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Le lumache mediocri
di Gaetano Giuseppe Magro
Pubblicato su SITO


Anno 2011- LietoColle
Prezzo € 12,35- 78pp.
ISBN 9788878486010

Una recensione di Fortuna Della Porta
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Le lumache mediocri

Sono entrata nella prima poesia della silloge e d’impeto il pensiero si è affollato di figurazioni. Mi è venuto in mente Montale del male di vivere, ho pensato alla malattia di Zeno, di Ulrich, nell’Uomo senza qualità di Musil, quella medesima dell’Ulisse di Joyce, quella precisa che muove sotto lo sguardo nichilista di Nietzsche, di Sartre: mediocrità e morbo della volontà che possiamo definire in breve come il dolore esistenziale del Nulla che ci attornia.

E ritornando alla copertina, la scelta dell’immagine è ancora rappresentativa. Sono raffigurati ” i vinti” di Verga, coloro che tentano di affacciarsi al mondo, ma quando uno di quegli uomini….volle staccarsi dai suoi…il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò e i suoi più prossimi con lui. 

La pochezza dell’essere, difatti, non ammette riscatto e salvazione.

In epigrafe, poi, alcuni versi di Borges, quelli famosi dedicati alle cose, le quali possiedono itinerari precisi e vita propria. Più durature della creatura che le attraversa, nemmeno si accorgono del suo passaggio e della sua scomparsa. 

Nell’accezione di G. G. Magro, però, questi concetti acquistano un senso capovolto, segnano una frattura. Siamo noi gli schiavi e le vittime del subdolo silenzio delle cose. Esse rappresentano gli archetipi attraverso cui filtra la nostra vita, che cerca inutilmente di trovare, attraverso la catalogazione, dei saldi punti appoggio, ma le cose, intese in senso lato come tutto ciò che si fa oggetto e/o accade, conservano invece una propria imperturbabilità e impenetrabilità: un muro davanti all’umano respiro per soffocarlo.

Amo quel che c’è, il niente di pietra/ che mi gira intorno fingendo d’esistere.

La silloge si muove in gran parte attorno all’ostilità del mondo a farsi comprendere e a raccogliersi in una legge universale. Assistiamo a un contrappunto drammatico, nel quale il poeta soffre la propria inerme unicità, la sua meschina lentezza di lumaca in ambirti significanti, mentre si trova contro la freddezza insipiente, quasi ostile del reale, anche quando acquista le sembianze dell’avanzamento scientifico che dovrebbe avviare una nuova era illuministica: l’età dell’oro della salute eterna e della letizia universale.

Non comprendo la sacra elica del DNA.

La poesia non è altro che l’occhio attraverso/ cui le cose guardano gli uomini/ e non viceversa/ perché le cose sono mute d’enorme. E in altri punti ritorna sul medesimo concetto: le cose si toccano appena/ e non ce lo fanno sapere…la parola è inutile…i poeti hanno/ le malattie misteriose delle parole…chiamare per nome gli oggetti intorno/ non è possedere il mondo/e questo mondo non è certo venuto bene…

Ma immagino che l’accusa del poeta contenga in sé anche il rincrescimento e la non rassegnazione, altrimenti non avrebbe senso continuare a elencare i vuoti e le fragilità del percorso dell’uomo.

In breve, l’essere umano vagola fra simboli linguistici inutili, che non chiariscono e non definiscono, in una foresta di corporee misteriose allegorie: l'homme y passe à travers des forêts de symboles/qui l'observent avec des regards familiars, ma al contrario di Baudelaire, Magro non ritiene in tutta evidenza che alla poesia tocchi la possibilità della rivelazione. E l’ignoranza rispetto alla cosa, quella che ci rende prigionieri col suo silenzio, porta poi all’agnosticismo più ampio, quello che alla fine impedisce di comporre il mondo e dire parole sull’esistenza di Dio.

Quindi, la denuncia di Magro dell’insussistenza di categorie e leggi universali non si limita alla sfera dell’umano e del terreno, ma si spinge all’intera volta del creato, che non ammette elementi sovrannaturali e la stessa morte si assimila al sonno notturno, senza spazi di immortalità. 

Respiro ampio accoglie questa poesia, dove si continuano a enumerare oggetti e a farne il centro della narrazione. In mezzo all’inconoscibile e indefinibile il poeta avverte la sua incapacità a relazionarsi –albatro goffo, incapace al movimento, - ma con la sensibilità e forse la speranza di intravedere altro.

Questa sorta di malinconico passo esistenziale, segnato dall’accettazione, diventa nella silloge un verso melodico, dalla struttura linguistica ben articolata. Voglio dire che noto una costruzione che si espande bene nei parametri metrico - stilistici, ma anche sintattici, scarna ma senza troppe elisioni, che talora restringono un verso, come un tessuto bagnato, nel sugo di una sola parola che sembra arrogarsi l’onere di contenere qualsiasi cosa. Qui gli elementi concettuali e strutturali si tengono armoniosamente e generano un suono che prende per suggestione. 

Per meglio esplicare il concetto, cito un brano di un critico e anche ottima poeta, Giuliana Lucchini, a proposito dello stato della poesia:

Oggi si prediligono percorsi poetici di valenza enigmatica, scrittura informale che dicendo cela. Accostamenti imprevisti sul suolo lessicale, parole a ruota libera, su lastricato scivoloso in quanto si può saltare di palo in frasca seguendo i flussi della coscienza, le cadute, se ci sono, sono occultate dalla ovvietà del risultato. Tutto è possibile: “fuorché dire qualcosa”, commenta Alfonso Berardinelli. 
Poesia oggi: come per un quadro astratto è la pittura, colore liquido gettato sulla tela, poi capovolta a lasciarsi asciugare in verticale. 

Ebbene, con la poesia di Magro siamo ben lontani da questi tragitti sincopati, spesso indecifrabili. Pur nell’asciuttezza dell’espressione, nell’acutezza della proposta filosofica, elemento essenziale della poetica, l’autore ci consegna un canto limpido, fruibile in ogni punto, permettendoci l’accesso pieno al chiaroscuro del suo sentimento.

Roma, 19 dicembre 2010


Una recensione di Fortuna Della Porta



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