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Marte - Il cavaliere, la morte e il diavolo
di Fritz Zorn
Pubblicato su SITO


Anno 2007 - Capelli Editore
Prezzo € 17 - 224 pp.
ISBN 9788887469516

Una recensione di Simona Sala
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Marte - Il cavaliere, la morte e il diavolo

Le colpe di una famiglia borghese
«Sono giovane ricco e colto, sono infelice, nevrotico e solo». Mai incipit ha rappresentato programma più completo nel volubile mondo della letteratura. Di questo si deve essere reso conto anche Gabriele Capelli, che al momento di ristampare dopo molti anni in italiano il libro di Fritz Zorn sotto il titolo «Marte», ha voluto aggiungervi la prima frase del libro. Leggendo quello che non è esagerato definire una sorta di testamento spirituale e biografico del giovane autore zurighese (morì a soli trentadue anni e non ebbe la fortuna di vedere il proprio libro pubblicato), è facile capire perché suscitò un polverone tanto grande, perché finì sin dal primo momento al centro di accese polemiche e perché si iniziò a leggerlo anche nelle scuole.
Il libro di Zorn è semplicemente destabilizzante e mette in discussione quegli stessi principi su cui si basa la Svizzera, evidenziando il lato oscuro di quelle che nell’opinione comune sono sempre state considerate le virtù cardine della nostra società e di riflesso anche della sua impalcatura economica.

La paura che si fa rabbia

La denuncia di Fritz Zorn prende il via già a partire dal suo cognome: la «rabbia» che gli cresce dentro quando si accorge di quanto è andato irrimediabilmente perduto sostituisce il suo vero cognome, quell’Angst-paura che rappresenta una biografia già di per sé. Fritz Zorn nasce e cresce con quanto di apparentemente migliore si possa desiderare: un’infanzia dorata e protetta all’interno di una famiglia abbiente e assolutamente perbene, dalla parte giusta del lago, quella Goldküste zurighese accessibile solamente ai vip e molto snob verso il resto della città; una formazione letteraria con ottimo esito all’università di Zurigo; molti viaggi; un appartamento nel cuore vecchio della città.
Eppure sarà proprio il perbenismo dei genitori, la loro incapacità di prendere posizione di fronte ai fatti della vita, la decisione di tenersi fuori dalle cose che necessitano uno sforzo di comprensione, a compromettere irrimediabilmente la vita del giovane Zorn-Angst, a minargli alle fondamenta una vita apparentemente iniziata nel migliore dei modi e con tutte le carte in regola.
L’accumulo di frustrazioni, di frasi non dette e azioni non compiute – quelle che definisce «le lacrime non piante» – sommate alle pecche tipiche della società borghese in cui si troverà a vivere, porteranno il protagonista ad ammalarsi fisicamente e psicologicamente, come dichiarato sin dalle primissime righe: «Naturalmente ho anche il cancro, il che, per la verità, dopo quanto ho detto, mi pare una conseguenza abbastanza naturale (...) da un lato si tratta di una malattia organica(...) dall’altro è una malattia psichica» .

Il conflitto con Dio

Nella lucida analisi di Zorn esce un’infanzia totalmente a digiuno dal punto di vista emotivo e di formazione del carattere: per tutta la vita il giovane si troverà a sperimentare la difficile convivenza con l’incapacità comunicativa, con l’inabilità a provare vere emozioni e pulsioni affettive nei confronti degli altri esseri umani, il che lo porterà a vivere in una situazione di totale inadeguatezza sociale: «Non ho mai voluto bene a nessuno (...); Naturalmente non ero normale; naturalmente ero inferiore»(146)
Ma è al termine del resoconto, ossia quando si tratta di trarre le conclusioni da quanto analizzato e scoperto a proposito del proprio passato che Zorn, seguendo un percorso per lui naturale, individua il tema che definisce «essenziale» (215), cioè l’odio per Dio. «Con la mia letale malattia io sono la dimostrazione della malvagità del mondo di Dio e costituisco il punto debole nell’organismo “Dio” che, appunto, come organismo, non può essere più forte del suo membro più debole, cioè io». Il rapporto con Dio è ambiguo, Zorn fa capire di non crederci, ma già solo il fatto di accennarvi con tanta assiduità denota un forte desiderio, quasi un bisogno, che ci sia davvero una forza superiore che in qualche modo giustifichi l’ordine costituito delle cose.
Alla fine del libro, nonostante non l’abbandoni del tutto la speranza di potersi riavere psicologicamente e fisicamente, Zorn si abbandona comunque a una personale interpretazione del suo percorso esistenziale. In altre parole, laddove Dio non ha potuto dare delle risposte valide e soprattutto utili a Zorn, egli si appella a Satana, arrivando a identificarsi con lui: «posso persino identificarmi con Satana, perché, come ho scritto nella prima parte della mia storia, io la mia malattia, il mio cancro, l’ho voluta: ho voluto “essere precipitato nelle buie caverne degli inferi” per essere “altrove”, piuttosto che nel mondo della depressione in cui avevo vissuto i primi trent’anni della mia vita» .
Viene da chiedersi, dopo la lettura dell’ultima frase del libro – «Mi dichiaro quindi in stato di guerra totale», cosa sarebbe stato se Zorn, gli fosse stata data la possibilità di vivere, la sua guerra l’avrebbe vinta. Se sarebbe davvero riuscire a sovvertire l’ordine sociale, ad attuare la rivoluzione di cui si legge tra le righe. Oppure, come è accaduto a molti che hanno combattuto, se sarebbe alla fine rientrato nei ranghi, finendo nell’ingranaggio della società elvetica, che è poi la società di ogni paese occidentalizzato. Un gran libro con il pregio di accendere il pensiero del lettore spingendolo, a tratti anche brutalmente, verso delle riflessioni non sempre scontate, ma soprattutto spesso scomode.

Tratto da “Azione” N. 08/2007 (pag. 26)
PER GENTILE CONCESSIONE: CAPELLI EDITORE


Una recensione di Simona Sala






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