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C’è sempre una (fanta?) guerra
di Vittorio Catani (da Visioni da un futuro circolare)


Esiste unico modo per evitare la guerra: non farla. (Anonimo)

Che l'idea di "guerra" abbia sempre avuto gran peso in ogni forma o diramazione di mito, racconto, letteratura, è faccenda nota. La narrativa fantastica in particolare, con la sua capacità di amplificare speranze e incubi, ha intrattenuto fin dalle origini un rapporto privilegiato con i miti di salvezza, di catarsi, di distruzione. Senza voler andare più lontano, già nella Storia vera di Luciano di Samòsata (II secolo d.C.) veniva descritto un gigantesco apparato bellico nel combattimento fra Lunari e Solari: 80.000 uomini su cavalli tricefali affiancati da ragni giganti, tiratori alati, pulci trainate su ippogrifi, formiche dalle ali smisurate.
Luciano è ritenuto un precursore della narrativa di fantascienza, e probabilmente la Storia è il primo romanzo "fantastico" in senso moderno, ma la sua era un'opera dalle dichiarate intenzioni polemiche, allegoriche, filosofiche, che è stata un punto fermo per molti romanzi fantastico-filosofici settecenteschi; e ovviamente da quelle pagine restava assente ogni riferimento alla tecnologia.
Quanto alla fantascienza vera e propria (e ai suoi immediati precursori, Jules Verne e Herbert George Wells in primis), essa, a maggior ragione in quanto collusa intimamente con le nuove tecnologie, non ha potuto evitare fin dal suo apparire il confronto con il tema del conflitto bellico. Ciò è accaduto sottolineando di volta in volta particolari aspetti, alcuni dei quali sono divenuti, nel tempo, veri e propri "filoni" interni al genere. Si va dai testi che privilegiano la presentazione di armi dai terrificanti poteri distruttivi, alle guerre con creature d'altri mondi, agli scenari di apocalittici conflitti globali, alle narrazioni sul "day after" (l'epopea di pochi sopravvissuti in un contesto fortemente degradato), alle storie di "fantapolitica" (in voga soprattutto negli anni Sessanta e Settanta), a pagine il cui intento preminente, sub-generi a parte, diviene soprattutto una riflessione sulla natura stessa della guerra. Fermerò la mia attenzione soprattutto su quest'ultimo tipo di narrazioni.

Nel 1914 H.G. Wells pubblicava La liberazione del mondo, in cui descriveva chiaramente la costruzione e l'uso di un ordigno che era in sostanza una bomba atomica, con conseguente distruzione del mondo seguita da un benefico regno di scienziati e tecnici (!). Una ventina d'anni prima, il romanzo verniano La scoperta infernale (1896) narrava del Folgoratore Roch, arma pesante e informe capace di scagliare una bomba ad alto potenziale esplosivo "costituita da sostanze completamente nuove", annientatrice di ogni manifestazione vitale nel raggio di quindici chilometri. L'inventore, ingegner Thomas Roch, vendeva (buon precursore) la sua arma a governi senza scrupoli. Si potrebbe proseguire a lungo su questo tema, che ha interessato fin dai primi decenni del XX secolo un numero indefinito di autori anche estranei alla fantascienza. Lo stesso Italo Svevo scriveva nel romanzo La coscienza di Zeno (1923):

Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza, inventerà un esplosivo incomparabile in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati innocui giocattoli. E un altro uomo come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e si arrampicherà al centro della Terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo (...); e la Terra, ritornata alla forma di nebulosa, errerà nei cieli priva di parassiti e malattie.

È il caso di ricordare che la famosa equazione einsteniana e=mc2 (la massa di un corpo equivale alla misura del suo contenuto di energia) risale al 1905; e presto inquietanti ipotesi sulle applicazioni pratiche della "formuletta" presero a infiltrarsi nell'immaginario narrativo di scrittori più attenti, benché poi i reali progetti per la bomba atomica iniziassero solo verso la fine degli anni Trenta, dopo gli studi dei vari Joliot-Curie, Fermi, Szilard.
In definitiva dagli anni Dieci si scriveva già di armi atomiche e missili, dai Venti di "raggi dalla morte"; e nel ventennio tra le due guerre mondiali ordigni atomici erano routine sulle pagine delle riviste pulp di science fiction. Eppure talora apparivano storie controcorrente, come Il potere e la gloria (1930), di Charles Diffin. L'autore vi presentava lo scopritore di un'arma potentissima, per poi chiedersi quanto valesse imbarcarsi in un'avventura piena di grosse incognite. Con l'inizio della guerra e la messa in cantiere della prima autentica "bomba", si verificarono alcuni episodi che oggi possono apparire inverosimili, se non grotteschi: l'Fbi prese a interessarsi alle... riviste di fantascienza. Accadde nel 1944, allorché alcuni agenti visitarono la redazione di "Astounding", insospettiti da alcuni dettagli concernenti la costruzione di una bomba atomica, illustrati nel racconto Deadline di Cleve Cartmill. Il direttore della rivista, John Campbell, rispose con la semplice verità: Cartmill aveva ripreso e rielaborato con fantasia dati tecnici generici, e di dominio pubblico fin dal 1940 (aggiungo che il racconto era di fattura decisamente pessima; noto in Italia come Missione segreta, è ricordato unicamente per l'episodio citato). Nello stesso periodo l'Fbi aveva ammonito il disegnatore Alex Raymond, il celebre illustratore di Flash Gordon, a non inserire più armi atomiche nelle sue storie. E nel 1945 lo scrittore Philip Wylie si vide censurare una sua opera di science fiction sulla bomba, Il cratere del Paradiso.
Ma si avvicinava il 6 agosto. Poco tempo prima un altro scrittore della rivista "Astounding", Robert A. Heinlein, nel romanzo breve Soluzione insoddisfacente aveva fornito un'altra visione profetica. Heinlein immaginava che gli Usa sarebbero stati coinvolti nella guerra in atto, e avrebbero costruito un'arma atomica capace di decretare la fine del conflitto imponendo al pianeta una dittatoriale "pax americana" (in realtà l'arma descritta non era una bomba, ma una specie di pulviscolo radioattivo). Sempre Heinlein, in Esplosioni che capitano (1940), aveva suggerito che una centrale nucleare avrebbe comportato dei rischi; l'autore proponeva di collocarla nello spazio, in modo da ritrasmettere sul pianeta l'energia sotto altra forma. In una sua Storia illustrata della fantascienza (1975) James E. Gunn, docente universitario e affermato autore, ha scritto:

Quando il 6 agosto 1945 giunse la notizia della distruzione di Hiroshima, ogni lettore di fantascienza in ogni parte del globo sapeva cosa voleva dire questo fatto, e quali erano le implicazioni. Nella nostra immaginazione avevamo già vissuto molte volte tale esperienza. L'era atomica iniziava. Mi chiesi se per caso la bomba non avesse innescato una reazione a catena con la Terra stessa e, in questo caso, quanto tempo sarebbe occorso perché la disintegrazione planetaria giungesse agli Usa.

Un'ipotesi del genere, per quanto bislacca (la reazione a catena che si comunica a materiali non fissili, un "grande nulla" capace di inglobare l'universo) dava corpo a un timore diffuso perfino presso alcuni scienziati. Gunn continua:

Al tempo della prima esplosione atomica sperimentale, Alamogordo 16 luglio 1945, Carson Mark, uno dei brillanti scienziati dello staff, temé fino all'ultimo che la palla di fuoco non avrebbe smesso di crescere, fino a inglobare cielo e terra.

Si sarebbe portati un po' a pensare che questi "brillanti scienziati", tra la certezza incrollabile di lavorare per la libertà e qualche (recondito) senso di colpa nei confronti di civili che sarebbero stati annichilati a centinaia di migliaia, temessero soprattutto per la propria pelle...

Dai pochi esempi citati si può forse intuire quanto, e per quanto tempo, l'energia atomica abbia monopolizzato in tema di guerre l'immaginario fantascientifico (e non). Ma non di sole bombe A, o H, o N (al neutrone) si è interessata questa narrativa.
Per portare un esempio alternativo partiamo ancora da Wells e da un suo insolito romanzo del 1908, La guerra nell'aria. Opera apocalittica tra racconto e saggio, vi si narra di una conflagrazione mondiale in cui gigantesche aeronavi, mongolfiere da guerra e aerei fantastici solcano i cieli seminando morte ovunque; non si parla di atomica ma si presagisce l'orrore del conflitto globale, alla cui lettura oggi il romanzo unisce un gustoso ma ambiguo sapore rètro:

L'idea che il mondo intero era in guerra (...) si fece strada molto lentamente nel cervello di Bert. Nella sua fantasia il conflitto, fonte di notizie e di emozioni, era qualcosa che avveniva in una zona circoscritta e che si usava chiamare teatro di guerra. Ora invece l'intera atmosfera ne era teatro e ogni paese un'arena di combattimento; le nazioni erano ormai così poco distanziate nella gara delle ricerche scientifiche e delle invenzioni, e le loro conquiste così simili, benché fossero state tenute rigorosamente segrete che, a poche ore dalla partenza della prima flotta dalla Franconia, una grande flotta aerea asiatica si era spinta a ovest volando alta sopra i milioni di uomini che, colmi di meraviglia, la osservavano dalla pianura del Gange. Ma i preparativi militari della Confederazione dell'Asia Orientale erano stati fatti su scala assai più vasta di quelli del governo tedesco (...) Quando bombardarono New York, i tedeschi avevano a malapena trecento aeronavi in tutto il mondo, mentre la flotta asiatica che volava a est, a ovest e a sud ne contava parecchie migliaia. Inoltre gli asiatici possedevano il Niaio, leggero ma molto efficiente, infinitamente superiore al Drachenflieger tedesco. Era, come quest'ultimo, un monoposto, ma costruito in acciaio, bambù e seta artificiale; aveva un motore trasversale e ali laterali che si muovevano come quelle degli uccelli. L'aeronauta era armato di un fucile mitragliatore che sparava pallottole esplosive con carica a ossigeno e inoltre, fedele alle migliori tradizioni del Giappone, di una spada. I piloti erano giapponesi ed è significativo che fin dall'inizio si pensasse a un'aeronauta spadaccino. Le ali di questi aerei erano dotate di artigli simili a quelli del pipistrello, con i quali si agganciavano ai comparti a gas dell'aeronave avversaria mentre l'abbordavano (...)

Nel famoso saggio sulla fantascienza Nuove mappe dell'inferno (1960), Kingsley Amis definiva La guerra nell'aria "il più potente" dei romanzi di Wells, "per la sua curiosa sintesi della prima, della seconda e della terza guerra mondiale (...) con un suono inconfondibilmente moderno di satira e ammonimento al tempo stesso".
Restando per un'ultima volta in ambito wellsiano, non è possibile ignorare La guerra dei mondi (1897), per l'insieme dei simboli e temi che racchiude. I Marziani di Wells incarnano il dualismo di una identità in cui si mescolano una fisionomia inumana e una umana "malvagità assoluta", che ci ricordano il Jekyll e Hyde di Stevenson, o la vergognosa degenerazione del ritratto di Dorian Gray (Wilde), e che in definitiva ci rimandano alla parte più oscura e abietta di noi stessi. Inoltre (ma questo può oggi interessare di meno) nel corso della narrazione Wells inseriva elementi di critica sociale: se i Marziani erano invincibili e riuscivano a radere Londra al suolo, ciò accadeva perché la grande potenza militare dell'impero inglese era divenuta, a suo parere, sostanzialmente fragile. In ogni caso La guerra dei mondi ci ricorda - se ce ne fosse ancora bisogno - che anche descrivendo eventi di fantasia o improbabili creature (nella fattispecie gli alieni) è possibile parlare del "qui e ora".

Nell'universo repressivo e ossessivo dell'orwelliano 1984 ricorrono, fra altri, tre slogan: LA GUERRA È PACE / L'IGNORANZA È FORZA / LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ: l'applicazione letterale di queste "massime" contribuisce in modo determinante alla perpetuazione del regime dittatoriale.
Orwell immagina il mondo del (suo) futuro diviso in tre grandi superstati: Eurasia, Oceania, Estasia, in perenne belligeranza reciproca. In realtà si tratta di un conflitto dagli scopi limitati, attuato soprattutto in zone di confine e che coinvolge un numero tutto sommato ristretto di persone, soprattutto specialisti della guerra. Le perdite sono relativamente modeste per una guerra, anche se "l'isterismo guerriero" porta ad azioni di stupro, saccheggio, stragi di bambini, assoggettamento di intere popolazioni in schiavitù, ferocissime rappresaglie contro i prigionieri, interminabile spargimento di sangue. Tale guerra tuttavia non potrà mai giungere a una conclusione, poiché le forze dei tre superstati sono sostanzialmente bilanciate e perché le alleanze variano continuamente fra loro:

Uno dei principali scopi della guerra è consumare i prodotti della macchina senza migliorare il generale livello di vita. (...) Se tranquillità e sicurezza fossero godute da tutti nello stesso modo, la maggior parte degli esseri umani avrebbe appreso a leggere, scrivere, pensare col proprio cervello; (...) e non avrebbe tardato prima o poi a capire che la minoranza privilegiata non aveva alcuna reale funzione, cercando quindi di scalzarla. (...) Nello stesso tempo, la consapevolezza del continuo stato di guerra, e quindi del perpetuo pericolo che da essa deriva, fa apparire del tutto naturale rimettere il potere in mano a una casta minore. La guerra, quindi, (...) si raffigura anche in una forma psicologicamente accettabile. (...) Né importa che essa ci sia realmente: la sola cosa indispensabile è che esista tale stato di guerra. Proprio tra le file del Partito Interno l'isterismo guerriero e l'odio del nemico sono più forti. Si rende spesso necessario, per un membro del Partito Interno, sapere che questa o quella notizia riguardante il conflitto in corso è inventata, [ciò nonostante] nessun membro del Partito vacilla un solo attimo nel suo mistico credo che la guerra è reale, necessaria, e destinata a terminare vittoriosamente. (...) La stessa parola guerra è diventata equivoca. Sarebbe probabilmente esatto dire che, una volta diventata continua, senza più interruzione, la guerra ha cessato propriamente di esistere. Una pace che fosse davvero permanente sarebbe in tutto identica a una guerra, appunto, permanente. Questo (sebbene la maggior parte dei membri del Partito se ne renda conto solo superficialmente) è il vero significato dello slogan LA GUERRA È PACE.

È trascorso più di mezzo secolo dalla pubblicazione di 1984, e certamente alcuni spunti e analisi orwelliani appaiono superati, se non addirittura ottimistici (come l'idea generica che un maggior tasso di acculturamento possa far pensare col proprio cervello), tuttavia il romanzo rimane sostanzialmente attuale per numerose intuizioni e (purtroppo) profezie: in particolare, il micidiale mix di "guerra perpetua" (necessaria), la manipolazione dei media (censura dei giornali e della tv), l'alterazione del passato (anche recente), perfino il desiderio di ridurre le possibilità espressive del linguaggio. Se guardiamo dunque a ciò che sta accadendo in questi tempi ci accorgiamo di essere in pieno 1984; e scopriamo che tutte le ricchissime elaborazioni della sinistra (marxismo, anarchismo etc.) sulle cause dei conflitti armati, e sui reali interessi (cioè men che zero) della gente comune alla guerra, a questo tipo di guerra, e le istanze di riscatto dei più deboli, vengono costantemente metodicamente ed energicamente rimosse, se non dileggiate.
COMUNITÀ- IDENTITÀ - STABILITÀ era per contro il motto di un altro celebre stato totalitario, quello descritto da Aldous Huxley nel suo Mondo nuovo. Qui la società ha un'organizzazione tipo "alveare": grazie ai progressi dell'ingegneria genetica (non si dimentichi che l'opera risale al 1932! In Italia giunse l'anno seguente) il governo è in grado di calcolare quali e quanti cittadini, e di che genere, siano volta per volta necessari, affinché lo stato proceda nel "migliore dei modi". Già prima della nascita, a ciascun individuo viene assegnato un preciso e limitato compito sociale: operaio, aviatore, eccetera; e gli individui nasceranno in classi nettamente condizionate e differenziate (somaticamente e psichicamente) tra loro. Questi futuri cittadini saranno dunque felici:

Il segreto della felicità e della virtù è questo: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a far sì che la gente agogni la sua inevitabile destinazione sociale.

E infatti, guardando con occhio disincantato all'universo descritto nel Mondo nuovo, occorre convenire che l'infernale e irridente meccanismo ipotizzato da Huxley funziona, né è facilmente smontabile concettualmente: se il fine supremo dell'uomo è il raggiungimento della felicità, chi può negare che quella del Mondo nuovo non sia una società di felici? D'altronde, non è anche vero che la nostra società tende a inculcare la convinzione che ciascuno di noi, qualunque sia il proprio stato, dovrebbe mettere da parte pensieri circa ingiustizie e disparità, e trovare "in sé" il modo di essere soddisfatto e felice?
Qualcuno obietterà: nel Mondo nuovo non ci sono guerre, e neanche malattie: a che pro citarlo in questa sede? Bene: ne scrivo giusto per questo. Ecco finalmente la "societas felix" in cui i conflitti saranno debellati, suggerisce Huxley! Possiamo comunque tranquillizzarci: quand'anche in quello scenario dovesse (per assurdo) spuntare una guerra, lo stato saprebbe ben produrre, geneticamente, il migliore (e più soddisfatto) dei soldati possibili...
Completamente diverso l'approccio al tema da parte del già nominato Robert A. Heinlein, in un romanzo rimasto celebre (che dette anche vita a un raffinato e complesso war game, e in anni recenti è stato reinventato cinematograficamente da Paul Verhoeven): Fanteria dello spazio. Specie negli anni Sessanta, moltissimo è stato scritto su Heinlein e sulla sua visione conservatrice, che talora rasentava il fascismo; e poi su alcune sue opere successive che per contro apparivano quasi dei manuali libertari e di emancipazione, soprattutto sessuale (il suo romanzo Straniero in terra straniera divenne, si dice, una "bibbia degli hippies", tuttavia a ben leggerlo si rivelava falsamente progressista). La verità è che Heinlein apparteneva a una destra "americana", con idee che a noialtri europei possono apparire, a volte, contraddittorie; ma soprattutto possedeva un mestiere di scrittore di prim'ordine. Fanteria dello spazio (1959) descriveva una guerra su altri mondi, anzi una guerriglia nel fango, un po' come sarebbe poi stato nel Vietnam. Il protagonista era un giovane che scappava di casa per arruolarsi nell'esercito e divenire così "vero uomo"; il che implicava ammazzamenti di perfidi e mostruosi alieni, col diretto corollario d'una invidiabile carriera. Una scheda del romanzo, presente in Nei labirinti della fantascienza (Guida critica a cura del Collettivo "Un'Ambigua Utopia", 1979) riportava: "La cosa stupefacente è che Heinlein, che forse con questo libro ha creato il suo capolavoro negativo, riesce ad essere tremendamente avvincente: al punto da comunicarci, per qualche fuggevole attimo, una sensazione di oscura complicità con i marines galattici. Di cui siamo liberi, subito dopo, di vergognarci o no".
Eppure è noto (l'abbiamo visto in questo stesso volume) che di ben altre valenze si potrebbe caricare la figura dell'"alieno". Piuttosto che scivolare nella sgradevole melassa mistica dell'ET spielberghiano, preferisco richiamare il micro-racconto più famoso della fantascienza, Sentinella (1954), di Fredric Brown. Anche qui c'è uno scontro tra umani e alieni. L'autore descrive il disagio del protagonista, un fante spaziale costretto a combattere la furia dei mostri invasori su un pianeta a cinquantamila anni luce da casa, con una forza di gravità doppia di quella cui è abituato, sotto una pioggia battente e un sole gigantesco. Ed ecco, una delle mostruose creature nemiche tenta di avvicinarsi alla postazione del nostro fante, il quale non ha scelta. Prende la mira e spara:

Il nemico emise il verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più. Quel verso, e la vista del cadavere, lo fecero rabbrividire. Molti col passare del tempo si erano abituati, non ci facevano più caso, ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, la pelle d'un bianco nauseante... e senza squame.

Storia estremamente semplice, quasi elementare: eppure già mezzo secolo fa la fantascienza insinuava con un pizzico di ironia il dubbio - che dovrebbe essere la norma - secondo cui per altri potremmo essere "noi" cattivissimi e "schifosi": non meno di quanto potrebbero rivelarsi per noi gli avversari. Un risultato non disprezzabile, per una letteratura "popolare", la science fiction moderna, nata su riviste di quart'ordine.
Nel mare magnum di storie di guerra cariche di retorica militarista, di ideali espansionistici e di conquista dell'uomo bianco occidentale, qualcosa tuttavia si salva: la fantascienza si è mostrata narrativa capace, a volte, di andare appunto contro le più viete convenzioni. Fin dagli anni '50 Theodore Sturgeon narrava di situazioni-limite con protagonisti emarginati, se non in qualche modo handicappati; personaggi che si rivelavano gli unici in grado di esprimere un'autentica umanità. Il racconto Il tuono e le rose (pubblicato nel 1947, quando ancora erano brucianti gli strascichi di una "guerra mondiale") ipotizza un repentino, massiccio bombardamento atomico sugli Usa, da est e da ovest. Non si sa chi siano i nemici. La nazione è rasa al suolo, l'intera popolazione contaminata dalle radiazioni è destinata all'estinzione. Il sergente Pete Mawser, distaccato in una base militare, individua casualmente un cunicolo che conduce in una grotta. Il sito contiene insoliti macchinari: si tratta, scopre Mawser, di una installazione automatica dotata di missili atomici. Dunque, con un semplice gesto, egli potrebbe liberare dozzine di missili a testata atomica e scatenare una rappresaglia che porterebbe alla morte dei nemici, probabilmente dell'intera umanità. Uno dei personaggi, la soubrette Starr Anthim, dice a Pete:

Credo che nessuno dei nostri avversari sapesse esattamente quanto fosse forte l'altro. C'era talmente tanta segretezza... Per quanto ci riguarda, anche noi non siamo senza colpe. Ma alla luce di ciò che tu hai scoperto, ciò che dobbiamo fare è difficile. Dobbiamo morire, Pete, ma senza contrattaccare con quei missili (...) L'umanità è in tutti gli esseri umani. Una malattia ha reso altri uomini nostri nemici per una volta, ma col passare delle generazioni i nemici diventano amici e viceversa. L'inimicizia di coloro che ci hanno ucciso è cosa talmente insignificante e temporanea, nel lungo corso della storia...

Pete userà la forza fisica per impedire al commilitone Sonny di "abbassare la leva", e saboterà il meccanismo che potrebbe attivare la rappresaglia. Ciò fatto:

Pete uscì, richiudendo accuratamente il divisorio. Certo che il lavoro di mimetizzazione della grotta e degli armamenti era stato ottimo. Sedette pesantemente su un banco di lavoro, lì vicino.
- Avrete la vostra chance - disse, rivolgendosi a un lontano futuro. - E perdio, sarà meglio che la sfruttiate bene.
Poi restò lì, semplicemente ad aspettare.

Il 1953, nell'epoca della famosa "Guerra fredda" fra Usa e Urss con la "pax atomica" quale controverso deterrente, fu anche l'anno in cui uscì La decima vittima (in originale The Seventh Victim), racconto tra i più celebri di Robert Sheckley, autore di punta della cosiddetta social science fiction: un filone le cui storie erano ispirate soprattutto a certi meccanismi della società. Nel racconto di Sheckley si descriveva un mondo futuro nel quale si era cercato di incanalare diversamente la componente violenta dell'uomo. Il protagonista, Stanton Frelaine, riceve un'attesa comunicazione dal CCE, il governativo Centro di Catarsi Emotiva:

- Una bella uccisione ti farà bene - disse Morger. - Hai i nervi tesi, Stanton!
- Lo so. - Frelaine sogghignò di nuovo.
- Vorrei tornare giovane - disse Morger. - Mi viene voglia di impugnare di nuovo una pistola.
Il vecchio era stato un Cacciatore formidabile, ai suoi tempi. Dieci cacce fortunate lo avevano qualificato per l'ammissione all'esclusivo Club dei Dieci. E naturalmente, dopo ogni caccia Morger aveva dovuto fungere da Vittima: quindi aveva all'attivo venti uccisioni.
- Spero che la mia Vittima non sia un tipo come te - disse Frelaine, quasi scherzando.
- Non preoccuparti. E questa sarà...?
- La settima.
- Sette è un numero fortunato. Coraggio.
A quell'epoca si era sentita la necessità di una pace stabile, duratura. C'era una ragione pratica, molto semplice: l'annientamento totale era ormai un pericolo incombente. Le armi diventavano sempre più potenti, efficienti, sterminatrici. Ma si era giunti al punto di saturazione: la prossima guerra avrebbe messo fine a tutte le guerre. Perciò la pace doveva durare per sempre; ma gli uomini che l'avevano preparata erano tipi pratici. Sapevano che esistono tensioni e squilibri, vale a dire i focolai in cui si cucinano le guerre. E si chiesero perché la pace in passato non fosse mai stata stabile.
- Perché gli uomini amano combattere - fu la risposta.
- Oh, no! - gridarono gli idealisti.
Il problema era: stabilire una pace che durasse; impedire agli uomini di autodistruggersi, ma senza cancellare le caratteristiche che li spingevano a farlo.
L'unico modo, decisero, era incanalare la loro violenza in un'altra direzione. Ma la gente esigeva un prodotto autentico. E non esistono surrogati per l'omicidio.
Così l'omicidio venne legalizzato su una base rigorosamente individuale, e solo per coloro che lo desideravano.

Il racconto (che nel 1965 fu trasferito sullo schermo, in un mediocre film di Elio Petri, con Marcello Mastroianni e Ursula Andress) diede impulso a una serie di opere narrative e filmiche imperniate sul tema della caccia all'uomo, o dei giochi che hanno per posta la vita umana.
Diversa, a suo modo emblematica, la situazione presentata nel lungo racconto Il Tempio di Satana, di Daniel F. Galouye (1954). Un leggendario Despota è arroccato in una fortezza-bunker contro la quale è in corso da anni una estenuante battaglia, con perdite gravissime; il protagonista riuscirà a espugnare il bunker, ma si renderà conto che il suo gesto consoliderà lo status quo: giunto al vertice, egli "dovrà" sostituirsi all'espugnato nel suo stesso ruolo.
Il romanzo di Samuel R. Delany Triton (1976) si svolge su un satellite del pianeta Nettuno, Tritone, dove si è trasferita una cospicua fetta dell'umanità. Fra altre cose vi è descritta un genere di guerra, strana per l'epoca in cui uscì il romanzo, in quanto dura solo pochi giorni, e che assume oggi una diversa luce: "Il cliché dei soldati aveva subìto una notevole svalutazione. Sicché si trattava di un conflitto fatto di pulsanti, spie, sabotaggi; e restavano uccisi solo i civili, perché erano le uniche persone implicate".

Un richiamo ritengo meriti anche Il mondo della foresta di Ursula K. LeGuin (1967), benché sintetizzare questa storia significhi svalutarla. È un romanzo sulla colonizzazione spesso violenta e sanguinaria (una vera invasione) del pianeta Atheshe, abitato da una piccola e pacifica specie umanoide i cui maschi sono capaci di controllare i propri sogni, mentre sono le femmine a tradurre in decisioni "politiche" quelle visioni. Ma i terrestri non riescono a penetrare in una cultura lontanissima dalla loro, dall'antropologo Ljubov al capitano Davidson, che si muove nella foresta come se fosse il Vietnam. Il pianeta viene disboscato, l'equilibrio ecologico è stravolto. E i nativi alla fine dovranno rinunciare a vivere nella loro dimensione creativa: dai terrestri hanno imparato a uccidere.

Specie negli anni Sessanta, ampia risonanza ebbero le storie di "fantapolitica", un filone che estrapolava a breve termine da situazioni reali, e che produsse anche film di notevole rilievo, molti dei quali tratti da romanzi (o di cui fu poi scritto il romanzo): Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick (1964), Sette giorni a maggio di John Frankenheimer (1964), Il gioco della guerra dell'inglese Peter Watkins (1964), che in Gran Bretagna fu severamente censurato dalla BBC per la crudezza e il realismo delle scene. E poi ancora A prova d'errore di Sidney Lumet (1964), Stato d'allarme di John B. Harris (1965), Ultimi bagliori di un crepuscolo di Robert Aldrich (1977), L'ultima spiaggia di Stanley Kramer (1959): film basati, con sfaccettature diverse, su possibili falle nel cosiddetto "equilibrio del terrore" creatosi durante la proliferazione delle testate atomiche. Il sub?genere, opportunamente aggiornato, è stato poi ripreso in seguito in noti romanzi di Tom Clancy, Frederick Forsyth e altri. Il giorno dello sciacallo di Forsyth immaginava un killer incaricato dall'Oas, un'organizzazione di destra, di uccidere il presidente francese Charles De Gaulle. Ottimo l'omonimo film (1975). Lo stesso scrittore nel 1984 pubblica Il quarto protocollo, in cui narrava di un piano del Kgb implicante un attentato a una base americana, che facesse però ricadere la colpa sui britannici. Mediocre stavolta l'omonimo film (1987), nonostante un discreto Michael Caine. In Icona (1996) Forsyth immaginava nel 1999 la morte di Boris Eltsin, il Presidente della Repubblica federale russa.
Di Clancy ricorderò quale esempio La grande fuga dell'Ottobre Rosso (1986, Hunt for the Red October, da cui il film Caccia a Ottobre Rosso di John McTiernan, 1990). Alla fantapolitica potrebbe annettersi il film Alba rossa di John Milius (1984), nel quale si realizzava la massima paranoia americana: l'Urss invadeva gli Usa. Buon antesignano del tema, il Cyril Kornbluth (peraltro ottimo scrittore) del romanzo Non sarà per agosto (1955), dove però gli yankees hanno sempre l'asso nella manica. Lo seguiva sulla stessa via, sempre nel 1955, Jerry Sohl col romanzo Il pianeta dell'esilio (1955): esiliato era appunto il governo degli Usa, trasferitosi addirittura su Marte in attesa del riscatto.
Il film L'ultima spiaggia (dall'omonimo romanzo dell'australiano Nevil Shute, On the Beach, 1957) rappresentava al contempo anche il sub-genere del "day after", in quanto descrizione di uno sparuto gruppo di persone che tentavano di riorganizzarsi dopo un olocausto nucleare in una drammatica attesa della fine; stessa cosa per il coinvolgente Testament della regista Lynne Littmann (1983). Numerosissime, come si può immaginare, anche le storie su questo tema: a quella già citata di Sturgeon aggiungerei Il silenzio della morte di Wilson Tucker (1952), duro e asciutto romanzo sui sopravvissuti a una guerra batteriologica, probabilmente uno dei primi esempi sull'argomento; e Lot (1963/64, Lot e Lot's Daughter; "Urania" n. 375, 1965) di Ward Moore, la cui pubblicazione incontrò negli Usa alcune difficoltà (il racconto lasciava intuire che similmente all'omonimo personaggio biblico scampato alla distruzione di Sodoma, il protagonista americano salvatosi dallo scoppio dell'atomica si unisse incestuosamente alle due figlie). Né va dimenticato il film che ha dato in nome al filone: The Day After appunto (1983), di Nicholas Meyer: per aggiungere subito che, invece, come opera in sé, essa è decisamente... da dimenticare.
Con l'avvento del cyberpunk le guerre si sono in parte trasferite all'interno della grande rete, o nelle realtà virtuali. Brevissima ma fulminante una storia di Geoffrey A. Landis, Nel mondo dei sensi (1990): in un paio di paginette è riassunta l'odissea di Drusilla e Rachel, a partire dal loro rastrellamento nel ghetto da parte dei nazisti. Entrambe vengono spedite in un lager. Lì trascorreranno mesi d'inferno, coinvolte in uno scenario di estrema crescente abiezione e sofferenza, infine saranno condotte a morte:

Mentre il gas defluiva in un sibilo, mentre gli altri si coprivano la bocca con le mani o trattenevano il respiro, loro cominciarono a cantare sottovoce...

Ma poi narrazione cambia drasticamente:

- Non trovi che sia stata un'esperienza sensoriale impareggiabile?
- Sbalorditiva - rispose. - Che intensità...
- Dolore - aggiunse la donna. - Incredibile. Mai provato nulla di simile.
- C'è una lista d'attesa di anni - aggiunse un uomo. - Dobbiamo tornarci! Mi hanno detto che il prossimo spettacolo è anche migliore di questo.
- Davvero? Andiamoci! Com'è intitolato?
- Penso che si chiami Olocausto nucleare.
- Non vedo l'ora - esclamò la donna.

Il racconto di Vittorio Curtoni La sindrome lunare (1977) narra di un "day after" conseguente a una guerra combattuta a base anche di allucinogeni. Il conflitto sembra terminato, ma il suo esito è lo sfrangiamento di ogni legame interpersonale; l'individuo non riconosce più se stesso, a maggior ragione disconosce il proprio simile. L'umanità vi appare parcellizzata, polverizzata, schizoide, prigioniera di brandelli deformati di ricordi e di emanazioni psichiche, priva ormai di qualunque aggancio al suo passato e al sociale. Storia significativa non solo in quanto narrativamente riuscita, ma soprattutto perché allegoria della cortina fumogena nella quale costantemente ci affogano i media, travisando o ignorando le notizie più importanti. D'altronde siamo in una società in cui si convince la gente (ed esiste una legge in proposito) che la bandiera della pace equivale a vilipendio dello stendardo nazionale. Ma tutto ha una sua logica, per quanto diabolica: evidentemente oggi la pace certamente vilipende molti; tanto che noti opinionisti fanno i "distinguo", in articoli di fondo, se a marciare per la famosa pace, magari congiuntamente, siano i cattolici o altri.
Tutti i miti dell'Ebro (1986), racconto di Franco Ricciardiello, si svolge "oggi", ma nella Spagna della Guerra Civile: per la precisione, l'azione si situa nelle tredici ore che vanno dalle 8,35 alle 21,10 del 29 ottobre 1938: un lasso di tempo che pare essere misteriosamente riemerso e inceppatosi per ritornare sempre su se stesso, come un'altalena o un loop. I due personaggi - il protagonista e la sua ragazza - si ritrovano imprigionati in quella scheggia temporale che fu anche una sorta di crocevia degli eventi, un momento della storia assolutamente cruciale per quella guerra e probabilmente anche per il futuro assetto europeo. Purtroppo per i due, consapevoli di ciò che stanno sperimentando, non sarà possibile modificare la realtà. Ad ogni modo, "riviverla" direttamente li condurrà a una diversa consapevolezza; quella stessa che non dovremmo mai permettere venisse meno, o che fosse offuscata dai mercanti dell'ultima ora.

In chiusura, Valerio Evangelisti.
Difficile riassumere in breve le sfaccettature di quest'autore, al quale dobbiamo romanzi che ritengo poderosi. Mi preme qui evidenziare una "tensione etica" sottesa a tutta la sua narrativa, fantascientifica e non; un'eticità però tutt'altro che urlata, nonostante le sue opere siano spesso crudeli, descrittive di istinti bestiali, atti criminosi, psicologie aberranti, situazioni devastate. Ma come sempre accade nelle "anti?utopie" (e tali potrebbero considerarsi le narrazioni di Evangelisti), l'universo che vi è ritratto è un evidente riflesso del nostro; in esso leggiamo e viviamo semplicemente le brutture - talora anche gli elementari bisogni - di chi non ha più nulla da perdere se non le proprie catene. La forza dell'autore è anche nella pagina limpida e funzionale, nelle dottissime elaborazioni, nell'avventura, i simbolismi da incubo, la maledizione che incatena passato?presente?futuro e sembra aver dissolto ogni idea di riscatto.
Gli estratti che seguono sono dal racconto O Gorica, tu sei maledetta (1995):

(...) Quello che doveva fingere di ignorare, era che la RACHE faceva dei prigionieri più robusti altrettanti Poliploidi, dopo averli immersi nelle grandi vasche di Karlovac in cui ribolliva un enzima dal nome impossibile. I Poliploidi divenivano guerrieri stupidissimi ma quasi invulnerabili, i cui organi si moltiplicavano di continuo per effetto del mutagene. Essi morivano da soli quando il numero dei loro cuori, polmoni e reni diventava eccessivo in rapporto alla stazza corporea. Oppure quando venivano letteralmente squarciati o carbonizzati dalle esplosioni. Ma un unico proiettile non poteva danneggiarli seriamente.

Questa vera "carne da cannone" viene utilizzata in un conflitto insensato che si svolge in Balcania, impero federale rabberciato dopo la polverizzazione dell'ex Iugoslavia. La guerra vede su fronti contrapposti (ma si scoprirà che i vertici sono conniventi) l'Eurobank e la RACHE. Questa sigla sta per Rassenchemie, "chimica della razza".

Se Grol stava con la RACHE, era perché credeva in un mondo di uomini forti, in cui l'aristocrazia era costituita da gente superiore alla pietà. Quella visione grandiosa, di una ferocia piena di fascino, lo aiutava a sopportare le angherie degli ufficiali, e a dimenticare quelle davvero atroci subite quando era un ragazzetto, a Vukovar.
(...) [Grol] afferrò l'ometto per i capelli e fece cenno al cronista di avvicinarsi con la telecamera. Ai suoi piedi, un paio di donne piangevano sommessamente. Meglio. La scena sarebbe riuscita più drammatica. -- È un ebreo? - chiese il cameraman mentre azionava lo zoom.
- No, di ebrei non ce ne sono più - rispose Grol distrattamente. - Però è un mondialista.

Facile intuire cosa sia, nel racconto, un mondialista: uno di quei rompiscatole che si adoperano, a qualunque livello, perché vengano affermati diritti essenziali e democrazia, conquiste ritenute sempre più un fastidioso intralcio, una perdita di tempo e soprattutto di denaro.
Perché esiste una fantascienza che ci parla anche di questo.

© Vittorio Catani 2003


Vittorio Catani
(Lecce 1940), ex funzionario di banca, vive a Bari. Come autore di fantascienza esordì nel 1962 sull'edizione italiana di "Galaxy". Collabora alla "Gazzetta del Mezzogiorno". Suoi articoli e racconti sono apparsi sulle principali testate fantascientifiche italiane, e su riviste e quotidiani; vari racconti sono stati tradotti in Paesi europei. Ha pubblicato sette volumi di narrativa (fra cui il romanzo Gli universi di Moras, Mondadori 1990, vincitore della 1a edizione del Premio Urania), un'antologia scolastica di fanta?racconti di autori italiani, due volumi di saggistica. Collabora alle riviste "Delos" e "Carmilla" (telematiche), "Villaggio Globale" (trimestrale cartaceo di ecologia), all'antologia cartacea periodica "Alia". "Storie dal villaggio globale" (2005) raccoglie 21 racconti brevi fanta?ecologici (reperibile su www.delosstore.it/bazaar/)

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