La mia passione per la scrittura si rivolge ai libri che raccontano l’umanità nella sua essenza, dando voce agli ultimi. E chi, più dei reclusi, incarna questa condizione? Nicodemo Gentile, avvocato noto per il suo coinvolgimento in casi di cronaca che hanno segnato l’opinione pubblica, come quelli di Sarah Scazzi, Trifone e Teresa o Roberta Ragusa, offre in questo saggio un’immersione profonda nel mondo del carcere. Nomi che per molti sono solo titoli di telegiornali, ma che per chi, come Gentile, vive a contatto con queste tragedie, rappresentano storie di vita e sofferenza.Il libro è un viaggio nelle emozioni e nei pensieri di chi si trova dietro le sbarre. Gentile non si limita a raccontare il suo lavoro di avvocato, ma riflette su ciò che lo ha spinto a scegliere questa professione e su cosa significhi per lui, come uomo, difendere chi è incarcerato. La prefazione di Massimo Picozzi, rinomato criminologo, introduce il lettore con una nota personale: cita Mauro, un educatore carcerario che anni fa fu anche la mia guida, il mio “Virgilio”, in un’esperienza dentro un istituto penitenziario. Picozzi scrive con verità: ogni carcere è un microcosmo con riti e gerarchie propri, che si possono comprendere solo entrando, passando del tempo tra quelle mura, ascoltando con umiltà e sospendendo il giudizio.Le riflessioni di Gentile colpiscono per la loro profondità, soprattutto quando smonta i pregiudizi di chi parla del carcere senza conoscerlo. Troppo spesso si dimentica che una persona non si riduce al proprio errore: chi sbaglia rimane un essere umano, con la sua complessità. Il saggio affronta temi universali come il suicidio, la malattia, la religione, esplorando le emozioni e le necessità che continuano a pulsare nei detenuti, “laggiù tra il ferro”. Quel “laggiù” è un’immagine potente, che evoca una fossa, un luogo dove la società sembra voler spingere i reclusi per nasconderli, per farli sparire.A impreziosire il testo ci sono le testimonianze di alcuni detenuti, come Salvatore Parolisi, Manuel Winston Reyes, Angela Biutikova e Carmelo Musumeci, un ergastolano ostativo che conosco personalmente. Non si parla delle loro vicende giudiziarie, ma del loro quotidiano, di un’esistenza sospesa tra il vivere e il non vivere. Carmelo, leggendo un mio libro sul carcere, mi disse che avevo descritto un “carcere buono”, quello dove la pena ha una fine, a differenza del suo, segnato da una condanna senza speranza.Questo saggio è un’opera onesta, che condivido pienamente. Gentile sostiene che chi sbaglia debba essere messo in condizione di comprendere il proprio errore attraverso la giustizia, ma che sia altrettanto essenziale un percorso di rieducazione sociale per riparare al male commesso. In molte delle sue frasi e riflessioni mi sono riconosciuta, ritrovando esperienze che ho vissuto in prima persona. Ho ammirato soprattutto la coscienza morale di un uomo che non si limita a svolgere il suo lavoro, ma lo fa con un’umanità e un’empatia rare, dando voce a chi, troppo spesso, viene dimenticato.