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Incontro semiserio con Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini
a cura di Carlo Santulli
Pubblicato su SITO


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Articoli Elio Vittorini e la sua “Conversazione in Sicilia” è uno di quegli scritti con i quali, prima o poi, occorre fare i conti. Per vari motivi: perché è stato un testo molto amato, e citato, anche se magari non letto a fondo. Inoltre, perché, a scapito dell'apparente semplicità, consente una serie di letture stratificate ed anche per piani intersecantisi. Poi, perché rappresenta uno dei capisaldi della nostra letteratura di opposizione al fascismo: non nel senso, per esempio, dello stile post-verista, ed a volte scontroso, ma sempre serissimo e documentato, dei romanzi di Silone. Silone pensava che, per narrare qualcosa che non solo servisse come presa di coscienza, ma anche come documento politico, occorresse in certo senso rifarsi a Verga: non nel senso di imitarlo (ci mancherebbe), ma di prenderne quel rigore, che esclude ogni compiacimento, per non dire ironia. Aggiornandolo, se vogliamo, ma lasciandone intatta la natura di documentarismo fotografico, che la letteratura, a meno di forzarla, consente fino ad un certo punto. Ed è chiaro che, parlando di efficacia documentale, il problema della lingua diviene centrale: Silone non scrisse trattati di linguistica, ma cercò per tutta la vita di stringere la sua lingua scritta a quello che era il parlato, cercando però di utilizzare solo quando strettamente necessario il termine dialettale, di cui invece Verga faceva largo uso. C'è un senso delle parole, che va al di là del vocabolo usato per esprimere un concetto, ed inoltre il dialetto si opponeva in certo senso allo scopo universalistico, e quasi di redenzione, che Silone voleva dare ad i suoi romanzi.
Ecco, “Conversazione in Sicilia” è senz'altro una lettura spiazzante, prima di tutto perché i significati allegorici che l'autore sparge a piene mani sono tutt'altro che chiari ed evidenti (e leggendolo oggi, a distanza di quasi settant'anni, questa sensazione di confusione e di forzatura certo si accresce). Per fortuna, ci sono le note esplicative, che ci dicono per esempio che un personaggio come Ezechiele rappresenta la cultura idealistica, infatti possiede soltanto un punteruolo, ma non coltelli e forbici, e Porfirio la cultura cattolica: così c'è il fascista, gli operai che cantano una strana canzone, ecc.
All'epoca, come osservava Geno Pampaloni, fu un libro che fece commuovere. Oggi non saprei: io non mi sono commosso per nulla. Mi rimane la sensazione dei sapori e degli odori della Sicilia vissuta per ferrovia (in un tratto sulla compianta linea Siracusa-Vizzini): le carrube, gli aranci, e così via. Ma alcune parti, con buona pace degli esegeti, sono assolutamente incomprensibili, o almeno vogliono dire qualcosa, ma che cosa, lo sa solo Dio (e Vittorini, naturalmente).
C'è certo l'influenza di certo romanzo americano, come di “Pian della Tortilla” di Steinbeck, e risalendo all'indietro, del “Novellino” e della grande tradizione favolistica medievale: perché questo è il cuore del problema, la rappresentazione di una Sicilia triste e atavica, ma magica, mistica, odorosa...e sofferente. Sofferente sotto il fascismo, con ogni probabilità, ma sofferente e basta, in altro senso. E d'altronde, non sembra di vederlo, il Gran Lombardo, che crede che l'uomo sia pronto per più grandi doveri? E il Gran Lombardo, chi è? Uno che ha partecipato ai tumulti dei Fasci Siciliani nel 1893, secondo l'esegesi. D'accordo, ma sapere questo è essenziale alla narrazione?
Vittorini diceva che non si scrivono dei libri, ma “un libro” in cui si dice l'essenziale: il resto è solo di contorno (strana affermazione, in verità, applicabile ad una minoranza di grandi scrittori, secondo me: difficile anche pensare che, per esempio, Flaubert o Tolstoj abbiano scritto un libro solo). E questo è forse esplicativo del suo modo di procedere: per grandi affermazioni apodittiche. Comunque sia, questo sarebbe il suo libro. In Vittorini, i personaggi sono anche metafore di un modo d'essere, quindi sono poco personaggi, a mio modesto avviso (c'entra forse fino ad un certo punto il fatto che siano allegorici: Farinata degli Uberti nell'Inferno dantesco è un gran personaggio, fatta salva l'allegoria della sua collocazione infernale).
In ogni modo, le varie allegorie dovevano apparire chiare agli uomini della sua epoca (o se non altro agli intellettuali vicini all'autore): una madre che appare come mito della fertilità (“Benedetta vacca”), una statua di bronzo di un nudo di donna, che conclude l'opera, e viene ammirata in tutti i sensi dai passanti (i vari personaggi che si sono succeduti nella “Conversazione”, tutti uomini ovviamente), che ripetono ognuno il proprio leitmotiv, la frasetta che li rende riconoscibili.
Ecco, io ci ho capito veramente poco (lo ammetto senza problemi): quel che vedo è uno stile strano e curioso, molto radicato nella tradizione del romanzo grottesco, o umoristico, della sua epoca, che ricorda molto più un'operina pseudo-fantascientifica di Michele Saponaro, “La città felice”, poi fortunato biografo di Foscolo, Machiavelli, ecc., che Steinbeck o Hemingway. Posso fare riserve su “Pian della Tortilla”, specie sulla meccanicità di certe situazioni e passaggi, e sulla morale di fondo, ma ci vedo un disegno preciso, una storia, dei personaggi delineati.
Invece, di “Conversazione in Sicilia” non solo ci ho capito poco, ma quel che ci ho capito mi preoccupa, perché collima abbastanza con alcuni passi di una recensione anonima, uscita sul “Popolo d'Italia”, e riportata nelle note bibliografiche, che compara Vittorini a Pitigrilli e Da Verona, spregiativamente, perché, nel 1942, Da Verona era morto in disgrazia, e Pitigrilli, benché ancora in Italia, non era eccessivamente gradito al regime (eufemismo): entrambi erano ebrei, e questo nel 1942, voleva purtroppo dire qualcosa. Però che Vittorini non si preoccupi, secondo me, abbastanza di scrivere in uno stile che non ricordi quello, elegante e salottiero, dei due, non riesco a negarlo.
Sono tuttavia in disaccordo con l'assunto principale della recensione del giornale mussoliniano, che si tratti di volgare pornografia. Di pornografia in verità non c'è traccia, nemmeno a vedere il romanzo con gli occhi di uno del 1942, secondo me. Però...
Una cosa che mi ha sempre spaventato in Italia è il punto di partenza e quello d'arrivo di certi fenomeni: da un romanzo bellissimo e moralmente limpido come “Don Giovanni in Sicilia” di Vitaliano Brancati (dove ugualmente la Sicilia è vivida, anzi splendente sotto il sole, o anche sotto il vento, catanese), sono venuti fuori spesso dei mediocri prodotti letterari e cinematografici (il cosiddetto film “siciliano”), tutti giocati sull'attesa, o sulla negazione, dell'incontro sessuale, e sulla pruruginosità delle situazioni (e, va detto, degli spettatori). E ci sono cascati in molti, anche ottimi registi, dal Comencini di “Dio mio, come sono caduta in basso” (dove c’è una delle più belle colonne sonore di Fiorenzo Carpi) al Tornatore di “Malena”. Così in Vittorini il protagonista viene portato a vedere, dalla madre che fa le iniezioni in paese, le donne, specialmente quelle giovani, che se le fanno fare (credo che a questo episodio si riferisca l’accusa di pornografia da parte del giornale mussoliniano). Qui la metafora dov’è? E le iniezioni sono diverse da quelle che in un racconto di Piero Chiara portano ad un’avventura erotica tra il medico del paese sul Lago Maggiore ed una giovane moglie insoddisfatta? Forse in Vittorini sono iniezioni metaforiche...

E' chiaro che Brancati non ne ha colpa: il problema è (anche) che il tipico intellettuale italiano, da un certo punto in poi, non riesce più a capire a cosa sta assistendo, ed in questo senso ricorda molto (perdonate l’irriverenza) la vecchia signora britannica dello sketch di Montesano che trovava tutto “molto pittoresco” semplicemente perché non lo capiva. Quando, per esempio, si parla de “Il giovane Holden” di Salinger, altro romanzo molto apprezzabile, forse un capolavoro, e si sprecano metafore e allegorie per indicarci che cosa le parole nasconderebbero e come certe pagine andrebbero lette, resto sempre scettico. L'applicazione delle nostre categorie mentali, basate sulla finzione e la dissimulazione (o al meglio, sull'allegoria) alla letteratura nord-americana, che pone al centro del discorso la narrazione, carica un autore come Salinger di filosofie (e di responsabilità, forse) che non gli appartengono, ed alla fine tradiscono quel che voleva dire. Non diversamente sta succedendo per esempio per un autore, piuttosto apprezzabile, come Paul Auster: a leggere le note di copertina einaudiane de “Il libro delle illusioni” si parla di discesa agli inferi, ritorno, ecc. ecc. Viceversa, a leggere il romanzo c'è una spaventosa drammaticità, anche molto thrilling, per dirla con gli anglosassoni, ed una storia complessa e movimentata, con un monumentale trattamento dei personaggi, che è probabilmente il vero e profondo motivo per leggere quel libro. Ma le metafore, come al solito, le vediamo soltanto noi italiani. (Non tutti, in verità: le metafore, in Auster come in Vittorini, io non riesco a vederle; forse sto rincretinendo...).

O la metafora è essenziale alla comprensione del romanzo da parte degli intellettuali? Ora capisco perché Vittorini, da consulente editoriale di Mondadori, scartò “Il gattopardo”: lì la metafora della condizione siciliana c'è, e si vede, tanto che la capisco anch'io (!), e, con buona pace di Vittorini, in un romanzo talmente abile e ben costruito che (è un'illazione, ovviamente) anche se fosse uscito in tempi di dittatura non penso proprio nessun censore avrebbe trovato qualcosa da ridire (ma non perché non sia aspro e pungente...).
Concludo esortando a leggere “Conversazione in Sicilia”, ma lasciando perdere le note bibliografiche e quant'altro: rifacendosi soltanto a quanto c'è scritto insomma. Così magari qualcuno spiega certi passi anche a me, il che (confesso) non mi spiacerebbe affatto.

© Carlo Santulli



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