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L'uso delle parole in Emilio Gadda
a cura di Marcello Caccialanza
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Le parole di Gadda non sono sempre state con “la gobba” come amava definirle Alberto Moravia dopo aver preso coscienza di romanzi quali Cognizione del dolore e il Pasticciaccio.

Infatti, in gioventù, queste erano snelle e andavano dritte come un pugnale; basti pensare ad un testo come il Giornale di guerra e di prigionia, dove il lessico è inflessibile e marcia a vele spiegate laddove l’autore vuole arrivare, con l’intenzione ferrea di infilzare il concetto da esprimere e con l’irrinunciabile desiderio di offrire taglienti giudizi.

Gadda utilizza dunque un linguaggio veemente nel momento in cui ha la necessità, come artigiano sapiente, di incidere un paesaggio, con la logica conseguenza  di una serie di fendenti a quanti, malauguratamente, per moralità o risentimento, si trovano prigionieri  della sua mano e della sua mente “vendicativa”.

Quindi si può affermare che le stesse parole hanno una sorta di sudditanza nei confronti dello stesso autore, nel senso che gli obbediscono senza alcuna reticenza.

Inizialmente questo approccio del tutto inaspettato e proficuo tra Gadda e le parole era cosa assai semplice, in quanto l’autore stesso era in una fase della sua feconda attività creativa in cui si stava guardando attorno,in attesa di quegli eventi che potevano dimostrargli la sua grandezza.

Ma come è cosa nota, una mente geniale non può restare rilegata a vita nelle retrovie dell’arte e così i termini della comunicazione civile gli vanno stretti, insomma non gli bastano più, perché il fermarsi ad un livello standard lo avrebbe costretto a non sfruttare a pieno quell’enorme fucina di talento puro.

Così il Gadda civile, per rabbia o indignazione, diventa incivile...ed ecco uscir fuori parole proibite dalla buona educazione borghese. Nessuno viene risparmiato dalla sfrontatezza della sua penna...dalla moglie di un fotografo al Re; dai generali ai ministri,passando per gli industriali. E lui,ironico...sarcastico, se la ride del reato di lesa maestà!

Quando una parola sola non basta a distruggere una persona detestata, Gadda non si perde d’animo ne cerca altre cinque o sei per sferrare il colpo di grazia.

Con le parole fa cose mai viste...le smonta e le rimonta dando loro nuova linfa vitale; quando l’italiano diventa un pantano,non disdegna neppure di attingere da altre lingue...dal tedesco appreso durante gli anni di prigionia, dallo spagnolo masticato durante il suo esilio argentino; ma soprattutto sua materia ispiratrice diventa il linguaggio della strada, magari mischiato al dialetto,perché la parola che batte il marciapiede ha quell’innata capacità di rendere meglio la vita di ogni lezione falsata del sapere borghese.

Gadda non cerca la bellezza del suono, anzi fugge questa convenzione da accademia...lui aspira  alla bruttura...alla crudezza del vocabolo, perché vuole raggiungere il grado massimo della spregiudicatezza: il suo intento è di annientare quel mondo chiuso e falso che di fatto lo ha nauseato...lui è sceso da questo mondo e ha deciso di turbarne i fragili equilibri,votandosi ad un caos rigeneratore.

Gadda è dunque come una sorta di pittore espressionista del verso, lui si innamora delle parole...le accarezza e le denuda, permettendosi il lusso di svuotarle dal loro significato intrinseco... ruba loro l’anima a tal punto da renderle creta viva nelle sue mani. E non si accontenta di giochi superficiali, lui le deforma a tal punto da asservirle, come alleate fedeli,  nella sua lotta costante contro tutto e tutti.

© Marcello Caccialanza



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