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La schizofrenia non esiste e se esistesse io vorrei averla
di Gianna Schiavetti
Pubblicato su SITO


Anno 2008- Editore Nuovi Equilibri
Prezzo € 10- 106pp.
ISBN 9788862220378

Una recensione di Katia Piccinini
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La schizofrenia non esiste e se esistesse io vorrei averla

Caro Dio... caro Cesare...  cari poeti...

 

Gianna è finita nel meccanismo della porta girevole. C'è finita ogni volta sempre più cosciente di non doverci finire. Almeno non così, non con quella violenza, non per la cattiva anima di chi il legame di sangue avrebbe dovuto fare fratello e non nemico: dopo un anno che ero stata operata al seno, mia sorella telefonò al Centro psicosociale raccontando una storia tutta a modo suo. Allora la polizia municipale venne a prelevarmi a fui portata in psichiatria. Erano le due del pomeriggio. M'accolse il solito medico, che mi fece un'endovenosa e mi addormentò immediatamente.[...]. Mi svegliai verso sera in uno stanzino: ero in mutande e avevo una maglietta che non era la mia. Ma soprattutto ero senza reggiseno, che da quando ero stato operata era diventato un mio indispensabile supporto psicologico. Mentre piangevo venne mia sorella [...]le chiesi di portarmi un reggiseno. Dopo tre giorni che insistevo, venne con un reggiseno vecchio e tutto scucito dicendo di cucirmelo da me. Mi accorgo di aver vissuto anni di terrore.

Nel suo diario, Gianna Schiavetti ci dice, a trent'anni dalla legge Basaglia, come stanno i servizi di assistenza e cura della malattia psichica e lo fa nel modo che le riesce, cioè dando voce a quella che è diventata la condanna sua e di altri come lei: 30 Trattamenti Sanitari Obbligatori in pochi anni; psicofarmaci dai tremendi effetti collaterali (alcuni reali, altri immaginati ma egualmente, anzi forse più, pericolosi): i chili in più, il tumore al seno, le parole e i passi rallentati, le allucinazioni; il sospetto di tutti e il tradimento sempre da parte degli stessi: bisogna soffrire per raggiungere qualcosa... Io ho sofferto tanto psicologicamente e fisicamente (alcolizzazione, tumore al seno)... Portata in psichiatria tante volte, senza sapere il perché, ora mi ritrovo che non vedo più mia nipote. Ma perché tanta sofferenza?

Eppure, ciò che avrebbe sfiancato chiunque, ha reso Gianna, seppur con sacche di sordo dolore, lucida e caparbia, forse perché, come ci ricorda Alda Merini, è il dolore che purifica al vivo le parole. E, oggi, quasi settantenne, casa a Mantova lontana dal frastuono del mondo, una trasmissione radiofonica tutta sua su Rete180 (In diretta con Gianna: curarsi da soli, psichiatri permettendo) legge, dipinge, dialoga con Dio, amoreggia con Pavese e scrive. Scrive di sé, della sua resistenza costante, delle sue battaglie, degli amici perduti e di quelli che perderà: quando ho saputo del suicidio di Isa ho dato sfogo alle lacrime (erano anni che non piangevo). Quel pianto mi ha corroborata, dandomi la forza di proseguire la mia lotta per aiutare gli ammalati psichici. E ho iniziato con le denunce. Perché Gianna sa che la psichiatria è forte, è una forma penetrante di potere e che non bisogna aprire la porta quando non parla né ascolta ma costringe al farmaco (il moderno contenimento) con la minaccia del Tso; la psichiatria prescrive farmaci che non danno domani: ti dicono che sei schizofrenica e devi curarti con medicine che ti fanno morire...però curano la schizofrenia.

Certamente Gianna sa anche scorgere chi, tra coloro che esercitano il potere dell'Haldol e del Serenase, non è completamente pervaso dalla precisione della chimica delle emozioni perché conserva, oltre al cervello, la coscienza che è per lei nient'altro che l'anima: il dottor Baraldi, nonostante le dure prove sostenute coi pazienti, ha ancora un cuore di bambino. Ha una intelligenza intuitiva.

Proprio Baraldi, psichiatra a Mantova, nella prefazione al diario riesce garbatamente ad allacciare nella sua mano i vari fili della scrittura di Gianna così come, immaginiamo, è riuscito a ricongiungere nella esperienza della donna alcune fratture del senso. Infatti, nelle parole del medico e nel racconto dell'autrice, si sente la stessa delicata apprensione per gli eventi quando, a proposito della sofferenza psichica, dicono non solo di malattia ma anche di casi della vita che, talvolta, messisi di traverso, hanno fatto sgambetto. Casi della vita sfortunati oppure tradimenti per mano di qualcuno che ha promesso ma non ha tenuto fede, che ha parlato tessendo un inganno intorno al cuore: io, dai venti ai trent'anni, avevo pure un marito che in viaggio di nozze ha aiutato la hostess a scendere dalla corriera.

E quando il male all'anima viene da un nervo scoperto, da quella solitudine che, a volte, altre anime ci spalancano davanti agli occhi, non è mai la rimozione del nervo, la sua falsamente acquietante anestesia a funzionare, piuttosto quel paziente lavoro di presa in carico (delle parole, dei silenzi, del dolore) che fa in modo, come dice Baraldi, che la parte malata di noi conviva con quella sana, e viva bene. Perché, scrive Gianna,  bisogna essere soli per accorgersi di avere uno spirito. Bisogna essere soli, ma non sentirsi soli.


Una recensione di Katia Piccinini



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