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di Valeria Francese
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di Valeria Francese e Carlo Santulli

Abitavamo in un attico, mia moglie, io ed i bonsai fuori in terrazzo. In cima, arrampicati al ventesimo piano, le nostre teste isolate dai rumori del suolo stradale, svettavano verso un cielo genuino. Ma quel pomeriggio, mi era parso che ghigni acustici di ogni tipo avessero preso a tirar calci alle nuvole celesti.
Il tutto per un accento famigliare, che aveva corrugato persino lo spazio elettrico del citofono. “Fausto, non ho le chiavi. Apri.” Invaso da quell’onda meccanica, come in un prestigio, mi aveva raggiunto uno schiaffo di chiodi in pieno viso. Mia moglie non era mai rientrata cosi presto dal lavoro. Mi assalì il terrore.
Preso dal panico, l’unica cosa certa a cui pensai era che lei, come d’abitudine, non avrebbe preso l’ascensore. Che sarebbero trascorsi ben venti piani di scale, prima di rientrare nel nostro appartamento.
Non era per claustrofobia, no, troppo semplice. Per Nina, il salire a piedi offriva una percezione tutta cerebrale, attraversare una certa altezza interiore era un po’ come scalare una parete dell’anima. Le risultava particolarmente gratificante.
Forse è perché lei è nata in Oriente, dove si prendono in giro i baricentri e le dismisure naturali appaiono attraenti, dove si sminuzzano certe storie affascinanti sui viaggi mentali.
Qui da noi, invece,  si è dovuta adattare ai surrogati delle altezze e scegliere, come luogo a picco nel quale esercitare il pensiero,  una semplice, silenziosa, deserta  tromba delle scale.
E’ cosi che, mentre ogni volta si issava  con le sue gambe bianche e leggere, quella spirale tutta mentale la risucchiava nel tempo di venti piani. Quell’etere ristretto la prendeva a respirare  ed era  in quel momento che nei suoi occhi tagliati si edificavano i templi e che le sue labbra si inumidivano di paroline  sagge e brevi.
Le ho sempre ammirato quell’arte della calma, io, inviluppato nella mia ansiosa distrazione, adoravo quel suo elogio dell’attesa, la pazienza nel consumare le soste, nell’abitare le stanche sequenze di scalini, l´uno dopo l’altro, contando i passi, stimando il valore, misurando un pensiero. Facendo una cosa che è sempre uguale a se stessa,come  lo è salire una salita. 
Ma mai, come quel pomeriggio, mentre l’unica cosa che galleggiava nei miei occhi era il suo corpo lieve dentro un’attenta e meditata scalata, desiderai che  si fermasse lì. Ripresi a respirare lentamente. Ci sarebbero stati, da quel preciso momento in poi, venti piani. Dovevo restare calmo. Quella sua scalata di circa dieci minuti,  forse, avrebbe evitato il mio inabissamento di anni.

“Siamo tutti di là, non puoi non esserci.”  L’euforia di mio fratello Attilio era irritante.
“Tutti chi? E  di là dove?”
“E’ un network sociale dalle proporzioni aliene! Contro ogni piano regolatore, libertà negli ingressi, nelle partenze e nelle edificazioni!  Non c’è nessuno che non abbia un avatar, una wall, una finestra di dialogo!”
“Si, ma a cosa serve?”
“Mah.” L’esitazione a quel punto necessaria smorzò il suo entusiasmo. Seguita ad una  qualunque domanda inopportuna, ogni  risposta diviene puntualmente insostenibile.
“Beh, ci sei!” concluse subito dopo. Il risultato della mia pur sommaria inquisizione deluse prima lui, fu evidente. Dunque, si trattava di una semplice attestazione di presenza.
Vidi il suo faccione incassarsi nel collo a ridosso delle spalle, gettando un’ombra di disincanto sulle sue paroline fino a quell’attimo eccitate. Eppure a mo´ di residuo, gli sopravvisse un sorriso che mi procurò un dispiacere ancora maggiore. Fu quasi  per riscattarlo dalla sua incapacità di far corrispondere ad uno stato di contentezza  una qualche verosimile motivazione, che cominciai anche io a far parte delle colonie virtuali. Imparai presto. Erano chat e sistemi di comunicazione simulati complessi e dinamici, luoghi animati  da silhouette punteggiate, mondi  di casi digitali, siti di riconoscimento della propria identità attraverso foto tanto simili, alle stampe segnaletiche dei fuorilegge. Si era in cerca di qualcuno che ci spuntasse sopra una foto, per sentirsi redenti, forse, da un peccato di noia. Cominciai a sentire le cose,  buono o sbagliato che fosse, in termini di pixel.
Il cosiddetto “Libro delle Facce”,  sul mio PC aziendale, era giunto in breve tempo a contare almeno trecento icone umane, tutte persone che avevo conosciuto in qualche remota esperienza o conoscenze recenti da subito passate al rango di amicizie. 
Era molto semplice, bastava cliccare su un nome, digitare un nome, niente invocazioni né riti, era un semplice pizzicare il nome,  per perdere quello che di più personale non si avesse:il proprio nome.  Mi presentai  come “Fausto Basso”,  per la mia identificazione con qualcosa che fossi io ma pur sempre meno di un semplice io irrisolto.
Ero io perché suonavo  il basso elettrico da venti anni, una cosa che mi serviva per grattugiare sulle corde, oltre che le mani, anche un vago senso di incompletezza.  I giri in do diesis erano state  come spugne abrasive del mio stato collerico perenne. Ma ora c’era questo  ulteriore diversivo, una specie di dea della distrazione a cui immolare il proprio ossequio, c’era un mondo più  facile da vivere, da prendere in giro, da cui farsi sottrarre il tempo senza bestemmiare. Era una novità pura. Fausto Basso si presentava come un uomo attraente, con la barbetta d’ordinanza ed il sorriso laccato, un tipo che non metteva mai la giacca, dallo stile sportivo e l’umorismo vago, si qualificò come “perennemente in ritardo su se stesso”, forse alla ricerca di uno stile che non fosse poi tanto stilizzato. In poco tempo e senza difficoltà divenne membro di altre mandrie transumanti: perché tutti andavamo ma non sapevamo bene dove, solo guidati dal feroce istinto di vincere la forza d’inerzia. Noi mandrie prendemmo ad amarci e ad odiarci, scambiandoci sensi e significati come figurine da collezione. Fausto Basso  era ciò che era, finalmente, senza sentire il peso di ciò che non era  diventato, perché nessuno, nessuno che fosse come lui, cioè scomposto nel volere e nell’avere, si sarebbe mai preso la briga di chiedergli che cosa gli mancasse.
L’atmosfera delle connessioni virtuali era granitica, bucherellata solo ogni tanto da spiragli di ossigeno, in realtà un ammasso inorganico che si animava per combinazioni ragionate. 
Fausto Basso comprese quasi subito il motivo della difficoltà del fratello a motivargli una presenza nel virtuale. Non si era in nessun luogo. E alla fine, per esserci, in qualche modo si fa attecchire lì, nel non luogo,  le attese che non vogliono viversi, le scale che non si vogliono salire, i pensieri che non si ama ascoltare, tutto lì come nel grande baule del robivecchi. Ammasso che non richiede selezione, non esige gerarchia, perché non è collezione, è semplicemente usucapione dello spazio vuoto. 
Io avevo una moglie che è orientale, che amavo per  il suo destino genetico che la fa essere cosi attenta e dedita ai sorseggi visivi ed ai silenzi. Ma Fausto Basso invece aveva una moglie che era orientale, che amava per il suo destino genetico che la fa essere cosi attenta e dedita ai sorseggi visivi ed ai silenzi. Ma che non riusciva a rendere madre. Ed era dunque questo il vero non luogo, l’assenza da riempire, la tromba delle scale nella quale sprofondare.
Fausto Basso che prendeva a scorticare vivo il suo strumento, suonando in do diesis, che colmava i non luoghi con l’abbondanza delle sue chiacchiere non orientate, non era capace di generare un figlio, di saturare quello spazio uterino da cui germoglia la vita. Ciò che si ingrossavano erano le sue conoscenze sgrammaticate, le donnine del passato e del presente che gli offrivano compagnia, ma non la pancia di sua moglie, che non riusciva a lievitare nemmeno con un atto sincero d’amore.
Fu dunque la solita e banale storia: mentre Fausto Basso sorseggiava la consueta bevanda elettrica nell’osteria dei luoghi virtuali, il che finalmente aveva risolto l´imbarazzante problema sociale della sua astemia, l´avatar di Carla lo aveva contattato, un bel giorno occhieggiandogli  da una lingerie color plastica, “ Amica di Vecchia Data”, si presentò.  Il non luogo era divenuto attraente, saporito e  comodo da abitare, un terreno che non doveva fertilizzare perché il concime naturale era dato dalla semplice inconsistenza nella creazione. Carla fu per Fausto Basso la corda elettrica da far vibrare, assecondando un groove, un movimento lento e dalla scansione costante, come solcare un terreno alla stessa profondità e lasciarlo vuoto, senza seme.  

Venti piani di scale. Lei come un geco scalatore, con la frangetta vaporizzata dal fiato e la stanchezza che sibila dai polmoni. D’istinto mi ero fermato con lo sguardo sui bonsai permanentati  fuori in terrazzo e lì la misi a fuoco, come sempre appollaiata su uno sgabello dinanzi ai suoi bonsai, ad irreggimentarne le procacità con fili di rame.
“Quando le radici sono esposte, fuori dal terreno, il bonsai è assai delicato ma anche molto ricercato.” La sua voce esotica prese a vibrarmi nelle estremità del corpo. 
Tutte le sue costruzioni verdi si stavano installando ora nei miei umori come nani nei giardini, e si moltiplicavano, proliferavano, come tutti i miei contatti virtuali, ma più disciplinati, più lievi e sinceri, con tutte  le loro chiome sempre puntuali, che lei curava con la dedizione di una madre. 
Le radici esposte che lei amava erano autentiche come lei, esposte come i quadri senza la cornice, nudamente in sé e belli per ciò che senza ornamento sanno essere. Anche  quando la conobbi, risaltò  la sua leggera vena azzurrastra,  scolpita in altorilievo sulla pelle bianca del suo collo. C’era da riflettere sul diritto di esposizione delle cose.  Ritornai alla tromba delle scale in pochi secondi. Le cose sarebbero andate cosi, infine.
Intorno al settimo piano Nina avrebbe avvertito stanchezza e coltivato rampicanti di sudore, soffiandosi la frangetta asimmetrica sulla fronte con uno getto di fiato. Infine, quel respiro ingrossato nei polmoni avrebbe intonato un accento, una sonorità quasi vitrea, ed un colpo di tosse avrebbe annunciato il suo arrivo imminente, tranciato con un piccolo grido di vittoria mutilata, ma solo intorno al diciannovesimo piano.  Non uno scalino oltre quella sua tosse,  Carla avrebbe avuto il tempo di rivestirsi senza ricordare un attaccapanni. Già, perché lei era qui con me, nell’attico dove mia moglie si sentiva alta come il Fujiyama, era stata nel nostro letto, proprio lei che non aveva abitato nessun luogo se non l’etere elettrico, ora occupava uno spazio che ugualmente non era mai stato il suo. Ma non era affatto colpa di quella figurina di carne che mi aveva fatto l´occhiolino dal mouse viaggiante. Io la desideravo da quando l’avevo vista cosi vinta, e pure lei cosi sinceramente esposta. Il groove che non sentivo più da tempo né sul basso né con Nina, si era sollevato insieme alla sua gonna. Insieme agli accessi fatti nei siti virtuali. Sbagliato o buono che fosse, io sentivo in pixel.
Carla cominciò a farsi pallida, quando si rese conto che se per spogliarsi le erano bastati tre minuti, non le sarebbero serviti nemmeno trenta  per vestirsi.  Per l’ansia non riuscì nemmeno ad inforcarsi la sua camicetta d’organza. 
Sbiadivo con lei mentre mia moglie era ancora persa nei fiori di loto che galleggiavano nelle sue iridi liquorose.  Ma al diciottesimo piano risuonò austero, nella tromba delle scale, quel colpo di tosse. Allora d’istinto Carla si gettò fuori sul pianerottolo con una gonna al rovescio ed i tacchi delle scarpe infilati nella pancia, suggerendo a se stessa,  fra  le possibili via di fuga, il soffitto a ridosso delle nuvole o anche un fortuito incontro con l’ascensore al piano. 
“Mi dispiace, mi dispiace!” riuscivo solo a dire e non era nemmeno poi così vero.
Ma lei guardava dritto davanti a sé e  tremava ripiegata su se stessa come un gatto con la scoliosi e spingeva verso il basso gli angoli delle labbra come a soffocare lo scoppio di un grasso pianto.  Non capivo esattamente che cosa temesse lei e né cosa temeva di perdere. Lo capii solo dopo molto tempo. L’ascensore era libero ma al piano di sotto e lo chiamai.
Ma Carla, con un tacco ora infilato nel fegato, si era lanciata già con sofferenza verso la rampa breve che l´avrebbe portata  nel sottotetto. Per qualche strano diritto di esposizione, si erano messi a salire almeno un piano insieme, con intenzioni e sensi diversi, mia moglie, la mia amante, il vano dell’ascensore. Io, invece, ero rimasto immobile. Per muovermi, avrei dovuto avere uno spazio dove andare, dove realizzare se stesso, o semplicemente realizzare di esserci. Avrei potuto lanciarmi io stesso di sotto, cosa indubbiamente interessante per i giornali del giorno dopo, e naturalmente nel Libro delle Facce mi avrebbero taggato, indicizzato furiosamente irridendo, con totale irrilevanza, al fatto che alla fine della storia io fossi sfracellato su un comunissimo pianoterra di porfido rosso o di granito rosa, o se... ma non me la sentivo di obbligare Fausto Basso a morire, con quello sciagurato nome da ciclista in fuga sui monti. Ma naturalmente queste erano considerazioni troppo estese per i pochi secondi che durò tutto questo, nella concitazione del sistema politachico vincolato, anche se disgiunto, comprensivo di ascensore, moglie e amante. 
Potevo giustificarmi, inventare una delle tante scuse che certi uomini imbastiscono per le donne, cui esse fingono di credere, per non complicarsi la vita con un raddoppio delle bollette e delle spese generali. Cioè: avrei potuto, ma non potevo obbligare Fausto Basso a farlo: posso ammettere inoltre che Carla mi piaceva? Mi ero obbligato infinite volte a non spingere quel pulsante Commenta/Mi piace. Che vuol dire quando il collega ti scrive che ha avuto mal di pancia tutto il giorno, rispondergli che ti piace, specialmente se lui sa che in fondo in fondo un po´ ti piace, se non altro per startene finalmente in ufficio da solo, magari per accenderti pure una sigaretta in santa pace.
Sì, mi piace Carla, o forse l´idea di avere una Carla, e non vorrei staccarmi da lei, che intanto si era incontrata con l´ascensore, ed in qualche modo aveva scollato il tacco dalle proprie viscere, con un´indifferenza che, pur vedendola molto confusamente dallo spioncino telescopico del mio pianerottolo, puntato sul lucernaio, come ci era stato raccomandato dalla Polizia, mi aveva colpito. Si era incontrata con l´ascensore, che era salito a fine corsa, ma anche con Nina, anzi con un suo colpo di tosse, stavolta placido, un po´ indolente.
Vederla passare, senza degnare di uno sguardo né la nostra porta né me che dietro quella porta sapeva, o sospettava, stessi acquattato, ebbe l´effetto di una rivelazione. Nina sapeva. 
Ora parlavano: che si stavano dicendo? Cosa potevano comunicarsi? Questo non riuscivo ad udirlo, tantomeno riuscivo a farmi delle idee. Ero abituato, o forse rassegnato, al fatto che Nina parlasse prevalentemente coi bonsai, con me riducendo le sue parole al minimo, quindi la mia fantasia in questo campo era relativa. Tuttavia, mi consolava il fatto che l´inabissamento non si fosse prodotto. Mi calmai, e sollevato, tornai al Libro delle Facce: quasi ogni giorno cambiavo la mia immagine, una volta era qualche strumento, altre volte un attore, una volta Goethe, che mi era piaciuto, altre volte me stesso, cioè quello vero, ma sempre in disguise, per far confusione, baccano, un po´ come l´ammuina dei marinai borbonici in caso d´emergenza, per far vedere di essere in mille e non in dieci. Anch´io volevo, o pretendevo, di essere in mille, pian piano realizzando che essere mille, o come Pirandello suggeriva, centomila, significa non essere nessuno. Avevo imparato, in poco tempo, tanto mi ero scoperto sveglio e versato in quest´arte, che non c´è foto, anche la più perfetta, che non diventi, se ingrandita, un ammasso informe di pixel senza senso. O meglio: con un altro senso, capriccioso, ma proprio per questo più vero, reale di una sostanza che nessuno poteva immaginare né tanto meno riprodurre. L´irriproducibile è la sola creazione autentica, proprio perché lo stampo si utilizza una volta sola: in questo senso, la lingerie di plastica di Carla, nella quale per la prima volta l´aveva concupita, forse troppo dire amata, era fasulla, perché con un solo stampo se ne fanno mille o un milione di quei pezzi. Cercare la finzione per scoprirsi più veri, dunque, ma il pensiero del primo avatar mi fece ritornare all´occhio panoramico: fuori, al piano di sopra, sotto il lucernaio, e naturalmente anche sul pianerottolo, tutto taceva.
"Le due donne si sono alleate" pensai: ed ovviamente, come si conviene, si preparavano ad una guerra contro di me, contro il fedifrago, il traditore della loro fiducia, che fosse veridica o virtuale a questo punto poco importava. Dovevo armarmi, difendermi, far causa: c´era una giurisprudenza tra gli avatar? O tutto veniva regolato dal caso, dal capriccio? Sono sempre stato un po´ cartesiano, non per nulla ho prediletto per contrasto la donna che saliva le scale a piedi, la lentezza, ma risoluta. Ora, un´ulteriore contorsione di pensiero, che vedevo quasi palpabilmente, mi spingeva a considerare il capriccio come un giudice più retto ed illuminato di quanti potessero essermi assegnati. Perché, che a un processo si sarebbe andati, ne ero certo. Non solo: sapevo anche che, per quanto mi sforzassi ad accampare colpe altrui, cioè di Nina, e ad affastellare attenuanti, partendo ovviamente dalle differenze culturali, come se non fossero state proprio queste ad attrarmi, ero arcisicuro che al banco degli imputati avrei seduto, solo. O forse gli imputati stanno in piedi? Nei Telegiornali credo, nei processi di casa nostra: ma altrove, nei film, siedono. O è forse che l´inquadratura in piedi riesce male. Do nota di questi miei pensieri oziosi, per dar idea di quanto fossi lontano dal vero, e confuso nelle mie elucubrazioni.
Queste furono interrotte dalla chiave che girava nella toppa: mi preparai, quasi contrito, ad accogliere mia moglie; potevo ben trovare un altro avatar disponibile, certo, magari con una lingerie di seta che non stonasse sotto l´organza. Invece, era Carla: era vestita ora, quasi perfettamente, certo aveva un piccolo taglio sulla gamba, dove la gonna si era un po´ sollevata, ma poteva darsi che fosse lo spostamento d´aria nel richiudere la porta, o una mia impressione, o semplicemente la mia voglia di riprendere il discorso dove l´improvvisa scalata di mia moglie disfatta dalla fatica l´aveva interrotto. 
"Ora" mi disse Carla "devo accudire io alle creature verdi" disse, come fossero alieni, il che in certo senso era vero.
"E Nina?" sussurrai, o forse gridai "E io?" 
"Nina è d´accordo" rispose. E dal lungo tratto di silenzio che ne seguì, capii che il resto non contava, quindi, dedussi, neanch´io.
Debbo confessare che, accertatomi, per così dire, della sua perdurante disponibilità, ripresi il discorso interrotto, metaforicamente perché non scambiammo molte parole di senso compiuto nella successiva mezz´ora: ed anche ammettere che non mi dispiacque, pur se ero un po´ spaventato dall´idea che un secondo arrivo di Nina ci sarebbe stato fatale, o forse tutto questo non era che un trucco per sorprenderci. Ma nessun altro rumore si insinuò dalla tromba delle scale, ed anche il traffico, e fin l´angoscioso verso degli storni tra i tetti dei palazzi accanto al nostro sembrò tacere.
Ripresi le mie attività, naturalmente anche sul Libro delle Facce, ora con Carla accanto: non feci parola con nessuno però, neanche con Attilio, del cambiamento di situazione, anche perché avrei dovuto sopportare il suo sguardo di trionfo, e forse la sua convinzione di essermi stato, ancora una volta, utile, pure questa irritante. Aspettavo confusamente una spiegazione, che venne con un messaggio di Nina, qualche giorno dopo.
"Come forse sai" mi scriveva "le foglie del loto pian piano si liberano dell´acqua in eccesso, dopo i monsoni, e dello sporco, della terra che vi si è accumulata. Io, e non tu, avevo pensieri filtrati, e quindi insani, in quest´altezza che mi si è inceppata dentro. Io, e non tu, avevo bisogno che la solitudine li sorprendesse, e li facesse volar via, liberi"   
Mi diceva poi dell´angoscia che l´aveva sopraffatta, proprio nel momento in cui saliva, ignara della presenza di Carla: era provvidenziale che quella donna fosse arrivata, proprio in quel momento. Quel surrogato di ascensione verso i cieli non la poteva più soddisfare, ormai una rottura si era prodotta con la cultura che io rappresentavo, non con me, che, diceva, l´avevo amata come nessuna donna avrebbe potuto desiderare.
Sospettavo ancora ci fosse un trucco, un artificio, e forse davvero c´era: quel parlare al passato, quel fingere una rassegnazione inspiegabile, quel distacco dalle cose e dalle persone, fino ai suoi bonsai, affidati senza batter ciglio alla rivale, che peraltro dimostrò fin dai primi giorni di non saperne, o non volerne, aver cura. Certo, poteva tutto risalire al confucianesimo od a qualche filosofia orientale, però io ci vedevo, da bolso europeo avvezzo al sotterfugio, anche un istinto autodistruttivo. L´unica cosa che ricordo, oltre a quanto detto, di quei giorni, è che finalmente mi sentivo uno, e non volevo più essere mille, cioè forse mi sarebbe piaciuto ancora, ma come un gioco senza importanza, un´ammuina che si fa per divertire i bambini e non perché tutto va a fondo, e pure noi.
Così mi risolsi ad attendere, anche se non sapevo bene che cosa.

Era arrivata la primavera e con essa le farfalle tremolanti alle finestre.
Ero lì quando una di esse si era adagiata sullo stesso piano del mio viso, dietro la lastra del vetro. Ne risalì una sonorità quasi collosa. La sua pancia era visibile. Così come la stoffa rivoltata delle sue ali. Di me, invece, essa avrebbe osservato l’interno delle mie narici, le cave congiunte a nascondere l interno. Eravamo due creature al rovescio, l’una per l’altra.
Pensai che anche i contrari hanno il loro diritto di esposizione, il reclamo ad una propria visibilità. Per qualche minuto essa, immobile, a vita retroflessa, aveva cucito un silenzio robusto. Il suo rovescio, cosi bellamente in vetrina, aveva impiantato un banchetto della meditazione quasi ipnotica. Tra me e lei si era ispessito un panno di sole che ci riscaldava dentro tanta quiete. Non so dire quanto tutto questo durò o, anzi, se ebbe una durata alcuna. Ma ciò che accadde in seguito fu di gran lunga più interessante. La farfalla, come richiamata da un ordine superiore, un grido di guerra, o semplicemente annoiata delle mie narici, fu percossa come da un urto dall’interno delle sue viscere e si era staccata dal vetro.
Nell’aria rimase per un poco in sospensione, a fare i conti con la gravità e la sua lieve consistenza. Ma in pochissimi secondi frullò le ali, volò via fino a sparire dalla mia vista, lei, la sua pancia rivoltata, il panno di sole e   portandosi dietro gli unici occhi in grado di guardare le mia narici.
Fu in quel momento che le cose cambiarono.
“Un variopinto sbatter d’ali remoto, può generare maremoti e frastuoni terrestri a distanze interminabili. Un piccola causa, tanto lieve, a determinare un effetto irreparabile, le cui proporzioni sono tragiche.” Lo dicevano al telegiornale, proprio quella mattina. Era il cosiddetto effetto farfalla studiato dalla scienza, reso quasi mistico dalle interpretazioni simpatetiche dell’universo.  Ecco cosa avrebbe riportato le cose allo stato naturale di partenza, che io lo volessi o no. Una semplice farfalla volata via avrebbe causato il ripristino di una situazione anomala.
“Io ti amo”  la voce di Carla aveva cominciato ad impiastricciare  le pareti dell’attico, e come impasto adesivo, aveva preso a lievitare aderendosi all’aria di quella rarefatta primavera.
“Io ti amo”. Quasi disperata e con lo sguardo morso dalle lacrime si era messa a vorticare nell’appartamento,  spruzzando saliva sopra  i mobili stilizzati che tanto piacevano a Nina e che lei, senza successo, aveva cercato di convincermi a cambiare con  arredamento tecno.
“Io ti amo” Come in preda ad una follia delirante, attraversò in senso contrario i percorsi obbligati dettati dai tappeti orientali, direzioni che non erano reversibili, pena la non convergenza fra spirito e corpo del mondo.
“Io ti amo ed invece tu no.” L’ultima volta in cui pronunciò queste parole fu diretta alle creature verdi. “Voi, invece no, ingrati.”
La sua figura si condensava pian piano, come quando l’avevo conosciuta, in un grumoso volume di pixel. Si fece piccola e urlante, quasi lampeggiante dalla sua furia dolorosa. 
Questa volta, piuttosto che il richiamo di due agenti d’amore  da un capo all’altro del mondo, l’effetto farfalla avrebbe previsto una spaccatura fra gli amanti.  Perché gli amanti, e questo spesso si tende a dimenticarlo, sono coloro che amano e non coloro che si amano. 
“E dicono che l’amore sia una questione di chimica! E perché non di elettronica?!”  Non potevo far nulla per sedarla. La sua decomposizione era in atto, o forse la sua salvezza, ottenuta da questo titanico atto di ribellione.
 “Io lo so che non è mica colpa tua. E’ colpa dei giochi di prestigio applicati all’esistenza.”
Era completamente impazzita. Me ne rammaricavo eppure in quel suo delirio, mai l’avevo vista cosi bella. La verità è che tutti hanno le loro colpe.
Non avevo forse assunto una nuova identità, quella di Fausto Basso per impedire a Nina di salire a piedi i tragitti delle sue tolleranze? Non avevo voluto che Carla venisse qui nel nostro appartamento, pur sapendo che sarebbe morta di dolore? Non avevo lasciato che fosse il tempo a darmi scampo senza dover prendere una decisione per poi ritrovarmi a guardare le budella di una farfalla? E’ tutto proprio come nelle notti dei prestigi elettrici, capace di duplicare le cose, aumentare le dosi, ripristinare i contrari e renderli viventi assieme ai suoi gemelli. Quando l’esistenza diventa un semplice incastro di elettrodi.
Ma l’effetto farfalla era giunto a reclamare una verità più grande: per dire ai pezzi di mondo che non si incastrano, che le colle speciali non esistono, esiste una pacata volontà di stare insieme, evitando le noie con semplice  e costante abbandono ai propri sensi. Non sono poi cosi ostile a Carla. In fondo, non è lei ad aver preso il suo  posto, non lei ma l’assenza stessa. Anche lei è una semplice carineria giustapposta in una vetrina, anche lei è l’esposizione della merce, anche lei è la presenza sbagliata dentro una foto. Certo che amo ancora Nina, come si fa a non amare l’incrollabile fede nella vita, nei giri che compiamo attorno ai nostri giorni, come pescatori in attesa a ridosso di reti recise, a vuoto, inutilmente, giusto per completare il paesaggio di un suiseki. Mia moglie era il mio pescatore in attesa di una pesca migliore o eterna, il mio amore di una vita, il diritto di esistere per sempre seppure non con me.
Che darei per dirglielo ora, mentre Carla perde vita: l´uomo non tradisce mai  fintanto che non tradisce se stesso. Io sono compiutamente tradito dai minuti di Fausto Basso, dai diversivi che, da lui impiantati, io finisco con il non controllare, dalle sue distrazioni che mi rendono quasi invisibile dinanzi ai suoi progetti.
E’ rapido nei suoi giri recisi, è lesto Fausto Basso nei suoi giri di Do, ed io pachidermico nel seguire le sue involuzioni, è lieve nei suoi voli, io trattengo appena tra le mie braccia una donna o forse due, di una ne sfioro il seno mentre Fausto Basso ama il passato con lei o di lei il momento invivibile, con invento una vita  che Fausto Basso non gradisce  e me la rovescia, me la capovolge mentre io sto con un’altra, e si mette ad osservarla come i retri delle farfalle dietro le finestre. Ma la verità è che in questa terra dalle manie della fretta e dall’elogio dell’istante, io a distanza non ci so stare. E ciò che mi è vicino, me lo divoro, lo annullo. Ecco perché ora Carla è in preda ad una crisi isterica, soffoca dentro il suo pianto, lei che, come un fiore su Marte, in carne non può esistere a lungo.
E forse moriremmo entrambi, prima della notte,  alle prese con i nostri mille giri attorno alla vita che non si determina,  stelle noir di una periferia cittadina.
A Fausto Basso, intanto  lascio in eredità, il ribadire la sua amabile grinta di vivere sopra il suo strumento, lo lascerò tra le facce di quel libro che non hanno mai avuto il pregio di osservare quanto sia bello e dolce il suo viso quando guarda la donna che ama. E mentre arriva la sera a stendersi sopra di noi, o i resti di noi, l´ho compreso ancora una volta.
Mai nessuna replicazione, mai nessuna reiterazione, nessuna coazione a ripetere, a simulare i doppioni, le copie, i rumori,  nessuna ammuina sarà cosi ricca  e composita come lo sguardo di un uomo un po’ perso che ama quando non sa nemmeno di amare. 
Ora che la farfalla aveva strizzato in un volo il destino di tutti noi, avremmo dovuto solo aspettare.
E non avremmo aspettato poi, cosi tanto a lungo. Carla si distese sul letto, quando mi vide prendere il basso in mano e suonarle un requiem violento. La stanchezza l’aveva resa quieta.
Prese a spogliarsi, timidamente, senza la passionalità con cui l´avevo tanto desiderata. Si nascondeva il viso tra i capelli e con le mani abbracciava la sua vita. Salutò i bonsai e mi diede un bacio sulla fronte. Aspettò di sentire un colpo di tosse e mi parve si addormentasse sognando ciò che si sogna sempre come via di fuga, una tromba delle scale.

Ma non dormiva: ora mi trovavo di fronte all´enorme mistero di una corporeità che in realtà non esisteva, o meglio si svelava soltanto per me, per piacermi, forse per distrarmi da pensieri che non sapevo attoniti. Compresi che avremmo potuto amarci, come un´ultima volta ci si ama, quando disperatamente ci si è desiderati, percorsi, sognati, forse reciprocamente posseduti. Compresi anche che sono cose che non possono accadere che a primavera, e che Nina, nell´infinito spegnersi del desiderio, che si affievoliva pur tra infinite ed intime estati di San Martino, mi aveva affidato, o forse donato senza speranza, a quella creatura elettronica, che era pur donna come lei, semplicemente per l´infinita voglia e sapienza di esserlo. Non ammetteva che ci si potesse attenuarsi, cullarsi in una pura forma, in fondo in un inganno: ogni carineria, ogni gentilezza doveva rispondere ad una profonda necessità, correre diretta ad uno scopo, mentre io la obbligavo a confessarmi, mentendo, che perder tempo sulle scale era un´altra delle mie divagazioni, di quei giri eseguiti col basso, scostandomi dal tema principale, variandolo fino a non riconoscerlo, facendogli violenza, per una pura enfasi di bravura, tutta tecnica. Per Nina, ogni voluta del mobile intarsiato, aveva un´anima, e un´anima diversa, e riconoscibile. Così non era strano che mi fossi perso in quel mondo virtuale, in quel secondo atto di una vita di cui si è dimenticato l´inizio. In quell´infinito vagare intorno a sé stesso, avevo capito che i dettagli sono tutto, non esiste nessun nocciolo del problema, i veli non nascondono nessun corpo.
Guardavo Carla, o quel che ne rimaneva, forse soltanto un grande desiderio muto e spento, e proprio per questo perfetto. Perché si può essere donna, è vero, oppure si può soltanto inventarsi un´esistenza: in fondo tutti creiamo un oggetto, un simulacro che si degni somigliarci, e compia il suo percorso con la sottile ironia di trovarsi sulla lama dove l´essere si fonde alla finzione, e questo simulacro lo chiamiamo "io", e lo laviamo e lo vestiamo ogni mattina e gli diamo delle abitudini, a volte delle certezze, finché non inizi a vivere davvero, cioè a morirci tra le mani. Allora ci rendiamo conto che tra l´essere ed il fingere non c´è nessuna differenza. A quel punto possiamo pure impazzire, e la situazione non muta di una virgola: lo straniamento non è anch´esso che un´illusione.
Vivere davvero, si vive soltanto dell´amore degli altri, nei dettagli di Nina, negli impulsi di Carla. Di me stesso non mi ero mai fidato, in fondo: mi ero creato Fausto Basso soltanto per dare una voce all´incertezza esistenziale che mi dominava. Ora, sentivo confusamente  che avrei dovuto fermare l´affievolirsi di Carla nella mia idea di donna, se avessi potuto legarla a qualcosa, forse alla cultura orientale, in quei bonsai che aveva salutato, accettandoli senza forse capirli, con la sua docile obbedienza di creatura virtuale. 
Eppure, la ripetizione geometrica del piccolo nel grande, gerarchizzandosi fino alla cellula, voleva certo dire qualcosa: anche l´infinita e sgomenta attrazione di Nina per quelle scale desuete, perché fatte per essere evitate, non vissute, e insieme torbide. Capii che ogni gradino era anch´esso un dettaglio, rappresentava un istante della nostra vita che non avevo saputo esprimere. 
Tutto si confuse intorno a me ed al letto, dove vegliavo, più che amare, il fantasma di Carla. Pensai, mentre stavamo lentamente respirando le nostre menti, mettendole in comunicazione, allo sfiorarsi senza riconoscersi; so anche che le sorrisi e mi ritornò quell´allargarsi del volto di una donna, che è tanto bello, quando dal labbro fino al brillare degli occhi tutta partecipa all´emozione dell´intima gioia. Sulle palpebre, forse chiuse forse aperte, mi soffermai più a lungo: ne conservo il ricordo di uno sguardo d´infinita soddisfazione, già chiuso di là da un qualche cielo estraneo. Ma naturalmente mi accorgo ora che non era coinvolta nessuna corporeità in tutti questi gesti, anche se non saprei spiegare la mia immensa serenità nel compierli.
Poi, nella notte che la sbocciava all´infinito nulla di quest´eternità di impulsi, trovai finalmente tra un velo di lacrime un indescrivibile senso, per la prima e certo l´unica volta non filtrato dalla mia cultura tanto diversa, dai miei sensi tanto raffinati e forse per questo opacizzati, come una musica senza più anima. Nel frastuono tutto riverso e rarefatto della mia solitudine lontana e recisa, sentii chiaramente la chiave di Nina girare nella toppa.

© Valeria Francese





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