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Fenomenologie seriali
di Caterina Davinio
Pubblicato su SITO


Anno 2010- Campanotto editore
Prezzo € 13- 128pp.
ISBN 9788845611889

Una recensione di Fortuna Dalla Porta
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 Fenomenologie seriali

La raccolta accoglie la produzione della Davinio dal 1999 al 2003 e si presenta in doppia veste linguistica, con traduzione inglese a fronte, curata dalla stessa Davinio e da Davide W. Searman.

Non ho dubbi a definire la silloge della Davinio come una riflessione sul Tempo, a cominciare dal titolo che fa riferimento alla serie ripetitiva di fenomeni che appaiono all’esperienza sensibile e che, quindi, si allungano sulla durata del quotidiano. 

Si tratta di Tempo soggettivo, una sorta di punto nevralgico del presente nel quale confluiscono e si confondono enti del passato e del domani, quasi che, accanto agli amori, agli inciampi, agli attimi già stati, si coagulasse la fenomenologia concreta di ciò che lei sarà o le capiterà.

Uso intenzionalmente una terminologia di impostazione filosofica perché, ripeto, sin dal titolo, è con questi fondamenti che si presenta la silloge al lettore. 

La considerazione di una compresenza del Tempo trova un riscontro obiettivo nei versi, ove spesso la declinazione verbale rimbalza dal passato al presente al futuro, tale che la medesima poesia sembra condensare fasi eterogenee della vita: 

Dove inclina la curva vana, / impronunciabile / della tenerezza /…si raggrumava il mio ora e l’allora, e il / poi e il per sempre (in ewig) / in eterno.

È giusto, allora, scrivere Tempo con la lettera maiuscola proprio per intenderlo nel modo idoneo. In questa raccolta, ribadisco, esso non raffigura la cronologia dei fatti e delle emozioni personali, ma la categoria che pone il flusso della realtà e del cosmo sull’asse cartesiano, perpendicolarmente alla retta dello spazio: i due enti della ragione empirica che come argini contengono la corrente della vita. Ma per la Davinio lo scorrere non è lineare, la comprensione di tale getto impossibile e dunque la parola per esprimere l’esistente e l’accadere si cela nelle tenebre, introvata.

Conto secondi secolari / anelli nel tronco dei nostri alberi, / spezzo tutti i rami nostri e nulla / mi consola.

Uscendo fuori dall’ordine delle sequenze obiettive, tutto potrebbe essere già stato, compresa la propria morte, termine che torna e ritorna insistente e tormentoso quasi in tutti i testi della raccolta. 

Difatti, accanto alla dimensione temporale, onnipresente nella poesia della Davinio al punto da sfiorare quasi l’ossessione, si colloca con la medesima insistenza angosciosa la meditazione sul nulla eterno che ci accoglierà e direi che proprio nel binomio Tempo-Morte possiamo alla fine raccogliere il significato pieno dell’opera. 

Per meglio dire: l’unica certezza che tocca all’essere vivente è quella paralizzante che parte nella radice dell’anima e che contiene scritta in ogni cellula la coscienza, unica e inequivocabile, della propria dissoluzione.

È il solo evento percepito in lucidità, il quale, in mezzo al nonsenso che ci attanaglia, continua conturbante a riproporsi: dove terminano / tutte le stazioni….e vanno le mie morti / innumerevoli / a passo di soldati.

La morte, infatti, è vissuta come un continuum: dal trascorso, dove è già accaduta, continua a riverberarsi su tutti gli istanti dell’oggi, soggiogandoli a uno a uno: l’ora dilaga in tutte le sfumature/ rosso sfinito/…ficca passi regolari a un lungo funerale. 

A una significazione dell’accadere così soggettiva non poteva che corrispondere una ricerca del dire poetico. Il mondo è circolo inattingibile: dentro / sono le ore / e forse / i giorni. / Non contengono il mondo / che veloce va altrove e, nello straniamento che irradia dal fondo, la parola si frantuma e la sintassi si avvia per percorsi che vorrebbero essere rassicuranti e/o conoscitivi e mai lo sono. Nascono inattesi neologismi –s-dimenticarmi- ma soprattutto una costruzione sintattica che sembra non finire mai il tratto iniziato, imboccando di continuo altre vie, nel vano tentativo di definire e circoscrivere. 

Inoltre, ultima delusione, il sentimento dell’amore, che fa capolino attraverso un tu spesso evocato, aspirerebbe a proporsi come mezzo di elevazione spirituale, ma non colma affatto l’orizzonte che continua a restare vuoto di concetti e punti di approdo.

Talora il rivolgersi all’altro rasenta l’invocazione a raggiungere insieme vette di significazioni ed eternità, per liberarsi dall’assurdo della condizione di spaesamento e sconoscenza –il nostro precario senso- che tocca all’uomo. Inutile è il tentativo. 

È senza frutto anche la ricerca di trascendenza di un Ente supremo che sia garante dell’esistente. L’ente Dio non è l’Inconoscibile, ma, per la Davinio, rappresenta ciò che proprio non è.

L’autrice sembra offrirci, nella seconda parte della silloge, un esempio per meglio comprendere il suo disorientamento, proponendoci lo smarrimento di Medea, dopo l’uccisione dei figli: dove sono i bambini? …dove sono io?

Due donne alle prese con la sostanza temporale che sembra possedere ragione propria e capacità di travolgere intelletti e creature.

Roma, 27 dicembre 2010


Una recensione di Fortuna Dalla Porta



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