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Aspre e calde montagne, dolci e fredde pianure
di Pietro Sergi
Pubblicato su SITO


Anno 2005- La Mandragora
Prezzo € 10- 108pp.
ISBN 88

Una recensione di Carlo Santulli
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 Aspre e calde montagne, dolci e fredde pianure

Nel libro di esordio di Pietro Sergi c'è molto, probabilmente molto di più di quanto un libretto di un centinaio di pagine appena possa contenere. Non mi permetto però di lamentarmene, né tantomeno farne un rimprovero all'autore, perché si tratta di un'opera estremamente godibile ed onesta. Inoltre, Sergi ha fatto veramente del suo meglio per districare la matassa della vita, delle sensazioni, e del passaggio generazionale, cercando di compensare l'inevitabile spaesamento, che è la condizione di chi parte dalla propria terra per cercare fortuna, o semplicemente lavoro, altrove. Spesso chi parte, è tentato dalla nostalgia, e la nostalgia si fa racconto, anche perché tornando al proprio paese ci si accorge di quanto esso sia mutato, ed ancor di più si può valutare quanto siamo cambiati noi. Non ce n'eravamo forse mai accorti prima, perché un cambiamento continuo è difficile da cogliere nella sua essenza: invece, tornando alle proprie origini si crea quella cesura, o forse si riapre una piccola ferita, che ci obbliga a conoscere meglio noi stessi. Queste sono considerazioni generali, ma il libro di Pietro Sergi, con i due ossimori del titolo, "Aspre e calde montagne, dolci e fredde pianure" non pecca certo di genericità: parla di un piccolo paese di seicento anime sull'Aspromonte, Natile Vecchio, al confine tra la vecchia civiltà agropastorale e questa nuova post-industriale e consumistica, e dello straniamento che ne consegue. Ne parla nei fatti, facendo nomi e prestando sentimenti e quasi voci persino agli animali, ormai praticamente domestici, che popolano la sua montagna ed il suo paese. Ed è qui che l'equilibrio dell'autore si fa sottile, e forse difficile, oscillando tra un impossibile rimpianto di quel tutto "piccolo e armonioso", ma che nascondeva una vita senz'altro per certi versi arretrata ed ostica, che solo il ricordo riesce ad addolcire, e l'esperienza in un mondo tanto diverso. Il ragazzo che giocava a pallone in un "piano", che non è un campo, confinante da almeno un lato con un dirupo e discuteva animatamente sui falli laterali (le linee bianche erano ovviamente ben di là da venire, per non parlare degli arbitri...), curando di salvaguardare il pallone dai rovi e dalle "puntate" dei giocatori fino alla partita successiva, si inserisce, quasi in punta di piedi, un po' in una tradizione che va da Pasolini ai film di Nanni Moretti e Gabriele Salvatores. Lo stesso ragazzo, cresciuto ma non privo di memoria, deve ora curare che i figli non facciano rumore in un condominio dove le regole gli sembrano inversamente proporzionali ai rapporti di buon vicinato. Regole che sono scritte, tutte e sempre di più per delimitare lo spazio concesso all'individuo, mentre nella civiltà agro-pastorale i comportamenti sono dettati dalla tradizione, e ad essa non si trasgredisce, quindi molte meno regole servono. Colpisce quanto il ruolo della donna sia cambiato, ed è bene ed anche utile che Sergi testimoni e ricordi: sono passate forse solo due generazioni, ma credo che oggi nessuna donna si sposerebbe più in un matrimonio combinato, né forse porterebbe fazzoletti (maccaturi) di diverso spessore in testa a seconda del lutto né tantomeno trasporterebbe pietre durante la costruzione di una nuova casa. Mi sembra che i ricordi e le precisazioni di Pietro Sergi abbiano un fondo, forse inconscio, di auto-giustificazione, del genere "vi racconto il mondo da dove vengo, e potrete capire tante cose di me", anche il legame profondo con una terra tanto aspra, ma forte e leale. Il composto rammarico dell'autore sull'assenza di una grande storia locale in Aspromonte, una zona d'Italia piena di tradizioni e di cultura, ma che non ama, o forse non riesce a raccontarsi pientamente, appare profondamente giustificato. Tuttavia questo libro può essere un modesto, ma significativo inizio, in quanto contiene un gran numero di aneddoti veri, e di considerazioni interessanti, espresse in una lingua magari ancora un po' acerba, ma schietta e vivace e piena di una passione che trapela, ma non deborda mai né stanca. Val la pena di fermarsi qui, e suggerire al lettore di scoprire il resto da sé.


Una recensione di Carlo Santulli



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