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La fantascienza ed il fandom italiani (Un tentativo di inquadramento storico)
a cura di Fabio Calabrese
Pubblicato su PB19


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Questo articolo fa seguito ad altri che ho avuto occasione di stilare e di pubblicare in diverse sedi sul medesimo argomento, una tematica sulla quale ancora oggi sembra che non vi sia chiarezza né da parte del pubblico (il che è comprensibile e scusabile, né da parte di operatori ed appassionati, il che lo è francamente meno).

I pezzi a cui faccio riferimento sono in particolare due articoli, Gli anni bui (1) e Anni semibui (2) apparsi sulla pubblicazione on line “Continuum” ed altri due, Le molteplici nascite, morti e resurrezioni del fandom italiano (3) e Qualche ulteriore osservazione e appunto per una storia del fandom italiano (4) pubblicati rispettivamente sul n. 31 (maggio 2002) e sul n. 33 (febbraio 2003) di “Futuro Europa”, una delle due riviste della delle Perseo Libri (l'altra è “Nova SF”).

Che cosa sia la fantascienza, io spero che mi esenterete dal darne una definizione, ne sono state date già talmente tante, anche se in fondo la migliore mi sembra quella datane da Isaac Asimov, cioè di una letteratura che nasce dalla curiosità di immaginare come sarà il mondo dopo la nostra morte, in un futuro che può essere separato da noi da pochi decenni o da molte migliaia di anni. Non credo che, per tutti i fini pratici, occorra essere più precisi di così, tranne forse aggiungere la regola che la previsione del futuro va fatta, per rispettare i canoni del genere, sulla base dell'estrapolazione scientifica e non ricorrendo, per esempio, alle profezie od all'astrologia.

È probabile che la fantascienza non sia destinata a diventare mai un genere letterario di massa, anche a prescindere dal fatto che le persone che leggono libri o pubblicazioni periodi non per studio o per lavoro, ma per il piacere della lettura sono una minoranza dovunque, minoranza cui i mezzi di comunicazione di massa, dal cinema alla televisione, ad internet, hanno imposto oggi un'ulteriore contrazione.

Da qualcosa come trenta - quarant'anni, da quando gli effetti speciali hanno raggiunto un livello notevole di raffinatezza tecnica e spettacolarità, alcuni film di fantascienza hanno avuto un larghissimo successo. Se non erro, nel 1979, Guerre stellari di George Lucas tolse il record mondiale d'incassi a Lo squalo di Steven Spielberg che l'aveva precedentemente strappato a Via col vento che l'aveva detenuto per decenni. In tempi successivi - devo confessare, con un certo dispetto da parte mia- Titanic, battendo a sua volta il primato di Star Wars, ha segnato la rivincita della cinematografia romantico-sentimentale su quella fantastico-fantascientifica.

Tuttavia è chiaro che per la fantascienza letteraria non potremo mai aspettarci performance di questo genere, ed il perché è piuttosto ovvio: a differenza di altre forme di letteratura fantastica, la fantascienza non parla di cose impossibili e irrealizzabili, ma di cose che potrebbero accadere in un futuro più o meno prossimo o remoto, nondimeno è chiaro che essa si allontana ugualmente da quel reale quotidiano che fornisce i punti di riferimento senza i quali molti, moltissimi si sentono sperduti. La fantascienza cinematografica supplisce almeno parzialmente a ciò con la spettacolarità del suo impatto visivo, ma questo la science fiction scritta non lo può fare, sospetto fortemente che non diventerà mai un fenomeno di massa, ma proprio quello che per molti è un limite, può costituire un motivo di fascino per alcuni: l'apertura verso un ignoto che non è semplice fantasticheria, ma che, dati scientifici alla mano, potrebbe tradursi un domani in una realtà concreta. Per questo, la fantascienza è sempre stata accompagnata fin dalle origini dal fenomeno del fandom, sollevando in alcuni un interesse che sfiora la dedizione.

Il termine “fandom” viene dall'inglese “fan-domain”, “ambiente di appassionati”, e noi sappiamo che ci possono essere ambienti di appassionati legati alle più svariate attività umane, soprattutto quelle che hanno un fine ludico, sportivo, d'intrattenimento: vi possono essere fandom dei giochi di ruolo, dei divi dello spettacolo, di serie televisive; nel concetto di “fandom” potrebbero rientrare le tifoserie delle varie società sportive, gli appassionati di filatelia, di scacchi, di modellismo, ma ovviamente il fandom di cui mi occuperò in questo articolo sarà quello degli appassionati di fantascienza.

La fantascienza è nata come genere riconosciuto negli Stati Uniti negli anni '20 del XX secolo. Convenzionalmente si considera come “data di nascita” della fantascienza l'aprile 1924, con la pubblicazione del primo numero della rivista “Astounding” di Hugo Gernsback. Fin dall'inizio, la fantascienza è stata accompagnata dal fenomeno del fandom; genere “di nicchia”, come si usa dire oggi, non ha mai potuto contare sulla vasta diffusione raggiunta in certi momenti da altri generi di letteratura popolare, forse perché richiede un atteggiamento mentale molto specifico, un interesse che trascende il “qui e ora” della vita quotidiana che non è da tutti, e perché richiede per essere seguita il possesso di un minimo di cultura scientifica da parte del lettore. Forse proprio per questo motivi ha avuto da una determinata fascia di lettori un accoglimento entusiasta: leggere fantascienza, discutere le tematiche sollevate in racconti e romanzi con amici od altri appassionati, ha sempre dato probabilmente la sensazione di trovarsi all'apice del progresso umano, di essere una sorta di pionieri di un mondo futuro da costruire sulle basi della razionalità e della scienza.

Il fandom non ha mai costituito una fetta numericamente molto estesa dei lettori di fantascienza, tuttavia ha dato sempre un contributo notevole al genere stesso (basti pensare che vi sono appassionati che sono lettori diuturni e collezionisti di tutto ciò che viene pubblicato di fantascienza, affrontando anche notevoli esborsi economici) ma soprattutto esso ha spesso costituito una palestra ed un vivaio di nuovi autori di fantascienza, diversi dei quali hanno raggiunto il professionismo uscendo dalle sue fila e si sono “fatti le ossa” sulle fanzine, riviste per appassionati realizzate da appassionati spesso in maniera veramente artigiana che giravano/girano in poche centinaia di copie fra gli “addetti ai lavori” (oggi l'epoca delle fanzine ciclostilate è quasi del tutto tramontata, sostituita dai siti e dalle pubblicazioni “on line” su internet).

Si suole distinguere un fandom attivo, composto da coloro che vanno alle convention, scrivono su bollettini e fanzine, da un fandom passivo composto da coloro che sono lettori appassionati, accaniti e devoti di tutto quanto è pubblicato sotto l'etichetta fantascientifica, ma non scrivono e non manifestano nulla, non danno segno della loro presenza se non attraverso le statistiche delle vendite delle case editrici.

Presentando il mio articolo su “Futuro Europa”, sia nella nota da lui messa ad introduzione al mio pezzo, sia sull'editoriale del n. 31, Ugo Malaguti ha voluto precisare alcune inesattezze nelle quali sarei incorso, e prima di tutto quella di aver fortemente sovrastimato in termini numerici il fenomeno del fandom, ed in particolare la proporzione di fandom attivo rispetto a quello passivo. Ora, a mio parere, è soprattutto questione d'intendersi: abbiamo a che fare con un continuum (termine che, suppongo, piacerà molto a Roberto Furlani) i cui contorni sono molto sfumati. Dove si può collocare il confine fra fan attivo e passivo? Si passa da una categoria all'altra semplicemente avendo mandato una lettera ad una rivista di fantascienza od avendo assistito ad una convention? Ai due estremi, dove porre il confine fra l'autore fan e quello semiprofessionale, visto che nessuno dei nostri scrittori campa solo scrivendo fantascienza? Quanti libri all'anno di science fiction bisogna poi leggere per passare da lettore occasionale a fan (attivo o passivo che sia)? 

Questa è storia prima di tutto americana, naturalmente, ma quando la fantascienza è approdata in Italia nel 1952, ha ripercorso all'incirca le stesse tappe e la stessa cosa potremmo dire all'incirca di ogni nazione europea od occidentale (ed oggi anche extra-occidentale) dove è arrivata la science fiction ed ha preso a formarsi poi una scuola di fantascienza “nativa”. Anche da noi si è formato un consistente fandom, con una differenza fondamentale rispetto a quello americano, che da noi gli scrittori, anche quelli più bravi, tendevano/tendono a rimanere nel fandom, perché gli sbocchi professionali offerti dallo scrivere fantascienza sono considerevolmente minori.

Nel 1979, la rivista "Robot" pubblicò un'intervista con Cesare Slucca, funzionario della Mondadori che, fra le altre cose, diede conto dei risultati di un sondaggio compiuto dalla casa editrice di Segrate, dal quale risultava che lo "zoccolo duro", l'hard core dei lettori di fantascienza italiani, quelli che comprano e leggono tutto, si situava attorno alle tremila persone, non di più. E' probabile che questo numero venisse grosso modo a coincidere con la consistenza demografica del fandom. Da allora sono passati ventotto anni, ma non mi sembra molto probabile che il fandom abbia oggi una consistenza maggiore di allora, non fosse altro perché la lettura per il piacere della lettura sembra che sia un' arte che si stia piuttosto perdendo che non guadagnando nuovi adepti.

È probabile che il fandom rappresenti in termini numerici una frazione marginale dei lettori che vanno a coprire le tirature di fantascienza delle grosse case editrici, che si rivolgono molto di più ai lettori occasionali, sebbene siano proprio quelle poche migliaia di lettori a costituire la differenza fra la sopravvivenza e la morte delle case editrici specializzate.

Se il fandom costituisce una realtà importante della fantascienza, senza il quale essa non sarebbe quella che è, è tuttavia per altri motivi: prima di tutto, perché il fandom, i club e le fanzine costituiscono una palestra ed un vivaio in cui si sono "fatti le ossa" moltissimi scrittori ed operatori di fantascienza che hanno poi dato contributi di vario livello all'editoria professionale (critici, illustratori, traduttori, persino editori); in secondo luogo, se non guardiamo alle tirature ma al numero ed al livello delle cose pubblicate, il fandom e le fanzine costituiscono una parte non piccola dell'editoria fantascientifica, compresa la presenza di cose che difficilmente potrebbero trovare altra collocazione: ad esempio, studi ed approfondimenti critici che potrebbero non presentare interesse per il grosso pubblico dei lettori che con la fantascienza hanno un rapporto occasionale; terzo, perché soprattutto in Paesi come l'Italia, dove la fantascienza di autore nazionale continua ad essere una realtà perpetuamente "sommersa",  il fandom e le fanzine rappresentano una "valvola di sfogo" per opere ed autori che in altri contesti potrebbero avere una collocazione decisamente professionale.

Possiamo andare più in là, e chiarire che se parliamo di fantascienza in Italia, parleremo solo marginalmente di fantascienza italiana; perché la pura e semplice verità è che la fantascienza italiana è una frazione molto piccola di ciò che si pubblica di science-fiction nella nostra Penisola, che la fantascienza italiana non ha praticamente mai raggiunto un vero status professionale o grosse tirature, che ha avuto e continua ad avere una presenza catacombale, quasi da circolo carbonaro, ed ha trovato spesso nel fandom e nelle fanzine l'unica “nicchia ecologica” che le ha consentito una sia pur stentata sopravvivenza.

Eppure, questo è il fatto assolutamente sorprendente, appena si conoscono un po' i nostri autori (faccio un paio di nomi per tutti: Lino Aldani, Renato Pestriniero, Vittorio Catani, e mi scuso con tutti quanti non ho il tempo, lo spazio e la pazienza di citare) ci si rende conto che la loro produzione non ha proprio nulla da invidiare a quella dei ben più rinomati autori anglosassoni; ed allora perché c'è questa situazione?

Prima di tutto, l'Italia è un Paese dove si legge poco. Gli editori, in genere, sono inclini a rischiare il meno possibile, a puntare sul nome dell'autore famoso, che è quasi sempre un autore straniero, ed in particolare anglosassone; in più, per la fantascienza esiste il pregiudizio che l'autore italiano, a causa della nostra diversa cultura prevalentemente umanistico-letteraria, non sarebbe in grado di scrivere in maniera altrettanto “scientifica” dell'autore anglosassone. Alla base, c'è un grosso equivoco circa il ruolo della scienza nella fantascienza. E' difficile concepire come si possa scrivere fantascienza senza una cultura ed un atteggiamento scientifico di base (quelli che almeno dovrebbero essere patrimonio in genere delle persone colte della cultura occidentale), ma una competenza specialistica in un qualche settore della ricerca scientifica non c'entra per nulla. La “scienza” nella fantascienza, a ben guardare, è soprattutto tecnologia: che si tratti dell'esplorazione spaziale, della creazione di robot sempre più raffinati ed indistinguibili dagli esseri viventi, della genesi artificiale di nuove specie, è piuttosto di estrapolazioni della nostra tecnologia, più che di modifiche della nostra immagine scientifica del mondo, che stiamo parlando.

C'è poi una sorta di snobismo alla rovescia nel voler considerare nullo tutto quanto sia stato letto in traduzione piuttosto che in originale: testi di divulgazione scientifica, articoli di riviste, racconti e romanzi di fantascienza non avrebbero peso mentre ne avrebbe uno decisamente superiore una solitamente mal digerita cultura scolastica a base di Dante, Leopardi, Manzoni!

All'atto pratico, tolti Asimov, Arthur C. Clarke, Fred Hoyle e pochi altri,  è assai difficile indicare qualche autore anglosassone di fantascienza dotato di una competenza scientifica superiore, ad esempio, a quella del nostro Roberto Vacca.

Un esempio paradossale, kafkiano, di questa situazione è rappresentato dalla collana “Cosmo” dell'editore Ponzoni (sulla quale non mi soffermerò molto, perché non ne so più di tanto; temporalmente è parallela al “primo fandom”, è compresa in quella parte della storia della fantascienza italiana che io non ho vissuto). Questa collana pubblicava romanzi di autori italiani sotto pseudonimo anglosassone; per alcuni anni, le cose andarono bene, ma le vendite cominciarono a declinare quando si sparse la voce che, appunto, si trattava di autori italiani sotto pseudonimo.

Capite quanto sia paradossale la cosa? Un certo tipo di lettore giudica un romanzo non in base al valore intrinseco, ma al nome che trova in copertina: le stesse opere che gli vanno bene con una firma esotica gli fanno storcere il naso se portano in copertina un nome nazionale. 

A raccogliere questi pregiudizi, a radicarli nel lettore italiano vellicandone l'estrofilia in maniera spropositata, ed in definitiva diseducandolo, a bloccare la strada e tarpare le ali all'autore italiano di fantascienza, sono stati due personaggi il cui operato nefasto ha lasciato conseguenze alle quali ancora oggi appare ben difficile porre rimedio, e che può essere paragonato alle catastrofi della nostra storia, quali la sconfitta di Caporetto o la tragedia del Vajont: Carlo Fruttero e Franco Lucentini, per molti anni alla direzione di “Urania”, ossia la più importante e diffusa pubblicazione di fantascienza in Italia, pubblicata da un colosso dell'editoria come Mondadori, dalla cui pagine, finché la loro direzione è durata, gli autori nazionali sono stati sempre rigorosamente esclusi.

Per gli editori minori, ed anche poi per coloro che hanno assunto successivamente la direzione di “Urania”, modificare questa situazione è apparso e continua ad apparire estremamente difficile, perché la comparsa di un testo con il nome dell'autore italiano in prima di copertina, in assoluta indipendenza rispetto al valore intrinseco del testo e dell'autore, ha significato e significa regolarmente una flessione delle vendite presso un pubblico che il “malefico duo” F&L ha diseducato e disabituato al nome dell'autore nazionale.

Una storia che illustra molto bene quale fosse la politica editoriale di “Urania” sotto la gestione Futtero e Lucentini, ce la raccontò un giorno durante un Italcon Sandro Sandrelli che aveva lavorato per “Urania” come traduttore: aveva sentito Fruttero e Lucentini discutere circa l'opportunità di alterare il nome dello scrittore italo-americano Bill Pronzini, di cui stavano per pubblicare un racconto, togliendogli la “i” finale: alla fine non lo fecero perché “Pronzin”, più che anglosassone, sarebbe suonato veneto.

La storia della fantascienza italiana inizia ufficialmente nel 1952 (una data che non posso dimenticare, essendo coetaneo della stessa science fiction di casa nostra) con la prima rivista fantascientifica italiana, “Scienza fantastica”, seguita poi di lì a poco da “Urania” di Mondadori che, prima come rivista, poi come collana libraria, è stata per più di mezzo secolo ed è tuttora la pubblicazione italiana di fantascienza più diffusa.  Fu proprio il direttore di “Urania” di allora, Giorgio Monicelli, a creare la parola "fantascienza", caso unico fra le lingue occidentali, l'italiano vantò e vanta grazie a lui non una ripresa letterale, ma una traduzione del termine inglese “science fiction”.

In modo simile a quel che è avvenuto negli Stati Uniti e un po' dappertutto, come ho detto, anche attorno alle pubblicazioni italiane di fantascienza si è quasi subito creato il fenomeno del fandom, e di poco posteriore ancora deve essere stata la primissima produzione di racconti e romanzi di fantascienza di autore italiano, autori fan che prima di sviluppare una tematica originale, si misero – ed anche questo era ovvio ed inevitabile che accadesse – sulla scia dei modelli anglosassoni.

Di tentativi di tracciare un quadro sistematico della storia della fantascienza e del fandom italiani, ne sono stati fatti relativamente pochi, anche se abbondano gli studi settoriali e le biografie.

In genere, si concorda di individuare il periodo dal 1952 al 1968 come quello del “primo fandom”, e si indica come “il buco nero” il periodo di sparizione delle iniziative fantascientifiche fra 1968 ed il 1972, data a partire dalla quale, dal primo Eurocon tenutosi in quell'anno a Trieste, partirebbe il “secondo fandom”; dopo di che, su quel che avvenne negli anni successivi, non sembra che ci sia una concordanza d'interpretazione precisa. Sicuramente, il “secondo fandom” ha avuto il suo momento d'oro tra la metà degli anni '70 ed il 1980-81, quando la scomparsa delle riviste delle edizioni Armenia, “Robot” ed “Aliens” che avevano accordato al fandom una particolare attenzione, determinò una nuova situazione di crisi.

La mia proposta, già avanzata negli articoli di cui vi ho detto e sulla quale torno ora, è quella di denominare il periodo fra i primi anni '80 e la metà degli anni '90, che non ha conosciuto una rarefazione delle iniziative ma non un totale “buco nero” (cosa che sarebbe stata impossibile lungo l'arco di un quindicennio) “gli anni bui”, mentre con la ripresa dell'ultimo decennio/dozzina d'anni penso si possa parlare di un “terzo fandom”; sempre tenendo però che si tratta di denominazioni di convenienza, sapendo che ci sono stati e ci sono autori, editori, operatori culturali di vario genere, il cui lavoro taglia trasversalmente i periodi che abbiamo considerato.

Sebbene, come dicevo, non esista una storiografia del fandom canonizzata, tuttavia nella tradizione orale dei fan è invalsa l'abitudine di indicare come primo fandom quello che fu protagonista della prima sta. gione della fantascienza italiana, dagli anni' 50 alla metà degli anni' 6O, come secondo fandom quello che si sviluppa dai primi anni '70 alla metà degli anni '80, e si potrebbe indicare come terzo fandom quello attuale; ma forse la cosa più interessante sarebbe esaminare la storia dei due "buchi" che stanno in mezzo a questa scansione e confrontare le ragioni, in realtà molto diverse, di queste due transitorie eclissi, il primo "buco nero" che va da poco dopo la metà degli anni '60 ai primissimi anni '70, ed il secondo periodo, più lungo, che va dalla metà degli anni '80 a quella degli anni '90, il periodo che potremmo chiamare gli anni bui.

Nel primo periodo, che è stato a volte definito un "buco nero" proprio perché non vi fu una progressiva rarefazione, bensì una sparizione repentina delle iniziative, sembra abbiano giocato soprattutto due fattori:  per prima cosa, l'impresa lunare delle missioni Apollo culminata con l'atterraggio e lo sbarco di Neil Armstrong sul suolo del nostro satellite nel 1969 sembra abbia prodotto di rimbalzo un generale disinteresse verso la fantascienza: allora sembrò a molti che non fosse più il caso d'interessarsi delle invenzioni letterarie concernenti la conquista dello spazio, dato che essa stava per tradursi, si era già in parte tradotta in realtà; poi come sappiamo, le cose andarono in maniera ben diversa; in secondo luogo, già l'anno precedente, il "mitico" 68, era esplosa la contestazione studentesca, ed a molti deve essere parso che non fosse il caso di stare a sognare un futuro diverso dal presente quando ci si illudeva invece di poterlo costruire. Senza entrare nel merito di una valutazione ideologica, è un fatto che l'impegno politico sottrasse molte energie che si erano fin allora adoperate nel fandom.

La situazione cambiò di nuovo nel 1972: in quell'anno si ebbe il primo Eurocon, il congresso europeo di fantascienza organizzato a Trieste, e in quella circostanza fecero il loro esordio due importanti case editrici specializzate, la Nord di Milano e la Fanucci di Roma. Nel dicembre 1973 comparve la prima fanzine della nuova generazione, “Kronos” di Venezia, seguita poi da “Astralia” di Palermo e “The Time Machine” di Padova, quindi da numerose altre, fino alla comparsa di “Robot” nel 1976, una rivista professionale che riannodava quel rapporto fra editoria ed autori di fantascienza italiani interrottosi con la cessazione di riviste come “Scienza fantastica”, “Urania” rivista, “Oltre il Cielo” (“Urania”, ad esempio, ha continuato e continua ad esistere a tutt'oggi come collana libraria, così come erano presenti altre collane di fantascienza, ma non offriva nessuno spazio agli autori nazionali).

La crisi della "seconda ondata" professionale e del secondo fandom ebbe con ogni probabilità origini del tutto diverse, non ideologiche per così dire, ma "banalmente" commerciali (ma il “vil denaro", per vile che sia, è ciò che fa muovere il mondo). Gli anni '70, dalla metà in poi, sono stati gli anni della prima crisi energetica e dell'inflazione rampante, dei primi tagli di fondi pubblici (che alla lunga dovevano strangolare iniziative come il Festival cinematografico di Trieste), del ritiro dalla scena di molti piccoli imprenditori fra cui non poche case editrici, erano anche gli anni in cui la crisi della lettura provocata dai mass - media, televisione in testa, cominciava ad essere avvertibile, mentre non esisteva un mezzo come oggi internet che consentisse ad una produzione culturale destinata ad un pubblico di élite di sopravvivere senza costi imponenti. “Urania”, per finire, rimaneva blindata ed impenetrabile agli autori italiani, mentre com'era già successo per il primo fandom, diversi autori che avevano cominciato ad operare nel campo nel momento in cui era in espansione e sembrava destinato a dare degli sbocchi professionali, visto che la cosa non si concretizzava, passavano ad altre attività più remunerative. Tanto per fare un nome, si può citare quello di Stefano Sudriè, che esordì come autore sulle pagine di “The Time Machine”, ed è poi divenuto sceneggiatore cinematografico ma di cose che con la fantascienza non hanno nulla a che vedere.

In Le molteplici nascite, riguardo a questo aspetto della questione, ho fatto un esempio errato, ed ho ricevuto la pronta “bacchettata” di Malaguti, facevo per il “primo fandom” l'esempio di Franco Enna, passato dal giallo alla fantascienza, e non al contrario come avevo supposto, ma, preso atto dell'errore, il problema rimane invariato: quanti potenziali autori italiani di fantascienza abbiamo perso per strada, o non si sono neppure cimentati  nell'agone fantascientifico a causa della sua scarsa remuneratività nella nostra Penisola?

Per quanto riguarda la prima di queste due crisi, il “buco nero” 1968-73, sono costretto a rifarmi a racconti di altri, di seconda mano, mentre per la seconda, avendo esordito nella fantascienza e nel fandom poco prima della metà degli anni '70, l'ho vissuta in pieno, e qui posso dare una testimonianza che si interseca strettamente con il mio vissuto personale, ed è prevalentemente di essa che vorrei parlare qui.

Nel periodo '80-'81 vi fu, per motivi vari, la cessazione praticamente di tutte le fanzine, le pubblicazioni amatoriali in attività nel periodo degli anni '70, ricordo che in quella circostanza ebbi modo di contare la sparizione improvvisa e quasi simultanea di una ventina di testate, ma questa crisi che cancellò quasi di colpo una generazione del fandom italiano, non era che una conseguenza della sparizione delle iniziative. professionali che sul fandom avevano avuto un fondamentale effetto trainante, in particolare le pubblicazioni delle edizioni Armenia, curate da Vittorio Curtoni e da Giuseppe Lippi, che avevano avuto nei confronti dell'editoria amatoriale un'importante funzione di promozione e di dialogo, “Robot” che dal '76 all'80 aveva totalizzato quaranta numeri (un record per una rivista di fantascienza), “Aliens” che avrebbe dovuto sostituirla ed ebbe circa un anno di vita, “Psycho”, rivista di horror che però non riuscì a totalizzare più di quattro numeri, ma quasi contemporaneamente cessava anche “Galassia” CELT, la gloriosa e longeva collana delle edizioni La Tribuna (La sigla CELT non ha nulla a che vedere coi Celti, significa Casa Editrice La Tribuna, infatti, la casa editrice di Piacenza, a parte il settore fantascientifico, era specializzata in edizioni giuridiche), e non molto più tardi entrava in crisi anche la Libra, la casa editrice di Ugo Malaguti, che fu costretta a chiudere i battenti, nonostante si fosse ritagliata un settore del mercato stabile ed affezionato mediante il sistema delle vendite per corrispondenza, consolidandolo poi in libreria solo dopo il 1976. (Solo in un secondo momento, Ugo Malaguti sarebbe riuscito a resuscitare la sua casa editrice come Perseo Libri), e diverse case editrici come Longanesi, Sugar, Dall'Oglio, cessavano le loro collane fantascientifiche.

In una situazione non meno travagliata venne a trovarsi anche l'altra iniziativa professionale che aveva fatto da contraltare per un certo tempo ad Armenia, articolata anch'essa, curiosamente, su due testate come “Robot”/“Aliens” (ma in realtà tre, comprendendo nell'elenco anche “VLS fanzine seconda serie”), e chiuse i battenti all'incirca nello stesso periodo (dicembre 1980), vale a dire “Verso le Stelle”/“Star” di Luigi Naviglio.

In sostanza, accadde questo: “Verso le Stelle” uscì per una decina di numeri, poi cessò. Naviglio editò poi una quindicina di smilzi fascicoletti che portavano la testata “Verso le Stelle fanzine seconda serie”, infatti, la testata curata da Naviglio riprendeva il nome di una gloriosa fanzine del primo fandom; poi la pubblicazione di Naviglio riprese con un secondo editore con la testata “Star”, e sopravvisse ancora per soli quattro numeri.

Anche riguardo a questo episodio mi sono puntualmente beccato la bacchettata di Malaguti circa la versione da me riportata in Le molteplici nascite, pare infatti che la defezione del primo editore di “Verso le Stelle” non fosse dovuta a contrasti fra questi e Naviglio circa la presenza di autori italiani sulle pagine della pubblicazione, come da me riportato, ma semplicemente costui era letteralmente scappato con la cassa.

Può essere: io ho semplicemente riportato la versione riferita da Naviglio, e non meraviglia che egli abbia voluto edulcorare una realtà invero alquanto sgradevole.

Qui occorre soffermarsi: “Aliens”, “Psycho”, “Verso le Stelle”, “Star” possono aver avuto una certa importanza, ma se chiedete a qualsiasi appassionato che fosse attivo negli anni '70, il periodo 1976-1980 è soprattutto il periodo di “Robot”.

Quello lanciato dall'editore Giovanni Armenia ed affidato alla direzione di Vittorio Curtoni fu qualcosa di più di un esperimento partito con il piede giusto per creare anche in Italia una rivista da edicola di fantascienza: fin dall'inizio, “Robot” si caratterizzò per un attento dialogo con gli appassionati ed i club, e la promozione degli autori italiani accanto ad i nomi ben più famosi (e non sempre meritatamente) degli autori anglosassoni. A mio parere, da questo punto di vista, uno strumento come una rivista presentava parecchi vantaggi rispetto al libro. Per prima cosa, mentre un lettore avvezzato da Fruttero e Lucentini all'esterofilia, difficilmente acquista un romanzo di autore italiano, e l'invenduto che va al macero non esercita sul pubblico nessuna azione educativa, non snobberà una rivista che presenta anche un racconto di autore italiano, si abituerà al fatto che gli Italiani nella fantascienza ci sono, finirà per leggerli e probabilmente per apprezzarli. In secondo luogo, teniamo presente che gli autori italiani erano e sono tutti autori della domenica per il semplice fatto che dal lunedì al sabato devono ingegnarsi a trovare altre maniere per sopravvivere, cosa che lo scrivere science fiction certamente non consente, e sul terreno del racconto, della narrativa breve, si trovano in una posizione di minore svantaggio rispetto all'autore anglosassone professionista.

Siamo in una bella compagnia di amici; dopo tanto tempo le cose cominciano finalmente a marciare per il verso giusto. A questo punto decidete di rovinare tutto. Cosa fate? La cosa più semplice per riuscirci è quella di tirare in ballo la politica, sicuramente vi riuscirà di seminare zizzania! E tenete presente che stiamo parlando degli anni '70, un periodo nel quale le contrapposizioni politiche erano certamente più accese ed acrimoniose di oggi.

Un articolo di Remo Guerrini su Fantascienza e politica comparso sul n. 12 di “Robot” (5) suscitò un vespaio fra i lettori ma, cosa che contava di più dal punto di vista dell'editore, un temporaneo incremento delle vendite. L'idea di mescolare fantascienza e politica si dimostrò presto deleteria: si rivelò inadatta a diffondere l'interesse per la fantascienza presso coloro che aderivano a quella parte politica (è inutile, fan di fantascienza non ci si improvvisa, o si ha un certo “taglio mentale” o non c'è niente da fare), ed in compenso provocò la disaffezione dei lettori che avevano un'impostazione politica diversa. Come risultato finale, “Robot” colò a picco, e come effetto di rimbalzo si innescò la crisi delle fanzine e delle iniziative amatoriali che doveva portare alla scomparsa del “secondo fandom”.

La cosa curiosa è che, andando oggi a rileggere l'articolo di Guerrini, esso appare tutto sommato abbastanza equilibrato e neutro, e ci si stupisce che all'epoca poté provocare tutto quel pandemonio, che in realtà fu provocato principalmente da una frase nella quale l'autore dichiarava di preferire De Turris e Fusco (allora curatori delle edizioni Fanucci) che si dichiaravano apertamente fascisti, a Robert Heinlein che “saltabeccava fra il fascismo e gli umori hippy”. Ho il sospetto che se invece di “fascisti” Guerrini avesse scritto “di estrema destra”, nulla sarebbe successo, ma quelli – disgraziatamente – erano gli anni di piombo, le parole pesavano come il piombo, ed il piombo delle tipografie evocava sinistramente quello delle pallottole.

Le fanzine che resistettero più a lungo furono “The Time Machine” di Padova che sopravvisse fino al 1984, totalizzando ben cinquanta numeri, una cifra da Guinnes dei primati per una pubblicazione amatoriale, ed un numero che in campo fantascientifico sarebbe difficilmente raggiungibile anche per una rivista professionale.

“Robot” di Armenia e Curtoni raggiunse i quaranta numeri. In tempi recenti, la testata è stata ripresa, facendo partire la numerazione dal n. 41, ma, come vedremo più avanti, si tratta di una cosa diversa. A voler proprio essere precisi al massimo, bisogna dire che i fascicoli di “Robot” pubblicati da Armenia furono in realtà quarantasette, perché ci furono nove “Robot speciali” con una numerazione a sé stante; in compenso, però, due numeri della rivista ebbero una numerazione doppia. Ad ogni modo, questo non toglie nulla al primato di “The Time Machine” che resta assolutamente ineguagliato fra le fanzine degli anni '70 – '80; ed io penso che se qualcuno volesse scavare tra questo vasto materiale, troverebbe sicuramente parecchie cose che reggono la prova del tempo e meritevoli di essere ripubblicate oggi, magari con una collocazione professionale; anche perché TTM pubblicava soprattutto narrativa, meno suscettibile di perdere d'attualità rispetto a recensioni, articoli “d'occasione” e via dicendo.

 Fino al 1986, ma era stata creata appena un paio di anni prima, sopravvisse la fanzine barese dall'ermetica testata “THX 1138”, che si rifaceva al romanzo di Ben Bova ed al film di George Lucas, e questa brevità di durata era di per sé un fatto significativo, perché la pubblicazione poteva contare su di un team di collaboratori fra le persone più qualificate della fantascienza italiana: Eugenio Ragone, Vittorio Catani, Donato Altomare.

Un caso a sé fu la sorte di “Dimensione Cosmica”, creata come fanzine da Michele Martino, poi acquistata dall'editore Solfanelli, trasformata per un certo periodo in una rivista professionale alla cui direzione furono chiamati prima Anna Rinonapoli, poi Renato Pestriniero, ma alla fine decadde a semplice bollettino librario della casa editrice.

Di tutta la fioritura di pubblicazioni amatoriali comparse nei tardi anni '70, alla metà degli anni '80 non esisteva più praticamente nulla; già dall'81-82 con la cessazione di “Aliens” e “Psycho” ed il ritiro dell'editore Armenia dal campo fantascientifico, non esisteva più una rivista professionale di fantascienza; molte case editrici (Longanesi, Garzanti, Sugar, Dall'Oglio) avevano chiuso le loro collane di fantascienza. Rimaneva immarcescibile “Urania”, ma blindata come sempre per gli autori italiani, e le case editrici specializzate (Nord, Fanucci, Solfanelli) cui proprio le minori tirature rendevano difficile rischiare sul nome nazionale. Eravamo in sostanza in quelli che per la fantascienza di autore italiano si possono definire gli anni bui.

Sopravvisse fino al 1987 “SF...ere”, la pubblicazione romana dell'ANASF, e proprio in quel periodo Gianni Pilo che, oltre ad essere curatore di “SF.. .ere”, era subentrato a Gianfranco de Turris affiancandosi a Sebastiano Fusco nella direzione delle collane della Fanucci, pubblicò nella collana “L'enciclopedia della fantascienza” alcune antologie di heroic fantasy di autori italiani. Gianni Pilo, però, era un uomo che aveva le sue idee, ed era convinto che l'autore italiano fosse in grado di competere ad armi pari con quello anglosassone sul terreno della fantasy, ma inadatto a scrivere fantascienza in ragione della mancanza di un retroterra di cultura scientifica, sempre lo stesso pregiudizio, che ho cercato in varie sedi di sfatare, e di cui abbiamo parlato anche qui.

L'unico racconto italiano di fantascienza che riuscì ad arrivare sulle pagine dei volumi della Fanucci in quel periodo, fu un racconto peraltro molto suggestivo e poetico, Tu che non credi alle carezze del vento di Donato Altomare (recentemente ripubblicato in internet su “Orient Express”) (6). Donato Altomare è stato con ogni probabilità una delle figure più significative della fantascienza italiana degli anni '80 e dei primi anni '90, e non solo per l'abilità dimostrata nello sfruttare tutti gli spazi, anche minimi, di pubblicazione, ma per la qualità dei suoi racconti, impregnati di un forte lirismo e nello stesso tempo scritti in uno stile molto gradevole e di facile approccio. Negli anni '90 la frequenza con cui comparivano scritti di Donato Altomare ha subito un forte rallentamento, e la cosa mi dispiacque non poco, ma Donato nel 2001 ha messo a segno un bellissimo en plein con il romanzo Mater Maxima (7) vincitore del premio Urania, e la sua produzione da allora è in netta ripresa, con la comparsa di altri due romanzi, Il fuoco e il silenzio (8) e Surgeforas, (9) e svariati racconti nelle sedi più diverse. Tutto sommato, non credo sia esagerato dire che Donato Altomare fu il portabandiera della fantascienza italiana in quel periodo per certi versi non facile.

“SF...ere” cessò le pubblicazioni nel 1987, fu l'ultima fanzine del secondo fandom, e la sua cessazione si può considerare la fine di quella fase della storia del fandom e della fantascienza italiana.

Anche riguardo a “SF...ere”, nel commento a Le molteplici nascite mi sono beccato un'altra bacchettata da Malaguti (adesso basta per favore, ho le nocche delle dita tutte doloranti!) perché avevo riportato il dato che la pubblicazione romana avrebbe raggiunto una tiratura di duemila copie; secondo Malaguti, essa, in realtà non avrebbe mai passato le quattrocento. Posso solo dire che anche qui, come nel caso dei motivi che determinarono la rottura fra Naviglio e l'editore di “Verso le stelle”, si tratta di un relata refero. Io non ho fatto altro che riferire quel che mi diceva allora Gianni Pilo, che però, bisogna ammetterlo, era abbastanza sbruffone da quintuplicare i dati delle vendite della sua pubblicazione.

Nell'89 comparve l'antologia della Perseo Libri Pianeta Italia, curata da Lino Aldani e da Ugo Malaguti (10), ed ancora nel 1990 la Solfanelli pubblicò Gli eredi di Cthulhu, un'antologia di horror lovecraftiano curata da Gianfranco de Turris (11). Forse è inevitabile che di certe cose ci si renda conto a posteriori; io ebbi la ventura di partecipare a due delle antologie della Fanucci (Eroi e sortilegi (12) e Daghe e malie(13), all'antologia della Perseo Libri ed a quella della Solfanelli, non era facile accorgersi del fatto che stava venendo a mancare un plateau che sostenesse questi picchi.

Va ricordato anche il tentativo che fu fatto dall'editrice Nord per colmare il vuoto, l'assenza di un periodico professionale, dopo il ritiro di Armenia dall'agone fantascientifico.

Gianfranco Viviani aveva osservato che la classica rivista formato tabloid vende meno di un libro, allora pensò di sperimentare una formula originale: una rivista venduta in libreria dello stesso formato di un libro delle edizioni Nord, nacque così “La collina”, affidata ad Inisero Cremaschi (La testata, un po' ermetica si rifaceva da un saggio di Alexey Panshin, Il mondo oltre la collina) che finché durò, presento una fantascienza di alta qualità soprattutto stilistica, ma qualcosa non funzionò in quest'esperimento che non superò il quarto numero.

Occorreva ingegnarsi per sopravvivere, inventarsi gli spazi che non c'erano, adattarsi darwinianamente alle condizioni mutate. Una strada che si dimostrò relativamente praticabile, fu quella di inserire una rubrica di fantascienza in periodici di arte e cultura o di altro tipo. Coloro che riuscirono in quest'impresa tennero aperto uno spazio piccolo ma vitale di cui usufruirono non solo loro stessi ma anche i loro amici e "colleghi" (beninteso, scrivere fantascienza in Italia non era, e non è, una professione per nessuno). Fra questi ricorderei in particolare Donato Altomare e Mauro Scarpelli.

Donato Altomare ha curato e continua a curare una rubrica di fantascienza sul periodico culturale barese “La Vallisa”, è una presenza che ormai si mantiene da più di un quindicennio, sempre su livelli culturalmente elevati.

lo non ho il piacere di conoscere Daniele Giancane, il direttore della Vallisa, ma da quello che ho potuto vedere in questi anni sulle pagine della pubblicazione, oltre allo spazio generosamente concesso all'amico Altomare, credo di poter dire che si tratta di una persona notevole con una grande sensibilità sia in campo artistico, sia sul terreno dell'impegno sociale, e la rubrica di Donato si inserisce pienamente nello spirito della rivista, in equilibrio tra poesia ed impegno sociale, oltre che culturale nel senso più ampio. Solo poco tempo fa ho avuto modo di apprendere che Giancane è un docente dell'ateneo barese e che ultimamente è stato relatore di una laureanda in scienze della formazione primaria con una tesi sugli autori pugliesi di fantascienza; non siamo ancora proprio alla laurea in fantascienza, ma ci siamo vicini.

Mauro Scarpelli inseri la sua rubrica fantascientifica in “Donchisciotte”, periodico dell'Associazione Culturale "Il Borghetto" di Montepulciano (Siena), rubrica che si accompagnò un premio letterario ed all'edizione di due Italcon, la prima fu quella del 1986, che vide la partecipazione di Alberto Moravia.

A partire dal '91 e fino al '93, la rubrica di Scarpelli assunse vita autonoma trasformandosi un vero periodico, “Oltre”, pubblicato dall'Associazione "Il Borghetto" in collaborazione con l'Università di Siena. Fu un tentativo importante in un periodo in cui non esisteva null'altro che somigliasse ad una rivista di fantascienza di tipo magazine, ma, per la mancanza di un editore professionale, rimase poco più di una fanzine di alta qualità e con una splendida veste grafica.

Andò peggio a Mauro Gallis, appassionato ed autore triestino della prima ora, al quale era affidata la conduzione di una rubrica di fantascienza sul periodico letterario “Lettere da un antico caffè”, sarebbe potuto essere uno spazio importante, ma dopo un paio di numeri “Lettere da un antico caffè” si trasformò a sua volta in una rubrica sulle pagine di “Trieste sport” e la rubrica di Gallis scomparve. Peccato, davvero peccato, perché in quel momento (1985) non c'era nella città giuliana una presenza fantascientifica organizzata: “Il re in giallo”, la fanzine creata da Giuseppe Lippi e da me, era cessata nel 1980, e nel 1982 si era tenuta l'ultima edizione del Festival Internazionale del Film di Fantascienza, che sarebbe rinato come “ScienceplusFiction” soltanto nel 2000.

Da allora molte cose sono cambiate, e facendo un confronto della situazione attuale con quella di trent'anni fa, sono evidenti sia le luci sia le ombre rispetto ad allora. C'è innanzi tutto il fatto, di importanza cruciale dell'editoria elettronica, di internet, dei siti di appassionati, delle riviste “on line”, degli instant book che rendono oggi praticamente impossibile una sparizione totale come quella degli anni '68-'72 o la crisi degli anni '80. L'altra faccia della medaglia è naturalmente rappresentata dal fatto che fino a quando non sarà possibile rendere remunerative le pubblicazioni in rete, queste ultime rimarranno forzatamente nella dimensione amatoriale, non professionale, (con tutti i limiti delle iniziative prese per pura passione), a meno che non si faccia il salto nell'editoria professionale, nella carta stampata con tutti i rischi connessi, come è stato finora il caso del gruppo di “Delos”.

Per un altro verso, non dobbiamo dimenticare che il futuro della fantascienza, della fantascienza di autore italiano, come di qualsiasi altro genere letterario indipendentemente dalla nazionalità dell'autore, è condizionato dal fatto che apparteniamo ad una cultura mediatica, cioè ad  una cultura che sta tornando all'analfabetismo.

Non si tratta solo del fatto che oggi la televisione occupa lo spazio di tempo in altre epoche dedicato alla lettura di libri e riviste, né del fatto che oggi non si scrive più ma si telefona, ma il fatto che la televisione abitua ad una fruizione passiva ed acritica delle informazioni; inoltre, abituati all'immediatezza delle immagini, quando prendiamo un libro in mano, abbiamo sempre meno pazienza per capire, approfondire, analizzare quello che leggiamo, assumere un atteggiamento critico riguardo ad esso; gli effetti di questa situazione si vedono bene anche nella narrativa che tende sempre più ad assumere un linguaggio sempre più “cinematografico” e “televisivo”: azione frenetica con sempre meno spazio alle introspezioni psicologiche, ai caratteri dei personaggi, alle descrizioni d'ambiente.

 Analogo al declino della lettura è quello della scrittura: soprattutto i più giovani, le rare volte che prendono la penna in mano, tendono a trasporre nella scrittura il linguaggio rudimentale degli SMS, e ad un linguaggio impoverito, soprattutto per quanto riguarda i nessi logici e grammaticali, corrisponde inevitabilmente un pensiero impoverito.

La scuola permissiva e disastrata dei tutti-diplomati e tutti-ignoranti, fa quello che può, cioè sempre meno, con gli insegnanti sempre più demotivati e sempre più sprovvisti di mezzi che cercano di fermare con le mani la marea montante dell'analfabetismo di ritorno.

Andate a parlare con gli editori: vi diranno tutti che le vendite e le tirature di libri di qualunque genere, da almeno vent'anni a questa parte, sono in costante calo.

Forse internet è uno dei pochi fattori positivi dell'attuale universo mediatico: certamente esso va in controtendenza rispetto a tutti gli altri che comportano un atteggiamento di passività dell'utente ed una fruizione che va da un numero sempre più ristretto di operatori, a senso unico, ad una base sempre più larga di fruitori, ma consente una comunicazione individualizzata ed aiuta la sopravvivenza di culture “di nicchia”.

Questo è lo sfondo, questi sono i trend di lungo periodo che dobbiamo considerare nel momento in cui cerchiamo di confrontare la situazione attuale della fantascienza e del fandom con quella di dieci, venti, trenta anni fa.

Dopo il periodo di stallo dalla metà degli anni '80 alla metà degli anni '90, al termine degli “anni bui” sono rispuntati i club, ma con alcune significative differenze rispetto al “primo” ed al “secondo” fandom. I club riapparsi negli anni '90 hanno/hanno avuto (perché già adesso la situazione è ancora diversa) un carattere molto più specializzato che in precedenza, facciamo qualche esempio: la Società Tolkieniana Italiana che riunisce gli appassionati dell'autore del Signore degli anelli, lo Star Trek Italian Club che ha riunito i fan della serie televisiva e cinematografica creata da Gene Roddenberry, l'Alliance per gli appassionati di Guerre stellari.

  Forse, fra tutti i club, con relative attività e pubblicazioni, che è emerso come il maggiormente attivo negli anni '90, è stato il gruppo di “Yorick” che si è scelto come simbolo uno dei personaggi più enigmatici della letteratura, che compare nell'Amleto soltanto come teschio che il malinconico principe danese regge in mano.

La pubblicazione emiliana creata da Massimo Tassi ha adottato una formula che per certi versi richiama quello che è stato “Il re in giallo” negli anni '70, alternando sulle sue pagine horror soprattutto lovecraftiano, fantascienza, heroic fantasy – avendo in questo campo soprattutto Robert Howard come nume tutelare – ed aggiungendovi come suo tratto peculiare la riscoperta dell'avventura fin de siecle, con una particolare attenzione ad un autore “nostro” come Emilio Salgari. Per alcuni anni, “Yorick” ha regolarmente riportato a casa il premio Italia nella categoria miglior pubblicazione amatoriale.

Già oggi però l'attività di questi gruppi appare rallentata o cessata, con un'importante eccezione (che però non riguarda la fantascienza, ma semmai il fantastico nella sua accezione più ampia e generica), la Società Tolkieniana Italiana. In un quindicennio circa, la STI ha progressivamente allargato la sua presenza, favorita anche dall'uscita sugli schermi della trilogia cinematografica Il signore degli anelli di Peter Jackson, ed oggi le hobbiton, le convention tolkieniane contano annualmente qualcosa come diecimila presenze, una cifra alla quale i partecipanti agli Italcon non solo non si avvicinano neppure lontanamente, ma rimangono sotto di due ordini di grandezza. Tuttavia non ci dobbiamo illudere: raramente un tolkieniano prova interesse per altre forme di fantastico, e meno che mai per la fantascienza.

Non si può non menzionare la funzione importante che negli anni '90 (ma ancora oggi, come vedremo) hanno avuto i premi letterari. A parte il premio Italia di fantascienza che è per così dire, non un concorso ma un premio assegnato “a consuntivo”, sulla base cioè dei lavori pubblicati l'anno precedente. I due premi per racconti fantastici e fantascientifici più importanti degli anni '90 sono stati con ogni probabilità il premio Courmayeur organizzato dalla casa editrice Keltia di Courmayeur (Aosta), e il premio San Marino organizzato dalla Cooperativa Il Cerchio di Rimini – San Marino, assegnati annualmente nel corso degli Italcon. Il premio San Marino era riservato a racconti di heroic fantasy, mentre il Courmayeur era diviso in due sezioni, (science) fiction e fantasy.

 L'ultima edizione del premio Courmayeur si è tenuta nel 2000, perché l'anno seguente l'alluvione che ha colpito la Val d'Aosta ha non solo disastrato la sede della Keltia, ma costretto l'amministrazione comunale ad indirizzare altrove, verso obiettivi più urgenti, il finanziamento pubblico del premio. Per motivi meno chiari, anche l'ultima edizione del San Marino è stata quella del 2000, ma i premi sono stati assegnati nel 2001.

A parte il premio Urania per romanzi, che è stato una costante in tutti questi anni, altri premi e tornei letterari hanno affiancato e sostituito quelli cessati: i premi “Le ali della fantasia” per romanzi e “Tabula fati” per racconti indetti dall'Associazione Tomato Farm di Ortona (Chieti); i premi Alien e Lovecraft per racconti brevi di fantascienza e di horror organizzati da “Delos”, il Trofeo RILL indetto dal club RILL (Riflessi di Luce Lunare), il premio Robot rinato insieme alla rivista già di Armenia, il Premio Silmaril della Società Tolkieniana Italiana (ma quest'ultimo è talmente scaduto di livello che nel 2006 è stato vinto da ... Fabio Calabrese), il premio Akery, il premio Apuliacon e sicuramente altri che mi sfuggono.  

La grande novità dell'ultimo quindicennio, che ovviamente non riguarda solo la fantascienza ed il fandom, ma che ha rivoluzionato tantissime cose, dal lavoro al tempo libero, ai rapporti umani, è ovviamente la diffusione dell'informatica, dell'uso dei computer, di internet, e “la rete”, tra le altre cose, si è rivelata adattissima ad aiutare la sopravvivenza delle culture “di nicchia” come quella fantascientifica, consentendo agli appassionati sparsi in tutta Italia (o su tutto il pianeta, se è per questo, ma teniamo conto della barriera della lingua) di tenersi in contatto e di far circolare i loro prodotti che vanno dai siti personali ai blog alle vere e proprie riviste elettroniche e virtuali con tanto di periodicità. Sull'altro piatto della bilancia va però messo il fatto che finora non si è trovato un modo efficace per rendere remunerativa la pubblicazione “on line”; internet ha portato quindi ad una rinascita dello spirito delle fanzine vecchia maniera, con i vantaggi ma anche coi limiti relativi.

Se non vado errato, la prima fanzine on line è stata “Terminus”, oggi cessata, poi è stata la volta di “Delos”, creata da Silvio Sosio e Luigi Pachì, che, al contrario, in questi anni ha conosciuto una notevole espansione, generando come proprie costole “Il corriere della fantascienza” e “Fantascienza.com”, trasformandosi in una vera casa editrice attingendo al settore della carta stampata con i “Delos Books”, ed oggi si può dire che costituisce una delle realtà più importanti e vive del panorama fantascientifico italiano.

Poco dopo ancora è stata la volta della nostra “Continuum” che, partita nel 2000, ha totalizzato 3-4 numeri all'anno, una lunga serie di buoni risultati al premio Italia, (fra cui, in particolare nel 2005 il racconto L'obelisco di sangue di Vittorio Catani è stato il primo in assoluto pubblicato on line a risultare vincitore), a dimostrazione che nell'universo virtuale del web non sono necessari grandi mezzi per ottenere risultati, solo passione, entusiasmo e determinazione.

Vi sono poi le pubblicazioni che hanno compiuto il salto dalla carta stampata al web: “Intercom”, “Future Shock”, “Yorick”, e naturalmente le webzine più recenti: “I vedovi neri”, “Orient Express”, “Progetto Babele”.

Un fatto di fondamentale importanza (anche se non così rivoluzionario e così risolutivo come si poteva sperare all'inizio) è stato il passaggio della direzione di “Urania” a Giuseppe Lippi, dopo che, per un periodo dopo la fine della direzione del “malefico duo” Fruttero e Lucentini, essa era stata per un certo tempo gestita da Gianni Montanari, già curatore di “Galassia”.

  La grossa novità della gestione Lippi di “Urania” è stata l'apertura della collana di fantascienza del più importante editore italiano di fantascienza agli autori nazionali. Noi potremmo considerare questo evento (1989) come la fine del periodo che abbiamo individuato come “gli anni bui”. Il primo romanzo di autore italiano pubblicato da “Urania” è stato Gli universi di Moras di Vittorio Catani (10) (febbraio 1990) già vincitore della prima edizione del Premio Urania (sempre indetta nel 1989).

L'acme di questo periodo è stato probabilmente raggiunto nel 1998 con l'antologia di “Urania” Strani giorni, (11) curata da Giuseppe Lippi e Franco Forte, che a vent'anni esatti di distanza ha fatto in certo modo pendant con  la garzantiana Universo e dintorni curata da Inisero Cremaschi (12), quanto meno nel senso di un'antologia rappresentativa dei più interessanti esponenti della fantascienza italiana del momento, edita da una grande casa editrice.

Le cose però non sono andate esattamente come si poteva sperare: dal 2002 “Urania” ha ridotto la presenza di autori italiani ad un solo romanzo all'anno, il vincitore del Premio Urania. Il motivo: molto semplice, l'autore italiano continua a far registrare una flessione nelle vendite e nelle tirature, e una casa editrice è pur sempre un'impresa commerciale, non un ente di beneficienza.

Il problema è che nemmeno essere alla direzione di “Urania” come il nostro Giuseppe Lippi si trova ad essere, basta di per sé a rimuovere gli effetti dell'influenza del “malefico duo” Fruttero e Lucentini, rimediare facilmente e rapidamente le conseguenze di decenni di diseducazione del pubblico dei lettori italiani di fantascienza nei quali è stato inistillato un radicato pregiudizio esterofilo, un'automatica avversione per il nome nazionale.

In Le molteplici nascite facevo notare che una collana libraria, sia pure con il nome e la diffusione di “Urania”, sorretta da un editore come Mondadori, non è probabilmente lo strumento più adatto per affrontare questa situazione, e che una rivista, come era “Robot” negli anni '70 sarebbe probabilmente più idonea:

“Astrattamente, possiamo pensare che gli editori, e soprattutto un grande editore come Mondadori, dovrebbero accollarsi il compito di educare il gusto del pubblico, ma la realtà è che il libro invenduto, il libro che va al macero, non esercita alcuna azione educativa. 

Il fatto è che una collana libraria, sia pure una collana prestigiosa nella fantascienza italia quale Urania è, non è probabilmente lo strumento più adatto per una tale opera educativa. La collana potrebbe per ipotesi pubblicare anche metà dei propri titoli di autori italiani; il messaggio che l'autore italiano lancia può essere altrettanto e magari più valido di quello anglosassone, non raggiungerà ugualmente chi i titoli italiani non li acquista.

A questo si deve aggiungere un altro fatto che va tenuto nella debita considerazione: lo svantaggio (perché d'inferiorità, a mio avviso, non è proprio il caso di parlare) dell'autore italiano nei confronti di quello anglosassone risulta probabilmente in maniera più evidente nelle opere lunghe rispetto ai racconti, per un semplice motivo; è più difficile dal punto di vista psicologico dedicarsi alla stesura di un romanzo di trecento pagine - lavoro laborioso, impegnativo, complesso - che a quella di dieci racconti di trenta pagine o magari di trenta racconti di dieci pagine, che poi si possono suddividere fra fanzine, concorsi letterari, siti Internet, quando si sa di avere una probabilità del 90% o superiore che il lavoro fatto resti ad ammuffire nel fondo di un cassetto, od in attesa di essere cancellato da qualche virus che infesti il proprio hard disk.

Una rivista da edicola sarebbe da questo punto di vista, a mio parere, uno strumento molto più idoneo: è difficile che un appassionato ricusi di acquistarne un numero perché c'è un racconto di autore italiano, e poi finisce che si legge anche il racconto italiano. Da questo punto di vista, soprattutto “Robot” delle edizioni Armenia, nel 1976 – 80, era un esperimento partito con il piede giusto, poi la cosa andò male per altri motivi.

Oltre alla promozione dell'autore nazionale, compito di non poca importanza, un'altra cosa che una rivista da edicola potrebbe garantire in maniera adeguata, sarebbe uno spazio per la saggistica non limitato alla dimensione delle fanzine. La fantascienza è un genere che implica molto più di quanto non avvenga per altri generi di narrativa, un rapporto stretto fra autori e produttori ed appassionati, lettori non episodici, e le scarse note introduttive o le appendici di qualche collana di romanzi sono del tutto insufficienti a ciò. Oggi questo può essere assicurato dai fili della grande rete di Internet, ma dopo la cessazione di “Robot”, di “Aliens” di “Verso le Stelle”, di “Stars”, la rivista da edicola è qualcosa di cui si sente, di cui si continua a sentire la mancanza.

Se un editore, e non un editore marginale, anche se non necessariamente un colosso dell'editoria italiana come Mondadori, avesse il coraggio di riprendere il discorso iniziato allora da Giovanni Armenia e Vittorio Curtoni, i risultati, io penso, non mancherebbero, e sarebbero di grande interesse”.

Beh, sembra che qualcuno mi abbia letteralmente preso in parola. Ho scritto l'articolo e “Futuro Europa” l'ha pubblicato nel 2002. Poco dopo, è partito l'esperimento di “Robot” che il gruppo di “Delos”, i nostri infaticabili Sosio e Pachì, hanno ripreso ad editare. Bisogna dire però che la nuova “Robot” è una rivista venduta per corrispondenza, ed ha per conseguenza una diffusione molto meno ampia di una pubblicazione da edicola.

Ora, sia ben chiaro, non voglio minimamente criticare i bravi Sosio e Pachì: quello che hanno fatto in questi anni e stanno facendo con i mezzi a loro disposizione per la fantascienza italiana, è moltissimo e superiore ad ogni elogio; semmai è un'autocritica quella che intendo fare: scrivendo Le molteplici nascite una cosa di cui non avevo tenuto conto, è la generale contrazione del pubblico dei lettori avvenuta in questo trentennio. Oggi una rivista da edicola di fantascienza probabilmente non potrebbe funzionare, la stessa “Urania” è oggi in difficoltà. Nel '76 – '80 probabilmente si è perduta una grande occasione che oggi non può essere recuperata.

Occorre tuttavia non essere pessimisti: la fantascienza italiana è forse destinata a rimanere una letteratura “di nicchia” già all'interno della “nicchia” di coloro che leggono fantascienza, ma sta dimostrando indubbi segni di vitalità che non è il caso di trascurare. Occorre prima di tutto segnalare lo sviluppo che ha avuto in questi ultimi anni la narrativa cosiddetta ucronica: l'ucronia, ovvero “la storia scritta con i se”, la storia alternativa che parte dal presupposto che alcuni eventi storici chiave si siano svolti in maniera diversa da come sono effettivamente avvenuti. Questo può portare ad un'attenuazione dei caratteri tipici del genere fantascientifico, ma in compenso conquistare fette di pubblco più ampie, lettori che probabilmente non si accosterebbero ad una fantascienza tutta basata esclusivamente su robot ed astronavi. Gli autori di questo nuovo indirizzo di ucronia italiana sono Mario Farneti, Giulio Leoni, Giampietro Stocco, ma soprattutto bisogna menzionare il pioniere del genere: Valerio Evangelisti.

Nel 2005 Gianfranco de Turris ha curato un'antologia di ucronia italiana che ha tutte le caratteristiche per rimanere un'antologia storica della nostra fantascienza, come Universo e dintorni e Strani giorni, Se l'Italia, (13) edita dalla Vallecchi, la cui pubblicazione è anche parte del programma di rilancio della storica casa editrice fiorentina.

 L'altro evento importante è la nascita di una nuova corrente fantascientifica che fa perno soprattutto sull'Italia (cosa che non dovrebbe stupire troppo se pensiamo che negli anni '70 il movimento della New Wave partì dalla Gran Bretagna per arrivare solo in un momento successivo negli Stati Uniti); il connettivismo, il cui nome s'ispira alla scienza futura immaginata od inventata da A. E. Van Vogt che dovrebbe essere il tessuto connettivo che unifica le varie scienze specialistiche, ma prende a modello soprattutto lo scrittore Greg Egan.

 La cosa più interessante del movimento connettivista, a mio parere è questa: finora le varie correnti che hanno attraversato la fantascienza, farsi dalla New Wave, passando per la fantascienza femminista degli anni '70, per il cyberpunk, lo streampunk e via dicendo, hanno visto “la novità” in un accostamento, in un modo o nell'altro, al mainstream letterario, in un annacquamento delle caratteristiche del genere fantascientifico. Il connettivismo no, in chiara controtendenza, tende a ribadire il fatto che la narrativa che pretende di essere di fantascienza deve fondarsi su premesse rigorose di ordine scientifico.

L'orchestratore del movimento connettivista qui da noi è un giovane autore molto interessante, Giovanni De Matteo, vincitore tra l'altro del Premio Urania 2007, e che presenta tutte le premesse per essere nel futuro, se non lo è già adesso, una delle voci più autorevoli della nostra fantascienza.

Quali sviluppi ci possono attendere nel futuro, è difficile da pronosticare. Certamente, è improbabile che la fantascienza, soprattutto di autore italiano, possa mai diventare una letteratura di massa, ma non si può nemmeno negare che essa continua a dimostrare indiscutibili segni di vitalità.

Note
1.Fabio Calabrese: Gli anni bui, “Continuum” n. 3, Trieste luglio 2000, on line.
2.Fabio Calabrese: Anni semibui, “Continuum” n. 12, Trieste aprile 2003, on line.
3.Fabio Calabrese: Le molteplici nascite, morti e resurrezioni del fandom italiano, “Futuro Europa” n. 31, Perseo Libri, Bologna maggio 2002.
4.Fabio Calabrese: Qualche ulteriore osservazione ed appunto per una storia del fandom italiano, “Futuro Europa” n. 33, Perseo Libri, Bologna, febbraio 2003.
5.Remo Guerrini: Fantascienza e politica, “Robot” n. 12, Armenia, Milano, marzo 1977.
6.Donato Altomare: Tu che non credi alle carezze del vento, in, a cura di Gianni Pilo, Eroi e sortilegi “Enciclopedia della fantascienza n. 16, Fanucci, Roma 1986; “Orient Express” n. 5, febbraio 2007, on line.
7.Donato Altomare: Mater Maxima: “Urania” n. 1426, Mondadori, Milano, novembre 2001.
8.Donato Altomare: Il fuoco e il silenzio: Perseo Libri, Bologna 2005.
9.Donato Altomare: Surgeforas, Tabula Fati, Chieti 2006.
10.A cura di Lino Aldani e Ugo Malaguti: Pianeta Italia, Perseo Libri, Bologna 1989.
11. A cura di Gianfranco de Turris: Gli eredi di Cthulhu, Solfanelli, Chieti 1990.
12. A cura di Gianni Pilo: Eroi e sortilegi, Fanucci, Roma 1986.
13. A cura di Gianni Pilo: Daghe e malie, Fanucci, Roma 1988.
14. Vittorio Catani: Gli universi di Moras, “Urania” n. 1120, Mondadori, Milano febbraio 1990.
15. A cura di Giuseppe Lippi e Franco Forte, Strani giorni, “Urania Millemondi” n. 14 – primavera 1998, Mondadori Milano 1998.
16. A cura di Inisero Cremaschi: Universo e dintorni, Garzanti, Milano 1978.
17. A cura di Gianfranco de Turris: Se l'Italia, Vallecchi, Firenze 2005.

 

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