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Un chien andalou
regia di Luis Buñuel
Pubblicato su SITO


Anno 1929- Francia


Una recensione di Federico Fastelli
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Votanti: 7404
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Un chien andalou
SOGGETTO: Luis Buñuel, Salvador Dalì
SCENEGGIATURA: Luis Buñuel, Salvador Dalì
FOTOGRAFIA: Albert Duverger
MONTAGGIO: Luis Buñuel
SCENOGRAFIA: Pierre Schilzneck

CON: Pierre Batcheff, Simone Mareuil, Salvador Dalí, Luis Buñuel, Robert Hommet


Un Chien Andalou è, insieme a L’age d’or (1930), il capolavoro del surrealismo cinematografico. Di entrambi i film è regista Luis Buñuel che li inventa con il prezioso aiuto di Salvador Dalì. La breve pellicola (16 minuti circa) raccoglie tutte le tendenze dell’avanguardia francese ed è riconosciuta immediatamente surrealista dal gruppo di Breton, nonostante che né Bunuel né Dalì ne facciano parte in maniera organica e continua.
Non esiste una trama definibile in maniera classica. Le immagini si rincorrono per analogia e libera associazione, secondo i dettami del Manifesto bretoniano (1924). La dimensione fantasmatica e le ossessioni della mente la fanno da padroni in un quadro che segue come suo filo conduttore “l’identità sessuale del giovane protagonista” (Bertetto). Ma i temi sono molteplici. La sessualità è semmai l’assunto più evidente, espresso con alcune memorabili scene come il palpeggio dei seni della ragazza. Ciò tuttavia sottende ad una apertura totale verso il mondo dell’incoscio (ne viene fuori una logica dominata dall’incubo) ed anche ad un abbattimento dei canoni borghesi della vita (per il surrealismo accanto alla figura di Freud, che determina la liberazione individuale, fu fondamentale anche quella di Marx ad occuparsi della liberazione sociale). La scena dei due preti morti, legati a due pianoforti sopra i quali ci sono due bestie anche esse morte è straordinariamente significativa: mostra le catene che impediscono al protagonista di raggiungere il suo obbiettivo (la giovane ragazza). Viene incolpata la società e in particolare emerge lo spirito violentemente anticlericale del regista. E quindi anche il cinema e le sue regole devono partecipare a questo proposito che è dapprima distruttivo e rivoluzionario (come lo era nei precedenti dada), ma che poi ricostruisce valori altri, nuovi. Proprio per la sua novità causa terrore, paura per ci che ci è ignoto. La violenza, il sesso e l’orrore sono pulsioni irrazionali, celate, ma esistenti. Da riscoprire quindi, da guardare con ammirazione e incredulità, come il protagonista si guarda le mani da cui gli escono delle formiche. Occorre aprire il nostro sguardo, vedere oltre. Si comprende perciò una delle immagini più famose della storia del cinema: l’occhio tagliato. Ed è importante notare come sia lo stesso Bunuel ad usare il rasoio, a proporre nello stesso tempo un nuovo modo di vedere la vita e il cinema. Il gesto (come tutto il film del resto) è carico di ulteriori valenze di cui Alberto Cattini ci informa esaustivamente nel suo saggio Luis Bunuel (Il Castoro)
Dal punto squisitamente tecnico il film gode di straordinari effetti di dissolvenza e sovrapposizione (ancora la scena del seno della ragazza: prima il seno vestito poi nudo, e ancora il seno vestito e poi il sedere nudo). Il montaggio è apparentemente tradizionale, ma in realtà tende a confondere gli spazi e i tempi del racconto, secondo un’ottica decisamente antinaturalistica. Spesso è profondamente analogico (la luna tagliata dalle nuvole prima del taglio dell’occhio).
Al momento della sua uscita la pellicola ebbe successo. Provocò tuttavia polemiche e discussioni.
Il titolo del film dovrebbe derivare da: Un perro andaluz, titolo della raccolta di poesie e prose dello stesso regista.
Negli anni sessanta Bunuel cedette i diritti di autore-produttore (il film fu prodotto con i soldi della madre) e Un chien andalou fu musicato.


Una recensione di Federico Fastelli



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