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Il bravo figlio
di Vittorio Bongiorno
Pubblicato su SITO


Anno 2007 - Editore Rizzoli
Prezzo € 17 - 197 pp.
ISBN 9788817014052

Una recensione di Simonetta De Bartolo
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bravo figlio;Il

Alla notizia dell’omicidio del padre di Turi Casablanca, il suo migliore amico, Nino Scialoja, giornalista, ripercorre con la mente il suo passato, a partire dal trasferimento, nel 1986, con la famiglia, dall’amata Bologna all’infida Palermo, dove “la morte non è mai silenziosa”. “Il bravo figlio” di Vittorio Bongiorno si presenta, fin dalle prime pagine, come romanzo fortemente realistico nel suo complesso e negli espliciti riferimenti ad avvenimenti particolarmente noti. L’iniziale recupero memoriale di Nino, “Siamo piccoli e viviamo in un tempo unico e sospeso…”, ci fa pensare subito al leopardiano senso della felicità dell’infanzia, ma il discorso narrativo cambia e la tragicità del vivere, l’inevitabilità di un destino in cui il sangue chiama altro sangue e l’odio alimenta altro odio, senza che un deus ex machina scenda a spezzare la spirale di violenza, ci calano nella difficile realtà della città di Palermo, incancrenita dalla diffusione della droga, in un tessuto sociale in cui, attraverso secoli e secoli di dominazioni straniere, si sono sedimentati modi di vivere e di pensare improntati alla diffidenza, al servilismo, alla paura, alla viltà, alla violenza, armi ritenute necessarie nella lotta per la sopravvivenza; tutto sotto la cappa plumbea della mafia.
Struttura narrativa semplice, moderna e ben articolata, non priva di attinenti e qualificati riferimenti al mondo della musica, al cinema e alla letteratura, tono discorsivo incalzante, dialoghi a volte intrisi di amara ironia, spesso veloci “botta e risposta”, frammentati da silenzi “<<…>>”, resi più caldi ed incisivi da espressioni tipiche del linguaggio parlato e del dialetto siciliano, veicolano la trattazione di importanti argomenti, tra i quali quelli della psicologia dell’età evolutiva: il difficile adattamento di Nino Scialoja alla società palermitana, l’inadeguatezza e l’inserimento irto di ostacoli, spesso, umiliante, nel gruppo di ragazzini che gioca vicino casa, la ricerca di sé, l’amicizia solidale di Turi, la curiosità di visitare il “Pirtùso…, rifugio degli ascari”, l’iperprotezione dei genitori, ciechi alle sue esigenze, alle sofferenze, alle difficoltà, ecc.; le domande inquisitorie e le bugie. Il comportamento del padre di Nino, magistrato della Procura antimafia, figura canonica del servitore dello Stato, ricorda, soprattutto nella prima parte, un po’ Roberto Benigni di “La Vita è bella”; il suo autoritarismo, la graniticità dei suoi convincimenti che non lascia spazio al dubbio e alla ricerca critica della verità, “se la verità servisse a qualcosa nella vita”, alimentano i contrasti generazionali tra genitore e figlio e altri comportamenti tipici dell’età adolescenziale; le telefonate di “amici” che non esistono insospettiscono; la protezione dello Stato genera tensione e nevrosi nella famiglia e Nino si opporrà all’idea che “i destini dei figli sono segnati dai padri”, rivendicherà la libertà di realizzarsi autonomamente. Il padre di Turi, mafioso, losco uomo “d’affari”, con i suoi viaggi misteriosi, dall’aria impenetrabile, “raccontastorie” anche lui, ecc. genera nel figlio interrogativi, dubbi, perplessità. Storie parallele che coinvolgono i due giovani amici, Nino e Turi, che gustano l’ebbrezza di essere sfuggiti agli sbirri, delle gare, delle esplorazioni di luoghi poco frequentati, delle scorribande con Violenzo, Benuccio , Rataplan e Sciarlò, che provano l’emozione della scoperta del sesso, che sfidano i professori di una scuola che ha perduto ormai la sua funzione educativa, che attuano la loro vendetta con l’incendio dell’edificio scolastico. Insomma, “un mondo intero di scappati di casa, affamati…, Tutti contro tutti. O, al massimo, tutti contro il più debole”. Dietro certi atteggiamenti, però, si nasconde il desiderio di libertà, l’illusione atavica dei giovanissimi di poter cambiare il mondo, il vuoto, la sofferenza, la solitudine, ma… “Non bisogna avere paura”.


Una recensione di Simonetta De Bartolo






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