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Il formicaio: visioni del mondo futuro in Valery e Montale
A cura di Claudia Feleppa (da PB12)


"Noi, le civiltà, ora sappiamo che siamo mortali" : è la celebre frase con cui Valéry apre la Prima lettera de La crisi del pensiero del 1919. Il dramma della Grande Guerra, "questa sorta di Giudizio penultimo" , ha imposto all'Europa l'esperienza traumatica della propria finitezza e chi come Valéry vive a cavallo tra le due guerre non può che valutare gli eventi con lucido pessimismo. "Siamo una generazione particolarmente sfortunata" ammetterà il poeta già nel 1922 "alla quale è toccato veder coincidere il proprio passaggio nella vita con l'arrivo di questi grandi e spaventosi eventi la cui risonanza riempirà tutta la nostra esistenza" . Sebbene Valéry affermi più volte di odiare le profezie, queste parole ne hanno quasi il tono, soprattutto considerando che la morte coglierà l'autore del Cimetière marin nel pieno della seconda Guerra Mondiale. Di fronte a questi avvenimenti epocali l'intellettuale europeo, o l'"Amleto intellettuale" affacciato su "un'immensa terrazza di Elsinore", si ritrova a contemplare "milioni di spettri" e a interrogarsi sul senso della transizione dalla guerra alla pace e sulla direzione che prenderà il mondo. Il passaggio verso la pace agli occhi di Valéry appare ancora "più oscuro e più pericoloso" di quello inverso perché la pace "è quello stato delle cose nel quale la naturale ostilità degli uomini tra loro, si manifesta attraverso delle creazioni, invece di tradursi in distruzioni" . Egli ha ben compreso come i conflitti alla base della prima Guerra Mondiale siano tutt'altro che appianati e teme che con la pace non si faccia altro che sviluppare nuove tecnologie in grado di portare ancora maggiore distruzione. Il pensiero di Valéry è straordinariamente lucido e coerente. Scorrendo i suoi vari saggi, lo si vede tornare più volte sugli stessi temi, anche a distanza di decenni, con la naturalezza di chi riprende un discorso appena interrotto. Egli sembra applicare anche alla prosa lo stesso sistema di varianti e l'infinito labor limae che caratterizzano i suoi lavori poetici.
Nel 1928 l'impressione della Grande Guerra è ancora molto viva in Europa: "una guerra lunga e generale sconvolge in ogni mente l'idea che questa si era formata del mondo e del domani" . Valéry nega che sia possibile formulare qualsiasi previsione per il futuro: "oggi non sappiamo che cosa ci aspetta, quali perturbazioni generali e quali perturbazioni interne all'Europa dovranno verificarsi, né verso quale nuova forma di equilibrio graviterà il genere umano nei tempi venturi" . Eppure, scrive ancora nel 1929, anche la Grande Guerra in fondo "non è stata altro che una conseguenza molto funesta, ma diretta e inevitabile, dello sviluppo dei nostri mezzi" .
Per l'uomo occidentale (nell'ottica di Valéry sempre homo europoeus) non c'è niente di più difficile da concepire "della limitazione posta alle velleità intellettuali e della moderazione nell'uso della potenza materiale" . Egli ha sviluppato ogni invenzione fino alle sue "risultanze estreme" cercando sempre di trarre "con il massimo tornaconto e in ogni occasione, le conseguenze più rigorose e più eccessive" , ma la sua conoscenza si è dimostrata incapace di "salvare qualsiasi cosa" e la scienza (frutto dell'albero della conoscenza), è stata disonorata "dalla crudeltà delle proprie applicazioni" e colpita "mortalmente" nelle sue "ambizioni morali" .
Eliminando dunque ogni considerazione di ordine morale, politico o estetico, in che cosa consiste il progresso? Per Valéry si riduce ad un incremento "rapidissimo e molto tangibile" di "potenza (meccanica)" e "precisione" nelle previsioni. Considerando questi presupposti è facile intuire come mai Valéry fallisca "più volte" nel tentativo di sviluppare "un'idea positiva di ciò che si definisce progresso" . Una delle domande che il poeta si pone più spesso è se sia davvero possibile per l'uomo moderno fare delle previsioni certe. L'umanità per molto tempo ha continuato a "entrare nell'avvenire indietreggiando" , ovvero ha basato le proprie previsioni sull'esempio fornito dalla Storia. Oggi, che i cambiamenti della società dipendono "sempre più dalle scienze positive" e "sempre meno da ciò che è stato", è il "fatto nuovo" ad assumere tutta l'importanza che "la tradizione e il fatto storico possedevano fino a questo momento" . L'uomo moderno si trova quindi a dover fronteggiare una "crisi dell'imprevisto" dovuta alla mancanza di equilibrio tra capacità di previsione, conoscenze e mezzi di azione . Dove rintracciare le cause di questo "disordine"? Per Valéry proprio nel Pensiero, perché l'organizzazione del mondo moderno si plasma a immagine dell'intelligenza umana soprattutto in ciò che essa ha "di più impersonale" : "l'uomo ha cercato nella natura tutto quanto poteva servire come strumento e come potere per rendere le cose che lo circondavano scattanti, instabili e mobili come lui, e mirabili, assurde, sconcertanti e prodigiose come la sua intelligenza. Ora l'intelligenza non può prevedersi, non può prevedere se stessa. Noi non prevediamo né i nostri sogni né i nostri progetti; raramente prevediamo le nostre reazioni. Se dunque imprimiamo al mondo umano le caratteristiche della nostra intelligenza, esso diventa altrettanto imprevedibile; ne fa il suo disordine" .
Per quanto riguarda invece l'incremento della potenza meccanica, esso è innegabile, ma è anche vero che "all'uomo moderno capita talvolta di essere sopraffatto dal numero e dalla grandezza dei suoi stessi mezzi" . "Possiamo dire" scrive Valéry "che tutto ciò che sappiamo, e cioè tutto ciò che possiamo, ha finito per opporsi a ciò che siamo" , inoltre il nostro progresso "si paga" e la moneta di scambio è la libertà: "non vi è uno solo di questi ingegnosi attentati contro la natura che per via diretta o indiretta, non ci renda, al contrario, un po' più sottomessi a quest'ultima, e non faccia di noi gli schiavi della nostra potenza, esseri tanto più incompleti quanto meglio equipaggiati, e i cui desideri, i cui bisogni e l'esistenza sono trastulli del loro medesimo ingegno" .
Ciò che domina veramente la nostra epoca è il "macchinismo": "La macchina governa. La vita umana è da lei rigorosamente incatenata, sottomessa ai voleri terribilmente esatti dei meccanismi. Queste creature dell'uomo sono esigenti. Adesso reagiscono contro i loro creatori e modellano questi ultimi sul loro stampo. Esse hanno bisogno di umani ben addestrati, di cui, poco per volta, cancellano le differenze, rendendoli conformi al loro funzionamento regolare e all'uniformità del loro regime. Queste macchine si costruiscono, quindi, un'umanità su misura, quasi a loro immagine" .
Questo processo di riduzione del Soggetto a "cellula" di un ingranaggio (che Pasolini designerà col termine di omologazione), può essere raggiunto soltanto coinvolgendo sia elementi biologici che psichici dell'uomo. Bisogna insomma spingere l'umanità ad aderire volontariamente al "meccanismo" ed evitare che si fermi a riflettere sulla propria condizione. La "macchina", ovvero "il mondo occidentale" , riesce a raggiungere questo risultato grazie ad un precipuo controllo sui tempi e sui desideri dell'uomo. Nello sviluppo dell'artificiale il tempo che il Soggetto può dedicare alla propria interiorità, ovvero alla calma e alla riflessione, è neutralizzato. La realtà temporale è ridotta al presente, al minuto presente: "Ognuno si sente immediatamente ridotto alla propria sfera immediata di percezione e di azione. Il futuro e il passato di ciascuno si stringono in maniera straordinaria; ci ritroviamo ridotti al semplice campo dei nostri sensi e delle nostre azioni immediate" . Il tempo è macchinico: istituzionale e tecnologico. "Il decimo, centesimo di secondo cominciano a non essere più trascurabili in certi campi pratici" . All'interno della coscienza del Soggetto si instaura così una nuova temporalità: quella dell'animale tecnologico.
Nel frattempo la "macchina economica" si impegna a costruire dei bisogni inediti da far assumere dagli uomini come fini. Il limite della "macchina" però è che può offrire soltanto "oggetti" o "servizi" legati perlopiù a "funzioni vitali", ma non è assolutamente in grado di realizzare "bisogni assoluti", perché questi rispondono soltanto a "disposizioni individuali" .
È evidente come questo sistema abbia delle notevoli somiglianze con i regimi totalitari: "Non si direbbe forse che l'organizzazione politica, in più di un paese, tenda a modellarsi su questo schema creato dalla grande industria? Ciò che oggi si chiama dittatura attiene a un tentativo di trattare l'edificazione costante dell'"ordine sociale" secondo il modello che si è imposto nelle grandi aziende e società di produzione di cui parlavo. Tutti questi meccanismi richiedono una precisione estrema e una vigilanza permanente sulle deviazioni individuali. Quali che siano le loro differenze nominali e ideali, essi possono esistere solo attraverso una semplificazione degli individui che permetta di orientarli in modo identico entro il campo di forze dello Stato; ed è importante che tale modificazione agisca fin nel profondo effettivo e intellettuale di ciascuno di loro. È necessario quindi che i sentimenti, le idee e gli impulsi siano come prefabbricati, prima di essere consegnati al consumo delle menti e al nutrimento delle anime da un essere centrale".
Il brano è tratto dalla lettera-prefazione di Valéry per Métier d'homme di Raoul Dautry . È il 1937, ma i confini di una simile visione il poeta li aveva già tracciati fin dal 1919 quando, a conclusione della Prima lettera de La crisi del pensiero, aveva previsto la costituzione di quella futura "société animale", ovvero "une parfaite et définitive fourmilière" , di cui l'uomo sarebbe presto divenuto "cellula": "Addio spettri! Il mondo non ha più bisogno di voi. Né di me. Il mondo, che designa con il nome di progresso la propria tendenza ad una precisione fatale, cerca di unire ai benefici della vita i vantaggi della morte. Una certa confusione regna ancora, ma ancora un po' di pazienza e tutto si chiarirà: vedremo infine apparire il miracolo di una società animale, un perfetto e definitivo formicaio" .
Al termine di questo "sguardo sul caos" Valéry è il primo a chiedersi se esista una qualche speranza per il futuro. La sua risposta è un'estrema difesa dei valori europei e mediterranei che hanno permesso lo sviluppo delle grandi civiltà del passato. L'Europa, "la nostra Europa", nata con un "mercato mediterraneo", ha saputo trasformarsi in "una grande fabbrica", non nel senso macchinico, ma "una fabbrica in senso proprio", ovvero "una macchina per trasformazioni" e soprattutto "una fabbrica intellettuale senza paragoni" . Oggi è necessario ritrovare quella "sensibilità" che ha permesso ai grandi artisti del passato di creare opere straordinarie proprio perché concepite con "l'intenzione di durare" .
La difesa di Valéry di "tutti i valori superiori del pensiero" si concentra in particolare sul linguaggio perché esso non costituisce solo la base della comunicazione, ma è anche il presupposto necessario per ogni tipo di "rapporto fiduciario" su cui si fonda l'etica dei singoli e delle nazioni civili: "Credere alla parola umana, che sia parlata o scritta, è per gli uomini fondamentale quanto il fatto di fidarsi della solidità del suolo" . In fondo anche la pace non è che "un sistema di convenzioni, un equilibrio di simboli, un edificio essenzialmente fiduciario".
Ed è proprio con l'idea di erigere una sorta di monumento alla lingua francese che Valéry compone La Jeune Parque, redatta "sub signo martis" negli anni della Grande Guerra. A questo proposito in una lettera del 1917 indirizzata ad Albert Mockel, egli scrive: "Talvolta cercavo di convincermi che bisognasse almeno lavorare per la nostra lingua, non potendo combattere per la nostra terra; che bisognasse erigere a questa lingua un piccolo monumento funerario, fatto delle parole più pure e delle sue forme più nobili: un piccolo tombeau senza data".
Sullo stesso argomento, in una lettera del 1929 a Georges Duhamel: "Avevo finito per dirmi che stavo compiendo un dovere, che rendevo un culto a qualche cosa di perduto. E mi paragonavo a quei monaci del primo medioevo che ascoltavano crollare l'intero mondo civile intorno al loro chiostro e credevano solo alla fine del mondo, eppure scrivevano in esametri duri e oscuri, degli immensi, ardui poemi destinati a nessuno. Confesso che il francese mi sembrava una lingua in punto di morte, e che mi sforzavo di considerarlo sub specie aeternitatis" .
Lo slancio creativo di Valéry avviene sempre pros charin, verso la grazia, come egli stesso dichiara ad apertura del dialogo Eupalinos. Non si tratta però di un sogno "progressivo", di un'utopia vitalista o sociale alla ricerca di "magnifiche sorti", ma del desiderio di comporre uno charme, un incanto appunto, capace di arginare almeno per un momento il disordine del mondo. D'altra parte, come ammoniscono le fate nelle ultime battute del Mon Faust, la parola è potente, è addirittura in grado di trasformare la realtà: "La Parole a pouvoir sur la Métamorphose,/Tu devrais le savoir, toi qui sais toute chose".
Grazie a questo potere di trasformazione anche la morte può trasfigurarsi in una dimensione mediterranea. Nel Cimitero marino infatti la morte è sul mare, "e il mare", scrive a questo proposito Elio Franzini, "è il simbolo del ciclo classico in cui la morte è rigenerazione, possibilità di metamorfosi". Questa dimensione antropologica e mitica per Valéry può nascere solo nello sguardo sul mare perché qui esistono le "condizioni naturali" che costituiscono le qualità della conoscenza: "chiarezza, profondità, vastità, misura".
Una delle immagini forse più suggestive che Valéry dedica a questo argomento si trova in un saggio del 1933 intitolato Inspirazioni Mediterranee. Qui Valéry ricorda un episodio della propria giovinezza trascorsa a Sète, città portuale sorta ai piedi di una collina stretta tra il canale del Midi e il Mediterraneo:"Un mattino, all'indomani di una pesca molto fruttuosa durante la quale si erano pescate centinaia di grandi tonni, stavo andando al mare per fare un bagno. Per godere di quella luce meravigliosa, presi ad inoltrarmi in una piccola gettata. Di colpo, abbassando lo sguardo, intravidi, a pochi passi di distanza, sotto l'acqua straordinariamente calma e trasparente, un orribile e splendido caos che mi fece fremere. Delle cose di un rosso disgustoso, delle masse di un rosa delicato o di una porpora profonda e sinistra, giacevano là… Riconobbi con orrore lo spaventoso mucchio di viscere e di interiora di tutto il gregge di Nettuno che i pescatori avevano ributtato in mare" . Combattuto tra "il disgusto e l'interesse" il ragazzo non riesce ad allontanarsi dall'acqua e stupito dalla "sensazione di bellezza reale e insolita" che quei "colori organici" suscitano in lui, si ritrova ad immaginare ciò che un artista avrebbe potuto trarre da quello spettacolo. Intanto l'onda "infinitamente lenta" che culla "tutta quella strage", la riveste di un "impercettibile fremito d'oro". Nasce così un paragone spontaneo tra l'azione del mare e quella dell'arte: l'arte è come "quel limpido e cristallino spessore" attraverso il quale il giovane Valéry osserva "quelle cose atroci": "l'arte ci procura uno sguardo che può contemplare ogni cosa".

Nel 1959, esattamente 40 anni dopo il grido d'allarme lanciato da Valéry ne la crise de l'esprit, Montale si trova ad affrontare l'epoca de les effets des effets anticipati e previsti dal poeta francese. Più che attardarsi sui pericoli dell'"ubriacatura scientifica" e il cattivo uso delle macchine, (denunciati fin dai tempi di Goethe), Montale si interroga sull'uso dei nuovi mezzi che l'umanità ha a disposizione e sui loro effetti sull'uomo stesso: "quale potrà essere il "buon uso" dei mass media in un futuro formicaio umano eventualmente scampato alla guerra atomica? Quale buon uso potrà farsi dei viaggi, dello sport, del cinema, della radio, della televisione, […] quando dovranno essere pianificati e imposti in modo coattivo i loisirs a miliardi di uomini ormai liberati dai lavori più gravosi? Come potrà avvenire che lo spirito di "massificazione" rivolga contro sé stesso gli strumenti che ha inventato?" .
In altre parole, l'uomo di oggi, "ingranato in forze più grandi di lui, eterodiretto, guidato non solo dai mass media ma da mille motivi economici e sociali, sempre meno libero e probabilmente sempre meno desideroso di esserlo" , si trasformerà domani in un "uomo formica" , biologicamente sviluppatissimo, ma psichicamente depauperato di quei "moventi oscuri" che hanno sempre alimentato le grandi costruzioni del pensiero e dell'arte?
Le ipotesi più ottimistiche prevedono che l'uomo resterà "estraneo alla macchina" , che non solo non ne verrà modificato, ma anzi sarà in grado di "volgerla a migliori fini" ; l'osservazione invece dimostra che "l'uomo-massa" non solo accetta il proprio destino, ma lo favorisce e incoraggia: "Le comunicazioni di massa sono il fondamento della nuova industria culturale, fatalmente portata ad allargarsi su un piano sempre più basso, raggiunto il quale sarà sempre possibile sperare in nuove bassure, realizzando l'ipotesi di un futuro uomo stereofonico, incapace di una visione analitica del reale, refrattario ad ogni possibilità di sintesi e di sintassi" .
Quella che Valéry chiamava "sensibilità" per Montale è pietas: "Finché durerà la società del consumo (e quale altra è all'orizzonte?) ben difficilmente potranno risorgere forme, schemi, mezzi espressivi che richiedevano meditata attenzione e il sentimento, la pietas di perpetuare modi di sentire e di vivere del passato".
La costruzione di un possibile futuro deve passare attraverso la difesa di quegli stessi valori fondamentali già citati da Valéry: "sarà la cultura, la cultura umanistica che potrà salvare l'uomo" ; la tecnica è necessaria, ma "una tecnica che prescinda dal senso dell'uomo, dalle verità della religione e della filosofia morale non può portare che a una paurosa involuzione".
In questo clima sociale di tetro vitalismo, di rassegnata fiducia o di cupa sfiducia nelle sorti di una scienza che ignora i suoi stessi fini e colloca i destini dell'uomo nell'ordine delle probabilità e non delle certezze , la perdita di armonia tra uomo e ambiente è il primo e più tangibile risultato ottenuto: "La innaturalità, dicono, è appunto il destino dell'uomo, uscito dallo stato di natura per entrare nella sua fase artificiale. Nell'uomo sapiente c'è ancora qualcosa di naturale, di scimmiesco, che ora deve estinguersi in vista di un'altra epifania. Avremo un giorno l'uomo totalmente selfmade, costruito da sé, fabbro dei suoi destini, padrone, se non dell'universo, del suo mondo" .
Come si presenterà questo "nuovo mondo"? L'immagine che Montale traccia è a dir poco inquietante: si tratta del dilagare della cosiddetta "fonduta psichica" , "una sfera di psichismo in continuo aumento di spessore", una "cappa sempre più fitta di informazioni e di visibilità proiettate a distanza", una sorta di "crema o crosta psichica" , forse un greffe di valeriana memoria che anticipa e prepara la futura "crosta dell'arte" destinata ad avvolgere il mondo e gli uomini tutti. Tale incrostazione è composta dei materiali più eterogenei: "Di carta igienica, di giornali e libri, di dépliants e annunzi pubblicitarî, di sternuti e ruggiti, di visioni accampate su una tela o su un vetro, di suoni messi insieme, per darci un'impressione fisica motrice, dinamica, di notizie e nozioni buttate là da appositi venditori di fumo, e in sostanza di tutto un vociferante abracadabra che dovrebbe dire all'uomo solo: Ci siamo anche noi, non sei tanto solo".
Eppure anche nella moderna società standardizzata in cui l'espressione artistica è considerata merce di consumo -soggetta quindi alle mode e alle regole di mercato- l'autentica creazione artistica resta, ed è destinata a rimanere, "opera rara di isolati, senza popolo, purtroppo" . La posizione critica di condanna che Montale assume nei confronti della massificazione sociale è ben espressa dalle parole dell'"insolito conservatore" del racconto Amico del popolo del 1949: "Oggi l'arte non può avere soste, angoli morti, fasi di riposo. Il tempo si è fatto celere, la brillante trovata di un giorno è l'accademia, la barba, del giorno successivo. Esperienze che una volta avrebbero occupato intere generazioni sono consumate nel giro di poche settimane. Paul Klee, il pittore che ha scritto: "Ci vuole un popolo per l'artista" si è rifugiato, per conto suo, in una squisita arte stenografica, fatta di ideogrammi e di allusioni. Non trovò il popolo, che effettivamente oggi manca; ma non gli sarebbe importato nulla della massa che volete sostituire al popolo. E poiché la massa probabilmente prevarrà sul popolo (la democrazia americana ha rubato la parola alla pubblicistica del marxismo e l'ha fatta sua) è verosimile che un'arte di popolo anche in avvenire mancherà di qualsiasi fondamento. Dico una arte, nel vecchio senso umanistico o semplicemente umano; naturalmente avremo espressioni, comunicazioni di massa, mode decorative, letterarie, ecc. Fatti pratici, non arte".
Nel "grande formicaio dei surrogati e delle avventure individuali" la sovrabbondanza di arte e di nuovi artisti potrebbe condurre alla morte dell'arte stessa: "time is money e il nostro tempo cerca un'arte che faccia a meno del processo formativo dell'arte stessa; cerca il frutto ignorando l'albero. È una ricerca che durerà, si può presumere, ancora molti anni se le condizioni di vita dell'uomo occidentale non muteranno radicalmente; ma il suo risultato è già prevedibile; e se non ci sarà propriamente la morte dell'arte (troppi aruspici sono già stati smentiti in questa profezia) sarà l'aprirsi di un limbo dal quale l'arte dovrà risorgere coi suoi vecchi attributi: frutto dell'uomo intero e non di una sua attitudine particolare che cammini per conto suo, per vie sue".
Montale ipotizza anche che la cultura di massa, proprio per il suo "carattere effimero e fatiscente", potrebbe produrre, "per necessario contraccolpo", una cultura d'"argine e riflessione". Ma la prospettiva sui tempi di tale processo non è delle più incoraggianti: "la vita dell'uomo è breve", mentre "la vita del mondo può essere quasi infinitamente lunga".
Nel frattempo le nuove condizioni in cui si svolge la vita umana continuano ad essere "pochissimo favorevoli alla creazione artistica, ma infinitamente aperte ad ogni sorta di surrogati". In questo senso è in atto una grande trasformazione e gli intellettuali (molti dei quali engagés) sono pronti ad accoglierla con entusiasmo: "non nego ch'essi debbano accettarla" ammonisce Montale "nego solo ch'essi pretendano d'essere uomini liberi".
Per il poeta non è necessario un engagement politico, quello morale invece sì, è un obbligo perché rappresenta "una presa di posizione verso l'umanità intera, verso il mondo. È la ricerca della ragione di vivere. Ma il poeta non se la propone nemmeno, altrimenti non è neppure un poeta".
La capacità di raziocinio, di rivolta, di pensiero autonomo dell'individuo costituisce sempre una prospettiva di salvezza di fronte al prodotto più immediato scaturito dalla società, il robot, l'uomo-macchina totalmente subordinato ad una tecnologia imperante. La solitudine dell'artista diviene, nel mondo montaliano del futuro, una sorta di privilegio da difendere contro la massa dilagante, un punto fermo del suo ruolo di "conservatore insolito": "Mi interessa solo di conservare alcune dimensioni dell'anima umana. Non sono certo che se esse andassero perdute potrebbero risorgere un giorno, in altro modo. Solo difendendole, potremo trasformarle. La storia non ricupera più ciò ch'è andato irremissibilmente perduto". Queste "dimensioni dell'anima umana" da conservare e tramandare fanno parte di quella tradizione europea e mediterranea della misura umana in rapporto al reale, sintetizzata dalla sentenza di Protagora tanto cara a Valéry: l'uomo misura di tutte le cose.
Quello di Montale non è un invito a mettersi "al di sopra della mischia", ma a "restare ad occhi aperti" sottointendendo probabilmente l'estremo monito di Valéry di "tenersi pronti a tutto, o a quasi tutto" , nella speranza che se non proprio "magnifiche", le "umane sorti" siano almeno "tollerabili".
D'altra parte "vivere il proprio tempo restando sull'allarme è tutto quello che può fare oggi chi si fregi e insieme si vergogni - com'è giusto - della screditata e controversa qualifica di intellettuale. Altre soluzioni a breve scadenza non sapremmo immaginarne".

© Claudia Feleppa - kaya007@libero.it

 
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