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Intervista a Flaviano Di Franza
a cura di Carlo Santulli
Pubblicato su SITO


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Alcune domande all'autore di "Il modo migliore dei rovinarsi la vita (danneggiandola agli altri). Essere ingegnere giramondo", di cui abbiamo già pubblicato la recensione a: http://www.progettobabele.it/mostrarecensione.php?ID=506 Flaviano è un personaggio direi vulcanico, non soltanto in quanto ingenere giramondo, ma per l'ottimismo realista (e diciamo pure la simpatia) che riesce a trasmettere. Questa è la sua opera prima, ma credo proprio che ne sentiremo ancora parlare:

  • Una cosa che mi ha colpito molto di te è l'energia con la quale promuovi il tuo libro, su Internet e girando per tutt'Italia, energia che credo sia stata ricompensata da un buon successo di vendite, considerando che sei un esordiente che pubblica con una piccola casa editrice. Penso quindi che non avrai problemi ad indicare qualche motivo per cui uno che non ti conosce dovrebbe comprare il tuo libro. E come immagini il “lettore ideale” del tuo libro?

L’energia che ho é la stessa che cerco di trasmettere tramite il libro. In questi anni di profonda autoanalisi, ho cercato di “ripulirmi” da tutti quelle frustrazioni che normalmente rivestono l’uomo. Il libro é la punta dell’iceberg di questa “purificazione” che é ancora in atto. Chi ha letto il testo, a vario titolo e forma, ha apprezzato proprio questa energia. Credo che il fatto di voler innescare, una volta tanto, una miccia positiva e costruttiva, sia il motivo per il quale i lettori dovrebbero sentirsi motivati ed incuriositi nell’acquistare e leggere il libro. La vita la si deve vedere in una chiave maggiormente propositiva sforzandoci giá nelle piccole cose a trovare la soluzione ai quotidiani problemi soprattutto per ció che riguarda le questioni familiari, lavorative ed affettive. Che é come dire "Dai, perché no?" invece di smontarsi da soli con vessazioni assolutamente infruttuose.

Immaginare un “lettore ideale” non é cosí semplice perché mi piacerebbe che in molti possano criticare il testo, magari trovandolo, ora, assolutamente fuori dai loro canoni di lettura e di stile. Ma si sa: in agricoltura, tutti i semi, hanno bisogno di tempo per germogliare e dar frutto. Cosí vale anche per l’albero delle idee.

Ad ogni modo, credo che le persone curiose, aperte alle novitá e sensibili, penso possano leggere con maggior interesse il testo.

 

  • Partiamo dal titolo, senz'altro curioso ed interessante: capisco (o per meglio dire posso immaginare) che un ingegnere giramondo si complichi la vita (ed in effetti nel tuo libro sono descritte una serie di difficoltà pratiche che chi vive da solo lontano da casa deve affrontare). In che senso, però, la danneggi agli altri? Voglio dire: che c'entrano gli altri nelle tue scelte?

 

A mio avviso, ognuno di noi viene posto dal destino, di fronte a delle scelte. Spesso decidere in un verso o in un altro, implica necessariamente mettere sul contrappeso, che la propria felicitá nel perseguire determinati sogni e scopi, porterá altri a dover subire tali nostre decisioni. Questo non significa essere egoisti o irrispettosi, in un verso o nell’altro. Significa semplicemente che nel bilancio delle cose che ci porteranno ad essere contenti o addirittura feliciti, bisognerá includere il mal contento dei nostri cari che non potranno averci vicino, e che, a volte, dovranno aiutarci nel realizzare piccole operazioni, come anche il solo andar a pagare delle bollette, da soli.

E non solo. Porto un esempio pratico per chiarire. Quando si va all’estero, nella mente delle persone care, una intera Nazione viene miniaturizzato nel luogo in cui si trova il proprio caro. Manco a farlo apposta, in questi ultimi tre mesi, vi sono state fortissime scosse di terremoto e tzunami in Indonesia, Paese in cui mi trovo. Per mia fortuna, i luoghi in cui sono avvenuti, sono lontani dal mio posto di lavoro (come dire Torino – Palermo), peró in loro, la parola Indonesia, fa evocare nei loro pensieri, il mio nome. Questo comporta apprensioni aggiuntive che alla lunga, possono logorare. Ammetto che in questi ultimi cinque anni, ho visto invecchiare piú rapidamente i miei genitori, rispetto ad altri loro coetanei.

 

  • Questi tuoi “fogli sparsi” sono un diario di viaggio che trovo affascinante, oltre che vario e mosso: passi dall'Africa al Sudamerica all'Estremo Oriente e riesci a restare te stesso e specialmente a non avere una visione coreografica o eccessivamente turistica dei paesi in cui ti trovi. Quanto ha contato in questa visione profonda dei paesi da te visitati il fatto di essere lì per lavoro? E il lavoro (che immagino tutt'altro che rilassante) ti lascia il tempo per riflettere?

 

É lo sforzo maggiore che compio ogni giorno. Lo definisco, parafrasando il titolo del libro: "il modo migliore di rimanere integri". Posso garantire che in molti miei colleghi vedo una “non luce”; quasi una non vita, a voler esagerare. Racconto un breve aneddoto. Una sera entro in mensa e mi siedo vicino ad altri colleghi. Io ero raggiante, senza uno specifico motivo. Loro avevano lo sguardo spento, assente. Se mi si concede, il fatto di essere qui per lavoro, é una ulteriore aggravante, perché é difficile intrattenere rapporti sociali con i “locali”, anche se alcuni ci sono riusciti fortunatamente per loro, e con i colleghi, spesso, ci crea una cortina di ferro invisibile ed insuperabile.

Per questo motivo, seppur il lavoro sia stressante, considerando che gli orari di lavoro giornaliero non sono certamente le 8 ore in Italia, questo implica un razionalizzare il proprio tempo, imparando bene il concetto di prioritá. Scrivere é il mio modo per fotografare le emozioni che provo e cristallizzarle in un certo attimo. A volte segno un appunto per poi sviluppare il pensiero in orari piú comodi. A volte “rubo” ore di sonno alla scrittura e lettura. Consapevole che l’unico modo che ho per continuare ad essere “vivo” passa da questa capacitá. Il giorno che perderó lo stimolo di scrivere e di darmi delle prioritá, significherá che mi sono adeguato alla massa.

 

  • Soffermandosi sull'Africa, ed in particolare sulla Sierra Leone, sembri avere delle idee abbastanza precise della situazione che hai trovato nel luogo, di cui senz'altro si parla poco in Italia. Qual è la tua “versione” del mal d'Africa? Esiste davvero, o è tutta un'invenzione letteraria e cinematografica?

Dipende dai punti di vista. Io non lo chiamo “mal d’Africa”, ma nostalgia, che in realtá provo per ogni luogo in cui sono stato ed ho vissuto forti emozioni. E la Sierra Leone é sicuramente fra questi, visto che lí ho ritrovato me stesso. Il Continente Nero ha dato sfogo al mio lato selvatico, per non dire selvaggio, come dicono alcuni miei amici scherzosamente. Io sostengo che in Africa ho ripreso fattezze piú umane e meno conformate. Piú “naturale”. In molti casi, come scrivo nel libro, il mal d’Africa in realtá nasconde un senso di onnipotenza che molti “bianchi” hanno. A volte é qualcosa di velato, ma si percepisce da come un “bianco” parla con un locale. Non é lo stesso atteggiamento che puó avere con un collega che considera pari grado. Questo è ciò che ho configurato io con il “mal d’Africa”. Io questo “male”, proprio non lo voglio!

  • Nella narrazione sembri un tipo estremamente estroverso e comunicativo. Pensi di essere davvero così, oppure ti sei immedesimato in te stesso come personaggio letterario, e quindi ti sei rappresentato in modo iper-realistico?

Non credo che esista una forma d’essere vera e propria che mi rappresenti. Come scrivo nel libro, chi mi conosce bene sostiene che "Flaviano lo puoi amare oppure odiare ma mai passerà inosservato". Non penso di immedesimarmi in una “parte”. Semplicemente vivo in estrema semplicità, ciò che la vita mi sta offrendo. Penso che sentendomi in cattività per la maggior parte del mio tempo, mi risulta molto più semplice socializzare. Tutto qui. E poi, in fin dei conti, mi rende gioioso il poter socializzare. Sto cercando di trovare un equilibrio anche in questo, ma sarà, come sempre, un equilibrio instabile

  • Questo libro come tu dici, realizza un sogno. Questo vuol dire che non dobbiamo aspettarci altri romanzi o racconti da te in futuro, oppure hai già in mente un seguito?

Per fortuna o sfortuna dei lettori, sto stendendo le basi per un prossimo romanzo. Sarà un po’ diverso, ma non voglio anticipare nulla. Sto valutando anche la possibilità di realizzare qualcosa a quattro mani. Una cosa certa è che anche il prossimo libro sarà collegato ad un progetto sociale. Perché condivido lo spirito di Dominique La Pierre, insigne scrittore e giornalista francese. Forse, se fosse stato “solo” per il libro, non avrei avuto la stessa energia. Aver collegato il mio primo manoscritto al progetto di costruzione della casa del malato proposta dall’ADMO, ha acceso in me tantissima voglia di fare.

Mi viene da dire, concludendo citando il buon Ligabue: “Che il viaggio non finisca mai”

© Carlo Santulli




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