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Istanbul
di Orhan Pamuk
Pubblicato su SITO


Anno 2006 - Einaudi
Prezzo € 18,50 - 388 pp.
ISBN 9788837072407

Una recensione di Simonetta Cestarelli
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Istanbul

Titolo originale: Istanbul. Hatiralar ve Sehir

"...Parlo del colore dei cipressi, dei boschi bui nelle valli, delle abitazioni di legno trascurate, sgombrate e abbandonate, delle barche arrugginite e malmesse, della poesia delle navi e delle ville dello stretto che soltanto chi ha passato la vita su queste rive può capire; parlo del sapore della vita tra le rovine di una civiltà una volta grande, maestosa e originale, della voglia di un bambino, che non bada affatto alla storia e alle epoche, di essere felice, di divertirsi, di comprendere questo mondo, e delle indecisioni e dei dolori di uno scrittore ormai cinquantenne, dei desideri che lui chiama vita e delle sue esperienze..." Bella e struggente la descrizione del Bosforo che incontriamo in "Istanbul" di Orhan Pamuk scrittore turco celebre forse più all'estero che in patria, recentemente insignito del premio Nobel per la letteratura, premio assegnato non solo in relazione al suo impegno come scrittore e uomo di cultura, ma com'è messo in evidenza dalla presentazione alla premiazione a Oslo: "nel ricercare l'anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture" con un chiaro riferimento a questo libro. Orhan Pamuk in questo romanzo ripercorre la sua vita; figlio di una famiglia benestante, un'infanzia senza scossoni agitatamente serena e piena di affetti , seguita da una adolescenza ricca di letture,il seguente approccio con la pittura; gli affetti della famiglia che vive tutta nel bel Palazzo Pamuk, dove tutt'ora lo scrittore conserva il suo studio, i momenti felici, insieme ai litigi dei genitori contribuiscono a descrivere una autobiografia dello scrittore. Il racconto apre poi finestre sul mondo esterno fatto degli avvenimenti e la storia della città con l'aiuto dei giornali dell'epoca per poi ripiegare ancora sulle vicende personali; i rovesci economici della famiglia e ancora l'amore per il mare. Ricche e bellissime le pagine che descrivono il Bosforo, i sobborghi, la sua vita di bambino sempre in rivalità con il fratello, la partenza per gli Stati Uniti e la conclusiva certezza di avere capito che cosa voleva fare della sua vita e cioè "essere uno scrittore". La cronologia dei capitoli è dettata dall'incedere della narrazione non ha un filo logico apparente se non quello dei ricordi che come per tutti seguono le emozioni. L'Istambul di Pamuk non è solo uno scenario al racconto, diventa soggetto, si anima della sua storia di una sua identità e diventa a sua volta protagonista del libro. Fotografie di Pamuk bambino, della famiglia e degli interni familiari e fotografie in bianco e nero della città, prevalentemente immagini invernali, che fanno da supporto visivo alle descrizioni. Istanbul in bianco e nero come ce la racconta quasi priva di colori ma solo un gioco di luci ed ombre che raccontano tristezza e malinconia per un passato glorioso e purtroppo perduto, i cui fasti si riconoscono nelle rovine, nelle case decrepite che conservano il ricordo di quello che Istambul è stata l'opulenza dei tempi passati di un impero che decadendo non è riuscito a contrapporsi all'inevitabile attacco della modernizzazione. Qui come negli altri libri Pamuk riprende il tema dell'appartenenza e dell'identità attraverso la tristezza "huzun" di cui parla appassionatamente Pamuk, una tristezza che racchiude sia il fascino della città quanto i suoi limiti, che sente quasi come suoi frutto della storia importante di un impero ottomano tramontato, della conseguente miseria, il degrado il senso di sconfitta, la crescita demografica ,le guerre perse una dopo l'altra e l'occidentalizzazione. Le descrizioni di Pamuk ci trascinano nei vicoli della città quei luoghi non turistici che nessun turista vede nel tentativo di ricostruire una Istanbul libera dalla miseria e dalla tristezza per ridarle quel fascino quella languida malinconia che ancora oggi traspare dietro l'inevitabile occidentalizzazione.Come dice lo stesso autore "Tutto attorno c'è molto rumore, e cemento, dappertutto. Ma i cambiamenti di superficie non significano niente: a conoscerla davvero, questa è la Costantinopoli di sempre. Il suo fascino è intatto."


Una recensione di Simonetta Cestarelli






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