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Agosto, moglie mia non ti conosco, Tragedie in due battute, L’Eroe: in una parola, Achille Campanile
a cura di Andrea Coco
Pubblicato su PB19


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Presentare al gran pubblico Achille Campanile (1899-1977) è relativamente facile, basta citare i nomi di alcune sue opere – una per tutte: Agosto, moglie mia non ti conosco - difficile semmai è farlo apprezzare a tutto tondo. E’ stato definito uno scrittore umorista, ma è un giudizio troppo riduttivo, poiché nel corso della sua lunga carriera letteraria Achille Campanile si è occupato di narrativa e di teatro, giornalismo e critica televisiva. I suoi pezzi giornalistici, i suoi libri, le opere teatrali, i testi cinematografici e gli articoli di critica televisiva usciti sull’Europeo hanno rappresentato molto bene e sempre in modo ironico, la società italiana del Novecento dagli anni Venti fino alla fine degli anni Settanta.

Se vogliamo rendergli giustizia, dobbiamo allora affermare che Achille Campanile è stato un grande scrittore ed il più grande scrittore umorista italiano del Ventesimo Secolo nonché un valido artista multimediale ante litteram, poiché ha utilizzato varie forme di comunicazione (giornali, libri, cinema e tv). Uno scrittore che, come accade spesso nel nostro paese, è caduto nell’oblio dopo la sua scomparsa per ritornare sugli altari verso la fine del secolo scorso, quando, grazie all’iniziativa del figlio Gaetano, è iniziato un percorso di riscoperta e rivalutazione, percorso che si è concretizzato nella riedizione da parte della Bur di tutti i romanzi, nella messa in scena d’alcune piece teatrali e nella realizzazione di un sito internet (www.campanile.it) dove è possibile documentarsi in modo più che esauriente.

L’idea di suggerire un sito web dove documentarsi non deve trarre in inganno: quest’articolo non ha l’obiettivo di parlare di Achille Campanile nel senso tradizionale, vita ed opere, quanto di far conoscere lo scrittore presentando i suoi libri. Non è un caso, infatti, che ne ho scelti ben tre: Agosto, moglie mia non ti conosco, Tragedie in due battute e l’Eroe. Si tratta rispettivamente del libro più famoso, scritto agli inizi della carriera, un’opera che raccoglie scenette teatrali in due battute basate sul nonsense e l’ultimo romanzo pubblicato in vita, per il quale Campanile ha ricevuto il Premio Forte dei Marmi.

Detto questo, vorrei iniziare l’escursus, presentando un aneddoto, che si riferisce ai primi anni della sua carriera, iniziata nel mondo del giornalismo con un terribile azzardo. È il 1920 e il giovane Campanile lavora a “Idea Nazionale”, dove cura la cronaca nera e mette i titoli agli articoli. Un giorno c’è una triste e patetica vicenda cimiteriale. Una povera vedova, che per tanti anni ha portato ogni giorno i fiori sulla tomba del marito, una mattina viene trovata riversa accanto alla lapide.  “Tanto va la gatta al lardo…” è il titolo che sceglie Campanile. Silvio D’Amico, allora direttore della terza pagina sobbalza: costui o è pazzo o è un genio. E lo prende con sé. Da quel giorno inizia la sua lunga carriera di giornalista e inviato, senza trascurare le collaborazioni alle testate umoristiche del tempo, come “Il caffè”, “il Travaso”, e la scrittura di libri e opere teatrali, che lo hanno reso famoso.

Agosto, moglie mia non ti conosco (1930)

Un luogo di villeggiatura sul golfo di Napoli, un gruppo di villeggianti composito e bramoso di divertimenti, una pensioncina dove il cibo lascia a desiderare. Amori e amorazzi sullo sfondo. Un naufragio dove il capitano, invece, di consegnare ai passeggeri e all’equipaggio le cinture di salvataggio, distribuisce cinture di castità, delle quali van perse le chiavi. Basta questo perché si scateni una sequela d’incresciose avventure, fino al casuale ritrovamento conclusivo.

Achille Campanile è un artista della parola e questo romanzo rappresenta senza dubbio il suo prodotto più riuscito e, giustamente, il più famoso. Il titolo dell’opera non a caso è entrato a far parte degli slogan popolari, scelto magistralmente dall’autore più per la sua rima baciata che per una vera attinenza con il testo.

Il successo del libro si deve ad una serie di fattori ben dosati e scelti dallo scrittore. Innanzitutto, la capacità di saper padroneggiare l’italiano, di piegarlo alle sue esigenze, costringendolo a compiere esecuzioni spettacolari, molto simili agli esercizi di un domatore da circo che fa saltare le tigri senza ricorrere alla frusta. La nostra lingua è molto ricca di vocaboli e Campanile lo sa bene, tanto da utilizzare tale ricchezza per tratteggiare le persone utilizzando un semplice aggettivo (l’Erculeo Granatiere, le allegre Bagnanti della spiaggia di Miamy) oppure per definire una situazione, attribuendole una vis comica con un semplice attributo (…rispose il dilettante il palombaro dalle profondità della tinozza). Viceversa l’italiano sarà pure prolisso ma, quando serve, lui sa dimostrare di essere un grande scrittore, liquidando in due battute moltissime situazioni, creando in questo modo delle gustosissime scenette: “Dove hai messo i fiori? Nella valigia. Nella valigia? Avevo paura che si sciupassero”.

Quest’ultimo concetto introduce un secondo elemento che caratterizza lo stile narrativo dell’autore: la capacità di presentare situazioni surreali come se fossero normali e di farci ridere della assurda normalità. E’ la forza della plausibilità: nessuno si meraviglia che il proprietario della pensione “la Vigile Scolta” si travesta per evitare le ire dei suoi clienti ai quali propina di giorno in giorno avanzi di cibo, camuffati nelle più improbabili pietanze. L’ilarità si accende, quando questi viene puntualmente riconosciuto – a dispetto dei costumi, i più incredibili, (Pope Russo, Palombaro, eccetera) - perché ha con se… la retina della spesa.

Se la storia appare debole, troppo lineare, ci pensano i colpi di scena e le digressioni narrative a movimentare la trama. Le tante sospirate chiavi verranno trovate all’improvviso, quando oramai il lettore non ci pensa più (ed i personaggi sono in altre vicende affaccendati) e nel frattempo le povere vittime hanno già affrontato mille peripezie pur di trovare un palombaro all’altezza della situazione. Inoltre il libro è pieno di racconti, che sono fatti apposta per distrarre all’improvviso il lettore dal corpo centrale dell’opera, quasi farlo riposare, per riportarlo poi al punto dove si era fermata la storia. Esiste persino un “intermezzo” dove la fanno da padrone le onde del mare.
  
Già le onde del mare! Che cosa c’è di più romantico e lirico del mare d’inverno? La poesia è ben presente nel libro, traspare nelle descrizioni delle situazioni, per raggiungere nelle ultime pagine alti vertici, una chiosa finale che dimostra come Achille Campanile sia, prima che umorista, uno scrittore di razza in grado di muoversi in più settori.

Dal lirismo alla satira, l’ultima caratteristica di questo celebre romanzo. Se dovessi definire in due battute Agosto moglie mia non ti conosco, potrei dire che è un libro pieno di tutti i trucchi tipici del più trito romanzaccio sentimentale (personaggi, situazioni, colpi di scena), smantellati però uno ad uno grazie alla sapienza satirica dell’autore, fino a dar vita ad un vero e proprio antiromanzo alla portata di tutti. E al tempo stesso un contropelo al vetriolo sui costumi scemi della piccola borghesia italiana del ventennio.

Tragedie in due battute (1978)

Questo libro presenta un’ampia scelta di un genere letterario molto caro all’autore, scenette teatrali in due battute basate sul paradosso. Inoltre le famose Tragedie in due battute sono doppiamente famose: celebri per la loro originale soluzione stilistica-narrativa – alcuni critici concordano nel considerarle un vero e proprio genere a sé - e perché nessuno sa realmente quante siano. Gaetano Campanile mi ha raccontato che suo padre gli ha detto di averne scritte oltre 2000.

Di certo sappiamo che la produzione delle tragedie in due battute ha accompagnato Achille Campanile fin dai suoi esordi di giornalista, anzi possiamo affermare che la prima tragedia in due battute è stata senza dubbio il commento della morte della povera vedova caduta sulla tomba del marito.

La struttura stilistica, inventata dallo scrittore, le rende molto simili ad un testo di teatro: un titolo, l’elenco dei personaggi, la scena ed infine le battute che ogni personaggio deve recitare. Il sipario puntale chiude la tragedia.

Fin qui nulla di strano, ma non dimentichiamoci che abbiamo che fare con Achille Campanile. Cominciamo dai personaggi: nobiluomini, gentildonne, re, principi, persone comuni, animali, piante, cose ed eventi atmosferici. In scena va di tutto, perché lo scrittore da vita e dignità letteraria ad ogni cosa ed ogni argomento è buono per ridere. Funghi compresi.

La scena è, in genere, accuratamente descritta vuoi per creare il giusto climax nel quale far avvenire il brevissimo atto vuoi perché  lei stessa è motivo di riso (leggetevi I suoi capelli biondi).

Il testo parlato è breve, brevissimo ma sempre molto accurato. L’esperienza di giornalista emerge tra queste poche righe. Non è da tutti riuscire in poco spazio a dire tutto e a rimanere originali. Campanile riesce a trasformare discorsi banali in autentiche opere d'arte, giochi di parole esilaranti e al tempo stesso capolavori di barocchismo linguistico difficilmente imitabili.

E quando sulla scena cala il sipario, il lettore è ancora seduto in platea a ridere. La battuta l’ha folgorato e lui è rimasto lì adagiato sulla poltrona, intento a rileggere il testo per ridere ancora o per dipanare quel nodo gordiano letterario creato ad arte dal nostro Campanile e penetrarne il significato.

Tragedie in due battute è un monumento alla brevità, una brillante rappresentazione teatrale di una società scomparsa, messa in scena per il lettore, che potrà pure non riconoscersi in quei personaggi (non è detto) ma che non potrà fare a meno di apprezzare la capacità dell’autore di eternarla con poche feroci battute:

DRAMMA GIALLO

L’ASTUTO POLIZIOTTO: Dopo aver tentato invano tutti i sistemi per scoprire chi fra i presenti è l’uccisore della vittima, ha un’idea: con aria indifferente chiama a bruciapelo: Uccisore, senta una cosa.

L’ASSASSINO: Dica.

Viene arrestato.
(Sipario)


IL SIGNORE POCO SOCIEVOLE

IL SIGNORE SOCIEVOLE:
Fa per presentarsi, con la mano tesa: Permette?

IL SIGNORE POCO SOCIEVOLE
No.

(Sipario)


L'Eroe o si direbbe che a uno squillo di tromba (1976)

La gloriosa e triste commemorazione del tragico assedio alla fortezza di Alcantares è giunta alla sua quindicesima edizione e, come ogni anno, davanti al monumento dell'Eroe giovinetto che si è immortalato per la Patria, sfilano, ministri, eminenze, generali, ex assediati veri o falsi che siano.

Come ogni anno un pesante busto marmoreo verrà rimesso sul suo piedistallo e avrà luogo la cerimonia dell’ammaina bandiera e, quindi, tutti i presenti ascolteranno il disco su quale fu incisa la telefonata tra il generale Fulcs, il comandante della caserma e padre del giovane eroe, ed il suo omologo tedesco che minacciava di fucilare il ragazzo, qualora lui non decida di arrendersi.

Come ogni anno, in prima fila, ad assistere alla mesta cerimonia, il generale Fulcs ormai un pò svanito, la indomita ed autoritaria consorte, la generalessa Matilde, che non hai mai perdonato al marito la ferale risposta, la vecchia nutrice, altri componenti del nucleo familiare, lo sconsiderato responsabile del museo, il cavalier Zorapide, ed il suo sciocco assistente, l’ex assediato Raimondo.

Insomma la solita solfa, ripetuta stancamente più per abitudine che per reale convinzione, ma quest’anno c’è una importante novità: il comandante Kapel vuole incontrare il suo nemico per ottenere il perdono e riappacificarsi con lui. Quando tutto sembra oramai deciso ed avviato su nuovi binari, avviene un colpo di scena: riappare il giovane eroe oramai adulto e con un braccio di legno, che ha il difetto di bloccarsi nelle posizioni più strane procurando al suo proprietario pericolose avventure.

Attorno a questo braccio e sulle cause dell’incidente che ne hanno causato la sua perdita, arrivano da parte del suo ex proprietario le spiegazione più incredibili, storie collaterali che non c’entrano nulla con l’opera, finché, passando attraverso una serie di colpi scena rivelatori, si arriva alla conclusione dell’opera 

L’Eroe è l’unica opera politica di Achille Campanile, che per scelta si era sempre tenuto fuori da qualsiasi schieramento politico e aveva accuratamente evitato di trattare nei suoi libri un argomento così delicato. Tramite questo libro, l’autore critica duramente la retorica partigiana e denuncia con forza gli orrori della guerra, causa di lutti e distruzioni per entrambi gli schieramenti, vincitori e vinti.

Scorrendo le pagine dell’opera, questa critica diventa un atto di accusa contro quanti hanno fatto della resistenza un pretesto per trovare un posto di lavoro, un seggio al parlamento, snaturando la vera natura del fenomeno, e quanti, in tempi successivi, hanno rinnegato i valori morali dei loro padri e dei caduti per ridurre questo avvenimento ad un fenomeno da baraccone, una cerimonia laica alla quale non crede più nessuno.

Il libro si apre con un escamotage letterario di un Achille Campanile: un personaggio esterno alla storia che per esigenze imprecisate si deve nascondere nella fortezza e, pertanto, da un posto di osservazione di fortuna diventa un testimone esterno alla storia. E’ il brillante colpo d’inizio di un romanzo divertente, perfettamente bilanciato tra situazioni comiche e momenti drammatici, tra battute fulminanti e storie avvincenti quanto assurde, un equilibrio che rende questa opera diversa dalle altre, in particolar modo della giovinezza.

Scorrendo le pagine emerge, infatti, un Achille Campanile maturo, ricco di esperienza e reso saggio dagli anni, che scrive con un stile pacato - dalle pagine traspare una grande pace interiore – ma che non rinuncia alle sue formidabili battute, ai suoi giochi di stile che lo hanno resto famoso. Ad esempio le digressioni narrative attorno alle vicende umane - belliche e post belliche - dei personaggi dell’opera, deviazioni sulla strada maestra, non solo non c’entrano nulla con la storia, ma costituiscono un ottimo esempio della fervida fantasia dell’autore. In questo senso si può ribadire che l’opera è senza dubbio una delle migliori che lo scrittore abbia mai prodotto: divertente, ricca di spunti di riflessione ed equilibrata al tempo stesso.

In particolare, le vicissitudini legate all’arto di legno, rappresentano non solo un formidabile elemento comico, ma addirittura diventano una storia nella storia, un testo che prende in giro la stupidità dei regimi politici, l’assurdità dei loro simboli e riti collettivi, nonché la paranoia che li avvolge da capo a piedi e di cui non possono fare a meno di pur di mantenersi al potere.

L’ultima parte dell’opera è un susseguirsi di colpi di scena, che mettono a dura prova la fantasia del lettore, uno svelarsi di verità nascoste che precedono una conclusione che vola in alto, tocca la poesia e ci lascia un grande messaggio di vita: la guerra è crudele e lascia dietro di se molte vittime.  

Non ci si deve, quindi, meravigliare che il libro abbia vinto nel 1976 il Premio Forte dei Marmi, dedicato alla satira politica, l’ultimo riconoscimento che Achille Campanile abbia ottenuto in vita. Una ricompensa più che meritata per una così geniale opera, anche se quasi tutti i critici furono concordi nel ritenere quel premio un riconoscimento al Maestro dell'umorismo, non tanto per l'opera singola quanto per l'attività che aveva accompagnato oltre cinquant'anni di vita italiana.

A conclusione di questo escursus letterario vorrei raccontare il mio primo incontro con lo scrittore, avvenuto, seppure a distanza, nel lontano 1976. Era il 14 aprile ed avevo appena acceso il televisore, quando si materializzò sullo schermo a bianco e nero Gianfranco Dettori che parlava di Achille Campanile. Allora non potevo sapere che si trattava di un varietà “Serata con Achille Campanile”, diretto da Mario Ferrero e con Giancarlo Dettori, Claudia Giannotti, Daniela Gatti, Gianni Agus, Gino Pernice, Antonio Fattorini, Toni Barpi.

Dopo alcuni minuti di conversazione Gianfranco Dettori introdusse uno sketch: l’invenzione del cavallo. La scena si svolgeva in un’Accademia dove si stava festeggiando il professore Bolibine, l’inventore del cavallo. Sennonché all'improvviso i presenti udirono un rumore di zoccoli, che proveniva dall’esterno: per strada stava passando un reggimento di cavalleria. Ma allora il cavallo era stato già inventato?”

Questo, Signore e Signori, era (ed è) Achille Campanile, l’inventore del cavallo.

A questo punto non mi resta che augurarvi Buona Lettura.


Si ringrazia per la collaborazione Gaetano Campanile e la Direzione Teche Customer Service della RAI.

© Andrea Coco




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