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L' osso di Dio
di Cristina Zagaria
Pubblicato su SITO


Anno 2007- Dario Flaccovio Editore
Prezzo € 14- 320pp.
ISBN 9788877587534

Una recensione di Marilena Rodi
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L' osso di Dio

Giornalismo e inchieste: caso Zagaria
La giornalista barese, già artefice di indagini in concerto con le forze dell’ordine, torna a raccontare storie di donne. Inedito escursus nella ’ndrangheta calabrese.

È di nuovo una donna la protagonista dell’ultimo libro di Cristina Zagaria, la giornalista di cronaca nera de La Repubblica e artefice dell’inchiesta all’Università di Bari per illeciti sessuali nel 2003, in libreria in questi giorni. L’osso di Dio, edito da Dario Flaccovio editore (pp. 320, € 14,50), è stato presentato al pubblico barese, presso la Feltrinelli, lo scorso 30 novembre; testimone d’eccezione, Elisabetta Pugliese, magistrato della direzione antimafia di Bari.
«È interessante accostarsi ad una realtà per comprenderne i meccanismi e sviscerarli», esordisce il magistrato. «È ancora più interessante sfiorare l’animo delle “donne di mafia” e percepirne lo status, la spinta criminogena che per vicissitudini storiche e personali le conduce vicine alla mafia tanto da restarne legate, e diventare quindi “donne nella mafia”. Le vicende private tendono a regolare l’esistenza di queste compagne di vita dei criminali che accettano le regole e restano in silenzio al loro fianco, militando, talvolta, anche in prima persona. Ma qualcosa di diverso inevitabilmente si sviluppa, quando da compagne divengono madri, e a queste madri viene strappato un figlio dal “regime”. Allora lo status cambia inesorabilmente: assumono il volto e il carattere di “donne contro la mafia”, alla cui origine vi è l’emotività, l’erudito sentimento materno», prosegue la Pugliese.
La storia della protagonista Angela Donato, vera seppur crudele, colpisce per l’intraprendenza e la “bestialità” affioranti nelle radici di una Calabria omertosa e per nulla abituata a manifestazioni palesi di ribellione e di infrazione delle regole: non si è mai verificato un solo caso di pentito di mafia. Le cosche sono organizzate in clan familiari e ogni componente rispetta la gerarchia conquistandosi il rispetto e l’approvazione dei capi.
«Tutto è nato da una coincidenza» racconta la giornalista durante la presentazione del libro. «Un collega de La Stampa mi chiamò e mi riferì che in Calabria stava accadendo “qualcosa”: una fiaccolata per un caso di lupara bianca. ‘Sono sicuro che ti interesserà’, mi disse». E il “qualcosa” trovò immediato riscontro: la storia di Angela Donato, una madre alla quale la ‘ndrangheta aveva tolto la vita a suo figlio. Quel figlio nato dalla relazione con un malavitoso e che aveva tentato di tenere lontano dalla Calabria, letteralmente spedito in Umbria a studiare e che aveva voluto preservare dal quotidiano criminale della sua terra d’origine. Ma la Terra chiama e la sua eco è travolgente, impetuosa, e lui, Santo, il figlio, torna in “patria”.
«Angela Donato all’età di 17 anni, quando suo padre la voleva sposata, perché a quell’età le donne sono “sistemate” – incalza l’autrice – disattese le prospettive bucoliche delle tradizioni del paesello e si allontanò dalla famiglia per conquistare l’indipendenza. La raggiunse “usando” la ‘ndrangheta. Fu la prima donna, infatti, ad imparare a sparare e a guidare. Si fece valere nell’“ambiente” espugnando il rispetto delle famiglie potenti della zona. Diventò la compagna di Sebastiano Panzarella, al quale dette il figlio Santo».
Avvincente, la storia prosegue con la relazione nella quale lo stesso Santo resta catturato al rientro nella terra d’origine: ama con passione, fatalmente, la donna sbagliata: la “mantide”, ovvero, la donna del boss.

«Angela è al corrente della relazione, ma non parla, non si esprime – continua la Zagaria – perché conosce le regole di mafia, e il 3° comandamento di quel regolamento recita: “non toccare la donna d’altri”. Complicato immaginare come si sia sentita quando un giorno non ha più visto rientrare Santo. È stato singolare accostarsi alla sua vita per comprendere i meccanismi che sono scattati allora, alla scomparsa di suo figlio. Ed è stato lì che ho cercato di scavare nel suo animo. Cosa è più forte per una “donna di mafia”: il dovere di stare alle regole dettate dall’organizzazione di cui lei è parte o l’amore viscerale e connaturato di una madre? Ha vinto l’amore materno per quel figlio ormai perso e il desiderio di riaverlo “per poterlo piangere”. Ciò che mi ha colpito maggiormente è la bestialità del sentimento di Angela, una donna forte, così vera e immediata, che non ha avuto timore di raccontare la sua storia e di lanciarsi in prima persona nell’investigazione. Angela, tecnicamente non è una pentita, ma oggi, con la sua testimonianza di 30 anni della sua vita, è stata in grado di far avviare 5 indagini e riesumare 2 cadaveri».
Nasce spontaneo il parallelo con la protagonista dell’altro libro della Zagaria, Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello stato (edito da Dario Flaccovio editore, pp. 314, € 14,50); una donna con la fama da dura, direttrice del carcere di Sulmona a cui la mafia ha strappato un caro, il marito. Donna erudita, Armida, troppo forse, per poter sopravvivere al dolore e che muore suicida nel “suo” carcere. Un parallelo che svela dunque, i modus vivendi di culture in contrasto e le realtà in contrapposizione da cui si vede e vive il mondo.


Una recensione di Marilena Rodi



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