Soprattutto nell’intraprendere la lettura di un libro di versi, soffermarsi sul titolo dell’opera di solito è gesto rivelatore della poetica e dell’emozione che sottendono il lavoro.
In questo caso, il tentativo non va immediatamente a buon fine.
Sin dalla prima pagina siamo coinvolti in una scrittura limpida e ben dipanata, all’apparenza del tutto naturale, suadente nel ritmo, e la prima impressione lì per lì potrebbe trarre in inganno sulla profondità della meditazione e sul nucleo emotivo e artistico di Roberto Raieli.
Ma subito la silloge rivela ben altro: una tessitura strutturale molto curata, talora espressa nella forma chiusa del sonetto, e insomma a pag 55 si comprende al meglio anche il senso della raccolta e dell’intitolazione prescelta. Esiste una realtà tra verso e verso fatta di nulla, vuoto crudele e curioso, che ha più senso di quella che la penna, anche la penna abile di un poeta, riesca mai a cogliere e il verso a rivelare.
Non è possibile con i mezzi umani intercettare quell’oscurità che, senza dubbio, ci circonda. Pertanto, da esseri limitati, solo possiamo avvicinarci a momenti dell’accadere e dell’anima parcellizzati e di consistenza piuttosto friabile.
La mia vista è sfocata da rivoli tossici/ossessionata dall’invidiare la luce/ che buca questo tetto ai miei sogni/ l’universo è di là dal mio corpo.
In questa sorta di diario, nel quale le date relative alla composizione dei testi sono rimescolate, il poeta prova anche un viaggio a ritroso nel tempo, nel tentativo di imprigionare più severamente lacerti di animo e di vero, servendosi di un verso apparentemente minimale, si diceva, ma con l’occhio proteso alla grande tradizione, probabilmente da Dante a Orazio a Montale della maglia rotta nella rete o degli ossi di seppia sottili, per nominarne solo qualcuno.
Alto è l’anelito dell’uomo: la nostra sorte è l’eterno o l’eterno scomparire.
Raieli, in questa impossibilità di innalzamento, in verità segnato nella nostra nascita (eppure siamo nati per sfere più elevate), si paragona a un uccello impagliato che tenta il volo per scontrarsi con un muro.
Nemmeno le cose materiali hanno bisogno di noi. Durante la nostra assenza, quando le lasciamo alla loro sorte, acquisiscono col velo di polvere un abito persino più naturale.
Nessuna traccia di noi/ del nostro fare tra gli oggetti/ così che ridiscuto l’importanza/ del nostro essere nel mondo….sul mio petto batte/ per sempre/ la notte.
L’asfissia del nulla provoca inadeguatezza della scrittura, ma anche desolazione nell’uomo, dagli orizzonti sempre troppo lontani, fragilità dei sentimenti che ora assoluti, spesso nel prosieguo s’infrangono, e persino crisi dei tempi e delle civiltà, che declinano talora indecifrabili. Dal relativismo che piega sul mondo, la finitudine dell’essere umano, destinato a piangere ancora in vita la sua morte, è il sentimento più tragico che ognuno è chiamato a sopportare.
E finalmente si coglie a pieno il fascino della raccolta, che scaturisce proprio dal contrasto tra la struttura di pacatezza classica, la prima a imporsi, e il senso drammatico della poesia di Raieli.