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L'ombra di Mao
di Federico Rampini
Pubblicato su SITO


Anno 2006 - Mondadori
Prezzo € 15 - 291 pp.

Una recensione di Alberto Accorsi
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ombra di Mao;L'

Gli avvenimenti e i processi planetari che coinvolgono e sconvolgono un pò tutti, da un lato preoccupano , dall’altro spingono a curiosare tra chi ne scrive .Così può capitare anche qualche delusione.
L’ombra di Mao ,edito da Mondadori.di Federico Rampini, mi pare non aggiunga granché a ciò che si conosce o si pensa sulla Cina.”per noi occidentali la Cina di oggi è un enigma ...Come è possibile che la più grande economia di mercato nell’era di Internet e della globalizzazione venga ancora governata da un regime autoritario ...Come si spiega che il capitalismo cinese sia fiorito subito dopo un esperimento comunista ,condotto per trent’anni in forme radicali?Per svelarlo non c’è che una sola strada :...capire chi fu davvero Mao
Zedong.”Così recita la quarta di copertina promettendo ciò che non verrà mantenuto per due buoni motivi.Il primo che pensare di possedere la chiave di interpretazione di fenomeni sociali ,economici,culturali così estesi e profondi attraverso lo studio di una sola personalità, per quanto fondamentale, è opinabile perlomeno dalla nascita delle scienze sociali in poi ;d’altronde è senz’altro vero che se Mao ha fatto la Cina,la Cina ha fatto Mao.Il secondo è perchè tale studio ,da Rampini ,non è stato affatto condotto.
Il libro veleggia su problemi immensi che sfiora appena.
Cominciamo dalla personalità di Mao ,visto che è della sua ombra che alla fine l’autore dovrebbe render conto; qui il gossip (come finisce per riconoscere ,in qualche punto, lo stesso scrittore) abbonda fino ad accreditare come verosimile non un ritratto equilibrato ma una vera e propria “mostrificazione”; così si citano le sue giovani amanti ,i suoi lussi sfrenati e senza indugio lo si accosta a Hitler come si accosta la Cina della Rivoluzione Culturale alla Germania nazista.
Questa sorta di “libro nero del comunismo cinese”si arricchisce di testimonianze di due generi: scrittori di gossip appunto, e un paio di figure strategiche per ogni buon reporter :il barbiere e ...mancando il tassista ,il guidatore di risciò, persone del resto rispettabilissime.
Non stupisce che tutto sommato Rampini non ci aiuti a capire la sostanza della “nostalgia” per Mao che pare riprenda a serpeggiare nelle campagne cinesi più povere e nelle situazioni di sfruttamento più atroce nelle industrie.
Elementi per comprendere la portata dei problemi epocali affrontati e risolti positivamente dai comunisti cinesi affiorano qua e là,contradditoriamente, anche nel testo.In primo luogo “Mao seppe ricostituire,dopo la parentesi tragica delle aggressioni imperialiste,l’invasione giapponese,la guerra civile ,l’unità nazionale (p.157). Ma fin dall’Introduzione,Rampini scrive che la Cina precomunista fu :condizioni di vita inumane nelle campagne ,banditismo,terrore seminato dai signori della guerra e senza indugio avverte:”affermandosi in un simile contesto Mao non può essere ridotto a caricatura. “(sic!).
E tuttavia non si può dire che scansioni fondamentali della storia cinese vengano non altro che sfiorate:qualche riga sul “Grande Balzo”del 1958,una pazzia del solo Mao come la Rivoluzione Culturale ,dal 1966,un’altra pazzia del solo Mao(ridotto puntualmente a caricatura)e che come aggravante ebbe il fatto di aver influenzato tanta parte del mondo intellettuale dei paesi industrializzati.Basta leggere un manuale di storia contemporanea per avere il resoconto più obiettivo e approfondito del senso e degli sforzi ,degli errori,anche tragici,compiuti allora.

Alla radice di questa incomprensione si può trovare in Rampini ,ma forse anche in gran parte degli “osservatori”occidentali, l’orgoglio di sentirsi dalla parte giusta ,economicamente sviluppata e liberale ,dalla parte di chi è in grado di giudicare altri che tentano di arrampicarsi in cima dove lei è già arrivata,poichè la strada è una sola, e che si sente legittimata ad emettere sentenze senza appello.



Così da “ guardia rossa “ dell’occidente democratico ,del mondo della valorizzazione delle specializzazioni ,delle competenze ,ironizza su chi soldato e politico ha scritto anche poesie (p.184) Eppure se si prendessero sul serio tutte le manifestazioni dell’animo umano si potrebbero fare riflessioni abbastanza pertinenti.
Leggiamo una poesia del Giugno 1959 ritorno a Shaoshan ,il ritorno al paese d’origine dopo trentadue anni di lontananza:

Partenza perduta nel sogno
Maledico il fiume che scorre,
il vecchio cortile
trentadue anni fa

bandiere rosse arrotolate
sulle lance degli schiavi contadini ,
nere mani levavano alte
le fruste dei tirannici padroni.

Grazie ai sacrifici
A tante ferme volontà
Osammo comandare a luna e sole
Di darci un nuovo cielo

Felice osservo di riso e fagioli
Mille onde pesanti
Da ogni dove gli eroi
Scendono nella sera fumosa.

Dove a dieci anni dalla vittoria,Mao sintetizza ,in versi non spregevoli , il senso dell’opera rivoluzionaria che fu tanto sua quanto di grandi masse contadine:”Osammo comandare a luna e sole
Di darci un nuovo cielo.”Nella poesia è espressa ,la maledizione delle tante durezze della lotta,la disperazione “degli schiavi contadini con le loro bandiere rosse”la grandiosità dell’impresa della loro liberazione e della costruzione di una società diversa ,la coscienza del “peccato” di temerarietà,di audacia estrema e fors’anche del destino incerto di tale avventura ;irrequietezza solo
mitigata dalla precaria soddisfazione del poter osservare quel giorno,dopo tante tragedie,” mille onde pesanti di riso e fagioli”...Ma fino a quando? Questo tentativo radicale in cui è consistito lo sforzo di tenere insieme bandiere rosse e sviluppo economico,giustizia sociale e miglioramento delle condizioni materiali del popolo si consumerà nell’avventura delle Comuni e in quella della Rivoluzione Culturale.

Dopo il tramonto più o meno rapido degli Stati socialisti ,sembra sia passato di moda interrogarci con il medico Anton Cechov ,su “quella ignota forza che aveva creato i rapporti fra forti e deboli ... che non è una legge ma un’assurdità logica,quando il forte e il debole cadono entrambi vittime dei loro reciproci rapporti.”
Tutti o quasi pensano che solo assecondando questa “ignota forza”sia possibile far funzionare bene la macchina socio-economica.. “Come è possibile che sia un paese guidato da un regime comunista a marciare a tappe forzate verso PIL sempre più grandi? si chiede Rampini;probabilmente la risposta è con Deng Xiao Ping :anche il gatto rosso può pigliare il topo.Essendo il felino null’altro che un sistema politico autoritario di qualsivoglia ortodossia ,espressione di quelle classi che si prendono in carico il problema dello sviluppo economico del paese in sé e per sé,in quanto nazione nell’arena del mercato mondiale..In sostanza la questione affrontata anche dalla Cina, sembra essere quella di come rendere stabile un sistema sociale ed economico che ha accantonato il problema della giustizia sociale in attesa di avere risorse sufficienti da distribuirle a fasce sempre più larghe di popolazione.Insomma senza ricchezza non si da uguaglianza.Anzi è inutile e controproducente, utopico.Questa scelta,naturalmente, si sta rivelando tutt’altro che indolore.Atroce sfruttamento nelle miniere ,nelle fabbriche ,crescita delle differenze tra gruppi sociali.
D’altronde come si può osservare e come stiamo vivendo sulla nostra pelle,la priorità data allo sviluppo economico è un fatto generalizzato. E quindi con la coscienza di dover affrontare problemi comuni e di dimensioni inedite che dobbiamo porci innanzi a grandi paesi come la Cina.E soprattutto con spirito di solidarietà verso quelle forze che in nome della tutela della dignità e del benessere dei lavoratori tentano di rendere meno aspro il cammino dello sviluppo del loro paese siano esse portatrici di ideali liberali e democratici o pecchino di nostalgie maoiste.


Una recensione di Alberto Accorsi






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