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Papiri, fantasmi e cimeli per la signora Cavalli
(Piazza dei Papiri di Jole Salatiello)
a cura di Massimo Crispi
Pubblicato su SITO


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Papireto. Già il nome indica qualcosa di arcaico, una foresta di papiri d’Egitto. E propone mitologiche visioni d’agili ninfe e deità silvane che amoreggiano e si rincorrono, come nei pressi di Siracusa, dove il papiro, la snella pianta acquatica d’Oriente, lussureggiante vegeta tuttora alle fonti di Ciane e d’Aretusa, sole stazioni autoctone europee del vegetale esotico. E, infatti, il Papireto è un corso d’acqua, superficiale un tempo, oggi ipogeo, che sotto le balate, senza sosta, indisturbato scorre e arriva fino al mare.

Molti metri sopra le sue acque oggi si colloca una via-piazza che prende il nome dal rivoluzionario antiborbonico, poi sindaco di Palermo e Senatore del Regno d’Italia, Domenico Peranni. È un luogo seducente e trasandato, colonizzato da fichi americani, esotici come il papiro, che, titanici e frondosi, ipernutriti dalla perpetua umidità del mondo di sotto, producono d’estate un’ombra scura e fresca. Sotto questi antichi guardiani del sito, dal secondo dopoguerra in poi, intorno ai loro tronchi, si sono andate adunando dense baracche di lamiere arrugginite e intrecciate che hanno dato forma, eufemisticamente, al celebre Mercato delle Pulci, oggi per buona parte in disarmo. 

Le pulci abitano, forse, sul mantello dei molti randagi che circolano in quella piazza, miti creature che la mano gentile di amici delle bestiole nutre con avanzi prelibati di qualche cucina casalinga. L’ambiente è curioso, sembra una specie di giungla arredata disordinatamente con anticaglie, dove, appunto, passeggiano faune varie, sia umane che feline. Può succedere di vedere delle pantere in miniatura, gatti nerissimi o pezzati, sonnecchianti con zampe e code pendule sui lunghi rami dei fichi paralleli al suolo, vigilando con un occhio semiaperto e annoiato sul brulicare formicolante dei collezionisti, cacciatori che zigzagano nel mercato al piano inferiore alla ricerca delle prede ambite. L’immagine della lagnusía panormita, quei gatti.

Il Mercato delle Pulci di Palermo. Un non luogo. Il Tempo, lì, cambia i suoi connotati e scompagina passato e presente, come una porta su dimensioni altre, mescolando aromi di legni antichi, vernici, trieline, muffe e di cucine e di friggitorie che lì vicino producono leccornie prelibate, al palato delizia ma attentato terroristico al fegato.

Sono passati ormai più di trent’anni da quando la scrittrice palermitana Jole Salatiello, scomparsa nel 2001, ci propose ufficialmente la sua visione della Piazza dei papiri (La Bottega di Hefesto, 1988), ma ben quaranta dal concepimento di quest’opera. L’autrice, come ha sempre fatto, nella sua singolare percezione del tempo, evoca anche qui fantasmi del passato ora giocosi ora malinconici, attraverso la protagonista del suo romanzo, la Signora Cavalli, suo alter ego, e gli oggetti della baraccopoli, coprotagonisti. E già: gli oggetti dei tuguri delle pulci sono il tramite attraverso il quale la signora Cavalli rilegge il passato remoto, che illustra e spiega il presente appena trascorso. In una sorta di autoipnosi, la borghese e appassionata ricercatrice di antichità più o meno pregiate, richiama in vita passati veri o immaginari, ma di certo ha l’occhio e la stoffa dell’archeologa. Forse c’è anche la voglia inconscia di rifugiarsi in un passato ideale, non contaminato, affollato di temps perdu, di madeleines.

La sua passione febbrile la porta a ricercare oggetti rari e preziosi, simmetricamente alle vicende delle vite parallele dei molti mercanti dai pittoreschi nomi (Michele Fratello, Romualdo Crudeli, Salvatore Quattromila, Giuseppe Pulvirenti, Vincenzo Andò, Gioacchino Senzalume, Renato Degli Esposti, Calogero Mastino, e così via, tutti celando nel cognome una parte del proprio destino e delle proprie qualità), alle quali la signora Cavalli partecipa con dissimulato e distante ma sentito affetto. L’orologiaio ex-tenore, l’avvenente vigile urbano restauratore o presunti benestanti che fanno i mercanti di ninnoli e monete per hobby, burberi benefici a volte, melliflui incantatori altre, le figure dei venditori sono analizzate con sentimento affine a quello che la signora usa avere per gli oggetti. Lei, infatti, in un segreto angolo dentro di sé, è cosciente che coloro sono le ultime reliquie umane traghettatrici delle reliquie concrete nelle mani dei collezionisti, prima che vada perduta per sempre la memoria dei preziosi manufatti. Degli psicopompi, dei caronti al contrario, quei venditori, che dal regno degl’Inferi risuscitano spoglie di cose. Quando qualcuno dei bottegai scompare, per malattia, per estinzione, per carcerazione a causa di frodi, quando non per guai legati alla malavita vera e propria, la signora se ne duole, perché perde delle guide preziose nel suo percorso spazio-temporale all’ombra degli “ippocastani”, metamorfosi letteraria dei grandi ficus citrifolia, sulla rive droite e sulla rive gauche del Mercato delle Pulci. In fondo erano loro che scovavano gli oggetti e glieli tenevano da parte sapendo che lei avrebbe potuto essere interessata.

La memoria è al centro del romanzo, come in ogni opera di Jole Salatiello. Palermo era stata bombardata pochi anni prima. La vecchia città, ricchissima di Storia e d’arte, abitata da un’umanità parecchio più stratificata e più ricca di sfumature dell’attuale, ne uscì sfigurata e stravolta. Crateri alleati sconvolsero il centro, che in alcune parti fu recintato da muri invalicabili, facendo emigrare altrove gli abitanti sopravvissuti insieme ai loro frammenti domestici. I segni dello scempio furono visibili per molti anni ancora, focalizzando e riducendo l’immagine della città a luogo di disastri umani e materiali, dove il Tempo si era arrestato, drammaticamente, ma si era dimenticato di ricominciare a girare. L’esperienza della seconda guerra mondiale, fatale per l’intera generazione che ne ha vissuto gli orrori, si avverte essere spettro sempre in agguato. Le vicende personali dell’autrice, che in quest’opera non vengono quasi mai esternate, s’intuiscono appena dalle sue parole, s’intravede un vissuto pressoché inespresso e pudicamente nascosto, forse perché funesto e avvilente.

Il non luogo della piazza dei papiri diventa casualmente un posto dove si possono ritrovare delle memorie, come se provenissero ripescate dal segregato fiume sotterraneo che le ha nascoste per salvarle, dove gli oggetti più disparati, di pregio o autentiche sòle (qualche negghia ci vuole…), possono raccontare ancora qualcosa e salvare un ricordo, propagarlo attraverso mercanti - e ricettatori - e collezionisti più o meno consapevoli. Il brivido che percorre la schiena della signora Cavalli, mentre prende in mano un vetusto balocco, evocando lo spirito dell’antica bambina a cui appartenne e ricostruendone le vicissitudini partendo da una macchia sul vestito della bambola, è autentico. Molto più autentico di quello degli altri collezionisti, professionisti e aristocratici non più tali, che incontra periodicamente a frugare, come lei, tra le rovine. E l’affettuoso interesse che la signora prova nei confronti dei rivenditori - i veri sopravvissuti dei ventri di Palermo sventrati dalla guerra, Capo, Ballarò, Vucciria e Kalsa - ai quali fa visita quasi quotidianamente in quel mercato surreale, viene dal profondo del suo essere ed è veritiero. Il suo mondo è denso di echi, di sfuggenti sinopie, di visioni di come dovessero essere gli arredi originali di un palazzo o di un albergo liberty che avevano cessato di esistere, polverizzati da un bombardamento, o che erano stati modificati dagli eredi o dai sopravvissuti. Nella piazza dei papiri un anziano marchese discute col barone amico sulle cose che prima della guerra stavano in casa sua e oggi sui banchetti di quei predatori, un colloquio sentimentale tra due dinosauri… Non provano, entrambi, una gran simpatia per la signora Cavalli che fruga tra i loro averi d’un tempo, per loro quasi uccello di rapina (pur bella donna), non intuendo il suo spirito di salvatrice di quei ricordi.

I libri che la signora consulta sui banchetti dei rigattieri le aprono poi altre porte, altre visioni. Scopre così che sotto il falso nome di Alberto Magno o di Michele Scoto erano stati pubblicati, secoli prima, dei libri sui segreti delle donne, dove venivano descritte con crudezza anatomica - oggi si direbbe: ignobilmente sessista - le immaginarie e deleterie conseguenze dell’accoppiamento con femmine in ciclo mestruale, capaci addirittura di contaminare animali e bambini e di macchiar gli specchi! O come sapere se la moglie è fedifraga o casta: basta appoggiarle sulla testa una calamita. La stessa calamita, se posta ai quattro angoli di una casa, avrebbe fatto fuggire gli abitanti che dormivano, risvegliandoli di soprassalto, e consentito ai ladri di penetrare e fare man bassa. Quasi un manuale per il furto perfetto.

Il teatro di Piazza dei papiri ha sempre nuove scene, dove i protagonisti si scambiano ruoli, se ne ritagliano altri, escono dalle quinte per poi riemergere, e l’onirica contraddanza di Jole Salatiello/Signora Cavalli ci illustra una forma di percepire il presente e il passato in tutt’altra maniera, tutt’altra dimensione: si ha sempre l’impressione di camminare sopra un nastro di Möbius senza mai arrivare alla verità ma avvertendo che ce ne sarebbe una, o forse più d’una, che si agita invisibile e irraggiungibile al piano inferiore.

L’eleganza della scrittura di Jole Salatiello è anch’essa un’antichità, come gli oggetti preziosi scoperti nella baracca di Salvatore Quattromila, Giuseppe Pulvirenti o Marco Pintore. Le descrizioni d’uomini e cose che l’autrice compie con garbo, per la profonda conoscenza dei primi e delle seconde, sono purtuttavia radiografie impietose di sé stessi e degli altri e il Mercato delle Pulci diventa metafora, oltre che dell’intera città, della nostra mente, scrigno fatato che contiene i ricordi e li riordina senza sosta, sognando storie straordinarie e innalzando ponti invisibili tra epoche lontane ed il presente. 

La divisione in un prima e un dopo è anche la struttura del romanzo stesso. Due parti lo compongono: Le scoperte e Le “disgrazie”. Ma tutto si confonde, in qualche maniera, nella sequenza temporale che nutre l’immaginazione della signora Cavalli. Il conforto procurato dalla scoperta degli oggetti e delle loro storie e lo smarrimento di come il mercato della piazza dei papiri cambi nel tempo, mettendo in pericolo le sicurezze e le passioni appena acquisite, compongono l’eterno contrasto in cui si viene a trovare chi s’illude di reggere la biga del tempo in corsa, facendosi condurre per sentieri segreti e meravigliosi ma con inattesi deragliamenti sempre in agguato, come se i ricordi, viaggiatori intraprendenti, non aspettassero altro che il momento dell’assalto alla diligenza.

Nella vita Jole fu anche insegnante di lettere, in Sardegna e in Sicilia, attenta alle nuove generazioni e alle famiglie di provenienza, nel difficile periodo della ripresa dell’Italia del dopoguerra, coi disastri umani e familiari di corollario che tutte le guerre provocano. Il suo piccolo immenso romanzo, nel nostro periodo attuale di conflitti, genocidi e distruzioni cruente alle porte d’Europa, è una gentile metafora quanto mai utile per meditare: i crateri di Palermo sono gli stessi di Sarajevo, Beirut, Bengasi, Aleppo, anche se cerchiamo di rimuoverli. Forse i sopravvissuti arredi delle moschee, dei palazzi antichi, dei siti archeologici, dei musei, delle biblioteche, dei bazar bombardati, in un futuro remoto, torneranno su clandestini banchi di anticaglie orientali nelle città che verranno, indagati dalle signore Cavalli di turno.

La lingua usata nel romanzo, ricca e teatralmente densa di significati, cosa sempre più rara, è quasi consolatoria, taumaturgica. L’ironia, sia latente sia espressa, lenisce l’asprezza della realtà trasformandola in surrealtà  - che poi è una delle dimensioni siciliane dominanti e perenni - e in qualche modo ci indica una via di salvezza. Un disincanto però scontento, una malinconica consapevolezza che alcune madeleines sono irrimediabilmente perdute ma che un affettuoso ricordo può riportare in vita anche solo per un momento, come le minuscole ed evanescenti visioni della Piccola Fiammiferaia, che durano lo spazio della vita d’uno zolfanello acceso. L’attenzione alla condizione femminile, cosa di cui si parla tanto oggi perché gli abusi continuano a essere perpetrati nei confronti delle donne, è sempre viva e pioniera nelle opere di Jole Salatiello, in esse declinata diversamente, tra le agghiaccianti e splendide poesie di settant’anni fa, ancora inedite (!), e i romanzi e le novelle pubblicati. 

Una preziosità stilistica di Piazza dei papiri sono i versetti introduttivi d’ogni capitolo. Lì, con amabile e apparente vaghezza démodé, come se i versi fossero lapidari e benevoli maggiordomi d’altri tempi che introducono al cospetto dei personaggi della scena seguente, viene riassunta l’essenza del capitolo: poche righe e si ha il quadro davanti. Sembrano formule magiche che la pizia Jole pronuncia e, mentre si leggono, mescendosi talora colori acquarellati con tinte più forti, vanno componendosi lo sfondo, i contorni delle figure, la rappresentazione: la potenza allusiva delle parole che la pizia vaticina in ogni momento, e tanto più nei versi, è totale. O, forse, in fondo, sono anche le epigrafi che meglio d’ogni altra cosa si adattano ad accompagnare i fantasmi del passato.

Difficilmente si è riusciti a raccontare Palermo con mano tanto leggera e profonda al tempo stesso. Palermo è un soggetto difficile da narrare serenamente, trasandata ed elegante, surreale e dolorosa, desolante e magica. Tomasi di Lampedusa ne coglie la decadenza irrefrenabile postunitaria e ne racconta i frammenti che vanno disfacendosi giorno dopo giorno, senza ormai più alcun senso, casomai ne avessero mai avuto uno. Sciascia racconta i frammenti ulteriori di Palermo, soprattutto umani, fertilizzati e riprodotti come frammenti, in peggio, dalla subcultura mafiosa, quando non gli storici orrori del Sant’Uffizio. Pif nuota nella surrealtà grottesca e descrive una Palermo moderna dove niente è ciò che sembra. 

Jole Salatiello ha uno sguardo intimista e malinconico e ogni capitolo, ogni paragrafo, ogni riga di questo romanzo è una pennellata, una finestra che si apre su aspetti della città e dell’umanità che ci vive, un’onda di coccole e graffi che, come guide turistiche per turisti interni, illustrano i dettagli di mondi scomparsi ma che sopravvivono nell’immensa mole di memorie e d’oggetti quasi dimenticati. O, forse, messi soltanto da parte.

La mano di Jole Salatiello, sapiente collezionista di emozioni e di ricordi, osservatrice acuta, spietatamente affettuosa e affettuosamente spietata, prende la nostra e ci conduce nel suo personale viaggio nel tempo, senza neanche il bisogno di far la fila per il biglietto. Sta tutto davanti a noi, basta voler accorgersene, aprire le palpebre e la mente. Il passato si dischiude davanti ai nostri occhi come un ologramma animato, sembra di veder uscire fuori dalle baracche dei papiri una folla di oggetti parlanti, come se stessimo nell’ Enfant et les sortilèges di Maurice Ravel e Colette o, per un pubblico meno avvezzo all’opera, nella Bella e la Bestia della Disney. Anche questa è Palermo.

Chissà se mai nessuno tradurrà in immagini filmiche le attitudini cinetiche di questo romanzo. Sarebbe un bel soggetto. A trent’anni di distanza dalla prima e unica pubblicazione valeva la pena disseppellire, per una rinnovata lettura, le vicende “equine” della signora Cavalli, come le definì l’autrice nell’antifona del I capitolo:

L’ippico passo
Sotto gli ippocastani…
Quante parole equine,
signora Cavalli,
per il tuo galoppo all’indietro
nel tempo.
Galoppo d’assalto
O speranzosa fuga?

© Massimo Crispi




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