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Di Vampiri (ed altri demoni) indiani
di Silvia Merialdo
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Di Vampiri (ed altri demoni) indiani

Nella notte dei tempi

Non vivi, non morti. Demoni che vivono fra le tenebre, nell’oscurità nella notte. Perduti nella notte dei tempi, nell’alba della Storia, quando ancora l’umanità era incerta nei suoi primi passi.

È forse lì che sono nati i vampiri, fra le storie e i miti di quella civiltà indoeuropea che poi si è spostata verso la punta dell’India e verso l’Occidente. Secoli, millenni prima della Transilvania e di Dracula, i vampiri hanno popolato l’immaginario mitologico dell’India, i testi letterari, le cerimonie religiose, le storie tramandate di generazione in generazione.

Demoni che, ancora oggi, è meglio soddisfare costruendo loro dei templi, offrendo loro sacrifici animali affinché la loro sete di sangue sia saziata. Così è per i bhuta, demoni notturni che, secondo la leggenda, si riposano sulle culle appositamente appese ai soffitti dei templi a loro dedicati. 

In India tutto si moltiplica e si trasforma in modo non univoco, e così anche la figura del vampiro cambia a seconda del demone che consideriamo, del momento storico e del testo letterario. Di fatto rappresenta sempre quella parte di coscienza oscura e remota che si aggira nello stretto e incerto spazio che separa la vita dalla morte, che si ciba di carne o di sangue umano per sopravvivere, creatura malvagia ma a volte anche benevola nei confronti degli esseri umani. 

I rakshasa, demoni malvagi

Gli antichi Veda, i testi religiosi più antichi, base di tutto l’induismo, sono popolati dai rakshasa (anche scritto, più precisamente, rākṣasa). Sono creature del caos, descritti come demoni mutaforma, in grado di diventare lupi o bellissime donne, ma la cui forma originaria è quella di una pallida creatura luminosa con un alone azzurro intorno alla gola e una cintura di campanelle alla vita, con il corpo perennemente macchiato di sangue. Di notte si rifugiano sugli alberi, in vita erano uomini particolarmente crudeli che sono diventati demoni poiché si sono nutriti del cervello dei loro simili.

Nella letteratura in sanscrito compaiono frequentemente nelle loro svariate forme, soprattutto nel Ramayana e nel Mahabharatha, i due più famosi poemi epici indiani, risalenti a un vago e indefinito primo e secondo millennio avanti Cristo, ma le cui storie pervadono tutta la letteratura indiana successiva.

Nel Ramayana, l’antagonista dell’eroe Rama è proprio uno di loro, Ravana, un demone con dieci teste che rapisce la virtuosa Sita, sposa di Rama, e la porta nell’isola di Lanka, l’attuale Sri Lanka.

Rama combatterà contro un intero esercito di rakshasa, a cui contrapporrà il suo fedele e coraggioso esercito di scimmie, in una sanguinosa battaglia che culminerà con il duello fra Rama e Ravana, simbolo supremo della lotta fra bene e male. 

Anche nel Mahabharata, poema epico che descrive la lotta dei cinque fratelli Pandava contro i loro cugini malvagi per la salvezza dell'umanità, è popolato di rakshasa, abitanti delle foreste dove, nelle sorti alterne della complicatissima vicenda, i cinque fratelli trascorrono alcuni periodi di esilio. 

Durante una delle notti dell’esilio, il rakshasa Hidimba vuole mangiarsi i cinque fratelli e così manda sua sorella per adescarli. Lei però si innamora, ricambiata, di Bhima, il più forte dei fratelli, figlio del dio del vento. Hidimba, inferocito, vorrebbe così uccidere anche la sorella, ma sarà il duello con il potentissimo Bhima a decretare la sua fine.

Gli yaksha, buoni e cattivi

Oltre a queste figure, i testi vedici citano anche il divoratore di carne cruda, lo yaksha. Divinità capricciosa, può concedere favori a chi gli fa offerte di suo gradimento. Quando, infatti, una persona soffre di un male incurabile, ogni notte si reca a un crocicchio con offerte di cibo nella speranza che compaia lo yaksha e gli conceda una facile guarigione. Se, però, le offerte non sono di suo gradimento, lo yaksha si ciberà direttamente dal corpo del questuante. 

È in uno di loro che, nella duplice forma di amico-nemico, i cinque fratelli del Mahabharata si imbattono in una delle loro peregrinazioni. È infatti proprio uno yaksha, sotto le cui spoglie si nasconde il dio Yama, in riva a un lago, a fare cento domande per mettere alla prova Yudhisthira, il maggiore dei cinque fratelli. E Yudhisthira, darà quelle cento risposte che rendono il Mahabharata un poema filosofico ed esistenziale.

Che cosa è più veloce del vento?
Il pensiero.

Che cosa può coprire la terra?
Il buio.

Chi sono più numerosi, i vivi o i morti?
I vivi, perché i morti non ci sono più.

Dammi un esempio di sconfitta.
La vittoria.

Che cosa è inevitabile per tutti gli uomini?
La felicità. 

Qual è il tuo opposto?
Me stesso.

Qual è la cosa più stupefacente al mondo?
Giorno dopo giorno, ora dopo ora, gli uomini muoiono e i loro cadaveri vengono portati via. I vivi osservano, eppure non pensano che un giorno o l'altro anch'essi moriranno. Credono invece che vivranno per sempre. È questa la cosa più stupefacente al mondo.

I baital, re dei vampiri

Ma continuiamo nella rassegna dei demoni indiani. In realtà sono i baital (forse più simili ai nostri vampiri occidentali) i re dei vampiri, o almeno loro si ritengono tali e per questo vestono riccamente e si aggirano con una spada scintillante, quando non si aggirano sotto mentite spoglie di pellegrini o donne anziane alla ricerca di sangue umano. 

I baital sono dei vampiri caratterizzati da un corpo per metà umano e per metà pipistrello, riposano appesi a un albero a testa in giù. In genere si impossessano dei corpi dei morti trasformandoli in pipistrelli e sono in grado di animare i cadaveri. 

I baital sono i protagonisti indiscussi di moltissime leggende. Tutte queste storie arrivarono in Occidente solo nell’Ottocento, momento fecondo per quanto riguarda la letteratura sui vampiri. Fu un esploratore inglese, Richard Francis Burton, a riunire nella raccolta Vrikam e il Vampiro, tutte queste storie, traducendo liberamente il poema sanscrito Baital Pachisi, le cui origini si perdono veramente nella notte dei tempi e della civiltà. 

Il poema è forse una della più antiche storie della letteratura mondiale in cui i racconti sono inseriti in una cornice narrativa, che è il pretesto per le storie stesse. Il poema è forse stato quel seme che ha poi fatto germogliare altre storie con simile struttura, dalle Mille e una notte e all’Asino d’oro di Apuleio, fino ad arrivare al nostro Decameron. 

La storia è quella del re Vikram, che promette a uno yogi di portargli il Baital, un grande vampiro che abita su un albero a testa in giù.

Il Baital accetta di andare dallo yogi con Vikram, a patto che quest’ultimo non parli per tutto il tragitto. Per 25 volte, nel cammino, il baital racconta una storia diversa, in cui c’è sempre un personaggio che si comporta in modo ambiguo. Alla fine della storia, il vampiro fa una domanda e Vikram, preso dalla storia e dimentico della sua promessa di non parlare, risponde. Per 25 volte, allora il vampiro vola via al suo albero, e la storia si ripete da capo.

Il vampiro giungerà poi finalmente dallo yogi, dove si consumerà un’altra storia a base di sangue, morte, punizione e redenzione.

Fonti, letture, visioni e incontri… 

Per chi fosse interessato a ripercorrere a ritroso questa strada che dall’Oriente ha portato i vampiri fino a casa nostra, l'intero testo in inglese di Vikram e il Vampiro si può leggere su internet in queste pagine: https://www.sacred-texts.com/goth/vav/index.htm

Per tutti gli altri demoni (e con la traduzione in italiano), la fonte migliore è invece R. K. Narayan (1906-2001), uno dei primi e più importanti scrittori indiani in lingua inglese, che ha raccolto molti miti e leggende nel suo Dei e demoni dell'India e che ha raccontato con le sue parole il Mahabharata, riducendolo da poema più lungo del mondo a romanzo di circa duecento pagine. 

E poi c’è sempre la grandiosa trasposizione cinematografica del Mahabharata di Peter Brook, in cui, insieme a molte altre creature e demoni, compaiono Himbiba e lo yaksha sopra nominati.

Fra le altre possibilità, c'è poi sempre quella di andare direttamente in India a visitare uno dei templi dedicati ai vampiri, dove i demoni assetati di sangue riposano nelle tenebre. Forse, di notte, se ne riesce anche a incontrare uno. In bocca al lupo. No… al demone. 

A cura di Silvia Merialdo



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