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La scienza dell’impresa secondo Filippo Picinelli (1604-1679): indagine sulle fonti dell’Introduzione al “Mondo Simbolico”.
a cura di Paolo Rosano
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Nella Prefazione al lettore[1] Picinelli, parlando del suo “gratioso mazzetto d’imprese” che a poco a poco si è ingrandito fino a formare un volume di dimensioni imponenti, individua come sue finalità principali “la giocondità del diletto” e “l’utilità del profitto”. Ed è proprio quest’ultimo che deve riscattare quello che potrebbe apparire un insieme di “opere o studj puerili” che non si addicono a “huomini di senno, e di giudicio”. Prova ne sia il fatto che di imprese e emblemi si sono occupati tanti uomini illustri di cui il primo è stato il vescovo di Nocera Paolo Giovio considerato inventore delle imprese da parte di quasi tutti i teorici delle figure e subito dopo Paolo Aresi vescovo di Tortona che Picinelli ritiene “il più facondo ed erudito di quanti Scrittori illustrino la nostra Italia” e Giovanni Ferro che, per il suo valore, fu nominato abate da papa Urbano VIII.

Gli stessi nomi ritornano, insieme ad altri famosi, nel “Compendioso trattato della natura dell’imprese” che fa da introduzione all’opera e che Picinelli articola in quattro parti: etimologia dell’impresa, definizione dell’impresa, corpo dell’impresa, motto dell’impresa e imprese particolari. Partendo dalla prima, il nostro autore dichiara di volersi affidare ai tanti scrittori famosi, di cui cita alcuni nomi, che hanno trattato la materia, di non voler aggiungere nuovi argomenti[2], ma di riassumere per il lettore che non abbia con sé altro libro di imprese “la qualità e le regole più essenziali che alla perfetta formatione dell’Imprese possano considerarsi”.

Per quanto concerne l’etimologia dell’impresa il punto di riferimento è Aresi che così si esprime:

“la più comune e più probabile opinione è che derivi dal verbo imprendere, perché non essendo questa voce molto antica, è da credere che non a caso totalmente sia nata, ma con occasione del verbo, con cui ha grandissima somiglianza, sia venuta a luce”[3].   

E poco dopo specifica che non si tratta di “imparare” o “apprendere”, ma il nome “dinota l’incominciar con animo risoluto di condur a fine alcuna cosa”. Questo si spiega facendo riferimento all’abitudine degli antichi soldati di rappresentare nei loro scudi le imprese da loro condotte e successivamente, per antonomasia, le stesse figure furono chiamate così. Per questo non dobbiamo credere, secondo lui, che imprese siano solo cose ancora da compiere o non fatte.

In merito alla loro antichità Picinelli inizia da esempi biblici che lo portano a concludere che, sebbene un “grave scrittore” non li possa considerare tali, tuttavia:

“molti simboli delle Sacre Scritture […] fanno un composto così vago, che il nome d’Impresa […] pare che denegar non se gli possa”[4].

Gli esempi seguenti suffragano tale conclusione e portano l’autore a sostenere come probabile l’origine sacra delle imprese. Pressoché analoghi esempi si possono trovare presso Aresi che però non conclude allo stesso modo di Picinelli perché per lui i sostenitori di questa teoria “non tanto d’onore le arrecarono con l’antichità quanto le tolsero” privandola di tutto ciò che la distingue da ogni altro simbolo[5]. Chi invece teorizza l’origine sacra dell’impresa è Juan de Horozco[6] che considera prima insegna o impresa l’arcobaleno della sacra Scrittura come simbolo di pace e perdono concessi da Dio agli uomini. Gli esempi sacri successivi gli servono a confermare come sia la storia della salvezza a fornire l’interpretazione della realtà molto più di quanto non possa fare la filosofia naturale.

Il vero ambito di applicazione dell’impresa è però quello delle “attioni e i fatti militari”, come conferma anche Aresi:

“[…] questa voce Impresa nel suo proprio significato è più propria di attion militare che di alcun altro fatto, perché molto più propriamente si dice un capitano haver fatto grandi Imprese, che un dottore o altra sorte di gente”[7].

In questo senso l’uso può essere fatto risalire ai tempi più antichi quando i soldati, secondo la testimonianza degli scrittori classici, erano soliti dipingere scudi e stendardi con figure simboliche. Secondo Picinelli però non si tratterebbe di imprese, ma solo di “rozi principij e basse abbozzature” di quelle, così come per le imprese amorose, avendo queste come ambito di applicazione anche tornei e giostre in cui i cavalieri si cimentavano per amore delle donzelle. Solo ai tempi di Monsignor Giovio esse avrebbero raggiunto “perfettione ed isquisitezza” soprattutto perché i cavalieri combattevano per desiderio di gloria unendo “alla fortezza del braccio la vivacità dell’ingegno”. E questi erano Spagnoli, Francesi, Tedeschi, Italiani e soprattutto questi ultimi “sollevarono l’Impresa a quella nobiltà, in che ora si pregia di ritrovarsi”[8].

Venendo alla definizione di impresa[9], Picinelli riporta quasi alla lettera quella di Aresi. Per lui l’impresa è:

“un composto di figura, e di motto, ch’oltre al significare alcuna cosa propriamente, [serve] a rappresentare per mezzo di questa figuratamente alcun nostro pensiero particolare, e ordinato”.

Mentre per Aresi essa è:

“un composto di figura, e di motto, che per mezzo del suo proprio significato, a rappresentare con diletto ed efficacemente alcun nostro particular pensiero vien ordinato”[10].

Ferro, nel capitolo dedicato alla definizione di impresa, parla della confusione che viene fatta tra queste e le altre figure simboliche per giungere poi a due definizioni di cui una tratta da Giovio e semplificata:

“L’Impresa è una invenzione dell’huomo, formata a guisa di un composto d’anima e di corpo, cioè di figure fuor dell’humana, e di motto brieve diverso dall’idioma di colui che fa l’Impresa, significante con proprietà simile parte de’ suoi pensieri“[11].

L’altra si trova invece alla fine del capitolo dopo l’esame delle definizioni dei principali autori di imprese:

“L’Impresa [è] simbolo composto di figura e parole, significante per via di similitudine metaforica, fondata sopra la proprietà di essa figura, accennata dal motto, o pensiero o stato nostro, e d’altrui”[12].

Come si può notare è questa seconda definizione ad avvicinarsi di più a quella di Picinelli, anche nella parte relativa al significato metaforico, mentre la prima anticipa motivi che saranno trattati successivamente dal nostro autore. 

Ercole Tasso sottolinea nella sua definizione anche il rapporto che deve intercorrere tra figura e parole che rappresenta, per usare la sua terminologia scolastica, la “quiddità overo essenza dell’Impresa”:

“Impresa è simbolo constante necessariamente di Figura naturale (toltane l’humana semplicemente considerata) overo artificiale naturalmente prese, et di Parole proprie, o semplicemente translate; dalle quali Figura, e Parole tra sé disgiunte, nulla inferiscasi, ma insieme combinate, esprimasi non proprietà alcuna d’essa Figura, ma bene alcun nostro instante affetto, o attione, o proponimento”[13].

Successivamente esamina la sua definizione punto per punto. Così “simbolo” come modo di parlare recondito, che consta (“constante”) di figura e parole, “di figura” e non di cosa, “di figura” e non di figure e se ce ne sono più di una rappresentano un tutt’uno, “naturale” o “artificiale” con l’esclusione del favoloso, “naturalmente prese” ovvero nel loro aspetto naturale, anche se il loro senso è metaforico, “toltane la humana” perché non si fa comparazione dell’impresa, “parole proprie” o traslate distinte però da enigmi e allegorie e frutto della sottigliezza dell’ingegno, “delle quali figure e parole” disgiunte da quelle delle altre figure “esprimasi” e non significhi, come accade nei “mutoli e puri simboli” perché nell’impresa il significato è affidato alla figura che deve accordarsi al concetto espresso dal motto, “non proprietà alcuna” della figura, perché essendo l’impresa simbolo conviene che dica e nasconda al tempo stesso, “ma ben alcun nostro affetto, o attione, o proponimento” perché per sua natura l’impresa si occupa di materie amorose e militari, “alcuna” perché l’impresa si impiega ad una sola azione come il poema epico, “nostra” perché in essa siamo noi a parlare e ad essa applichiamo il nostro sentimento o intento”, “instante” perché concerne il presente.

Sull’importanza della figura nell’impresa, ma soprattutto sul suo legame con la poesia e il tipo di pubblico insiste Scipione Bargagli che dice:

“L’Impresa, non esser altro, ch’espressione di singolar concetto d’animo, per via di similitudine; con figura d’alcuna cosa naturale (fuor della spezie dell’huomo) ovvero artifiziale; da brevi ed acute parole necessariamente accompagnata”[14].

Dunque non si costruisce impresa senza similitudine o comparazione, ottenuta attraverso figura (che non sia quella umana) e motto. Così deve essere “quasi poesia, ovver cosa nobilmente popolare”. Ma essa deve essere compresa e far provar diletto non alle persone completamente ignoranti o troppo colte, ma “tutti quanti coloro che communemente delle cose sono intendenti”. Pur mantenendo legami con la poesia non è però come quella tragica o comica. E questo per trasmettere il suo messaggio al pubblico che “non sono le persone idiote e rozze in tutto l’intelletto, né gli huomini dotti e scienziati o speculativi […]”, ma gente “di comunal capacità” che con l’impresa “divengono tuttavolta più capaci, più certi, e più contenti nelle menti loro”. A meno che non debba comunicare a una persona “di concetti fini e sottili” un concetto, perché in tal caso una comparazione difficile sarà lecita. Bargagli conclude il ragionamento per bocca dell’Attonito Intronato affermando che l’essenza dell’impresa si esprime dall’unione di figure e parole in modo che la figura in forma di prosopopea dichiari il concetto oppure ci sia una terza persona a farlo con le parole del motto.  

In base a tutte queste definizioni comprendiamo come la figura sia la materia o il corpo dell’impresa, mentre il motto la sua forma o anima, secondo quanto dichiara subito dopo la definizione Picinelli. E’ evidente allora che essa ha bisogno di entrambe queste componenti di cui la figura sarà portatrice del senso letterale, fisico e morale, il motto di quello allegorico.

Questo contribuisce a diversificarla dalle altre figure come emblemi[15], simboli e geroglifici. Nel caso degli emblemi essi contemplano qualsiasi tipo di figura, possono avere o non avere parole e dichiarano espressamente il fine morale, mentre le imprese scelgono con più ristrettezza i corpi delle figure e dichiarano il significato solo parzialmente, dovendo questo ricavarsi dall’unione della figura con il motto.

Maggior chiarezza intorno all’emblema e al suo rapporto con l’impresa fa Aresi secondo cui per il primo vale l’universale per la seconda il particolare:

“questa [l’impresa] guarda il particolare, e quello [l’emblema] dà avviso, e documento universale; questa ricerca parole e figure e quello delle sole figure è contento”[16].

Successivamente però fornisce anche notizie in merito all’etimologia dell’emblema che indicherebbe “certi ornamenti” come statuette e fiori che si possono togliere dai vasi senza romperli o le immagini che si compongono di tanti pezzi come i mosaici. Per esteso significa poi qualunque immagine usata come ornamento per tappeti, vasi, vesti e cappelli. In base a tutto ciò viene meno la presunta natura universale dell’emblema e ci sarebbe coincidenza di questo con l’impresa. Tuttavia, quando è nata l’impresa l’emblema si è ristretto alle figure che non guardano il particolare né hanno il motto o, se anche lo possiedono, esso non forma un composto con la figura come accade nell’impresa, ma o sono titoli o dichiarano la figura o una cosa contenuta nell’emblema.

Il Ferro si sofferma a lungo prima sull’etimologia per poi passare anche al senso morale[17]. Il nome emblema viene da un verbo greco che significa “inserire”, “mettere” e con questo nome ancora oggi si chiamano i pavimenti, le pitture e le figure di diversi pezzi di pietra o vetro colorati chiamate mosaico o gli intarsi in legno delle pale d’altare o dei cori nelle chiese. Per Cicerone indicava invece un “parlare artificioso e ornato”. Così, per esteso, l’emblema passa a designare la composizione di più cose figurate insieme per esprimere un concetto per via di similitudine o comparazione con significato morale. Le figure possono essere ricavate dalla natura, come troviamo in Alciato, ma anche dall’arte, dalla favola, dalla storia, dalle sentenze e dai proverbi e i corpi “possono essere mostruosi, fantastichi e capricciosi per natura o per inventione, interi, o le lor parti sole”. La materia è costituita dunque da ogni sorta di figure, vere o finte che siano, purché ritraggano un’azione che serva da ammaestramento civile e morale. A differenza dell’esempio che è solo per prova e riguarda una cosa reale l’emblema trae insegnamento da ogni cosa. Le parole non sono indispensabili, anche se senza di loro gli emblemi sono più oscuri e quando esse sono presenti dichiarano il significato della figura, a differenza di quanto accade nell’impresa.

Chi invece dimostra chiara consapevolezza della distinzione tra emblemi e imprese è Juan de Horozco che parla delle tre cose che accomunano emblemi e imprese e delle otto per cui differiscono[18]. Delle tre la prima dice che gli emblemi sono formati da figure di significato e, se sono come persone mute, parlano a cenni e attraverso loro parla il loro inventore; la seconda che essi possono essere composti da sole figure, oppure comprendere anche lettere che servono da motto e quanto più osserva la proprietà dell’impresa tanto più sarà perfetto: la terza che gli emblemi svelano il senso di una cosa propria, come quelli che parlano di ingratitudine, invidia e altre cose simili, sebbene in modo dissimulato. Per quanto riguarda le differenze nelle imprese non ci deve essere nulla “que no signifique”, mentre negli emblemi non tutte le cose significano, ma molte sono poste per ornamento e associazione; anche se gli emblemi possono avere parole, è soltanto la figura a dichiarare; l’emblema può avere figura umana, senza lo scrupolo che è presente nelle imprese e ci può essere una sola o più figure, purché si accordino al concetto e siano distinte e non si confondano insieme; nell’emblema si possono utilizzare figure favolose come animali sconosciuti dalle proprietà mirabili note soltanto a pochi; l’impresa deve guardare le cose future, non riportare storie dei tempi passati, mentre l’emblema trae spunto più frequentemente dal passato al fine di informare ciascuno su ciò che potrebbe accadere; l’impresa si fonda sempre su un “intento particular”, mentre l’emblema ha come regola generale quella di insegnare a tutti; l’emblema non importa se sia originale o di altri, purché ci sia la morale e l’imitazione sia adattata alla circostanza  e venga fatta “con gracia”; gli emblemi non ammettono “burla” perché sono stati inventati per insegnare la verità e dissipare gli inganni, mentre le imprese possono essere in massima parte scherzose (“ay lugar de que se hagan muchas de passatiempo”), anche se si deve osservare una regola (“la orden de las gracias”).  

Per quanto riguarda i simboli Picinelli afferma che, qualora non si intenda per loro una qualunque figura con significato, oltre che letterale, anche traslato, non sono che un “detto sentenzioso” sotto forma di enigma o mistero, come nei detti di Pitagora. Aresi si mantiene invece sul vago:

“simbolo è nome generico che si prende per qual si voglia segno, là onde le figure senza motto, se pure non sono Emblemi, o d’altra sorte di segni specifici, ritengono il nome generico de’ simboli”[19].

Chi invece sviluppa il concetto in modo più ampio è ancora Horozco nel cui trattato troviamo molteplici significati di simbolo tra cui quello di Picinelli[20]. I simboli sono infatti segni che vogliono far intendere una cosa in modo cifrato-quelli che in guerra i Latini chiamarono tesserae che tacitamente mostravano cosa avrebbe fatto l’esercito. Ma simbolo o segnale è anche il nome che il capitano dà alle guardie e anche ogni altro segnale che distingua il proprio esercito dall’altro. Simbolo è poi quello della professione di fede degli apostoli che distingue chi è cattolico da chi non lo è. Infine, come per il nostro autore, simboli sono anche i detti di Pitagora che fanno uso di figure e similitudini. E, in conclusione, essi possono anche essere chiamati emblemi e imprese per i detti figurati e i concetti arguti.

L’ultima figura introdotta da Picinelli sono i geroglifici che non sono altro che “schiette figure” dal significato simbolico e senza aggiunta di parole, laddove l’impresa ha bisogno di figure e motto congiunti insieme per dichiarare il concetto dell’autore. Aresi, pur partendo da questo principio, fa anche considerazioni sulla natura dei geroglifici:

“quelli [i geroglifici] erano destinati a significar cose sacre perché è tanto Gieroglifico, quanto sacra scultura; questa [l’Impresa] a concetti e a cose di particolari persone; quelli erano a guisa di scrittura seguita[…]”[21].

Quindi i geroglifici sono figure che possiedono un significato sacrale e sostituiscono la scrittura e quindi non sono espressione di concetti o sentimenti personali come le imprese. Essi ebbero origine dai sacerdoti egizi forse per sottrarre al volgo i misteri religiosi e il loro significato è “perpetuo” e non “particolare” come quello delle imprese.

Ferro condivide questa prospettiva, ma si spinge oltre, entrando nel dettaglio dei segni[22]. Per lui i geroglifici sono “figure senza lettere o parole” utilizzate dagli Egizi per nascondere “i concetti pertinenti alla loro religione”, senza significato particolare, scolpiti nel marmo. Il termine “geroglifico” significa sacra scrittura e i geroglifici, usati dapprima dagli Egizi, furono poi impiegati da altri. Essi non sono costituiti da caratteri, ma da forme e figure di animali, strumenti vari, fiori, erbe e altre cose unite insieme a formare un solo concetto e spiegare sensi e pensieri umani, misteri religiosi, vizi e virtù e costumi richiesti a ciascuno.

Bisogna anche dire che per scrittori come Horozco lo stesso geroglifico è un altro nome dell’emblema e dell’impresa a imitazione delle antiche lettere che gli Egizi chiamarono sacre sculture e il cui inventore sarebbe stato Ermete Trismegisto. Tertulliano le chiama lettere caldee perché secondo lui furono gli Ebrei a inventarle e con l’insegnamento di Dio e dei profeti fecero uso delle figure e delle similitudini per redigere la sacra Scrittura. Emblemi, imprese e simboli sono in realtà geroglifici e sacre lettere di grande antichità[23]. Come si può notare, Horozco si collega al tema dell’origine delle imprese che avrebbero dunque una genesi antica.

Similmente Scipione Bargagli parla di “Imprese geroglifiche o naturali” e “Imprese artificiali”, anche se poi evidenzia le loro differenze[24] e per farlo ritorna all’origine delle imprese. I geroglifici non rivelano concetti o pensieri per via di similitudine o comparazione “per non essere quelle [le imprese geroglifiche] significazioni proprie, né naturali d’esse cose”. Inoltre non possiamo servirci dei geroglifici per fare le imprese perché gli antichi con quei segni raffiguravano solo eventi passati, ma non esprimevano alcun concetto “intorno alla forma e all’oggetto del viver loro o secondo la qualità dei loro affetti, e pensieri”, come accade nelle imprese moderne. Se anche in alcuni casi gli antichi affidavano alle cose il compito di significare concetti, questo era dovuto all’uso che di loro si faceva, come nell’immagine di Cesare con la corona di quercia in testa che simboleggiava chi contro i nemici salvava i suoi cittadini.  

Torquato Tasso, pur partendo dai medesimi principi di sacro e profano accosta le lettere geroglifiche alle imprese sacre contrapponendole a quelle non sacre. La differenza tra le due viene a consistere nel fatto che “alle non sacre si conviene il significare con ogni somiglianza: alle sacre con qualche “dissimilitudine”. Ma questo vale solo come differenza tra “lettere jeroglifiche e Imprese d’arme, e d’amore cavalleresco”. In altri casi di argomento sacro o di guerra occorrerà fare uso delle “dissimili similitudini”[25].

 Stabilita dunque la natura dell’impresa, occorre sapere come si deve fare per crearne di belle e quindi conoscere le regole per formare il corpo e il motto. A questo proposito l’esposizione di Picinelli è minuziosa per entrambe le parti. In primo luogo egli ci spiega ciò che i corpi non devono raffigurare. Dovendo essere gradevoli ai sensi e non offensivi del buon gusto, non potranno rappresentare figure come lo scarabeo stercorario o uccelli e quadrupedi in atto di defecare. Il corpo inoltre dovrà essere distinguibile a prima vista e bisognerà quindi evitare la rappresentazione di animali dell’India dalle proprietà sconosciute e le pietre preziose difficilmente distinguibili perché tutto questo non porta “diletto, ma confusione all’animo e dispiacere”.

Sono esclusi dalla maggior parte degli scrittori i corpi umani che non siano di uomini realmente esistiti o di figure del mito conosciute[26]. Si possono tuttavia accogliere le parti del corpo umano come sostegno di altri corpi d’impresa e lo stesso vale per le parti degli animali.

Per quanto riguarda le figure, ne può bastare una sola, ma due rendono l’impresa più bella perché, come dice Aresi, si coglie meglio la dinamicità dell’azione descritta dal motto. Se ne possono accettare anche tre, purché esprimano una sola azione e un solo concetto. Vi si dovranno permettere anche quattro o sei corpi, sempre che la molteplicità non porti confusione, ma essi siano strettamente correlati gli uni agli altri a rappresentare una sola azione come se fossero un corpo solo[27].  Il corpo non deve essere composto di cose che non possono stare insieme, come nell’esempio del cane e della tartaruga con le ali. Allo stesso modo non si devono unire cose artificiali con cose naturali né cose che vadano contro il corso naturale delle cose come il delfino attraversato dall’ancora, il fulmine accoppiato a una saetta o un dardo con una serpe arrotolata intorno.

Lo stesso schema è usato da Ferro, cui chiaramente Picinelli si ispira, che inizia dicendo cioè come i corpi non devono essere. Quindi vanno esclusi dall’impresa “figure chimeriche… di Centauri, di Fauni, Sfingi, Cerberi, Testuggini con l’ale, Leoni con spade e elmetti in capo”, ma anche le divinità pagane, gli animali e i pesci strani che non si conoscono facilmente “senza l’aiuto di Aristotile, di Plinio, di Alberto Magno”. Vanno esclusi parimenti gli animali che suscitano alla vista orrore e dispiacere, gli “infami o sozzi” su cui non si possa istituire un insegnamento virtuoso. Per questo si respingono “i Dragoni, i Basilischi, i Camaleonti, Lupi, Corvi, Avvoltoi, Vipere, Serpenti”, ma solo quando non si possano utilizzare per esprimere “qualche virtuoso concetto. Altri corpi come “la Polve e il Tarlo” dalla scarsa visibilità non aiutano la comprensione della figura e vanno quindi scartati. Occorre evitare le erbe poco comuni, ma anche quelle che si possono confondere come “la citronella, l’ortica e la melissa” o gli uccelli come “lo storno, il tordo e simili” a meno che il motto non consenta di distinguerli. Si devono abbandonare i corpi esotici come il balsamo che non si sa esattamente come raffigurare. Lo stesso vale per “cose particolari” di certi luoghi per cui sia necessario dare indicazioni nel titolo (fiumi, animali e altre cose), a meno che non si trattasse di cose molto note come la fenice non mai vista da nessuno, ma conosciuta da tutti[28].

Per quanto riguarda la questione se si debba usare la figura umana l’autore espone le ragioni contrarie traendole dagli scrittori più importanti. Alla fine afferma, seguendo Bargagli, che occorre conformarsi ai “gravissimi scrittori” e all’uso e dunque le figure umane devono essere rimosse perché significano il concetto senza applicazione di metafora. Negli emblemi e geroglifici questo accade perché è permesso dal fine morale. Ma le imprese hanno altro scopo e perciò devono avere “materia proporzionata a quel loro fine”, cioè la “manifestazione di qualche affetto”. Poi occorre che l’ingegno umano cerchi forme del mondo simili, ma non del medesimo tipo. Infatti è l’uomo che dà significato alle cose, ma non lo deve ricevere attribuendolo a sé. Sarebbe un avvilire se stesso servirsi della nobiltà della sua natura invece che della molteplicità dei corpi soggetti a lui e atti “a significare il suo concetto”. Se dunque negli emblemi e geroglifici gli uomini imparano dalle azioni rappresentate, nell’impresa conta la raffigurazione del concetto. Venendo al giudizio estetico sul modo della rappresentazione Ferro dice che le similitudini da uomo a uomo “non sono vaghe e dilettevoli, perché […] quelle sarebbono sole similitudini ma non traslationi”, ovvero metafore. Per le stesse ragioni non si devono impiegare le parti dell’uomo nelle figure o nei corpi, ma si devono ammettere “per solo ornamento, sostegno e compimento della figura principale”[29].

Di figure non c’è un numero determinato “né per ragion di natura né per ragion d’uso”. Ferro espone quindi le teorie di quelli che sostengono che occorra una sola figura, di chi due, chi tre e chi anche quattro. Quanto a lui si rifà a Bargagli e afferma semplicemente che i corpi dovranno essere tanti quanti servono a esprimere il concetto, a meno che un eccessivo numero di figure non generi “confusione o molteplicità di concetti”. I corpi devono contribuire, al di là del numero “all’unità di una sola azione”[30].

Aresi riassume questi concetti mediante una serie di regole seguite da relativi esempi contenute in un solo capitolo[31].  Possiamo dire che parte da dove termina Picinelli. Infatti la prima regola dice che non ci devono essere parti che non possono stare insieme, come nell’esempio della tartaruga alata. Seguendo Bargagli, ma differenza di lui, Aresi fornisce alcune ragioni a sostegno dell’argomentazione. La prima è quella dell’architetto e di tutti gli altri artisti che osservano la proporzione nelle loro opere, la seconda che non rappresenterebbe un affetto o pensiero dell’animo nostro, le terza che le parole non si accorderebbero con la figura, la quarta che non conseguirebbero il diletto che nasce da una bella figura frutto di ingegno. Collegata a questa regola troviamo la seconda che afferma che non si devono unire cose non unite nel “corso ordinario delle cose” come il nostro delfino avvolto nell’ancora o un cavallo sotto il giogo dei buoi, ciò che è contrario all’uso. Anche per questa regola valgono le ragioni di quella precedente.  Di argomento affine è anche l’ottava che vuole “che sia la figura vaga e dilettevole agli occhi e nobile”. Si tratta di una regola data da Giovio e da molti altri scrittori e riguarda il fine dell’impresa che è dilettare. Aresi tuttavia non si mostra contrario a serpenti e basilischi che non provochino orrore né sottraggano diletto all’impresa. Respinge invece le cose “sozze” come lo scarabeo stercorario e “poco honeste” come quelle impudiche.                      

Per collegarci all’inizio della trattazione di Picinelli, dobbiamo risalire alla quarta e quinta regola di cui la prima recita che si devono escludere dalla figura le cose favolose se non sono più che note e “di celebre autore” perché altrimenti vanno contro le prime due regole, la seconda che non si deve usare figura che ha bisogno di “bollettino” per essere riconosciuta. Per questo chi volesse rappresentare Bucefalo per farlo riconoscere dovrebbe rappresentarlo con la testa di toro. 

Quanto al corpo umano dobbiamo andare alla terza regola che afferma che non si deve ammettere figura umana di alcun tipo perché molti autori sono contrari, soprattutto per il fatto che essa è usata nei ritratti ed emblemi che non arrecano “diletto” e “vivacità” come le altre cose.  Da questa regola si eccettuano le membra umane se servono come strumento di imprese.

Per quanto riguarda il numero di figure secondo Aresi non se ne devono impiegare più di tre, ma occorre distinguere “figure principali e totali”. L’esempio dei quattro leoni che se significassero quattro cose diverse non sarebbero ammessi, mentre se facessero una sola cosa si potrebbero accettare è a tal proposito significativo. La regola vuole “vietare la confusione” e “conservare l’unità del concetto e dell’impresa” che con tre figure si potrebbe salvare, con quattro no[32].  

Bargagli procede in modo diverso, conformemente all’impianto dialogico della sua opera. Così troviamo dapprima il corpo umano[33], poi le opere naturali e artificiali[34] e infine il numero delle figure[35]. In merito al primo l’autore afferma che non si deve usare figura umana nelle imprese perché non si può trarre dall’uomo comparazione o similitudine le quali si possono ricavare solo da cose di genere o specie diversi e non uguali. Se si paragonasse cosa di uno o più uomini a cosa di un altro o più, non si avrebbe comparazione, ma una “certa qualità od uso, od affetto, o proprietà […] accidentale di una o di più con altra o più persone”. Così l’impresa risulterebbe “di poco vigor” e di “meno ingegno”. Inoltre non vi è nell’uomo una qualità che si possa riscontrare in tutti in modo tale da poter trarre comparazione. Ci sarebbe poi bisogno, nel caso di un personaggio famoso come Cesare o Achille che l’impresa dichiarasse il nome, cosa sconveniente. Se si trattasse di un individuo qualunque sarebbe impossibile impiegarlo nel concetto. Se si rimuove la figura umana si devono togliere anche le sue membra. Alcune però si possono utilizzare come ornamento, come nell’esempio della mano che tiene il torchio, la verga o qualche strumento maneggiabile.

Il materiale relativo ai corpi è abbondantissimo e la casistica introdotta molto minuziosa. Bargagli inizia col dire che non si devono accostare insieme opere artificiali con opere naturali che non abbiano tra di loro conformità, né più cose naturali o artificiali senza alcuna corrispondenza, introducendo i consueti esempi dell’ancora col delfino e della tartaruga con le ali. Specifica anche che non si devono distruggere “le qualità essenziali” delle cose e le loro proprietà per piegarle a significare i nostri concetti “sforzando la natura, e gli usi delle cose a dire, o scoprire solo quanto ritorni in piacere, o riguardi alla pura voglia nostra”, come nel caso del pipistrello che vola verso il sole. Tralasciando le differenze tra proprietà, qualità essenziale e accidentale che sono oggetto di ampia trattazione, giungiamo al precetto che afferma che non si può prendere “similitudine o metafora, che sia fortemente oscura” se il fine dell’impresa è rivelare nel modo migliore e più efficace il concetto a cui si rivolge. Così se si usasse una cosa la cui natura è sconosciuta non si raggiungerebbe il proposito. Con una natura nota si dà “vigore e vaghezza alla cosa o al concetto, per cui ella si viene a simigliare”. Perciò:

“L’Impresa tanto meglio proverrà a questo suo fine, quanto la qualità propria della sua figura sarà dalle genti havuta in maggior pratica e conoscenza[36]”,

conformemente al suo avere per oggetto le “persone di comunale intelligenza che non conoscono le cose oscure e nascoste[37].  

Non si deve usare come metafora “cosa vile […] e sozza, e lorda” perché queste figure “sono spiacevoli e spiacciono, e noiano la mente nostra” e ci si dovrà tenere lontani “non pure dalle voci, ma dalle figure, se sono sozze e schife”. Per le cose dalla natura occorre avere “il medesimo riguardo […] dilicatezza o pulitezza” dell’arte. Inoltre non tutti gli strumenti artificiali possono essere fatti oggetto di impresa “per lo troppo comune, o troppo vile, e vulgare ufficio loro nelle case e nelle buttighe”, come nel caso degli arnesi degli osti, dei cuochi e altri simili. Lo stesso vale per quelli usati “in parti lontanissime dalle nostre”, pur essendo a noi noti e per quelli un tempo molto conosciuti e diffusi, ma poi per lungo tempo disusati che risulterebbero oscuri presso la maggior parte della popolazione. Infine acquistano poco merito “coloro che compongono imprese di qualità di cose le quali si trovano le medesime in corpi di diverse specie”, mentre l’abilità del creatore sta nello scovare proprietà nuove del corpo o nell’accostare vari corpi in modo inusitato.

Per quanto riguarda il numero delle figure Bargagli afferma che, come la comparazione che serve per esprimere il concetto si deve trarre da uno o due o più corpi così “d’altrettante figure s’ha l’impresa da comporre necessariamente”. Altrimenti sarebbe imperfetta, non potendo adempiere al suo compito né soddisfare il nostro desiderio.

Veniamo ora al motto di cui Picinelli ci presenta un’ampia trattazione in cui inserisce regole precise come nel caso della figura[38]. Il motto sovrapposto alla figura serve a determinare il corpo e la materia facendo loro esprimere un concetto preciso. In questo modo dà forma all’impresa e fa sì che questa si differenzi dalle altre immagini che si rappresentassero col medesimo corpo[39]. Dovendo il motto concorrere col corpo a formare l’impresa, da esso occorre escludere i detti sentenziosi che formano senso indipendente senza bisogno di alcun corpo. Il motto insieme alla figura deve esprimere una proprietà fisica e naturale, ma non dichiarare il significato allegorico e morale dell’impresa perché questo è dato dall’intelletto di chi la compone e di chi la osserva. Le parole del motto devono essere proporzionate e descrivere le azioni della figura in modo da creare “un grazioso e facile composto”. Inoltre il motto deve dichiarare cosa reale espressa dalla figura e quanto da esso affermato deve avere validità eterna nel suo proprio ambito.

Le parole del motto non devono essere comuni e applicabili a molti corpi, ma ristrette al massimo al corpo dell’impresa[40].  Occorre inoltre che siano “brevi, sucose e frizzanti” e per questo secondo gli esperti anche una sola parola è sufficiente, ma è con due che il motto diventa “più sonoro e più vago”; se ne possono aggiungere fino a tre, ma senza andare oltre le quattro. Si concede un intero verso italiano e, per quelli latini, non si accoglie l’esametro in quanto troppo lungo e contrario alla “leggiadria” del motto. Quest’ultimo poi, dovendo l’impresa dare un insegnamento morale, ma anche dilettare, non deve essere oscuro a causa della brevità[41].  Allo stesso modo le parole che danno adito ad equivoci si devono escludere[42].  Inoltre non devono essere iperboliche e la metafora deve essere adatta[43]. Essa va usata con giudizio per esaltare e illustrare il concetto, ma anche l’equivoco può contribuire ad abbellire l’impresa[44].  Per questo anche se si trovano giochi di parole e scherzi i motti saranno “vaghi”, mentre al contrario “sciapiti”[45].

Ritornando al rapporto con la figura, il motto può nominarla purché questo serva solo a suggerire un pensiero che vedendo la sola immagine non ci verrebbe in mente[46].  Epiteti e parole aggiunte vanno esclusi dai motti per la regola della brevità, a meno che non si tratti (come abbiamo già visto) di versi italiani. Occorre altresì evitare di inserire due verbi che significhino la stessa cosa, a meno che uno non rafforzi l’altro e renda il concetto più chiaro e “vago”[47].

Per quanto riguarda la lingua si può usare qualsiasi idioma, ma è consigliabile per Picinelli, contrariamente all’opinione di Giovio che apprezza i motti stranieri, usare il linguaggio corrente al fine di essere inteso e dilettare, senza far ricorso alle lettere greche, caldaiche ed ebraiche intese solo da pochissime persone.

I motti si possono ricavare da libri di poeti, storici e oratori o con lo stesso significato originario o con altri più o meno simili. Tuttavia essi possono anche essere composti dall’inventore stesso dell’impresa che col proprio ingegno e acutezza l’abbellirà col motto[48].

Venendo alla grammatica del motto, Picinelli applica ad esso le categorie di questa disciplina. Ne conclude che le particelle come “hic”, “hinc”, “hoc”, “ita”, “sic” vanno escluse[49].  Inoltre i motti possono essere tutti affermativi, tutti negativi e parte affermativi parte negativi. Si possono usare tutti i modi come indicativo, imperativo, congiuntivo e ottativo. Sono molto più gradevoli i motti che fanno uso della prosopopea e quindi sono in prima persona[50].  Possono anche essere in terza persona in modo che un altro affermi qualche proprietà o carattere della figura[51]. Non ci sono invece motti in seconda persona, ma se ne possono avere con soli avverbi, nomi e verbi, nomi e verbi insieme, ma migliori sono quelli senza verbi espressi, ma sottintesi[52].  Infine quelli che contengono una particella o parola monosillaba sono “con isquisita maniera conditi, e raddolciti”[53].

Nell’ultima parte dell’Introduzione Picinelli applica le imprese alle persone, affermando che esse saranno più nobili se esprimeranno con scherzi la condizione, il nome, il cognome o le insegne dell’individuo in questione[54].  Poi conclude con tre esempi di imprese complesse applicate ad Accademie per le quali secondo lui occorre inserire molte cose insieme che, oltre ad aspirare alla perfezione, esprimano “concordia” e “unione”[55].  E’ chiaro che questo tipo di imprese rappresentino la fase di maggior perfezione che si possa raggiungere e questa si è elaborata in Italia[56].  

Ferro segue fino a un certo punto lo schema di Picinelli, partendo dal rapporto del motto con la figura[57] per continuare con la lingua[58], la grammatica[59] e le parole[60] per concludere con un capitolo di riepilogo[61]. Così le figure dell’impresa possono ricevere perfezione solamente dal motto il quale si dice “forma e anima della figura posta in impresa e non anima dell’impresa”, benché secondo la concezione più comune il motto è l’anima dell’impresa, mentre esso, unendosi alla materia, dà il significato del concetto. Il motto poi è più ristretto di significato nell’impresa che nelle altre figure simboliche perché esprime una relazione con una piuttosto che con un’altra proprietà del corpo. Quindi si può avere una stessa figura con diverse qualità dichiarate dal motto che si configura come  “[…] ministro […] interprete […] istrumento” di queste.

Per quanto concerne la lingua Ferro cita Camillo Camilli per cui non ci sono ragioni per sostenere una lingua piuttosto che un’altra, ma alcuni si basarono sulla “qualità del concetto”: per i “motti amorosi” lo spagnolo, per quelli “festevoli e giocondi” il toscano, per quelli “vezzosi” come nelle imprese “piacevoli” il francese, in quelli “simulati e finti” per un “finto concetto” il greco, per tutti il latino, ma soprattutto nei “concetti gravi”, anteponendo a tutti l’ebraico. Dopo aver riferito al solito le opinioni di alcuni autori, Ferro spiega che secondo lui si deve usare la lingua con i termini più adatti ad esprimere il concetto dell’impresa e colpire la mente del lettore facendogli intendere il messaggio dell’autore. Dopo aver fornito alcuni esempi di applicazione della regola conclude dicendo che due lingue nello stesso motto non si accettano, così come lingue straniere quali greco, ebraico, turco, persiano, moscovita, inglese, tedesco, polacco, fatta eccezione per il greco. Esse si potranno usare nei luoghi dove queste si parlano.

Venendo alla grammatica, sono oggetto di trattazione tempo, modo, numero, persona e caso in cui si devono formare verbi e nomi. Anche per Ferro i motti possono essere affermativi o negativi o parte affermativi parte negativi, negativi anche quando “indirettamente si nega”. Secondo i vari autori si possono avere prima, seconda e terza persona o anche la forma impersonale e, nonostante Bargagli affermi che sono migliori i motti in prima e terza, più sentenziosi in terza e più spiritosi in prima, per il nostro autore non c’è regola fissa, ma dipende dal caso, per cui si potrà impiegare una tipologia piuttosto che un’altra. In ogni caso i più “leggiadri” sono secondo lui i motti che comprendono entrambi i modi. Inoltre nei motti si inseriscono i verbi, i nomi e gli avverbi “purché sieno espressivi della proprietà del corpo”. Possiamo trovare da soli verbi, nomi e anche avverbi. I primi sono impiegati in tutti i modi, ovvero dimostrativo (indicativo), imperativo, desiderativo, congiuntivo o infinito. Possiamo trovare anche la forma interrogativa, ma queste frasi vanno evitate perché non esprimono una proprietà dell’impresa, ma applicano “il concetto dell’impresa all’autore” e poi sono sgradevoli. Il modo migliore è il dimostrativo che serve a spiegare la proprietà del corpo, mentre l’imperativo si adatta di più all’emblema, il desiderativo indica l’azione di sforzarsi di ottenere qualcosa che aspettiamo che venga dal cielo, il congiuntivo spiega il concetto e ciò che di esso si intende, privando il fruitore della metafora. L’unico modo delle imprese nobili e perfette è dunque l’affermativo o dimostrativo. Ci sono poi imprese fatte con tutti i tempi dei verbi. Gli unici adatti sono però sono presente e futuro. Col passato infatti si fanno i rovesci di medaglie[62].

Per quanto riguarda le parole, il numero esatto deve essere lasciato al giudizio dell’autore in base alla sua intenzione e, in generale, il numero di parole non dovrà essere troppo ristretto così da generare oscurità né troppo largo da lasciar intendere scopertamente il concetto. Sul numero alcuni ammettono due o tre parole e il Ruscelli fino a quattro. I versi volgari si possono citare anche per intero e in qualunque lingua siano, anche se l’esametro greco e latino è un po’ lungo. In ogni modo un verso latino intero dichiara troppo e quindi occorre abbreviarlo. Sono ammessi i motti con una sola parola, ma in essi manca “quella vivezza che nell’unione di più si vede essere”. Occorre poi non superare il verso e, come regola generale, “tanto più spiritoso sarà il motto, e più leggiadra l’impresa e più nobile” quante meno parole ci saranno oltre una sola “perché più impegno mostra chi con poche parole sa esplicare bene quello che altri con più” e così chi vede l’impresa dovrà cercare il concetto in base agli indizi di queste.

Ferro si sofferma poi sulla questione della necessità o meno di prendere il motto dagli scrittori illustri e afferma che questo non è importante, purché si ottenga “maggior eleganza, proprietà di lingua e leggiadria che sia possibile” e le parole “sieno scelte, pure e numerose e adempiano a l’ufficio loro spettante leggiadramente”. Conclude poi dicendo che c’è maggior lode nel comporre da sé il motto[63].  

Nel capitolo seguente Ferro ritorna al rapporto del motto con la figura e sottolinea che il primo “deve essere intrecciato con la figura in modo che con vicendevole ufficio esplichino il concetto”. Come dunque le figure non possono stare da sole così nelle imprese non si dovranno impiegare motti come “Sentenze morali […] Proverbi, Precetti, Enigmi e simili” che possono fare a meno della figura. Il senso morale infatti si dovrà ricavare dall’impresa. I motti allora non devono essere “come i proemij de’ Predicatori” che si possono usare al principio di “ogni Vangelo” o “di ogni oratione” e perciò “comuni e generali” in modo da dichiarare la proprietà della figura. Ecco perché non si deve “nominare nel motto figura contenuta nell’impresa” e nemmeno dichiarare una proprietà di quella[64], anche se si può “accennare qualche cosa di quello che si vede”[65] oppure nominare per fini enfatici[66].

Le particelle “hic”, “hinc”, hoc pacto”, “quae”, “sic”, “ita”, come già in Picinelli, “tutte tolgono lo spirito al motto e la leggiadria all’impresa”. Ferro non approva “sic” “ne per via di similitudine ne per via di dimostrazione”, altrimenti i motti “saranno sempre di poco spirito, e poco grati, e poco degni”. Essa è più adatta all’orazione, mentre “ne’ motti non hanno le parole […] da fare la comparazione”. Il motto poi non deve essere “[…] dubbioso, […] equivoco […] metaforico” in modo tale che si afferri chiaramente il concetto. D’altro canto però non si deve spiegare la metafora, ma semplicemente la qualità della figura, affidando all’intelletto il compito di decifrare la metafora. Quindi i motti non devono essere “troppo esplicanti” in modo da rendere superflua la figura, ma devono far sì che da questi si possa ricavare “tutta la similitudine e la proprietà dell’impresa”. Non devono nemmeno contenere troppe parole con “senso compiuto” mentre ne basterebbero di meno e facilmente l’intelletto potrebbe aggiungere quelle mancanti. D’altro canto i motti non devono essere “troppo pochi e diminuti” perché non si potrebbero intendere nel senso voluto o “scarsi e manchevoli” come quelli che non dicono nulla. Inoltre non devono avere epiteti. Nel caso di due verbi dello stesso significato ne può bastare uno, a meno che questo non fosse sufficiente a spiegare il concetto. Il motto poi non deve spiegare “l’effetto della figura con la causa insieme” non dovendo fare filosofia e insegnare[67]; non deve essere né troppo chiaro né troppo oscuro perché con la chiarezza si toglie la leggiadria e la vivacità all’impresa, mentre per l’oscurità “non s’apre il suo intendimento con diletto, e vivamente”. I motti oscuri dunque non dichiarano nulla della qualità della figura, mentre quelli troppo chiari spiegano più di quanto si dovrebbe. Essi allora devono spiegare “con vaga e gratiosa maniera” la qualità della figura in modo che:

“il sentimento dell’Impresa riesca spiritoso, acuto, e con la vivace sua forza trapassi in certo modo più oltre alquanto di essa qualità e proprietà che di esse figure s’ha da notare o specificare”.[68]

Per concludere il motto deve riferirsi alle figure, ma mai alle persone per le quali o contro le quali le imprese sono create; deve contenere “parole brevi, acute, e efficaci”; deve avere parole “candide”, pure, proprie e eleganti” di ciascuna lingua; sarà più lodevole se tratto da altri, ma non si dovrà prendere dalla stessa fonte dell’impresa perché così si scoprirebbe “donde sia stata rubata”; le parole, tratte dagli scrittori o eleborate dall’autore, devono essere “numerose, e piene” e perciò si dovranno evitare espressioni come “sic ego, nec satis” e altre che terminano con monosillabi come “est” o con un avverbio. Infine, e qui con una disquisizione retorica sui motti Ferro conclude in modo simile a Picinelli che a lui si ispira:

“i motti riescono molto vaghi se sono di parole contraposte, similmente cadenti, medesimamente finienti, simili di suono, dissimili nel significato, significando o contrario, o diverso effetto con la mutatione anco di qualche lettera o contrapositione delle parole”[69].

Dopo aver introdotto esempi a sostegno di queste affermazioni e riferito opinioni di altri scrittori Ferro dichiara che sta all’autore capire quando usare questi espedienti “secondo che dalle figure […] con maggiore, o minore acutezza, e spirito vegga esprimersi il sentimento”. Tra di loro si conviene la ripetizione di alcune parole che spiega meglio il concetto e dà più grazia al motto.   

Con Aresi ritorniamo all’esposizione delle regole, questa volta relative al motto. Esse sono però esposte in capitoli diversi[70].  Per quanto riguarda le “condizioni essenziali”[71] il motto non deve essere troppo lungo, anche se si può consentire l’inserimento di un verso intero volgare o latino, tenuto conto dell’ “armonia” che può dispensare la lunghezza; non deve fare sentenza compiuta, ma essere imperfetto perché si deve comporre con la figura; non deve dichiarare la figura; deve essere proporzionato al corpo dell’impresa come la forma alla materia.

Per stabilire quale tempo verbale si debba usare[72] Aresi ricorre alle citazioni degli scrittori famosi e alla voce “imprendere” intesa come proponimento di fare per distinguere l’impresa dai rovesci di medaglie che riguardano le azioni compiute. Egli ammette tutti i tempi, come è testimoniato dall’uso e perché il tempo non riguarda l’essenza dell’impresa. L’etimologia quindi non è in questo caso determinante nella definizione né nella distinzione con altri simboli perché anche i rovesci di medaglie riguardano presente e futuro.

Per quanto riguarda le “regole appartenenti al motto”[73] la prima recita che le parole devono riferirsi alla figura e intendersi immediatamente con lei per fare un composto “non solo quanto al luogo”, ma anche “quanto al significato”. Il motto rappresenta inoltre l’autore, la figura lo strumento con cui egli espone il suo concetto.

La seconda dice che si deve esprimere una cosa reale raffigurata nell’impresa. Qualcuno può accostare l’impresa alla poesia poiché anche in essa è lecita la finzione. Questo è vero, ma non si può fingere una cosa non vera perché per dire bugia occorre partire dalla verità, come accade anche in poesia. Inoltre diverso è il fine del poeta che non è obbligato a dire il vero. Due sono poi i sensi che troviamo nell’impresa: uno mistico, l’altro allegorico il primo dei quali si attribuisce alla figura il secondo all’autore[74].  Come i teologi che dicono che il senso mistico della sacra Scrittura non deve essere contrario a quello letterale così nell’impresa il senso allegorico si fonda su quello letterale. Inoltre come nelle Scritture anche nelle imprese ci possono essere più sensi mistici[75].  

La terza regola afferma che la verità letterale del motto deve essere necessaria e perpetua, altrimenti può essere vera o falsa[76].  Da questo punto di vista sono più perfette le imprese che si fondano su “qualità naturali” che su “caso historico” perché esso è accidentale e partecipa meno alla qualità dell’impresa. Se si vuole poi costruire un’impresa profana non ci si deve servire delle storie divine.

La quarta regola afferma che deve essere la figura a pronunciare le parole del motto oppure queste si devono pronunciare in terza persona[77].  Aresi segue Bargagli, ma introduce anche le ragioni contrarie di Ercole Tasso che vengono poi confutate. Per lui non è questione di capitale importanza perché il motto conviene sia all’autore sia alla figura per via di similitudine, ma non in modo essenziale, bensì solo nell’ “impresa regolata”.

La quinta regola spiega che il motto non deve essere “ozioso”, secondo quanto dicono i  filosofi che Dio e la natura non fanno nulla oziosamente e non si devono moltiplicare gli enti senza necessità. Ma quali sono i motti oziosi? Per Aresi quelli che dichiarano ciò che si intende senza di loro[78] e quelli che attribuiscono a loro stessi l’impresa[79]. Al rischio di equivoco prospettato da Ercole Tasso Aresi risponde che il significato si comprende dalle “conditioni dell’impresa” e, in caso di dubbio, è la prima persona. Non si deve intendere in senso contrario se non è specificato, ma se non si specifica, è da considerarsi nel simile.   

La sesta regola dichiara che il motto non deve essere comune in modo da adattarsi a ogni figura o a moltissime. La figura deve essere particolare così come il motto. Le cose comuni infatti non sono ingegnose né pregevoli, come avviene anche nel caso degli esempi della regola precedente. Per Aresi però sono pochissime le imprese in cui il motto sia così singolare da non potersi applicare a nessun’altra[80].  Si può così concludere che non è possibile osservare alla lettera questa regola, anche se “quanto più sarà il motto singolare e proprio, tanto più perfetta, e eccellente sarà l’impresa”.

La settima e ultima regola dice che il motto, come abbiamo già visto, deve essere più chiaro che oscuro, ma non del tutto chiaro perché non è necessario che lo sia, ma neanche oscuro in modo tale da assomigliare secondo alcuni ad un enigma. La ragione principale è però che, se fosse oscuro, causerebbe più “noia che diletto alla ragione. Si può distinguere tra imprese per giostre, accademie e stampe e stabilire la chiarezza in base al loro scopo: nel primo caso dovranno essere più chiare perché rivolte al popolo, negli altri meno, specie nei libri dove si pone dopo la dichiarazione dell’impresa. Concludendo, Aresi propone una serie di ragioni contro la chiarezza: quando si impiegano eccessive parole il corpo diventa troppo “vile” e “comune”; quando le parole usate sono troppe privano il motto “di quello spirito e vivacità che dalla brevità o per altro egli havrebbe”[81]. Di qui si comprende che il motto può stare senza verbi che si possono naturalmente intendere; che le parole devono essere della lingua parlata nel luogo o comunque ivi per lo più intesa, come nel caso dello spagnolo, del latino e del francese; che nel motto non si devono inserire “modi di dire figurati” perché altrimenti sarebbe troppo oscuro. Essendo infatti esso di sua natura metaforico si avrebbe metafora sopra metafora, a meno che non si tratti di un modo di dire comune e di immediato intendimento.

Bargagli, dopo aver definito la funzione del motto di “ministro”, “interprete” o “strumento necessario” per portare alla luce la proprietà della figura affinché si rendano noti i sentimenti e i pensieri della mente, introduce tre argomenti che saranno oggetto di lunga trattazione: il rapporto il motto e le figure, come deve essere il motto nei confronti delle figure, come deve essere il motto nei confronti di se medesimo[82]. Per prima cosa il motto non deve mai nominare la figura dell’impresa perché altrimenti non si dovrebbero porre figure o il motto sarebbe superfluo, anche se non mancano imprese che non seguono questa regola. Non devono neanche essere “accennate” le figure e quindi occorre evitare le solite parole “hic”, “hinc”, “hoc pacto”, “qui”, “quae”, “sic” nel motto scritto in latino, come anche nel caso delle altre lingue. Con tutto questo infatti “riesce esso motto od in tutto, od in parte, soprabbondante”. Dopo aver distinto tra parlare per metafora e parlare per impresa (nel primo caso con parole nel secondo con parole e figure) e specificato che l’impresa non deve essere metaforica per evitare la sovrapposizione di metafore, Bargagli spiega che nell’impresa non ci devono essere voci come “virtù, vizio, invidia, misericordia e simili”, dovendo escludersi le figure umane, la natura e i sentimenti dell’uomo. Allo stesso modo non sono ammesse voci come “natura, arte, scienza, felicità e simili” perché parlano delle figure e non si possono collegare ai concetti umani se non “per via di razional discorso, e d’humano intelletto”.

In secondo luogo[83] occorre che le parole del motto “escano convenevolmente di bocca delle proprie figure dell’impresa” attraverso l’impiego della prosopopea che serve a “dar maggior forza e vigore alle parole”. Ma il motto può anche essere pronunciato in terza persona indicando “con ispirito vivace” la natura delle figure dell’impresa. Inoltre il motto in terza persona ha “un certo che più del saldo, del grave e del sentenzioso”, mentre in prima persona un “non so che più del vivace […] o del frizzante, in muovere l’animo”, come se fosse la cosa stessa a parlare. L’uso dell’una o dell’altra nasce rispetto alla qualità e all’uso delle cose che nell’impresa si trovano e non se ne può dare regola fissa.

Per venire alla grammatica, i motti poi si pongono in diversi tempi e modi del verbo e in vari numeri e casi del verbo e del nome. Si possono usare anche due verbi quando sia utile per esprimere il concetto. Il principale dei modi usati è il “dimostrativo” perché spiega il concetto, mentre gli altri non hanno la stessa “costanza” e “fermezza”. Il modo “comandativo” invece con più fermezza lo dichiara e quindi si può usare. Per esprimere “la qualità delle figure” si usano gli avverbi e in un’impresa sola se ne possono trovare anche due, purché servano ad esprimere bene ciò che si intende. Come abbiamo già visto, anche per Bargagli il motto può essere negativo o avere una parte positiva e una negativa.

In ultimo si tratta della questione delle parole[84] che nel motto dovranno essere “brevi”, “acute” ed “efficaci”. A volte questo può contenere quattro o cinque parole e nella nostra lingua un verso intero affinché si comprenda bene il concetto dell’impresa facendo attenzione “che senza l’opera necessaria dell’impresa si spieghi sufficientemente il suo concetto”. I versi volgari di undici sillabe sono tollerati, ma non l’esametro latino, sebbene forse quelli “più brevi […] e di manco piedi”. Le parole delle imprese, oltre ad essere brevi, devono anche essere “pure, belle, nobili, acute, sonore e graziose […] nella lingua donde si prendono” e perciò occorre “provarle e riprovarle a guisa di vestimenti addosso altrui”. Per questo esse vanno prese da quell’idioma che “di voci più belle, più nobili, più gravi, più proprie acconce […] sia fornito” per esprimere la qualità della figura. Di qualunque si può trattare “purché ella venga parlata bene o scritta nobilmente”. Vi è anche da dire che alcune lingue spiegano meglio con la loro “forza, virtù o grazia” un concetto, a differenza di altre che pure possiedono le medesime parole.

Oltre alla “purità” occorre poi badare “al parlar corretto e ammendato”, secondo quanto richiesto da ciascuna lingua. Oltre a ciò non devono mancare le figure retoriche, come “le parole contraposte”, “le similmente cadenti”, “le medesimamente finienti”, “le simili di voci e diverse di significato”. Sono molto belli i motti in cui si uniscono contrarietà e brevità perché con la contrapposizione si apprende meglio e con la brevità si afferra prima il significato. Le parole poi devono appartenere alla lingua parlata da cui si prendono, mentre nel caso di lingue come il latino il modello di riferimento sono i migliori autori, e non il linguaggio dei notai e degli speziali. La lingua ebraica e quella greca, essendo lontane da noi, non sono state “con mal uso adoperate, e strapazzate […] da’ faccendieri”.  Per le lingue parlate ci si può basare, oltre che sugli autori, sulla parlata dei nobili con la stessa cura che si deve impiegare per fare “nobili componimenti” in poesia e prosa. In conclusione si menziona la questione se sia meglio prendere il motto in qualunque lingua da un autore famoso. Secondo l’Attonito merita maggior lode non chi inventa, ma colui che prende parole di altri in modo da far sembrare che l’autore le abbia lasciate “quasi a bello studio in servigio di colui”.

Concludo la disamina delle fonti citando gli autori che forniscono insieme regole sulle figure e i motti per creare belle imprese. Per iniziare da Giovio occorre introdurre le sue cinque condizioni: l’impresa deve avere armonia di anima e di corpo; non deve essere oscura tanto da aver bisogno della Sibilla per interpretarla né tanto chiara da poter essere compresa da ogni plebeo; deve avere “bella vista rappresentando “stelle, soli, lune, fuoco, acqua, arbori verdeggianti, instrumenti mecanici, animali bizzarri, e uccelli fantastichi”; non deve contenere forma umana; richiede il motto in una lingua diversa da quella di chi crea l’impresa per rendere il senso “alquanto più coperto” con non più di due o tre parole, tranne che non si tratti di un verso da citare intero o in parte[85].

Dieci sono invece le regole per l‘elaborazione dell’impresa fornite da Horozco[86]: giusta proporzione di anima e corpo; il motto non deve essere così chiaro da potersi intendere da chiunque né così oscuro da non essere inteso da nessuno; l’impresa deve essere bella di aspetto con le cose che si devono trovare nella giusta proporzione e siano tra di loro unite; non si deve inserire figura umana perché “obvia”, mentre quelle delle imprese devono essere straordinarie e non frequenti; deve avere il motto[87], anche se alcuni antichi e moderni scrittori hanno usato solo immagini; la sesta regola è la prima da osservare per esprimere le cose in modo chiaro ed elegante e perciò non ci si deve accontentare che l’impresa corrisponda al proposito se ad essa si mescola qualcosa che non è onesto; le parole scelte per esprimere il concetto non devono essere distorte in senso negativo in modo che non si possa indovinare ciò che accadrà in futuro[88]; deve contenere meno figure possibili, poiché uno solo è il concetto ed è meglio che sia mostrato da una sola figura, al massimo due, ma non di più; quello che è rappresentato si deve riferire al futuro perché del passato si dà soltanto memoria e ricordo e questo non riguarda le imprese, ma i rovesci di medaglie per celebrare i personaggi famosi e le loro azioni; chi deve creare da sé un’impresa deve fare attenzione a che non si dica essere di altri. Chi fa uso di un’immagine altrui non mostra ingegno ed è come uno che, essendo già stato conosciuto, tutto ciò che dirà è fonte di noia[89].

Queste invece le regole per una perfetta impresa date da Ercole Tasso:

“Che poche siano le parole. Che non ve n’habbia di soverchio, né di meno. Che siano volgari là dove hanno a servire, o latine almeno. Che di suono siano simili, e di significato diverse. Che abbiano fra se contrapositioni. Che nobile sia il concetto. Che le figure non siano più che due. Che vistose siano le cose figurate. Che dette figure si conoscano senza aiuto di colori, né di parole. Che facciano atto proportionato a loro, non però sordido. Che la natura o proprietà, onde si cava la passione, o da se appaia, o tolgasi da libri famosi, e accetti”[90].

Successivamente l’autore passa, come di consueto, all’analisi delle singole proposizioni. La parola non è perfetta come gli angeli che ne sono privi, ma ci è stata data come “suffragio […] all’imperfetto della nostra [natura]” e quindi tanto più sembreremo perfetti quante meno parole useremo;  poiché alle parole si “deve adeguar il concetto”, l’autore mostrerebbe di non conoscere il loro valore, se ne usasse in numero sbagliato; le parole devono essere comprese e a noi non è richiesto di conoscere se non la lingua della patria e quella latina; le parole devono produrre un “armonioso e dilettevole solletico all’intelletto”; il concetto deve essere nobile non perché debba trattare sempre “cose gravi e alte”, ma perché “mai non sia puerile, plebeo, vitioso o […] indegno” e generi biasimo e vergogna; come l’unità è più perfetta del due, allo stesso modo il due è più nobile della moltitudine; la figura deve colpire lo sguardo invitandolo ad ammirarla e “dilettando egualmente l’occhio e l’intelletto”; la figura si potrebbe impiegare nelle tavole o nei quadri che rappresentano città o figure umane a cui poi si aggiunge il nome dell’autore come nei marmi, nei metalli e nelle stampe; il fatto di essere la figura “impropria” rende tale anche la comparazione, per cui la “indegnità e bruttezza dell’attione” priva l’impresa della meraviglia e il suo creatore di “gravità e decoro”; i libri di riferimento per le imprese saranno quelli di autori come Aristotele, Plinio, Teofrasto, Plutarco, Livio, Valerio Massimo e altri universalmente noti agli uomini che non sono obbligati a conoscere ciò che scrivono oggi i moderni sulla natura delle cose.   

Per ultimo vediamo i sei precetti che Lucarini scrive ricavandoli da Bargagli[91]: in primo luogo la comparazione si deve basare su un corpo vero, in modo che l’allegoria possa essere intesa da tutti; possono essere rappresentati tutti i corpi “onesti” ovvero non ripugnanti alla vista, siano essi artificiali oppure naturali come “animali, piante, scogli, onde, […] cose celesti e meteorologiche, come sole, stelle, vapori, comete, e simili”; l’impresa non deve trattare proprietà di un corpo difficili a intendersi, senza avere “piena notizia delle gravi scienze”; i pensieri morali e amorosi si devono esprimere con parole “brevi, pure, acute e acconce” che accennino la proprietà del concetto e siano pronunciate in forma di prosopopea; le parole del motto non devono essere troppo chiare, così che il concetto possa essere inteso dagli “idioti” e dai plebei, ma nemmeno troppo oscure da richiedere l’aiuto della Sibilla; il corpo non deve essere espresso dalle parole e nemmeno tutto ciò che si può intendere vedendo semplicemente la figura; la figura dell’impresa deve essere “pura, semplice” e favorire la comparazione per formare il concetto, senza l’intromissione di altri oggetti che lo renderebbero oscuro.                                                 

 

Bibliografia

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Autori antichi

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Bargagli, S., “Dell’Imprese di Scipion Bargagli gentil’huomo sanese. Alla prima parte, la seconda e la terza nuovamente aggiunte”, Venezia, appresso Francesco de’ Franceschi Senese, 1594

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Tasso, E., “Della realtà, e perfettione delle Imprese di Hercole Tasso con l’essamine di tutte le opinioni infino a qui scritte sopra tal’arte”, Bergamo, per Comin Ventura, 1614

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Autori moderni

Estrada de Gerlero, E. I., “Los insectos. Introducción” in Filippo Picinelli “El mundo simbólico. Serpientes y animales venenosos. Los insectos”. Editores Eloy Gómez Bravo, Rosa Lucas González, Bárbara Skinfill Nogal; Traductores  Rosa Lucas González y Eloy Gómez Bravo, Zamora, El Colegio de Michoacán, 1999, pp. 43-72

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López Poza, S., “El repertorio di Picinelli: de codex excerptorius a Mondo Simbolico, in Filippo Picinelli “El mundo simbólico. Los instrumentos mecánicos, los instrumentos de juego”, Rosa Lucas González, Bárbara Skinfill Nogal editoras, con la colaboración de Jorge Arreola Barraza, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2012, pp.31-50

Pérez Martínez H., “Hacia una rétorica del lema en Picinelli”, in Filippo Picinelli “El mundo simbólico. Los cuerpos celestes, libro I”, Eloy Gómez Bravo traductor, Bárbara Skinfill Nogal editora, Zamora, El Colegio de Michoacán, 1997, pp.29-46 

Pérez Martínez H., “De la teoría emblemática de Picinelli a la teoría contemporánea del discurso”, in “Las dimensiones del arte emblemático”, Bárbara Skinfill Nogal, Eloy Gómez Bravo, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2002, pp.373-80

Rueda Smithers, S., “El alimento de los sentidos. Notas sobre la lectura de emblemas y el Mundus symbolicus de Filippo Picinelli”, in “Las dimensiones del arte emblemático”, Bárbara Skinfill Nogal, Eloy Gómez Bravo editores, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2002, pp.111-21

Sánchez Barrágan, G. , “Raíces míticas de  la Emblemática de Filippo Picinelli”, in Filippo Picinelli “El mundo simbólico: dioses, héroes y hombres de la antigüedad clásica”, traducción y edición Rosa Lucas González, introducción Gabriel Sánchez Barrágan, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2013, pp.11-56

Skinfill Nogal, B., “El Mondo simbolico” di Filippo Picinelli. Introducción, in Filippo Picinelli, El mundo simbólico. Las aves y sus propriedades, Bárbara Skinfill Nogal, Rosa Lucas González editoras, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2012 pp.11-47


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Note: 
[1] Per questo lavoro mi sono servito del “Mondo Simbolico o sia università d’imprese scelte, spiegate, ed illustrate con sentenze ed erudizioni sacre, e profane, che somministrano a gli Oratori, Predicatori, Accademici, Poeti e con infinito numero di concetti. In questa impressione da mille, e mille parti ampliato”, Venezia, presso Nicolò Pezzana, 1678. L’ho confrontato con la prima edizione di Milano, per lo Stampatore Archiepiscopale, 1653. Tra le due ci sono alcune differenze che verranno segnalate più avanti, oltre il fatto che la prima edizione è dedicata alla Beata Vergine Maria, mentre l’altra al cardinale Carlo Barberini.   
[2] La stessa cosa dichiara di voler fare Alcibiade Lucarini in “Imprese dell’Accademico Intronato raccolte dallo sconosciuto accademico unito al Sereniss. Ferdinando II Granduca di Toscana” in Siena, ne la Stamperia d’Ercole Gori, 1629, pp.1-2.
[3] “ Imprese sacre con triplicati discorsi illustrate e arricchite a predicatori, a gli studiosi della scrittura sacra e a tutti quelli che si dilettano di Imprese di belle lettere e di dottrina non vulgare, non men utili che dilettevoli di Monsig. Paolo Aresi, chierico regolare vecovo di Tortona”, Venezia, presso Donato Pasquanti, 1629 libro I, cap. I, p. 2. Nel “Teatro d’Imprese di Giovanni Ferro all’Illustrissimo e Reverendissimo Cardinal Barberino”, Venezia, presso Giacomo Sarzina, 1623, nel libro I al cap. I, pp.1-3 l’autore riferisce anche l’etimologia dall’inglese “impreis” che verrebbe ad equivalere nel significato all’italiano “impresa”. Dichiara inoltre di volersi adeguare all’opinione più comune dopo aver riferito le teorie degli scrittori più famosi.  Sulle fonti di Picinelli nell’enciclopedia e sull’etimologia di impresa cfr. il saggio di Eloy Gómez Bravo “Picinelli en Español” in Filippo Picinelli “El mundo simbólico. Los cuerpos celestes, libro I”, Eloy Gómez Bravo traductor, Barbara Skinfill Nogal editora, Zamora, El Colegio de Michoacán, 1997, pp. 9-28. Sulla biografia di Picinelli, la struttura dell’opera, le fonti delle imprese e degli emblemi cfr. Bárbara Skinfill Nogal, “El Mondo simbolico” di Filippo Picinelli. Introducción, in Filippo Picinelli, El mundo simbólico. Las aves y sus propriedades, Bárbara Skinfill Nogal, Rosa Lucas González editoras, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2012, pp.11-47. Anche Salvador Rueda Smithers nell’articolo “El alimento de los sentidos. Notas sobre la lectura de emblemas y el Mundus symbolicus de Filippo Picinelli”, in “Las dimensiones del arte emblemático”, Bárbara Skinfill Nogal, Eloy Gómez Bravo, editores, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2002, pp.111-21, si occupa di trattare delle fonti e, in particolare, menziona la polemica sulle regole per fare le imprese tra Aresi e Ferro che vede schierarsi Picinelli con il primo. Sagrario López Poza in “El repertorio di Picinelli: de codex excerptorius a Mondo Simbolico, in Filippo Picinelli “El mundo simbólico. Los instrumentos mecánicos, los instrumentos de juego”, Rosa Lucas González, Bárbara Skinfill Nogal editoras, con la colaboración de Jorge Arreola Barraza, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2012, pp.31-50, parla di imitazione di Ferro da parte di Picinelli e sottolinea come lo stesso autore abbia deciso di pubblicare la sua opera su invito di Paolo Aresi. 
[4] Picinelli, op. cit., prima parte dell’introduzione.
[5] Aresi, op. cit., libro I, cap. II, p.3. Ferro, in op. cit., libro I, cap. III, p.33 tratta l’argomento in modo indiretto riportando le opinioni di altri autori famosi.
[6] “Emblemas morales de Don Ivan de Horozco y Covarruvias Arcediano de Cuellaren la Santa Iglesia de Segovia” en Segovia, impresso por Juan de la Cuesta, 1589, libro I, cap. II, p.21.
[7] Aresi, op. cit., libro I, cap. II, p.3.
[8] Aresi, in op. cit., ibid., pp.6-7 pur ammettendo la difficoltà di individuare l’origine delle imprese, si esprime anche lui per il loro perfezionamento ai tempi di Giovio e sottolinea inoltre il ruolo dell’Italia in questo processo. Ferro, in op. cit., pp.39-40  spiega che tre sono le ipotesi più verosimili sulla loro nascita, cioè che l’impresa ha tratto origine dai cavalieri di Bretagna, dagli ordini dei cavalieri e dall’Italia perché il nome è italiano e nessun autore antico ne parla. Quest’ultima è l’ipotesi che a lui pare più probabile. Nel “Dialogo dell’Imprese militari, di Monsignor Giovio vescovo di Nocera. Con un ragionamento di Messer Lodovico Domenichi, nel medesimo soggetto”, Venezia, presso Gabriel Giolito de’ Ferrari, 1566, p.3, l’autore fa una breve storia dell’impresa a partire dagli antichi per continuare con Federico Barbarossa, poi Carlo VIII e Luigi XII che le avrebbero portate in Italia. Emanuele Tesauro ne “Il cannocchiale aristotelico o sia idea dell’arguta et ingeniosa elocutione che serve a tutta l’Arte oratoria, lapidaria, simbolica esaminata co’principij del divino Aristotele dal Conte e Cavalier Gran Croce D. Emanuele Tesauro patritio torinese”, per Bartolomeo Zavatta, in Torino, 1670, rist. anastatica Editrice Artistica Piemontese, Savigliano (CN), 2000,  dedicato all’arte dell’ “argutezza” mette in evidenza il ruolo dell’Italia e di Giovio per quelle che lui definisce “argutezze eroiche”(p.626), sviluppandone la trattazione, dopo aver dato la definizione di impresa, in trenta tesi. Il suo modello di riferimento è l’istrice di Luigi XII con il motto “cominus et eminus” e ad esso paragona tutte le altre imprese. Arriva però alla fine a concludere che anche questo stemma ha difetti (p.691) e che non esiste impresa perfetta (pp.692-3). Torquato Tasso nel dialogo “Il conte ovvero dell’imprese” del 1594 spiega per bocca del forestiere che se per Dio nessuna cosa è impossibile e neanche per gli angeli che sono soliti compiere miracoli non saranno stati loro a inventare le imprese, “ma gli uomini piuttosto, o fossero Inglesi, o Greci, o Trojani, o pure dell’Asia innanzi alla guerra di Troja o di Tebe”, in “Delle opere di Torquato Tasso, con le controversie sopra la Gerusalemme liberata, e con le annotazioni intere di varj autori, notabilmente in questa impressione accresciute, volume settimo”, Venezia, presso Steffano Monti, 1737, pp.42-3.  
[9] Sulla composizione dell’impresa cfr. ancora Eloy Gómez Bravo, op. cit., pp.13-5.
[10] Aresi, op. cit., libro I, cap. XXII, p.122.
[11] Ferro, op. cit., libro I, cap. II, p.6.
[12] Ferro, op. cit., ibid., p.33.
[13] “Della realtà, e perfettione delle Imprese di Hercole Tasso con l’essamine di tutte le opinioni infino a qui scritte sopra tal’arte”, Bergamo, per Comin Ventura, 1614, p.24-9.
[14] “Dell’Imprese di Scipion Bargagli gentil’huomo sanese. Alla prima parte, la seconda e la terza nuovamente aggiunte”, Venezia, appresso Francesco de’ Franceschi Senese, 1594, pp. 37-40.
[15] Eloy Gómez Bravo, in op. cit, pp.11-2 riferisce anche la terminologia usata dal traduttore di Picinelli Agostino Erath che traduce impresa con il termine Emblema heroicum. Elena Isabel Estrada de Gerlero, “Los insectos. Introducción” in Filippo Picinelli “El mundo simbólico. Serpientes y animales venenosos. Los insectos”. Editores Eloy Gómez Bravo, Rosa Lucas González, Bárbara Skinfill Nogal; Traductores  Rosa Lucas González y Eloy Gómez Bravo, Zamora, El Colegio de Michoacán, 1999, pp. 43-72, distingue tra emblema eroico o impresa e emblema morale nella versione di Erath. Interessante anche la parte in cui presenta gli emblemisti citati nel prologo e fa osservare che dei circa 3000 emblemi quelli anonimi sono da ascrivere a Picinelli stesso. Per la differenza tra simboli, emblemi e imprese, così come per l’utilizzo del mito in Picinelli cfr. Gabriel Sánchez Barrágan, “Raíces míticas de  la Emblemática de Filippo Picinelli”, in Filippo Picinelli “El mundo simbólico: dioses, héroes y hombres de la antigüedad clásica”, traducción y edición Rosa Lucas González, introducción Gabriel Sánchez Barrágan, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2013, pp.11-56. Sulla triplice funzione dell’emblema (emblema triplex) cfr. David Graham “Fuentes, formas y funciones emblemáticas”, in Creación, función y recepción de la emblemática, Herón Pérez Martínez, Bárbara Skinfill Nogal, editores, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2013, pp.29-57. Occorre anche specificare che lo stesso Picinelli nella Prefazione parla della presenza nell’opera di “numerosi emblemi” “accoppiati” alle imprese, senza specificare qui la distinzione. 
[16] Aresi, op. cit., libro I, cap. XXI, pp.112-3. 
[17] Ferro, op. cit., libro II, cap. I, pp.244-5. Horozco, in op. cit., libro I, cap. I, pp.17-18, si sofferma sull’etimologia di emblema con dovizia di particolari. E’ una pittura che rappresenta qualcosa con una o più figure, come nel caso del mosaico fatto di molte pietre di vari colori. Questo ci viene dall’antichità, come testimoniano Plinio e altri autori, e si chiamava “opus musivum” o “amusivum” forse dal nome dello strumento con cui si lavorava e puliva la pietra, secondo un vecchio proverbio o da una funicella lunga con cui si compiva l’operazione. La materia degli emblemi può essere il legno e allora in spagnolo questo si chiama “taracea” dal verbo “tricar”, ovvero “truncare” in latino. Con l’oro e l’argento si parla di “ataugia”, in latino detto “vermiculatum”, ovvero l’arte del mosaico. Emblemi si chiamavano anche le figure con cui nell’antichità si ornavano i crateri, secondo Cicerone e Ulpiano. Infine emblema deriva da un verbo greco che significa “mettere in mezzo” o “inserire”.  
[18] Horozco, op. cit., libro I, cap. XVIII, pp. 64-7.
[19] Aresi, op. cit., libro I, cap. XXI, pp.113-4. Lo stesso fa Ercole Tasso, op. cit., p.24, definendo il simbolo “genere d’ogni parlare recondito, di cui essa Impresa è specie”. Ferro invece, op. cit., libro II, cap. IV, p.268, non ne parla espressamente, ma solo in riferimento ad ogni figura traslata.     
[20] Horozco, op. cit., libro I, cap. II, pp.18-9.
[21] Aresi, op. cit., libro I, cap. XXI, p.113.
[22] Ferro, op. cit., libro II, cap. VI, pp.283-4.
[23] Horozco, op. cit., libro I, cap. II, pp.20-21.
[24] Bargagli, op. cit., pp.95-7.
[25] Torquato Tasso, op. cit., p.46. Precedentemente, p.39., seguendo l’esempio di Clemente Alessandrino Tasso aveva scritto: “tre erano le spezie o le maniere […] delle lettere jeroglifiche, l’una propria, la quale era in modo figurata, che per essa si dimostrava la proprietà della cosa significata […] l’altra tropica, la quale trasporrà il sentimento delle figure alle cose figurate con molta convenevolezza […] La terza spezie delle lettere jeroglifiche contiene quelle figure, che particolarmente sono dette con questo nome, già usate da’Sacerdoti Egizi nelle pubbliche iscrizioni, e nelle opere magnifiche, e misteriose, di pietra, o di metallo […]”. E’evidente che sta pensando a quest’ultimo tipo quando accosta geroglifici a imprese sacre.  Ercole Tasso, op. cit., pp. 11-3, partendo sempre da Clemente Alessandrino, dà una versione leggermente diversa.  Il primo tipo di scrittura si chiama epistolografica, con cui si scrivevano le lettere, l’altra sacerdotale, usata da Hierogrammati e l’ultima geroglifica e sacra che non si scriveva, ma si scolpiva soltanto. La prima usava l’imitazione, la seconda trasferiva il significato delle figure alle cose e la terza cambiava il significato delle cose “con occulte allegorie, e chiusi Enigmi, de’ quali valeansi quelle Genti a celebratione, e deificatione de’ loro Regi”.  
[26] Picinelli rimanda subito dopo al libro III del “Mondo Simbolico” che di queste figure abbonda.
[27] Nell’edizione ampliata Picinelli aggiunge che i corpi devono convenire alla nobiltà delle persone che li espongono e per questo devono essere nobili. Se si convengono stelle, pianeti, monti, rose, aquile, leoni non altrettanto vanno bene il bue o il cinghiale che viene raffigurato con testa e muso di porco. Sarà ancora più degno di lode un corpo di “cosa straordinaria” o anche comune “purché da nuova bizzarria di concetto vengano animati”. 
[28] Ferro, op. cit., libro I, cap. VI, pp.61-70.
[29] Ferro, op. cit., libro I, cap. VII, pp.70-83.
[30] Ferro, op. cit., libro I, cap. VIII, pp. 84-9.
[31] Aresi, op. cit., libro I, cap. XXIV, pp.137-42. Interessanti anche i capitoli VIII, IX, X e XII dedicati rispettivamente alle figure naturali e artificiali, alla figura umana, alle membra umane e al numero di figure. Nel primo caso Aresi sostiene che nessuna figura dal punto di vista dell’essenza è inadatta all’impresa, ma nel secondo che per la perfezione dell’impresa è meglio che non ci sia la persona umana. Nel capitolo X, seguendo Bargagli, spiega che le parti del corpo umano si possono accettare come sostegno della figura e nel XII che tante dovranno essere le figure quante sono quelle necessarie ad esprimere il concetto (una sarà la principale e le altre dipenderanno da quella).     
[32] Vi è ancora una settima regola che afferma che la figura non deve essere di genere diverso dalla persona rappresentata, ibid.
[33] Bargagli, op. cit., pp.48-60. In questo caso il tema si inserisce all’interno di una disputa tra Bolgarini e l’Attonito Intronato che coinvolge anche la figura della comparazione.
[34] Bargagli, op. cit., pp.119-206.
[35] Bargagli, op. cit., pp. 221-22.
[36] Bargagli, op. cit., p.145.
[37] Sul pubblico delle imprese cfr. p.4.
[38] Sulla concezione del motto in Picinelli, sulla sua differenza con il proverbio e la massima e sulla sua funzione discorsiva cfr. Héron Pérez Martínez, “Hacia una rétorica del lema en Picinelli”, in Filippo Picinelli “El mundo simbólico. Los cuerpos celestes, libro I”, Eloy Gómez Bravo traductor, Bárbara Skinfill Nogal editora, Zamora, El Colegio de Michoacán, 1997, pp.29-46 e, dello stesso autore, sul doppio significato dell’emblema per Picinelli a seconda che si consideri la figura o il motto, “De la teoría emblemática de Picinelli a la teoría contemporánea del discurso”, in “Las dimensiones del arte emblemático”, Bárbara Skinfill Nogal, Eloy Gómez Bravo, Zamora, El Colegio de Michoacán, 2002, pp.373-80.
[39] Così la luna da simbolo o geroglifico senza motto può costituire quattro imprese diverse se vi si aggiungono quattro motti differenti, Picinelli, ibid.
[40] Per quanto riguarda gli esempi nell’edizione del 1653 abbiamo il mucchio di cenere con soprascritto “fui”, in quella ampliata l’istrice con “cominus et eminus”, entrambi a dimostrazione che i motti possono servire anche a molti altri corpi e quindi non rispettano la regola, ibid.  
[41] Interessante l’esempio della candela spenta con il motto “in tenebris” dal senso molto vago, ibid.
[42] Come esempio Picinelli introduce il motto “pondera sonitum” applicato all’orologio dove “pondera” può essere nome e verbo e per questo chi lo usò lo cambiò in “ponderibus”, ibid.
[43] Significativo l’esempio del religioso che aveva usato il motto “osculatur limites” col mare che dolcemente increspato si porta verso la spiaggia per significare metaforicamente la vita del chiostro, ibid.
[44] Lo dimostrano l’esempio di Filippo II di Spagna raffigurato su un cavallo che salta col motto “non sufficit orbis” dove quest’ultimo termine indica sia il giro che il mondo (il Vecchio e il Nuovo) su cui il re governava oppure anche il motto usato dallo stesso Picinelli “quaestu dirumpar” applicato alla figura di una cicala a rappresentare l’avaro dove “quaestus” è il lamento, ma anche lo scoppio e la morte dovuti alla sua insaziabilità, ibid.
[45] Si veda l’ultimo paragrafo dell’Introduzione.
[46] Interessante l’esempio dell’orologio senza gnomone con il motto “non lumine tantum” dove il termine “lume” sottolinea la presenza del sole, ibid. 
[47] Si introduce qui l’esempio della cardatura dei panni a cui si applica l’espressione “expolit et levigat” a indicare le due operazioni distinte di pulitura e levigatura, ibid.
[48] Nella Prefazione Picinelli avverte il lettore che le imprese non sono state “di tutto peso” tratte dagli autori, ma “con attenta considerazione meditate, ed interpretate”, mediante l’aggiunta di “uno o più sensi economici, politici, morali, sacri, e profani” e l’inserimento di “frizzanti, e sucosi detti” tratti dalla Bibbia, dai Padri della Chiesa, dagli oratori, storici, filosofi e poeti”. 
[49] L’affermazione è avvalorata dalla citazione di Biragli, Bargagli e Ferro che non concede l’uso di “sic” “ne per via di similitudine ne per via di comparazione” perché diminuisce la “leggiadria del motto”, ibid.
[50] A tal proposito sono introdotti gli esempi del cervo che si getta nel fiume per attraversarlo e, rivolgendosi ai suoi vicini di sponda, dice “praenato sequentur”, del camaleonte che stilla veleno sul capo del serpente e dichiara “macto non manduco” e della pecora che va verso il ramoscello verde che le viene offerto dicendo “sequor allecta”, ibid.
[51] Qui si aggiungono gli esempi dell’orologio col motto di Picinelli stesso “dant pondera legem”, dell’albero con l’espressione “coede vegetior” e della rosa fiorita sul cespo con le parole “nascendo senescit”, ibid.
[52] Per ciascuno di questi casi vengono forniti esempi tra cui è interessante quello dello struzzo che guarda le uova con il motto “oculis vitam” (a cui va sottinteso il “dat”), ibid. 
[53] Si introducono a dimostrazione gli esempi del liocorno col motto “prae oculis ira”, della luna calante con le parole “at coelo refulget” e del torchio per la stampa con l’espressione “premat dum imprimat”, ibid.
[54] Per quanto riguarda la condizione si cita il caso di un porporato che un giorno avrebbe mostrato le sue virtù con la rappresentazione di un bocciolo di rosa e la scritta “sub sole patebit”; nel caso del nome per indicare un’amante rapace chiamata Laura si ricorre all’immagine di una rosa sfrondata col motto “così l’aura m’ha concio”; per il cognome si fa riferimento, per quanto concerne la vittoria di Carlo V imperatore d’Austria su Francesco I re di Francia, al giglio ammosciato dello stemma francese con le parole “perflantibus austris”; per le armi o insegne si cita l’esempio di un giardino fiorito col motto “apes expectat” in riferimento agli Accademici Parteni di Roma che attendevano la visita dei signori Barberini che hanno nello stemma le api e quello di una vite carica d’uva con le parole “matura rubuit” per celebrare la nomina a cardinale di Monsignor Vidone che nel suo stemma ha appunto la vite. Vi è ancora un esempio che unisce armi e cognome e riguarda il cardinal Veralo per cui abbiamo l’impresa dove sono raffigurate rose con alcuni ruscelletti (presenti entrambi nel suo stemma) e il motto “ver alo”, ibid. 
[55] Così per gli Intenti di Milano cita una carrucola con secchi e il motto preso da Virgilio “labor omnibus unus”, per gli Unanimi di Salò l’alveare con le api intorno e il motto sempre tratto da Virgilio “omnibus idem ardor”, per gli Assetati di Napoli un torchio che preme l’uva il cui succo cola da ogni parte, ma poi si raccoglie insieme con le parole virgiliane “coit omnis in unum”, ibid.
[56] Cfr. nota 7.
[57] Ferro, op. cit., libro I, cap. XII, pp.108-20.
[58] Ferro, op. cit., libro I, cap. XIII, pp.121-23.
[59] Ferro, op. cit., libro I, cap. XIV, pp.124-37.
[60] Ferro, op. cit., libro I, cap. XVI, pp.145-52.
[61] Ferro, op. cit., libro I, cap. XVII, pp.152-62.
[62] Aresi accetta anche il passato per le imprese, ma Ferro si sofferma sulle sue ragioni per confutarlo, ibid., pp.132-37.
[63] Anche in questo caso Aresi è criticato per la sua maggior stima della citazione, ibid., p.149.
[64] Ferro cita gli esempi del sole che sorge e della luna che è piena che non hanno bisogno di specificazione, ibid., p.154. 
[65] Come la cometa frutto del vapore terrestre col motto “elatus fulget”, ibid.
[66] Si sottolinea il termine “elatus” o “elata” in quanto non risplendeva prima di essere innalzata, ibid.
[67] Non è di questo parere Aresi, ma se si dovesse procedere in questo modo non sarebbero “l’Imprese così formate vaghe, e gentili”, ibid., p.158. 
[68] Ferro, op. cit., ibid., p.159.
[69] Ferro, op. cit., ibid., p.161.
[70] Aresi, op. cit., libro I, cap. XIII, XVI, XXV per riferirci soltanto a quelli in cui si trattano i temi di Picinelli. 
[71] Aresi, op. cit., libro I, cap. XIII, pp.63-73.
[72] Aresi, op. cit., libro I, cap. XVI, pp.84-93.
[73] Aresi, op. cit., libro I, cap. XXV, pp.142-53.
[74] Esemplare il caso della fiamma con il motto “deorsum nunquam”, ibid., p.143.
[75] Molto interessante l’esempio della fiamma spruzzata con poche gocce d’acqua che di più si accende col motto “extinguere sueta” che indica letteralmente che in questo modo essa si accende maggiormente, mentre secondo i mistici sensi la fiamma è l’amore o divino o profano o la virtù di un animo generoso o lo sdegno o un altro sentimento e l’acqua qualunque cosa contraria a quanto detto, ma che più la ravviva, ibid.
[76] Come primo esempio Aresi introduce l’immagine della galea sospinta dai venti che non riesce ad attraccare col motto “morantur non arcent” che non vale per tutti i vascelli che in parte vengono distrutti, ibid.,p.144.
[77] Nell’aggiunzione II Aresi tratta anche dei motti in seconda persona, ibid., pp.150-1.
[78] Come esempio Aresi riporta i motti “natura dictante” e “adiuvante Deo”, ibid., p.147.
[79] In questo caso troviamo “sic ego in natura eadem”, “haud ego aliter”, ibid.
[80] Nel caso dell’istrice con “cominus et eminus” lo stesso motto si può applicare a “pistole” e “archibugetti piccioli” che colpiscono da vicino e da lontano o alla balena che inghiotte da vicino e affonda le navi col getto dell’acqua dalle narici o al rospo che colpisce col veleno da vicino e l’orina da lontano; anche nel caso del collare di cane di ferro e con le punte col motto “sauciat et defendit” quest’ultimo si può applicare alla spada che è fatta anche per ferire e difendere o all’armatura che si mette sulla testa del cavallo con in mezzo un corno oppure all’istrice stesso le cui spine servono per colpire e per difendere, ibid., p.148.
[81] Se si aggiungesse al motto “cominus et eminus” il verbo “ferit”, questo lo priverebbe di grazia e vivacità, ibid., p.149. 
[82] Bargagli, op. cit., pp.225-281.
[83] Bargagli, op. cit., pp.233 e segg.
[84] Bargagli, op. cit., p.251 e segg.
[85] Giovio, op. cit., p.6. Si noti la terza regola con l’elenco degli oggetti che nell’ordine riprendono lo schema dell’enciclopedia di Picinelli che, come abbiamo visto, nella prefazione colloca Giovio al primo posto fra gli autori a cui si è ispirato. Per il procedimento impiegato dal nostro autore nella trattazione delle imprese del “Mondo Simbolico” cfr. Sagrario Lopez Poza, op.cit., p.38. Torquato Tasso, op. cit., p.89, espone i suoi precetti precetti prendendoli da Giovio e semplificandoli. Così si esprime: “La prima [regola] è, che l’Impresa sia con giusta proporzione di corpo e d’animo. La seconda che non pecchi di soverchia oscurità né per troppa chiarezza divenga popolare. La terza che abbia bella vista. La quarta, che non abbia forma umana. La quinta […] è il motto, quasi anima d’un corpo”. Il motto deve essere “breve, di lingua peregrina, e non molto oscuro […] che non sia preso dall’istesso luogo del quale si forma l’Impresa”. Più avanti (p.91) il conte spiega che i motti possono essere affermativi, interrogativi e negativi, in prima persona o nelle altre, ma con gli animali conviene di più la terza. Il forestiere ribatte allora che “o il motto non è necessario, o s’è necessario, più si conviene alla figura umana, la quale da molti è biasimata”. Ma il conte spiega che giustamente questa non si può accettare perché troppo comune, a meno che non sia vestita “d’abito peregrino”.  
[86] Horozco, op. cit., libro I, cap. XV, XVI e XVI, pp.56-64.
[87] Lo stesso autore introduce poi tre regole del motto: deve essere breve e in qualsiasi lingua; deve esprimere qualcosa di per sé diverso dalla figura; deve esprimere il concetto dell’animo dell’autore, ed è meglio che la figura dichiari una parte dell’impresa e il motto l’altra, ibid., p.60.   
[88] Si veda l’esempio del capitano francese con la bilancia e il motto “hoc fac et vives” che poi si arrese al nemico invece di misurarsi con lui.
[89] Non si può negare che ci siano tipi di impresa che sono negli stemmi gentilizi detti volgarmente armi e in questo caso nessuno li può prendere, appartenendo queste a una certa famiglia, acquistate in guerra, acquisite dagli avi e conferite dall’Imperatore o da un Principe. La stessa cosa vale per le imprese private dove nessuno può prendere insegne o divise altrui, soprattutto quando si tratta di un marchio. Si può solo, in primo luogo, se è già morto chi usava il sigillo perché chiunque lo potrà usurpare, anche se gli verrà poco onore, poiché non ha nulla di raro ed è già notissimo, in secondo luogo se si cambia o la figura o il motto. L’impresa diventa sconosciuta e come dissimulata e ha in sé un’ “otra gracia” che coloro che non la guardano attentamente credono che sia la stessa cosa che a loro era nota, ibid., p.64.
[90] E. Tasso, op. cit., pp.29-30 e segg.
[91] Lucarini, op. cit., pp.7-11.

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