inventavo di beccarla da sola e le offrivo il gelato e le dicevo di passare vestita da fantasma anche sul cornicione di casa mia, quand’ero mezzo addormentato, in pigiama, incollato al cuscino. Così almeno le mandavo un bacio in silenzio e me la sognavo meglio. Ed ora questo mi dice che m’ha visto a quei tempi.
“Ma se sarai nato giusto a quell’epoca...quanti anni hai?” Il ragazzetto se n’esce con un ghigno tosto. “Trenta. Ci hai preso. Embeh...Stavo nella pancia di mia madre. C’è venuta lei, da ‘ste parti.” Quasi lo scazzotterei brutto. “Ah si? E m’ha visto tua madre, eh? E magari me la sono pure fatta, contro un muro..” Mi prende una gran rabbia. Davvero lo pesterei duro. Ramon scoppia a ridere. “Balordo. Ti sarebbe piaciuto eh”. Poi scuote le spalle. “Beh. Mia madre se la sono fatta in tanti. Alla fine manco sapevo più di chi potevo essere figlio. Però dovresti vederla com’é adesso. Aveva diciassette anni quando sono nato io. E’ ancora una gran bella donna, il tipo pienotto, scura scura come me. E sta con Joseph, un ragazzo più giovane. Lui dirige il locale, lei cura le pubbliche relazioni. Hanno una specie di piano-bar. “ Immaginavo che tipo di pubbliche relazioni. Il lupo perde il pelo.
“Beh insomma. OK, tua madre sarà ancora una bella figa. Ma tu mi prendi in giro. Figurati se hai avuto le visioni intrauterine. E cos’hai visto? “Ramon si blocca in mezzo a piazza Farnese. Dà le spalle all’ambasciata di Francia e fa una smorfia sbalestrate. “Ti dico che t’ho visto. Ti dico che avevi 13 anni, il capello lungo più o meno come adesso e portavi i pantaloni a zampa gialli e una camicia militare con su l’adesivo di Hendrix. E ti guardavi attorno, come a cercare una visione. Quasi uno spirito.”
Mi bloccavo. Questo qui era serio. “Tu ci credi agli spiriti?’ Che razza di domanda. In quel momento, poi. Nel pieno del buio, poche luci accese qua e là ed una luna appena a spicchio su nel cielo. Sentivo davvero presenze che aleggiavano nell’aria. E non ci capivo molto. “Ci credo. Credo a tutto quello che non è reale. A tutto quello che non tocchi. Credo nei sogni, credo nelle ipotesi. Non credo a chi ti s’incolla addosso e pretende di farti suo. Non credo nel possesso eterno. Non credo nella materia. Non credo a chi ti si propone come definitivo. Non credo...” Sta parlando. Lascio che parli. Si sfoghi. Mi racconti la sua vita zingara, mai trapassata dal dubbio di voler costruire. Dei suoi lavori precari, saltuari. Barista, ragazzo di bottega, apprendista elettrauto. Maniaco delle moto, della musica più o meno quanto me, batterista in una band che fa rock un po’ alla Primal Scream e qualche squarcio d’elettronica che lo fa avvicinare alle mie fisse trance-oriented, però davvero un salto assieme ad Ibiza potremmo farcelo. Poi la pianta, si riaccende una di quelle sigarette senza filtro e dice qualche becerata sulle donne che l’hanno sempre usato e buttato via, come un preservativo o un tampax. E ci ride su, quasi vergognandosi d’usare un gergo da strada. “E invece quella lì, continua a fare il fantasma...” E mi fissa, un po’ perplesso. “Ma non sai cosa ti eviti. Non sai da cosa sei protetto, se le stai un palmo lontano”. E si ferma. Scuoto la testa. Lo so bene che è pericolosa. M’ha riadescato dopo una vita passata a pensare ad altro. Mica ero rimasto il ragazzino balordo. Me n’ero fatte d’esperienze. Ed ora scrivevo di musica e football, non stavo più solo appresso ai sogni. Scrivevo e suonavo. E se non giocavo più era solo perché la carriera d’un campione di football vero finisce attorno ai 38 anni ed io l’avevo già tagliati da un po’. Ma poi oltre ai campetti di terza categoria non c’ero andato. E le ragazze, le sigarette, la vita un po’ balorda m’avevano stroncato le gambe in fretta. Ma che c’entrava lei, per com’é rispuntata all’orizzonte fuori da quella videocassetta che Joy, un mio amico di vecchia data m’aveva portato su, quella mattina ch’ero ancora caldo di sonno ed avevo rivisto con un pizzico di scetticismo finché non m’aveva preso un caldo folle ed un brivido per tutto il corpo fino a desiderare la doccia fredda in pieno dicembre.
Non so cosa c’entrava lei a stravolgermi la vita. Lei che stavolta avevo raggiunto. “Hey, perché hai chiuso col cinema, con la Tv col teatro? Te che eri stratosferica. T’è esploso il cervello ad accorgerti che livello da sottoscala s’è raggiunto, con le soap opera e le fighette pseudoattrici?” Lei che mi chiamava dopo un pezzo che le avevo scritto. Con cui dividevo una fetta di dialogo. E come aveva sballato l’adolescente, stavolta colpiva dritto al cuore l’uomo. E chissene se non é più muchacha de primero pillorocho con quel capello fulvo e gli occhi verdi che ridevano assieme a tutto quel viso lucente e magari qualche segno del tempo se lo scopriva e ce l’aveva con il mondaccio boja che chiedeva minorenni ancora coi denti da latte e s’ingrugnava e voleva piantarla con tutto e tutti e sparire dalla faccia della terra.
E s’accaniva duro soprattutto con chi le gridava ancora ch’era bella, desiderabile al punto da scrivere per lei, chiederle se poteva ritagliarsi uno spazio anche minuscolo nella sua esistenza, senza darle noia, lasciandole inseguire l’ultimo Dio a cui stava appigliandosi per seguire le vie dello spirito e sottrarsi alle tentazioni del corpo. S’affacciava e poi spariva.
Mi chiedeva se ci sarei mai andato sette giorni fuori al mare con lei per scrivere il libro della sua vita, poi tornava ad eclissarsi. Leggeva i miei deliri poetici e forse ci si cullava su, si sentiva Dea. Poi al telefono faceva la vaga, quasi fingeva di non sapere fino a che punto c’ero dentro e potevo arrivare per lei.
Quante idee fosche m’aveva disegnato dentro, quanta rabbia m’aveva fatto esplodere. Quante volte avrei sbattuto la testa al muro, anche al muro di quel suo attico in cui s’era rifugiata per evadere dal mondo. Anche da se stessa, forse. Paura di crederci. D’illudersi ancora. Di legarsi ad un’ipotesi di vita, diventare dipendente da un sogno che poi spariva come fa una bolla di sapone quando ci soffi su. E questo zingaro finto hidalgo che mi diceva d’avermi visto ragazzino. E poi neppure mi lasciava raccontare. Sapeva di tutte le mie crisi e di quel che avevo scritto per lei. E di com’ero distrutto ora che se n’era andata lontana, in un’estate che sarebbe stata lunga chilometri e secoli da percorrere con la testa e coi piedi, occhi contro il cielo, attorno a quei palazzi carichi di tempesta dove non vedevo più fantasmi passare per i cornicioni. Aspettando una lettera o una telefonata di riscontro che non sarebbe mai arrivata. Sentivo ancora un ghigno. Poi mi giravo e lo zingaro non c’era più. Sparito Ramon ed io vicinissimo al parcheggio dove avevo lasciato il fuoristrada e talmente fuso da spararmi una vecchia cassetta dei Manowar, rock epico a tutto volume, svicolando dai soliti CD di Chemical e Van Dyk. E poi a casa, dove c’era la mia piccola tribù ad aspettarmi. Per dimenticare tutto fra luci strobo e film in cassetta e svegliarmi con un micio rosso che si fa le unghie sul mio lenzuolo. Ed una telefonata che decido di fare per sapere chi è veramente lei e mi rivela i suoi disturbi di personalità, le sue stravaganze di sempre che forse mi spalancano la via di tanti enigmi. Non c’e’ mai stata del tutto con la testa. E quel suo agitarsi contro il mondo nasceva da un equilibrio precario, un protagonismo esasperato, un prendere di punta per eccesso di rabbia o precisa volontà di distruzione tutto quel che fuoriusciva dai suoi ritmi mentali dell’attimo. Forse per questo aveva scelto me come vittima, stavolta. Per dirmi di aver trovato sempre boja che l’avevano crocifissa. Ma voler diventare mio fantasma perpetuo, sbranarmi nel pensiero, più che lasciarsi sfiorare anche in un solo altro dialogo da un artistoide sconvolto che poteva minarne l’equilibrio-squilibrio costruito su pilastri fatiscenti.
Sonia entrava col caffè, il terzo della mattina. Il giornale spalancato sul letto da Victoria parlava di sfuriate spagnole contro i coreani, primi spunti di calciomercato. Poi mi colpiva un titolo “Mix atomico droga-alcool: trentenne si schianta in moto a Trastevere”. Poi una foto. Non avevo dubbi, guardandola. Era lui, Ramon. Mi stropicciavo gli occhi, sentendomi il cuore in gola. Sofia e Victoria mi fissavano. Avevo appena visto l’ora dell’incidente. Le ottemmezzo di sera. Mezz’ora prima del nostro incontro.
Gettavo via il giornale, buttavo giù il caffè e decidevo di dormire ancora un paio d’ore. Respiravo la sua follia come fosse l’erba di uno spinello. E sentivo odore di sangria e toros nell’arena. Forse era ancora tempo di fantasmi e qualcuno stava pregando per me. Accucciato su una spiaggia mexicana, col sombrero sui riccioli, la guitara un po’ alla Sex Pistols, un po’ alla Hendrix ed un ghigno da hijo de puta. Per dirmi che a perderci era lei. Perché un altro innamorato anche della sua pazzia, al punto da immolarsi per salvarle l’anima, non l’avrebbe più incrociato.

© Patricia Wolf



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