FILOZOFICKÁ FAKULTA UNIVERZITY PALACKÉHO
filologia italiana – filologia spagnola
Tesi di Laurea
Relatore: prof. Alessandro Marini
Elaborato da: Tomáš Matras
1.0
Introduzione
Per
la mia tesi di laurea ho scelto le ultime due raccolte di saggi di
Pier Paolo Pasolini: Scritti corsari
e Lettere luterane.
Affrontare solo una parte dell’attività di Pasolini presenta
molti problemi: la vasta e multiforme opera dell’autore forma
infatti un universo straordinariamente omogeneo che non consente
nessun tipo di estrapolazione. Tale operazione rischia di impoverire
la rilettura dell’opera dell’autore che si espresse tramite
diverse forme artistiche. In essa si possono trovare concetti
ideologici importanti che Pasolini sviluppa durante tutto il suo
percorso artistico. Così, separare artificialmente una parte della
sua creazione di un determinato periodo, elaborata sulla base di una
determinata ideologia, potrebbe equivalere a una situazione nella
quale una fotografia volesse sostituirsi adeguatamente a un film.
Tenendo
conto di ciò, il mio lavoro non può che essere un avviamento al
complesso percorso artistico di Pasolini e alle sue forme. La mia
tesi si propone di tracciare a grandi linee alcuni aspetti delle idee
fondamentali espresse nelle suddette raccolte.
La
parte iniziale della tesi proporrà un quadro generale sulla vita e
opere dell’autore, sulla saggistica di Scritti
corsari e di Lettere
luterane. L’ultima parte introduttiva
sarà dedicata alla storia del “boom” economico italiano e alle
sue conseguenze. Seguiranno i capitoli principali, dove si indicherà
il criterio di scelta dei temi affrontati. Cercherò di analizzare
tre grandi aree tematiche utilizzando gli interventi dell’autore.
La prima si occuperà di temi associabili al potere italiano,
principalmente del fascismo “vecchio” e del fascismo “nuovo”
o “tecno-fascismo”, della “strategia della tensione” e del
consumismo. La seconda tratterà della situazione culturale italiana
in generale, dei valori della società moderna e di quelli delle
culture particolaristiche, dei mass-media, della lingua e della
differenza tra “mondo mediato” e “mondo immediato”. L’ultima
comprenderà uno sguardo sull’uomo italiano, sui cambiamenti
provocati dalla “mutazione antropologica”, sull’edonismo,
sull’aborto, sull’abiura e sull’impoverimento dello spazio
umano. Bisogna dire che tutte e tre le aree tematiche trattate nella
tesi sono solo aspetti di un’unica realtà e che il loro isolamento
è meramente strumentale. Alcuni aspetti trattati potrebbero essere
interpretati in una prospettiva più ampia che coinvolga l’intera
società occidentale. Comunque, si partirà sempre dall’ambiente
italiano, che più stava a cuore all’autore.
Dalla
lettura delle raccolte scelte si può dedurre che Pasolini si sentiva
intellettuale di transizione tra il mondo delle culture popolari e
quello della società industriale avanzata. Tutte e tre le aree
tematiche trattate cercheranno di spiegare come erano questi mondi e
quale era il passaggio storico tra essi. Pasolini intuiva un grande
cambiamento nella società italiana, un cambiamento che investiva
tutte le società avanzate. Nonostante il carattere intuitivo di
alcuni interventi, Pasolini sapeva definire con precisione molti
caratteri di questi processi.
Le
tre aree tematiche analizzate, come già detto, sono molto legate tra
loro. Ho cercato di organizzare la mia analisi tematica in una
prospettiva che va dall’osservazione del carattere più potente e
del più astratto nella vita di ogni giorno, della causa
apparentemente più lontana del modo di vivere quotidiano (gli
aspetti del vecchio fascismo e di quello nuovo), all’analisi di un
fenomeno meno astratto e meno potente di maggiore portata (la
percezione della differenza tra il mondo “immediato” e quello
“mediato”), fino all’effetto finale dell’influenza del potere
statale, all’esistenza quotidiana delle persone del paese, meno
potente e meno astratta (le influenze quotidiane della “mutazione
antropologica”).
La
prima grande area tematica si occuperà del potere in Italia e, più
specificatamente, degli strumenti ideologici usati per condizionare e
controllare l’opinione pubblica italiana. Anche in questa sezione
parlerò della trasformazione abbastanza profonda colta da Pasolini,
che divide il “fascismo vecchio” dei “vecchi strumenti
ideologici”, usati dalle società precedenti, e il “fascismo
nuovo”, dei “nuovi strumenti ideologici”, usati dalla società
avanzata di massa. Cercherò di spiegare perché è importante tale
distinzione e come la società reagisce di fronte all’uso di questi
strumenti. Questa dicotomia si riflette in alcuni temi concreti.
Pasolini per esempio ipotizza una rete segreta di collaboratori che
nel paese possiedono un potere decisivo segreto, persone che
saprebbero chiarire alcuni avvenimenti importanti (per esempio le
stragi), scopre l’esistenza della “falsa democrazia”, di una
“falsa tolleranza” e giunge alla convinzione che, nell’Italia
del tempo, esista una serie di valori, ufficialmente respinti dalla
società, che però sono realmente presenti, coperti di ipocrisia.
L’autore mette anche in questione il valore morale della Chiesa,
tradizionale rappresentante del potere, e riflette in molti articoli
sulla sua metamorfosi e sul suo nuovo ruolo nella società moderna.
Pasolini immagina anche una forma autosufficiente del nuovo
totalitarismo, che distrugge definitivamente ogni forma di
alternativa.
La
seconda grande area tematica riguarda la cultura italiana, riflesso
della crescente distanza spirituale tra le persone e la realtà in
cui vivono. Cercherò di chiarire la differenza tra il “mondo
immediato”, inteso come mondo del contatto immediato tra l’uomo e
la realtà materiale e spirituale, e il “mondo mediato”, inteso
come mondo del contatto mediato tra l’uomo e la realtà materiale e
spirituale. Il rapporto mediato con la realtà è facilitato dai
mass–media, dall’ideologia consumista, dalla perdita dei valori
tradizionali, dall’illusorietà generale, dalla falsità generale e
da altro ancora. La divisione, ancora una volta puramente
strumentale, servirà per spiegare uno dei cambiamenti più radicali
descritti da Pasolini, che vede l’uomo, prima libero, attivo e
creativo nella società in cui vive, ora emarginato e passivo,
schiavo del materialismo, disinteressato della dimensione spirituale
della sua vita, chiuso nella solitudine di un mondo solo verbalmente
ricco, paradisiaco, felice.
L’ultima
grande area tematica di interesse si concentrerà sull’uomo
italiano, prima e dopo la “mutazione antropologica”. L’uomo è
visto nelle sue diversità fisiche, comportamentali e linguistiche,
che, dopo la “mutazione antropologica”, quasi scompaiono. Per
l’aumentare dei desideri materiali, le persone si allontanano dalle
loro tradizioni e abitudini, dai loro dialetti e valori. Da modello
servono a Pasolini le borgate romane e il mondo contadino friulano,
che subiscono una profonda trasformazione culturale. Tale “mutazione
antropologica”, nella definizione dell’autore, rappresenta il
tragico riflesso di cambiamenti globali nel mondo occidentale, legati
all’affermazione di aspetti deteriori della cultura borghese. Il
tema della “mutazione” è una delle cause principali della
maggioranza degli interventi pasoliniani. Il problema principale di
questo processo consiste nel suo adeguarsi passivo ai valori della
borghesia. Pasolini ritiene che la borghesizzazione del popolo
italiano sia inevitabile e totale.
Questo
ordine è stato proposto per motivi della logica dei legami interni
del discorso pasoliniano. Questo approccio secondo me rispetta il
grado di rilevanza ideologica di ogni area tematica per l’autore,
senza però voler stabilire arbitrariamente che per esempio
l’importanza del tema dell’uomo sia per Pasolini minore di quella
del tema della cultura. La presentazione parte dall’area più
importante e più responsabile nella realtà contemporanea: il
potere, passando per quella che è, diciamo, strumento e riflesso
della prima, e si conclude con l’analisi degli effetti, determinati
da potere e istituzioni culturali.
2.0
Vita e opere di Pier Paolo Pasolini
L’oggetto
del mio lavoro è la produzione saggistica dell’autore tra gli anni
1973 e 1975, anni in cui Pasolini si dedicò a vari film, alla
narrativa e alla poesia. È fondamentale aggiungere che, nel corso
della sua articolata biografia artistica, l’autore si occupò anche
di teatro, di traduzione di opere drammatiche e di poesie (dal
latino, francese e greco nel friulano), di sceneggiature, di pittura
e della cultura dialettale friulana. Il rango delle sue attività, si
avvicina a quello di un homo
universalis, di uno spirito
rinascimentale, e le sue opere hanno molto spesso un alto valore
artistico:
Il
fatto che nei vari campi dove via via s’impegna Pasolini ottenga
subito risultati di altissima qualità dà l’idea di una
personalità poliedrica, dotata di coscienza artistica e smaniosa di
affermazione, in cui sono presenti da sempre potenzialità espressive
diverse e tutte estremamente forti, che attendono solo l’occasione
(anzi la cercano) per manifestarsi (e quando accade, i risultati sono
già maturi).
Conseguentemente,
quando ci occupiamo di un concetto o di un’idea pasoliniani,
dobbiamo effettuare ricerche in varie forme artistiche. Come osserva
infatti Giampaolo Borghello,
proprio
le caratteristiche di difficile e sempre precario equilibrio che
siglano le tappe essenziali della storia letteraria di Pasolini
rifiutano in partenza le esegesi unilaterali che privilegiano uno
solo dei versanti della sua attività, l’impegno civile o
l’emozione viscerale, l’ideologia o la passione.
Entriamo,
insomma, in una rete complicata e interessante di riferimenti
culturali, autobiografici, politici, ideologici, mitologici e di
altri tipi ancora.
Pier
Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922. Suo padre, Carlo
Pasolini, è tenente di fanteria. Susanna Colussi, sua madre, è
insegnante. La carriera militare del padre spinge la famiglia a
frequenti spostamenti: da Bologna a Parma, da Conegliano a Belluno,
dove, nel 1925, nasce il fratello Guido Alberto. Il padre è temuto e
tirannico, mentre la vera figura di riferimento è la mite madre,
oggetto d’amore di Pier Paolo. Da questi scarsi dati si possono
intuire le linee di un conflitto edipico, di cui Pasolini ha sempre
avuto consapevolezza. A Sacile l’autore scrive le prime poesie, poi
la famiglia si trasferisce a Cremona, a Reggio Emilia e infine a
Bologna, dove Pier Paolo studia al liceo Galvani e successivamente
alla facoltà di Lettere, dove si laurea subito dopo la seconda
guerra mondiale con la tesi Antologia
della lirica pascoliana: introduzione e commenti.
Nel 1942 il giovane Pasolini pubblica a sue spese le Poesie
a Casarsa,
recensito positivamente da Gianfranco Contini sul “Corriere di
Lugano”. Già all’inizio del suo percorso artistico Pasolini
sceglie di osservare piuttosto la realtà e gli eventi concreti. In
una lettera del 1943 all’amico Farolfi Pasolini per esempio scrive:
Non
mi interessano quelle cose astratte che sono Dio, Natura, Parola. I
filosofi non mi interessano affatto se non in certi brani poetici.
Nel
1945 muore il fratello Guido, appena dicianovenne, partigiano in un
gruppo facente capo alla brigata “Osoppo”, ucciso dai partigiani
jugoslavi. Pier Paolo ricorda molte volte nelle sue opere dolore,
memoria e lutto di questo evento traumatico della sua vita. Alla fine
della guerra il padre torna a Casarsa dal carcere in Kenya; inizia
così un periodo di incomprensioni e dissensi. Tra il 1945 e il 1949
Pasolini insegna nelle scuole medie a Valvasone vicino a Casarsa. Il
18 febbraio 1945 fonda con altri giovani universitari friulani
l’“Accademiuta de la lenga furlana”, un centro di studi
filologici sulla lingua e la cultura locale. Il periodo friulano è
fondamentale per la formazione intellettuale ed etica di Pasolini,
vissuto in un mondo contadino amato e più tardi sentito come mitico,
arcaico, religioso e innocente: un modello da ritrovare, anche se
superato, e da comunicare ad altri. Questa Italia autentica scompare
quasi totalmente per lui negli ultimi anni della sua vita, scomparsa
che dà luogo a ribellione, amarezza e disperazione.
Nel
1948 un ragazzo confessa al parroco di Casarsa di aver avuto rapporti
con Pasolini: lo scandalo segna l’inizio di una lunga serie di
processi. Nel 1949 l’espulsione dal PCI che ne seguì segna anche
la fine del suo “periodo friulano”.
Pasolini
si trasferisce o, più esattamente, fugge da Casarsa a Roma, dove
inizia a insegnare in una scuola di Ciampino. Con il trasferimento a
Roma nel 1949, Pasolini passa dall’osservazione del mondo contadino
e dei suoi miti all’osservazione del mondo delle borgate romane. Roma viene vista infatti da Pasolini non come una capitale, ma come
una grande borgata dagli aspetti più animaleschi e degradanti, dove
si scontra la miseria con il benessere. Pasolini osserva la vita difficile nelle borgate come
straordinariamente vitale e naturale, come afferma per esempio Franco
Brevini:
Nel
proprio rapporto con i ragazzi di vita egli percepiva la disperata
vitalità dei corpi, non la colpa morale, il peccato di corruzione.
Le
poesie scritte tra il 1943 e il 1949 vengono raccolte nell’Usignolo
della Chiesa Cattolica (1958):
esse riflettono un’importante svolta politica nello scrittore, la
scoperta del marxismo.
In
una lettera all’amica Silvana Ottieri, dei primi mesi del 1950,
Pasolini scrive:
La
mia vita futura non sarà certo quella di un professore
universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud, o di
Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che gli altri lo
accettino o no.
Più
tardi, grazie a Bassani, lavora a qualche sceneggiatura di film. Si
occupa di poesia dialettale italiana del Novecento e nel 1954
pubblica una raccolta di poesie friulane, La
meglio gioventù.
Tra il 1955 e il 1959 collabora con la rivista Officina,
che dovrà poi lasciare a causa di un epigramma contro Pio XII.
Il
1955 per Pasolini è soprattutto l’anno dell’esordio nella
narrativa con il romanzo Ragazzi
di vita,
sul sottoproletariato delle borgate romane. L’autore si conferma un
grande poeta con la raccolta di poemetti Le
ceneri di Gramsci del 1957, premiato a Viareggio nello stesso anno. Nel 1959 pubblica
il romanzo Una
vita violenta,
sull’ambiente delle borgate romane, sul disperato e feroce cammino
del protagonista, “ragazzo di vita”, Tommaso Puzzilli verso
l’inevitabile prematura morte. Il romanzo è molto presto tradotto
in undici lingue e continuamente ristampato in Italia. Pasolini poi
pubblica Passione
e ideologia (1960),
una raccolta di saggi critici e militanti, e La
religione del mio tempo (1961),
una raccolta di poesie.
Dal
1961 Pasolini allarga la sua produzione artistica al mondo del cinema
con il suo primo film, Accattone (1961).
Tale scelta è fatta per comunicare meglio con il pubblico. Con la scelta del cinema Pasolini espresse anche un rifiuto
dell’acritica rappresentazione televisiva.
Queste
riflessioni e la pratica di Pasolini regista [...] definiscono un
tentativo di coinvolgere il cinema in una prospettiva critica e
filosofica globale [...]; un tentativo da interpretare quale rifiuto
della rappresentazione audio-visiva intesa in modo non critico. [...]
La concezione pasoliniana del film si definisce dunque in perfetta
contrapposizione al trionfo della televisione-spettacolo, la cui
diffusione iniziava in quegli anni.
Con
il passare del tempo Pasolini si afferma come uno dei maggiori
registi italiani, girando Mamma
Roma (1962), La
ricotta (in Rogopag,
1962-1963), Il
Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci
e uccellini (1966), Edipo
re (1967), Teorema (1968), Porcile (1969), Medea (1970),
la cosiddetta “Trilogia
della vita”: Il
Decameron (1971), I
racconti di Canterbury (1972), Il
fiore delle Mille e una Notte (1974)
e Salò
o le 120 giornate di Sodoma (1975).
I film sono spesso violentemente discussi, l’autore è spesso
accusato di oscenità, corruzione di minorenni o di altro ancora,
aggredito anche fisicamente sulla strada.
Il
numero di denunce contro l’autore raggiunge un numero sorprendente:
“Dal 1949 al 1977 – oltre la morte – Pier Paolo Pasolini è al
centro di circa trentatré procedimenti giudiziari”. Le
denunce sono molte volte puramente fantasiose e alla fine dei
processi Pasolini non è mai riconosciuto colpevole.
Oltre
che nel cinema, l’evoluzione intellettuale interiore dell’autore
trova i migliori esiti nella poesia, con Poesia
in forma di rosa (1964)
e Trasumanar
e organizzar (1971).
Significative
sono anche le opere narrative: il romanzo Il
sogno di una cosa (1962),
i racconti di Alì
dagli occhi azzurri (1964)
e il romanzo incompiuto Petrolio (1992).
Patrizi a questo proposito aggiunge:
Tra
il ’72 e il ’75, Pasolini va raccogliendo gli appunti per quello
che doveva essere un grande romanzo allegorico sull’Italia dei
“misteri”, delle stragi, dei tentati golpe, delle aggressioni di
una destra politica ed economica che tentava di bloccare una più
ampia coscienza democratica, maturata, nel paese, nel corso degli
anni Sessanta.
L’autore
utilizza nelle sue opere la sperimentazione linguistica per il
bisogno di evadere dal conformismo psicologico e stilistico. Come afferma Carla Benedetti, Pasolini
fu
il primo in Italia a denunciare l’esaurirsi dell’avanguardia,
ormai trasformata ai suoi occhi in una sorta di nuova accademia; a
denunciare l’impotenza di quel tipo di trasgressione, o l’inutilità
dell’uccisione dei padri [come si legge in Affabulazione e in Porcile].
Ma invece di restarne paralizzato, invece di accettare, come un
destino irreversibile, il depotenziamento della parola artistica,
egli si è aperto una strada, paradossale e tragica, fuori da quel
doppio legame.
Borghello,
per esempio, parla a proposito delle opere di Pasolini come di “opere
aperte”.
Negli
ultimi anni, con creatività eccezionale, Pasolini intensifica i suoi
interventi polemici e saggistici, raccolti principalmente in Empirismo
eretico (1972), Scritti
corsari (1975) e nella raccolta di interventi semipostuma Lettere
luterane (1976).
Come osserva giustamente Martellini, le ultime due raccolte
presentano “una spietata e capillare indagine sullo sfascio della
società italiana”.
Gli
interventi pasoliniani, così come la sua produzione artistica,
secondo Brevini, hanno un carattere che non varia molto nel tempo:
La
vocazione polemico – pedagogica si manifesta in Pasolini con la
stessa precocità di quella poetica, confermando ancora una volta la
sensazione che, nonostante l’evoluzione della sua opera e la
diversificazione degli strumenti espressivi, tutto in lui sia già
presente all’inizio.
Ferretti
caratterizza acutamente la dimensione pubblica della figura di
Pasolini, in cui nota
un
singolare miscuglio di divinismo e umiltà, di personale intolleranza
e mitezza, di senso del successo e provocazione attiva, di
conformismo, di “scandalo” esibito e sofferto, di narcisistica
vocazione al martirio e coraggio intellettuale, di costante
disponibilità e intransigenza.
Il
difficile rapporto dell’autore con la propria omosessualità
rappresenta un suo grande problema ma soprattutto lo è per gli
altri; Pasolini è spesso aggredito in varie forme a causa di essa.
Già nel 1950, l’autore aveva affermato:
Io
ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia
omosessualità era in più, era fuori, non c’entrava con me. Me la
sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita
dentro.
Come
osserva anche Brevini,
non
accettandosi per ciò che era, Pasolini finiva per perdere il
contatto con la dimensione naturale della vita.
Nell’ultima
frase dell’ultima intervista incompiuta del 1° novembre 1975,
rilasciata a Furio Colombo, uscita poi in “La Stampa –
Tuttolibri” l’8 dello stesso mese, Pasolini afferma:
Forse
sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in
pericolo.
L’intervistatore
gli ancora pone una domanda, alla quale Pasolini non ha potuto più
rispondere:
Pasolini,
se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda –
come pensi di evitare il pericolo e il rischio?
Il
2 novembre 1975 viene trovato il cadavere deturpato di Pasolini su
uno sfondo di baracche e rifiuti all’Idroscalo di Ostia. Nonostante
la condanna del borgataro Pino Pelosi, il ragazzo che confessa di
averlo ucciso, le circostanze della morte di Pasolini non sono finora
chiare; nemmeno si sa se ci siano state altre persone coinvolte, in
questo omicidio che pone più domande di quanto offra risposte. Marco
Ventura crede nella partecipazione di altri ignoti all’omicidio di
Pasolini:
In
questo quadro rimane difficile pensare che un minorenne sbandato,
costretto a prostituirsi, apologeta della propria virilità – e
quindi facilmente santificabile dalla pubblica opinione - , finisca
per uccidere “per caso”.
Bellezza
a questo proposito afferma:
Gladio.
Dopo la scoperta della funzione anticomunista di quella
organizzazione anche all’epoca dell’omicidio di Pier Paolo
Pasolini (1975) si può finalmente spiegare quella morte misteriosa,
da mettere insieme, per atrocità, a quella di Giangiacomo
Feltrinelli. Furono i servizi segreti, è chiaro. Non Pelosi, né i
fascisti. Sì, bisognerebbe riaprire il caso.
La
violenta morte di Pasolini può essere spiegata anche in altri modi,
come mostra per esempio un grande amico dell’autore, il pittore
Giuseppe Zigaina; essa,
concepita
come montaggio del film della vita, come trasgressione massima del
codice e quindi come massima espressività ha comportato alla
“preparazione” ottenuta attraverso allusioni, accenni,
“profezie”; preparazione che in sostanza doveva costruire quella
che gli alchimisti chiamavano “amplificatio”, la condizione cioè
necessaria alla trasmutazione.
La
morte di Pasolini è insomma una fonte di molte ipotesi e di molte,
varie opinioni.
In ogni caso,
scompare
[...] con Pasolini, non solo uno scrittore e regista e critico tra i
più geniali e vivi, ma anche una personalità complessivamente assai
originale (se non unica negli ultimi decenni).
3.0
Introduzione alla saggistica corsara e luterana
Molti
temi, trattati negli Scritti corsari e
nelle Lettere luterane,
sono presenti già in opere anteriori, come affermano anche Walter
Siti e Silvia De Laude:
I
temi del Pasolini “corsaro” e “luterano” – neocapitalismo,
“sviluppo”-“progresso”, mutazione antropologica, “genocidio”
ecc. – sono tutti presenti (del resto, già lo erano nei Dialoghi,
nelle Nuove
questioni linguistiche del 1964, e
anche prima). Ma essi sono per lo più affrontati e svolti con una
sommarietà, un disordine, un affanno polemico, in uno stato
pressoché permanente di risentimento e quasi di delirio tali che,
sommati a vizi analoghi e opposti dei contraddittori, la discussione
finisce per degenerare molto spesso in uno scontro tra sordi, una
commedia degli equivoci in cui hanno tutti torto e tutti ragione.
Nonostante
il fatto che i temi delle due raccolte di interventi non siano nuovi,
Pasolini cambia ora tono e stile,
dà
un nuovo ordine retorico-stilistico al suo discorso, rendendolo
immediatamente percepibile, anzitutto a livello emotivo. Tattico
geniale, afferra l’opportunità di disporre del primo giornale
italiano e la sfrutta a fondo... Pasolini taglia, sfronda, lascia
cadere finalmente molte occasioni e pretesti di polemica secondaria
da cui aveva sempre avuto la debolezza di farsi invischiare.
Semplifica. E ripete. La figura cui affida principalmente la forza
della comunicazione è infatti l’iterazione.
Negli
interventi delle due raccolte di saggi Pasolini cerca di essere il
più incisivo possibile, utilizza forme dell’enunciato compatte e
chiare. A tale proposito, Brevini registra
uno
dei dati più originali della prosa “corsara” e “luterana”:
la sua unità e la sua compatezza, l’eliminazione delle esitazioni
e delle variazioni di tono della pubblicistica precedente.
Gli
scritti pasoliniani sono destinati a suscitare reazioni violente e
riflettono abbastanza trasparentemente le tragedie personali del
loro autore. Un aspetto molto interessante riguardante gli interventi
dell’ultimo Pasolini, è l’uso praticamente contraddittorio dei
mezzi di comunicazione del principale nemico dei mondi
particolaristici amati dall’autore, il potere borghese e
capitalistico:
La
fiducia nel valore della civiltà contadina e l’avversione per i
moderni mezzi di comunicazione che la stanno distruggendo, per
esempio, vengono proclamate proprio servendosi di quei mezzi; nello
stesso modo, la guerra al potere è condotta, al principio degli anni
Settanta, dalle colonne di uno dei quotidiani anche simbolicamente
più rappresentativi del grande potere borghese e capitalistico in
Italia («Il Corriere della Sera»).
Vista
l’´americanizzazione
del dissenso`, cioè la riduzione del dissenso sociale e politico a
fenomeno integrato al potere criticato.[...], all’intellettuale
“contro” non resta che servirsi degli strumenti del nemico,
perché non ne esistono altri, non resta che denunciare i mass media
per mezzo dei mass media.
Pasolini
vede alcuni aspetti del mondo come scandalizzanti e vuole risvegliare
l’attenzione, cerca una specie di assoluto, il più alto senso
della “moralità”. Provoca, denuncia, critica e si presta al
martirio, è consapevole della sua condizione di “diverso” o
“escluso” che interviene di fronte allo scandalo vero del mondo,
all’autentica violenza dell’ipocrisia e della falsa tolleranza.
Ad esempio, Borghello definisce Pasolini “specchio della realtà”.
Non si tratta, però, di uno specchio che riflette oggettivamente gli
eventi della realtà; le sue
sono
immagini intelligentemente deformate, ritrascritte su un’ orbita
personale. E qui scatta la CAPACITÀ singolare di Pasolini di essere
testimone, la sua VOLONTÀ (inquieta e contraddittoria, tenace e
oscillante) di misurarsi con la realtà.
Pasolini
è stato molte volte accusato dagli scienziati di genericità,
mancanza di competenza, approssimazione e astrattezza. L’autore
però si difende dicendo che scrive non da scienziato, ma da poeta,
con sensibilità di artista.
Da
un lato, data la sua sorprendente produttività artistica, la scarsa
dimensione scientifica di Pasolini poteva essere considerata come un
difetto:
La
tendenza al poco studio e alle scarse letture di cui Pasolini
disinvoltamente si accusava nel ’59, anziché invertirsi, come
promesso, si accentuerà sempre di più. La sua stupefacente,
forsennata produttività (ventimila pagine in poco più di
trent’anni, escluse le riscritture, oltre il cinema e il resto, ha
calcolato Siti) non gli dava scampo. Questo difetto di conoscenza e
di aggiornamento riguarda sia il campo della critica letteraria sia
quelli della sociologia, dell’ideologia e della politica.
D’altro
lato Pasolini non intendeva raggiungere obiettivi da scienziato,
bensí cercare di percepire e capire con modalità soggettive,
personali la realtà contemporanea più profonda, spesso riuscendoci:
Con
il suo scarso bagaglio, Pasolini ha saputo cogliere tempestivamente e
guardare in profondità fenomeni che erano sfuggiti ai sociologi e
agli specialisti in generale, con i loro corretti strumenti e le
procedure aggiornate.
L’Italia
stessa si è trovata spesso a vivere alcuni processi e fenomeni
previsti da Pasolini, come afferma Enzo Golino, e
si
è riconosciuta nelle sue diagnosi spietate, dando concertezza alle
insolenti provocazioni del “poeta corsaro”.
Come
aggiunge Luperini sul carattere degli interventi di Pasolini,
in
realtà Pasolini da un lato inventa nuove metafore e dall’altro
assume strumentalmente dalla linguistica e dalla sociologia correnti
una rete di concetti già noti rielaborandoli in una costruzione
originale e socialmente efficace. Non prescinde dalla cultura comune
perché è convinto che la verità sia una costruzione sociale e non
intende affatto rinunciare a convincere i propri interlocutori; e
infatti porta introiettata nel suo stile la responsabilità d’ordine
morale che deriva da tale persuasione. Ha combattuto una sua guerra -
si direbbe oggi - “asimmetrica”; e l’ha vinta.
Il
tono profetico, la visionarietà e la profonda responsabilità si
manifestano nella militanza giornalistica e nella volontà di
suscitare violente polemiche, anche se limitano l’ampiezza
dell’analisi dei singoli interventi. Come aggiunge Luperini,
il
saggio nasce con Machiavelli: presuppone la dichiarazione di una
verità non condivisa, sostenuta in modo provocatorio, per via
metaforica e audacia stilistica non meno che per vigore
argomentativo; e presuppone un intellettuale che si espone in quanto
tale, compromettendosi di persona, forte solo delle proprie
esperienze e delle proprie idee, e della propria capacità di dare
voce alle une e alle altre, senza garanzia all’infuori del proprio
ragionamento e del timbro della propria pronuncia.
Pasolini
si sente addirittura scandalizzato di fronte ad alcuni avvenimenti
che vive. L’autore è costretto a riesaminare le sue scelte
artistiche privilegiando spesso quelle meno convenzionali per
attirare l’attenzione del pubblico, crea mondi ideali, molte volte
inautentici. Credo che, soprattutto per il periodo finale della
produzione di Pasolini, sia valido un giudizio di Ferretti:
Il
proposito di un’autenticità attraverso l’inautentico, di una
purezza attraverso la corruzione – ma questa è la formula morale
più cara a Pasolini.
Molte
volte Pasolini crede che i suoi concetti non vengano capiti, succede
spesso negli interventi che l’autore sia costretto a spiegare o
chiarire le sue posizioni. Un motivo dell’incomprensione è
indubbiamente l’anticonformismo ideologico delle sue
argomentazioni. D’altro lato sembra che Pasolini non spieghi con
molta precisione i suoi concetti; il suo linguaggio tende a essere un
po’ generalistico, più profetico che preciso. Non si può
escludere, specialmente nel caso di Pasolini, che, dietro ad alcune
risposte ai suoi interventi, si nasconda meramente il rancore contro
la sua personalità.
Tra
i numerosi interventi che espressero un rifiuto delle posizioni di
Pasolini possiamo citare il seguente esempio. In seguito a un
articolo sull’aborto
il giornalista del Corriere della sera
Nello Ponente criticò fortemente
Pasolini, definendo i suoi motti, le sue massime e le sue sentenze
“superbi e compiaciuti esibizionismi” e criticando Pasolini, che
“può o crede di poter permettersi di scrivere ovunque” e cui
tutti “debbano essere grati” automaticamente.
Sulla novità delle posizioni sostenute, Guglielmi sostiene che
Pasolini
non
ha inventato nulla. La massificazione della società era stata
analizzata dalla Scuola di Francoforte, e ancora prima da Orwell. In
America David Riesman aveva scritto La
folla solitaria. Il merito di Pasolini
è di avere introdotto queste verità nell’assonata provincia
italiana. Sembra un profeta, ma non lo è.
Le
opinioni su Pasolini variano molto, come dimostra il punto di vista
di Belpoliti, che ne mette in rilievo l’importanza:
Pasolini
è diventato un’icona della laicità, in un processo progressivo di
santificazione che ricorda, per certi tratti quello di Padre Pio:
risponde a un bisogno di parole di verità, di scandalo, di
incoerente coerenza, tutti aspetti che sembrano scomparsi dal
paesaggio intellettuale e culturale italiano. Comunque la si pensi su
di lui, Pasolini ha gettato il suo corpo nella lotta, ha espresso una
fisicità che invece le parole e i gesti degli intellettuali e degli
scrittori occultano. Sovente per pudore, più spesso per mancanza di
coraggio.
Molto
interessante è la questione del tono generico di alcuni interventi
di Pasolini. In un articolo Italo Calvino gli rimprovera di essere
essere un po’ “irrazionalistico”. Pasolini obietta che voleva
sempre essere nei suoi esempi “individuale, non generico”.
Questa affermazione viene più volte sostenuta da Pasolini che vuole
interessarsi quasi esclusivamente di casi e problemi specifici
italiani, per esempio di televisione, di politica ed economia, che,
secondo lui, non sono stati ancora esaurientemente trattati. Per
l’autore, il caso italiano è un caso speciale nel mondo
capitalistico, perché l’ambiente italiano è costituito da tante
culture particolari e reali, piccole patrie, mondi dialettali,
travolte da uno sviluppo velocissimo. A Pasolini interessano però
gli individui concreti, l’opposto di quello che interessa agli
sociologi, cioè l’intera nazione.
Scritti
corsari e Lettere
luterane sono insomma il risultato del
continuo riflettere di Pasolini sulla società consumistica di massa,
sul fascismo, sui valori e mondi della società premoderna, su
problemi etici, politici, sulla falsità di alcuni valori, sul futuro
della società contemporanea.
Forse
il tema più importante delle due raccolte è quello più triste per
Pasolini: la società dei consumi, le cause del suo avvento ed i suoi
effetti, un mondo cioè che conosce sempre meno alternative, che è
visto dall’autore come polarizzato in poche possibili
interpretazioni.
Col
passare del tempo, si nota che il tono di Pasolini si fa sempre più
pessimistico, l’autore si sente sempre più ferito dal mondo dei
consumi e tutto questo gli ostacola una ricerca più articolata in
diverse direzioni di possibili interpretazioni del mondo
contemporaneo.
Negli
Scritti
corsari, ad
esempio, Pasolini fa riferimento al progetto di un’opera futura,
ispirata all’Inferno
di
Dante, sul genocidio delle classi avvenuto con l’arrivo della
società dei consumi. Nell’opera, immaginata in una città del
centro-sud, in una borgata, il protagonista scende agli inferi. Si
trova su vie trasversali che sboccano su una centrale, una bolgia. La
struttura è la medesima della Commedia.
I temi sviluppati toccano 15 comportamenti tipici della società
moderna, trattati in 10 gironi e 5 bolgie. Pasolini propone alcuni
esempi di questi comportamenti: l’edonismo interclassista, la falsa
tolleranza, l’afasia. Si può aggiungere che anche il suo ultimo
film, Salò
o le 120 giornate di Sodoma,
è organizzato in gironi.
3.1
Scritti corsari
Negli
Scritti corsari
sono raccolti gli interventi dell’autore pubblicati su vari
giornali, come il “Corriere della sera”, “Tempo illustrato”,
“Dramma”, “Il Mondo” e altri ancora, tra il 1973 e il 1975.
Il titolo si può spiegare utilizzando una definizione di Niccolò
Tommaseo: “corsaro = capitano d’un bastimento privato, ma
provveduto di patente sovrana per fare la guerra per conto proprio
contro i nemici dello Stato”.
Pasolini ha sviluppato e pensato durante tutta la sua attività
artistica i concetti trattati in questa raccolta, espressi con forte
passione, una forma strettamente legata alla sua ideologia, che
consiste principalmente nella profonda riflessione di un uomo che
vive intensamente la realtà e che vuole suscitare polemiche senza
compromessi. L’attualità tematica è straordinaria: l’autore
affronta l’aborto, la contestazione giovanile, la questione dei
“capelloni”, la differenza tra fascismo e antifascismo, i
cambiamenti provocati dalla società dei consumi, il ruolo della
Chiesa, le stragi e altro ancora. Pasolini si avvicina alla realtà
del suo tempo con consapevolezza degli aspetti problematici della
società avanzata. La semplificazione della comunicazione di massa si
riflette nei suoi interventi a volte diretti, provocatori e
immediati, anche a costo di rischiare una reazione negativa di fronte
al loro schematismo, sebbene acuto.
Pasolini
vuole estendere il suo impegno intellettuale a tutti gli aspetti
della realtà, lotta in nome della militanza critica. Nei suoi
interventi Pasolini incorpora tutte le sue disillusioni, i suoi
vecchi miti e le interpretazioni personali apocalittiche sul futuro
della società occidentale, cercando di uscire da una prospettiva
comunicativa strettamente elitaria, oscillando tra una visione
apocalittica del futuro e momenti di relativa speranza. Il suo punto
di vista è quello di un intellettuale marxista emarginato, che vede
e cerca di spiegare avvenimenti di cui è difficile cogliere il
senso, usando una lingua il più possibilmente chiara, in una
prospettiva di rinnovamento e giustizia sociale.
Secondo
la sistemazione dell’autore, l’opera è divisa in due parti, la
prima comprende gli Scritti corsari veri
e propri, la seconda i Documenti e
allegati. Nella nota introduttiva
l’autore ci avverte di un’altra divisione interna all’opera:
gli interventi della sezione di Scritti
corsari dal 17 maggio 1973 (Analisi
linguistica di uno slogan) al 10 giugno
1974 (Studio sulla rivoluzione
antropologica in Italia) hanno un loro
corrispettivo ideologico – temporale negli interventi della seconda
sezione Documenti e allegati,
quelli che vanno dal 10 giugno 1973 (Sandro
Penna: “Un po’ di febbre”) all’11
gennaio 1974 (Ignazio Buttitta: “Io
faccio il poeta”). La ricostruzione
dei corrispettivi ideologico-temporali, della continuità di alcuni
discorsi all’interno dell’opera, l’autore l’affida al
lettore. La sezione Scritti corsari
comprende in tutto 25 interventi di cui 4 risalgono al 1973, 13 al
1974 e 8 al 1975. Nella sezione Documenti
e allegati sono contenuti 21
interventi, di cui 7 del 1973 e 14 del 1974. Mentre nella prima
sezione l’autore si occupa delle cause e delle conseguenze
dell’avvento della nuova società consumistica di massa avanzata,
del suo carattere regressivo, di aspetti politici, religiosi, etici,
sociali e linguistici, la seconda sezione è costituita
prevalentemente da recensioni di opere recentemente pubblicate. Il
resto della seconda sezione è costituito da scritti vari o
complementari agli interventi della prima sezione.
Il
linguaggio usato nell’opera è colto, ma non molto complicato;
Pasolini cerca di essere preciso e chiaro, spiegando sempre concetti
nuovi e astratti, difficili da cogliere nella loro concreta
realizzazione. Lo stile punta alla chiarezza del discorso orale ed
evita il linguaggio specialistico della scienza. Nei testi a volte
troviamo voci latine, francesi o tedesche, ma, tenendo conto della
loro diffusione in giornali o quotidiani a distribuzione nazionale,
il lessico non risulta complessivamente elevato, né la sintassi è
particolarmente complicata. Tutto ciò non esclude che si tratti di
testi pieni di nuovi concetti, che però Pasolini vuole spiegare con
un linguaggio il più comprensibile e chiaro possibile. I suoi
interventi non seguono il classico stile giornalistico, di cui
Pasolini evita tratti lessicali e sintattici. A volte, per rinforzare
l’enunciato, Pasolini usa nel testo la ripetizione.
3.2
Lettere luterane
Lettere
luterane è una raccolta semipostuma,
perché, nonostante il fatto che non avesse avuto la possibilità di
vedere il suo libro pubblicato, l’autore aveva organizzato tutti
gli scritti sotto il titolo e secondo un ordine. Il titolo viene
spiegato dallo stesso autore in un intervento della raccolta, in cui
reagisce al silenzio di Italo Calvino - e non solo - davanti alla sua
proposta di processare i gerarchi democristiani. L’autore si
rivolge direttamente a Calvino:
E
anche il tuo silenzio a tante mie lettere pubbliche è cattolico. E
anche il silenzio dei cattolici di sinistra è cattolico (essi, che
dovrebbero avere finalmente il coraggio di definirsi riformisti, o
con più coraggio ancora luterani. Dopo tre secoli, sarebbe ora).
L’opera
comprende tre testi inediti e gli interventi dal 6 marzo 1975 al 30
ottobre 1975, apparsi sul “Corriere della sera” e su “Il
Mondo”, ed è costituita da 4 sezioni, la prima delle quali è
intitolata I giovani infelici,
la seconda Gennariello,
la terza Lettere luterane
e la quarta Postilla in versi.
La prima sezione comprende uno scritto inedito, I
giovani infelici, un saggio sulla colpa
dei padri che si proietta sui figli, un concetto ripreso dal teatro
antico greco, nato forse nei primi giorni del 1975. La seconda
sezione è composta da 14 scritti pedagogici, rivolti a un
immaginario ragazzo napoletano di nome Gennariello, che erano già
stati pubblicati dal 6 marzo al 5 giugno 1975. La terza sezione è
costituita da 16 scritti giornalistici stilisticamente simili a
quelli di Scritti corsari,
pubblicati dal 15 giugno al 30 ottobre 1975, e da uno scritto,
l’intervento al congresso del Partito Radicale, non pronunciato a
causa della morte dell’autore, letto il 4 novembre 1975 allo stesso
congresso, e pubblicato solo il 13 dicembre 1975. Nella quarta
sezione si trova una poesia inedita dallo stesso nome della sezione,
Postilla in versi.
Rispetto
alla raccolta precedente, la voce di Pasolini si fa più risoluta
contro le conseguenze dell’avanzare del consumismo di massa: si
tratta di una rovente requisitoria contro l’Italia di oggi, su cui
l’autore vede stendersi una bandiera consumistica con la croce
uncinata. Nelle mutazioni culturali del paese Pasolini vede i segni
di una inarrestabile degradazione. La crisi dei valori umanistici e
popolari, l’affermazione del consumismo, il più forte corruttore
di qualsiasi altro potere, le distruzioni operate dalla classe
dirigente politica in trent’anni di governo, spingono Pasolini a
pensare che non sia vero che la Storia debba andare sempre avanti,
che essa può anche regredire e che il proclamato progresso in verità
sia un falso progresso. Pasolini affronta quasi tutti gli aspetti
importanti dell’epoca, cercando di smascherare le ipocrisie, i
compromessi e le facili certezze. Gli interessano il rapporto tra
padri e figli, le loro colpe, il problema dell’istruzione e del
condizionamento esercitato sui giovani italiani, l’aborto, la
droga, la stampa e la problematica della televisione, le
responsabilità dei potenti democristiani e altro ancora. Oltre che
il tono più risoluto, ardito e polemico rispetto a Scritti
corsari, colpisce il lettore anche
l’abiura dalla cosidetta Triologia
della vita, un passo significativo che
aiuta a spiegare meglio il perché del film Salò
o le 120 giornate di Sodoma, che
Martellini definisce “una denuncia implacabile degli orrori
consumistico – borghesi”.
Pasolini passa così dalla rappresentazione del sesso come gioia,
libertà e “innocenza” a quella del sesso come “abiezione”,
degradazione e morte.
Ferretti aggiunge:
Testori
ha parlato, a questo proposito, addirittura di “una lunga glaciale
maledizione degli organi da cui nasce la vita”, di un
“seppellimento del sesso”,[...](il che fa di Salò
un film “antierotico” e “antipornografico” per
eccellenza,[...]).
Per
quanto riguarda lo stile, il lessico e la sintassi, vale più o meno
quello che ho detto su Scritti corsari.
È vero che ci sono alcune differenze, in prospettiva di
un’accentuazione di veemenza e risolutezza. Le ripetizioni sono
così più frequenti, le frasi più corte esprimono condanna o
dolore. Molte frasi interrogative sono retoriche, anche se la voce di
Pasolini cerca disperatamente una persona disposta ad ascoltarlo.
Credo che pian piano Pasolini giunga alla consapevolezza della crisi
totale del suo ruolo intellettuale nella società, di una definitiva
condanna a recitare il ruolo dell’emarginato, del diverso che non
ha una reale possibilità di agire, comunicare e aiutare. D’altra
parte l’autore mai rinuncia alla speranza, che in fondo alla sua
anima, gli dà la forza di procedere con i suoi lavori.
4.0
Introduzione storica: il “miracolo economico” italiano
A
mio avviso, la radice di tutte le critiche pasoliniane che riguardano
la società e la politica sta nel “miracolo economico” italiano,
risalente agli anni 1958-1963.
L’Italia contadina e sottosviluppata diventa rapidamente uno dei
paesi con crescita economica più alta. Il boom
provocò in primo luogo scompensi strutturali e diseguaglianza nella
distribuzione dei beni di consumo; fenomeno essenzialmente
settentrionale, diversificò ancora di più il Nord e il Sud.
Il rapido sviluppo dell’industria cambiò gli impegni produttivi di
gran parte dei lavoratori italiani che abbandonavano le campagne. In
cerca di lavoro, i contadini venivano assunti nelle fabbriche
settentrionali. L’effetto di questo cambiamento nella produzione fu
una vasta migrazione interna dalle campagne verso le città, dal Sud
al Nord, a causa della quale molti italiani persero le loro radici
culturali locali e popolari. A causa di una progressiva laicizzazione
del paese diminuì il numero dei credenti. La speculazione edilizia
significò danni irreparabili ambientali e urbanistici. L’avvento e
l’impressionante sviluppo della televisione (la prima trasmissione
televisiva italiana risale al 1954), accentuò la tendenza a un uso
passivo e familiare del tempo libero a svantaggio dei passatempi a
carattere collettivo o socializzante, a scapito dei quali il
consumismo esaltava l’individuo e le tendenze isolazionistiche.
Anche la prosperità materiale porta all’individualismo, a
interessi esclusivi, così come alla preferenza per beni di consumo
individuali. Di conseguenza diminuisce l’interesse popolare per la
politica e si atonizza la società civile.
Come afferma Ginsborg,
il
duro ammonimento di Pasolini sugli effetti insidiosi dei nuovi valori
consumistici sembrava più che giustificato.
La
TV si mostrò lontana dalla vita delle persone, però estremamente
attraente. Il numero dei suoi abbonati cresceva sorprendentemente: se
nel 1954 in Italia c’erano 88.000 abbonati, nel 1958 ce n’erano
1.000.000, mentre nel 1965 saranno il 49% delle famiglie italiane e
nel 1975 il 92%.
Nonostante la prosperità economica, “potere politico e direzione
industriale divennero sempre più strettamente intrecciati, con
risultati disastrosi”.
Le
riforme della burocrazia italiana furono bloccate.
Dopo l’inizio della “strategia della tensione”, con
l’esplosione della bomba in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre
1969,
cominciò
[...] a venir fuori un quadro inquietante sui rapporti tra membri del
servizio segreto e gruppi di estrema destra.
Se
finora ho parlato della tendenza all’individualismo portata dal
“miracolo economico”, va altresì notato come il consumismo
cerchi di privare l’individuo di ogni soggettività. L’intima
vocazione del consumismo, osserva Lanaro, è infatti
far
coincidere l’identità con gli oggetti posseduti, la sua minima
rispondenza ai bisogni reali e la sua massima subordinazione ai
fantasmi di un immaginario nutrito dall’advertising.
Il
consumismo cerca di stabilire
un
nuovo conformismo, una omogeneizzazione di aspirazioni e di
comportamenti attraverso l’attenuazione delle specificità di
individui, gruppi e categorie sociali.
Tra
i giovani, e non solo tra loro, rimane la voglia di appartenere a un
gruppo determinato:
Quando
esibiscono la maglietta, i blue-jeans
e il giaccone di cuoio, i giovani diventano un gruppo, una classe,
una categoria, indipendentemente dal ruolo che svolgono,
dall’ambiente a cui appartengono e dai mezzi finanziari di cui sono
provvisti.
E
ancora:
I
nuovi consumi hanno la funzione di stemperare, di cancellare gli
schemi e i condizionamenti della cultura tradizionale, vale a dire i
vecchi sistemi di preferenza che gli emigrati di tutti i tipi e di
tutte le condizioni si portavano dietro e che non erano ovviamente
compatibili con il sistema di vita urbano – industriale.
Sul
consumismo si può scrivere a lungo senza arrivare a una conclusione
univoca. Alcune opinioni, ad esempio, non esprimono un giudizio del
tutto negativo sul fenomeno:
Quasi
nessuno, oggi, demonizza più il consumismo come espressione di
licenza e sfrenatezza – sintomi magari di inconscie frustrazioni –
e la società che ne deriva come un congegno perverso che priva gli
individui di ogni soggettività e li condanna all’interdizione da
ogni progetto personale.
I
cambiamenti toccano anche l’area della lingua.
L’unificazione linguistica del paese accelera la scomparsa dei
dialetti.
Generalmente si può osservare che il parlato diviene sempre più
omogeneo e interclassista. Nei mass-media e nella conversazione
privata si semplifica la grammatica, si restringe il vocabolario
usato e si utilizzano più neologismi dai linguaggi settoriali.
“Area-pilota” dei cambiamenti sono la Lombardia e il Piemonte.
5.0
LE AREE TEMATICHE
5.1
IL POTERE
In
questo capitolo vorrei passare in rassegna gli interventi che si
occupano di potere italiano, di politica e della loro influenza sugli
italiani.
5.1.1
Fascismo “vecchio” e “nuovo”
Nel
primo capitolo dedicato a un tema riguardante il potere ho riportato
in totale otto interventi significativi sul “vecchio” e “nuovo”
fascismo, che vanno dal 15 luglio 1973 al 13 dicembre 1975. Il senso
in cui Pasolini usa questi termini non è esclusivamente politico,
anzi, si può dire che è soprattutto economico e culturale. Il
“vecchio” fascismo viene inteso da Pasolini come il totalitarismo
politico imperfetto di Mussolini, il “nuovo” fascismo a sua volta
come la società consumistica di massa, gestita dalla borghesia, un
totalitarismo quasi senza limiti che cambia le persone libere in
stupidi automi, obbedienti solo alle leggi del consumismo.
L’avvento
del “nuovo” fascismo è affontato nel primo intervento scelto a
proposito di questo tema.
Qui, Pasolini critica nell’articolo i temi dell’esame di maturità
di luglio del 1973 e soprattutto una “spagnolesca frase del
Croce”.
Ma principalmente parla della grande rivoluzione di destra, violenta
e definitiva, degli anni ’71 - ’72, che secondo lui ha due
faccie: una superficiale con la maschera del progresso che distrugge
i valori tradizionali e una più profonda, che vuole cancellare il
passato con una “rivoluzione silenziosa delle infrastrutture”.
La tradizione umanistica così viene sostituita dalla cultura di
massa e Pasolini vede nel futuro il dominio della civiltà
tecnologica, un futuro temibile perchè la tecnica non ha e mai avrà
la possibilità di comprendere tutti gli aspetti della vita.
E
infatti, come osserva Paul Watzlawick, nella vita ci sono alcuni
aspetti impercepibili per la tecnologia razionale:
Taluni
fenomeni del nostro mondo si oppongono (almeno per ora) caparbiamente
alla propria digitalizzazione e quindi a essere compresi
razionalmente: pensiamo alle già citate percezioni, ai sentimenti,
ai simboli; al mondo disordinato, orfico, illusorio, enigmatico,
irragionevole, indefinibile dei colori e di profumi, di tutta la
gamma dell’inesprimibile, di ciò che in molti modi comunicano
artisti e poeti, alla visione di un tramonto, agli occhi di un gatto,
ai suoni di una sinfonia.
Pasolini
mette in contrasto la vecchia borghesia “paleoindustriale” con la
“nuova” borghesia che produce una nuova umanità attraverso nuove
merci. L’autore affronta qui intelligentemente il concetto di
“interiorizzazione” e il suo differenziarsi nel tempo. Ai tempi
di Leopardi si interiorizzava il mondo esterno, la natura. Oggi si
interiorizzano solo le cose, le merci. Pasolini è convinto che il
futuro sarà fatto di una passionalità sterilizzata, dove il caos
sarà tecnicamente abolito. Tutto questo è secondo lui voluto dalle
autorità e gli studenti, incapaci di ribellarsi, giocano il loro
ruolo.
In
un secondo intervento
l’autore sostiene che rispetto alla rivoluzione totale di destra,
il ’68 studentesco è stato impotente, disperato e ingenuo, anche
perché non è stato legato a un potere importante nella società. La
rivoluzione all’interno del Capitale, la vittoria della Scienza
Applicata, è totale. È abbastanza interessante il paragone della
rivoluzione totale di destra con la rivoluzione studentesca del ’68
che rivela le basi dell’attrattiva del consumismo.
Un
successivo intervento del giugno 1974
si occupa più della base ideologica, dei valori che hanno
condizionato l’avvento del consumismo, preceduto da una
cancellazione dei valori tradizionali. Pasolini afferma che l’Italia
contadina e paleoindustriale è crollata e ed è stata sostituita con
una borghesizzazione falsamente tollerante e democratica. Secondo
Pasolini il nuovo potere che è nato è fascista, ma non si fonda più
su valori o aspetti tradizionali come famiglia, Dio, perbenismo,
ordine militaresco, intolleranza. Il nuovo fascismo si fonda su
consumismo, perdita di valori tradizionali e falsa tolleranza. Si
tratta di una situazione artificiale, di una “decisione astratta”
di un “fascismo nominale senza un’ideologia propria”.
L’articolo suscita varie reazioni: alcuni non sono d’accordo con
la distinzione pasoliniana tra fascismo e antifascismo nella società
dei consumi, altri accusano Pasolini di avere nostalgia
dell’Italietta contadina.
Conseguentemente,
la critica dell’autore si fa più aspra, quando rivela i tratti
repressivi del nuovo potere, la falsità dei valori da esso
predicati, l’omologazione della società da esso determinata. A
breve distanza di tempo Pasolini infatti interviene nuovamente, per
sostenere che il nuovo potere consumistico ha tratti repressivi che
danno una forma “totale” del fascismo,
la cui tolleranza “è infatti falsa, perché nessun uomo ha mai
dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore”.
Dunque,
con il nuovo potere dei consumi si omologa culturalmente l’Italia.
Pasolini
sostiene anche che, se la polizia avesse avuto voglia, le stragi e i
fascisti non ci sarebbero stati; nessuno però ha fatto qualcosa,
altrimenti si potrebbe iniziare a parlare di più sulle “Stragi di
Stato”. I fascisti, d’altronde, prima si potevano individuare,
mentre adesso anche gli antifascisti hanno i loro stessi sogni,
comportamenti e voglia di lusso. Pasolini può concludere così il
suo intervento ipotizzando il vero fine del nuovo fascismo:
il
vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica,
distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa –
non distingue più: non è umanisticamente retorico, è
americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e
l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.
Credo
che la “falsa tolleranza” e la “falsa libertà” della società
moderna siano tra i concetti più importanti della saggistica
pasoliniana. La grande differenza tra i valori proclamati e i valori
reali della società, l’omologazione, fanno pensare veramente a una
società totalitaria. Quello che importerà nel futuro sarà il
comportamento della più grande forza mai conosciuta: la massa
omologata dei consumatori, la stragrande maggioranza degli esseri
umani, non più l’ingegno delle élites
culturali o l’attività dei politici.
In
un articolo pubblicato su “Rinascita”
l’autore compie un altro passo nel paragonare il nuovo potere
consumistico al fascismo, di cui si sottolineano le analogie. Per
Pasolini è pensabile un paragone tra l’Italia del suo tempo e la
Germania degli anni ’30: la perdita di valori nella società
consumistica, secondo l’autore, porta alla disumanità, all’afasia
e all’acriticità delle persone, gli ricorda le SS: “e vedo così
stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda della croce
uncinata”.
La
visione apocalittica non esclude però un elemento di ottimismo, e
Pasolini crede infatti che si possa lottare contro tutto questo:
Una
visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e
all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento
di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare
contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a
parlare.
Sembra
che veramente le caratteristiche della massa consumatrice coincidano
con quelle della massa sotto il fascismo. La massa, nel suo essere,
conserva le stesse caratteristiche in diversi regimi totalitari.
Secondo la sociologia,
la
massa è “amorfa”, priva cioè di forma, “anonima” e
“atomizzata”, composta quindi da individui privi di
individualità, fondamentalmente “passiva” o, comunque,
“manipolabile” da influenze esterne.
Direi
addirittura che la vittoria del consumismo sia stata facilitata
dall’esperienza dei regimi totalitari, e anche da quella delle
democrazie imperfette, come è il caso dell’autoritarismo
statunitense. Anche in democrazia ci sono “momenti scuri”,
non
esiste solo il potere che si esercita nelle decisioni, ma anche un
potere meno visibile che consiste nel fatto che certe decisioni non
sono neanche proposte, perché difficili da gestire o perché
metterebbero in questione interessi molto stabili.
Nuovamente,
intervenendo sull’“Europeo”,
Pasolini cerca di giustificare la sua distinzione tra “vecchio” e
“nuovo” fascismo. Spiegando dettagliatamente ed esplicitamente
questa distinzione, l’autore riesce a definire accuratamente i due
fascismi dal suo punto di vista e a motivare la somiglianza di alcuni
tratti del consumismo con quelli del fascismo. A tale proposito,
però, Pasolini sostiene che il fascismo “vecchio” non può
esistere oggi, perché la nullità, l’irrazionalità dei suoi
discorsi non troverebbe spazio nei mass-media, né credibilità nel
mondo moderno. Pasolini crede, “profondamente, che il vero fascismo
sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato ‘la
società dei consumi’”,
che “se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la
‘società dei consumi’ ha bene realizzato il fascismo”.
Mentre
infatti nel passato i giovani del popolo non sono stati toccati nel
fondo dell’anima dal fascismo, data la lontananza della vita
tradizionale da quella delle classi dominanti, oggi la trasformazione
profonda della natura e dell’anima dei giovani, la perdita dei
valori fanno pensare paradossalmente alle truppe naziste, formate da
una massa ibrida. Per Pasolini il “superficiale” fascismo storico
mussoliniano era addirittura migliore di quello “totale” del suo
tempo, di cui anche la “strategia della tensione”, una sorta di
terrorismo ideologico di stato, sembra una manifestazione.
Un
successivo intervento del febbraio
1975 presenta il famoso paragone poetico tra “vecchio” e “nuovo”
fascismo e scomparsa delle lucciole.
L’autore qui per la prima volta punta il suo sguadro verso quelli
che hanno favorito l’avvento del consumismo, verso i potenti
democristiani, che ormai però non controllano più il nuovo potere.
L’autore
distingue tre fasi del cambiamento. La prima fase, “prima della
scomparsa delle lucciole” descrive la continuità assoluta tra il
“vecchio” e il “nuovo” fascismo. La democrazia era solo
formale, e la maggioranza assoluta del paese, ceti medi e contadini
veniva gestita dal Vaticano, che condivideva i valori repressivi del
fascismo: famiglia, obbedienza, disciplina, ordine, risparmio,
moralità. Questi valori dell’Italia agricola e paleoindustriale si
sono nazionalizzati, senza perdere però provincialità, rozzezza e
ignoranza. Nella seconda fase, “durante la scomparsa delle
lucciole”, nessuno si accorge del grande cambiamento tra i due
fascismi che sta avvenendo. Successivamente, “dopo la scomparsa
delle lucciole”, i valori del vecchio mondo agricolo e
paleoindustriale nazionalizzati si sono falsificati, svuotati di
contenuto e di conseguenza sono scomparsi o sopravvissuti nel
clericofascismo.
I
nuovi valori hanno veramente unito l’Italia: l’arcaicità
“pluralistica” è stata sostituita dal livellamento industriale,
in una situazione simile a quella della Germania prima dell’avvento
di Hitler. Pasolini sostiene poi che in Italia ci sia un vuoto di
potere, perché i democristiani, responsabili della crisi economica,
ecologica e urbanistica del paese, ma legati a una lingua antiquata e
incomprensibile, non si sono accorti di questo cambiamento che ha
tolto loro il potere reale.
All’intervento
di Pasolini risponde il giorno dopo Giulio Andreotti, sempre sul
Corriere della sera,
affermando che “non è mai esistito un regime democristiano”,
rivendicando il merito di un notevole miglioramento negli ultimi
trent’anni e sostenendo inoltre che “un naturale cambio di forze
al potere non è ipotizzabile in Italia fin che non ci saranno
alternative democratiche in vista”.
Pasolini
ha utilizzato la metafora delle lucciole al fine di una maggiore
leggibilità. Essa conserva la sua grazia, anche se, paradossalmente,
le lucciole stanno pian piano tornando nella natura. La “morte”
dei valori particolaristici, con la nazionalizzazione e con lo
svuotamento dei suoi contenuti, sembra essere il primo motivo e il
primo passo che spinge l’autore al suo Processo dei gerarchi
democristiani.
Un’ultima
volta Pasolini interviene sul tema a pochi giorni dalla morte,
utilizzando per la prima volta il neologismo “tecno-fascismo” per
designare il nuovo potere consumistico.
Il discorso dell’intervento è abbastanza astratto, l’autore
immagina varie dimensioni dell’ideologia consumistica, fondata
sulla “falsa realizzazione dei diritti civili”. La falsità
sembra essere la parola chiave per capire il fenomeno del “nuovo”
fascismo. Pasolini parla sulla Seconda rivoluzione borghese, del
consumismo, evento di cui si può cogliere la portata nel suo
creare
dei “rapporti sociali” immodificabili,
sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo
un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a
patto di chiamarsi anti-fascismo); sia, com’è ormai più
probabile, creando come un contesto alla propria ideologia
edonistica, un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di
falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili.
“Tecno-fascismo”
è un neologismo che ribadisce la vastità del concetto di fascismo
propria dell’autore. Sembra allora opportuno parlare di “falsa
realizzazione dei diritti civili”, perché la nuova società
totalitaria, che non si è ancora del tutto allontanata dalla
tradizione culturale, per esempio rinascimentale o illuministica, non
avendo proposto nuovi valori, non può affermarsi senza mantenere in
vita i valori precedenti, però falsificati e svuotati del loro
contenuto.
5.1.2
Gli strumenti ideologici
Concentrandomi
sul tema del potere, mi sono reso conto che Pasolini si dedica molto
spesso a descrivere gli orrori del potere moderno dei consumi e quasi
mai gli orrori dei poteri anteriori. Eppure in alcune pagine
riemerge, a contrasto del totalitarismo moderno, il fascismo
mussoliniano. Addirittura l’autore ritiene il “fascismo vecchio”
mussoliniano migliore di quello “moderno”. Mi sembra interessante
individuare un’opposizione imperfetta tra il “fascismo vecchio”
che utilizzava “vecchi strumenti ideologici” e il “fascismo
nuovo” che utilizza “nuovi strumenti ideologici”.
Dal
fascismo di Mussolini la maggioranza degli italiani è rimasta
immune, sia perché lontana dalla cultura della classe dominante, sia
perché il regime non era stato capace di cambiare i modi di vita
locali, molto radicati nella gente. L’autore ritiene dunque i
“vecchi strumenti ideologici” ridicoli rispetto a quelli “nuovi”,
vede il loro limite nel limitato sviluppo tecnico, nella rozzezza
delle strategie di condizionamento dell’opinione pubblica.
L’ingenua
retorica mussoliniana dei manifesti, delle scritte murali è
intrasferibile nell’epoca moderna: la società avanzata
consumistica di massa non conosce più queste imperfezioni. Il
“miracolo economico” porta in Italia il benessere e la seduzione
del consumismo, che non si accontenta di dare soddisfazione ai
bisogni primari ma deve creare nuovi bisogni artificiali. A questo
contribuiscono i “nuovi strumenti ideologici”, i mass-media, la
pubblicità, la moda, che influenzano le masse in modo meno visibile
e con cautela. Secondo Zygmunt Bauman, è pensabile che alcuni strati
sociali alti cerchino di controllare le masse, inventando artificiali
distrazioni:
Se
si riesce a distrarre i proletari dalla propria disperazione mediante
pseudoeventi creati ad arte dai mass media, compresa qualche guerra
occasionale, breve e cruenta, i super-ricchi non avranno nulla da
temere.
In
questo contesto, la crescente alfabetizzazione e scolarizzazione alle
influenze dei mass-media, il cui potere aumenta, mentre si riduce
l’influenza delle istituzioni tradizionali. Oliviero Toscani, ad
esempio, ipotizza una nuova dittatura televisiva,
simile a quella già profetizzata da George Orwell in Nineteen
Eighty-Four, che
controllerebbe totalitariamente la percezione umana della realtà e
contro la quale l’uomo non sarebbe capace di opporsi:
Kontrolují
obraz, tedy i realitu. Těla i duše. Nastává vláda jemné,
působivé, podprahové diktatury, řízené experty na audiovizi. Ta
nejhorší. Nelze se vzbouřit. Nejsou pro ni vězení, nejsou
bachaři. Místo
soudní síně jsou obrazovky. Život v zastoupení prostě
nahrazuje obyčejný život.
I
mezzi di comunicazione, come afferma Ignacio Ramonet, sono armi nelle
mani dei grandi conglomerati imprenditoriali, il che mette in
pericolo la loro oggettività, diffondendo informazioni che
potrebbero aiutare interessi particolari:
Ya
nadie ignora que los grandes medios de producción de comunicaciones
audiovisuales están ahora controlados, financieramente, por grupos
bancarios, por conglomerados o empresas gigantes que aspiran a tener
la misma influencia que tuvieron los partidos políticos en el
poder.
Il
“fascismo vecchio” dunque non sparisce, ma si evolve nel “nuovo
fascismo” che si impone con un’autosufficiente ideologia di
massa, proponendo dei sogni insaziabili e la falsa realizzazione dei
diritti civili.
Il
consumismo è però solo il primo passo di un problema irrisolto. Con
la sua diffusione, esso si incorpora in un processo, la
globalizzazione, che divide il nostro pianeta in una minoranza ricca
privilegiata e una maggioranza povera emarginata, come afferma
Bauman:
In
realtà la globalizzazione è un paradosso: mentre ha effetti molto
positivi per pochissimi, taglia fuori o mette ai margini due terzi
della popolazione mondiale.
La
globalizzazione è un fenomeno che stabilisce nuove relazioni di
dipendenza e inter-dipendenza multilaterale, ma soprattutto
economica, a livello mondiale. Per lo stesso Bauman, non è un
fenomeno facilmente controllabile, in quanto ad essa
non
sta corrispondendo un’uguale espansione di organi di controllo
politici efficaci e la nascita di qualcosa di comparabile a una
cultura genuinamente globale.
5.1.3
La “strategia della tensione” e il Processo
In
questo capitolo ho deciso di unire due temi che si accompagnano
spesso negli interventi: la “strategia della tensione” e il
Processo ai gerarchi democristiani, consideratine dall’autore i
responsabili. Per gli storici, le origini del fenomeno sono chiare.
La
strategia della tensione, o del terrore, ha una data e un luogo di
nascita: 3 - 5 maggio 1965, Hotel Parco dei Principi, Parioli, Roma.
Viene fissata strategicamente e filosoficamente nel corso di un
convegno, tema “La guerra rivoluzionaria”, promosso dall’istituto
Alberto Pollio, finanziato dal Sifar, il servizio segreto. Soltanto
da otto mesi è fallito il colpo di Stato del generale Giovanni De
Lorenzo, comandante dell’Arma, contro la nascita del centro
sinistra, considerato il primo passo verso l’ingresso dei comunisti
nell’area di potere, l’antico assillo dei moderati italiani,
laici e cattolici.
Secondo
Giuliano Procacci, anche gli Stati Uniti erano molto interessati nel
non cedere alcun spazio decisivo nella politica italiana ai movimenti
di sinistra, specialmente ai comunisti, ipotizzando una relazione tra
la “strategia della tensione” e l’influenza politica o
economica degli USA in area italiana.
Il
12 dicembre 1969 esplode una bomba presso la Banca Nazionale
dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano. È l’atto di nascita
della “strategia della tensione”. Ci sono 16 morti e 88 feriti. I
responsabili sono considerati dapprima gli anarchici, poi si scopre
che lo è un gruppo neofascista veneto guidato da Freda e Ventura e
un colonnello del SID, Giannettini, assolti nel 1981 in Corte
d’Appello. Pasolini dedica alla strage di piazza Fontana un testo
in versi, Patmos
(1969), in Trasumanar e organizzar.
Un’altra giornata tragica sarà il 4 agosto 1974, quando esplode
una bomba sul treno Italicus
Roma – Milano, in galleria presso San Benedetto Val di Sambro,
causando 12 morti. L’attentato è attribuito a una matrice
neofascista.
In
quanto alla “strategia della tensione”, ho scelto i due
interventi pasoliniani più importanti, il primo del 14 novembre
1974, il secondo del 26 dicembre 1974.
Nel
primo
Pasolini afferma di conoscere i nomi dei responsabili dei golpes,
ma di non avere le prove.
L’autore
presenta un progetto del suo “romanzo delle stragi”. Ipotizza che
i giornalisti o i politici abbiano prove, o almeno indizi, ma che non
li pubblichino. Neanche l’opposizione dice i nomi, essendo un po’
ipocrita, perché, come afferma Pasolini criticando la doppia faccia
della politica, gli uomini politici “distinguono verità politica
dalla pratica politica”,
contrariamente ai veri intellettuali, che non possono vivere al
servizio del potere.
Nell’articolo
è citato anche Vito Miceli. Si tratta di un generale accusato di
complicità nel colpo di stato tentato da Junio Valerio Borghese tra
il 7 e l’8 dicembre 1970, arrestato il 31 ottobre 1974, quando si
scopre il suo rapporto con “Rosa dei Venti”, un’organizzazione
che promuoveva azioni terroristiche, tra cui anche il sopra citato
tentato golpe
del dicembre 1970.
Nel
secondo intervento,
l’autore spiega l’evoluzione ideologica di questa strategia, i
giochi di potere. Pasolini sostiene che il potere ha organizzato
prima la “strategia della tensione” anticomunista, fino al 1968 e
poi la tensione antifascista con le stragi. Il potere, per Pasolini,
è infatti stato responsabile della strage di piazza Fontana, di cui
ha accusato gli estremisti di sinistra, poi delle stragi di Brescia e
di Bologna, di cui ha accusato i neofascisti, mettendosi così una
maschera antifascista, per mantenersi tale. Per Pasolini questo è
terrorismo ideologico che si accompagna all’intolleranza della
società dei consumi. Più precisamente, si tratta di un’intolleranza
mascherata da tolleranza, cioè secondo l’autore inutile, ipocrita,
gradita al regime.
Si
può mettere in questione l’importanza di alcuni interventi di
Pasolini, ma credo che non si possa sottovalutare il problema della
“strategia della tensione”. Si può sostenere che si tratti di
una “criminalità di stato”? Si può ammettere che vari
protagonisti delle stragi siano stati legati a istituzioni statali,
che varie parti dell’ambiente politico italiano non abbiano esitato
a usare la forza per vincere il nemico?
Passiamo
adesso al secondo sottotema del capitolo, il Processo ai gerarchi
democristiani, che da semplice strumento di critica politica, pian
piano assume una portata e un’importanza più generale: la critica
toccherà così anche gli italiani incapaci di dissenso politico e il
Processo così offrirà loro la possibilità di riconoscersi, di
iniziare a intervenire attivamente nella politica che influenza la
loro vita.
In
quanto al Processo, ho scelto otto interventi importanti che sono
stati pubblicati tra il 16 giugno 1974 e il 30 ottobre 1975.
Nel
primo,
Pasolini si sofferma sulla passività degli italiani, vista come un
problema politico, di cui costituisce un esempio opposto il lungo
digiuno di Marco Pannella, il leader del Partito Radicale. Pannella
digiuna perché cerca di proporre alcuni cambiamenti democratici,
però nessuno reagisce al suo gesto. Il problema che si trova alla
base dell’indifferenza generale è la carenza di informazioni degli
italiani e il loro conseguente disorientamento. Il non essere preso
in considerazione, come nel caso di Pannella, limita di fatto il
dettato costituzionale, andando contro la libertà di espressione del
pensiero. Pannella rifiuta ogni violenza fisica e morale e ogni forma
di potere, il che, secondo Pasolini, mostra la purezza dei suoi
principi. Le reazioni a questo intervento criticano l’egocentrismo
di Pannella e di Pasolini e mettono in dubbio l’importanza delle
azioni dei radicali, rivendicando l’apporto decisivo del PCI alla
vittoria del “no” al referendum, indetto per il 12 maggio 1974 a
proposito dell’abrogazione della legge Fortuna-Baslini sul
divorzio, introdotta nel 1970.
Credo
che la passività di una nazione nei confronti della politica sia un
aspetto voluto dal potere. Il potere comunista nella Cecoslovacchia
lasciava costruire a buon prezzo le case in campagna, per dedicarsi
meno alla politica. Parimente, la Spagna di Franco promuoveva
l’interesse delle masse per il calcio. Sembra invece che sia stato
il benessere diffuso in Italia a provocare il disinteresse delle
masse verso la politica, come nei paesi dell’America del Nord.
Nel
secondo intervento,
sempre sulla passività degli italiani e sulla politica
democristiana, osservando la situazione, Pasolini si chiede la cosa
per lui più scandalosa: se sono i democristiani che vogliono
rimanere al potere a ogni costo o se è l’apocalittica passività
degli italiani ad accettare tale potere.
I
democristiani sembrano lontani dalla vita quotidiana; a Pasolini
sembrano insinceri, spregiudicati, astuti, falsi. Andreotti ha
elencato in un suo recente intervento meriti e opere del regime
democristiano, ma, secondo Pasolini, il regime democristiano non si è
curato degli effetti culturali, umani e politici di tali opere.
Andreotti crede di essere insostituibile, e Pasolini pensa che la
carriera politica in Italia significhi soprattutto l’arte di essere
insostituibili. Anche se i democristiani non parlano della “strategia
della tensione” né delle stragi, secondo Pasolini è poco
probabile che non ne sappiano niente. Piuttosto fanno finta di non
sapere, e questo scandalizza l’autore,
a
rischio di essere anche ingeneroso e conformista (come è sempre chi
è scandalizzato, e si fa, quindi, portavoce di un sentimento comune
e maggioritario, non privo di qualunquismo).
All’intervento
risponde Giulio Andreotti nello stesso giornale,
ammettendo che la “strategia della tensione” sia gravissima,
l’edonismo sia condannabile, anche se il consumismo rappresenta un
effetto naturale dello sviluppo industriale.
Anche
in questo intervento si nota come il rapporto di Pasolini con lo
scandalo sia abbastanza ambiguo: molte volte l’autore cerca di
provocare lo scandalo e altrettante lui stesso rimane scandalizzato.
Giampaolo Borghello chiama questo atteggiamento “una ‘tecnica’
di intervento tra l’intemperanza e provocazione” che
lascia
francamente perplessi: lo scrittore “fiuta” un argomento di
attualità, fa una “sparata” estremistica (infilando, come è
ovvio, anche osservazioni intelligenti) con o senza documentazione,
suscita puntualmente l’atteso lo scandalo, fioccando le repliche,
il “corsaro” è contento, finge di minimizzare, di distinguere,
accusa gli altri di non aver ben capito e intanto, fra una riga e
l’altra, rincara la dose.
In
un altro intervento di forte spessore politico,
l’autore propone un’altra originale dicotomia, tra dentro
il “Palazzo” e fuori
il “Palazzo”, per mettere in
rilievo la distanza del potere governativo dai cittadini e dalla
realtà del paese. Pasolini differenzia la posizione “nel Palazzo”,
propria di una della classe dirigente fuori dalla realtà, da quella
“fuori dal Palazzo”, di chi vive la vera realtà, che “è nella
cronaca ‘fuori Palazzo’ e non nelle sue interpretazioni o peggio
ancora nella sue rimozioni”.
Ormai, “nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non
corrispondono più le cause reali nel Paese”.
Pasolini,
anche qui, sente fortemente il compito di interpretare la realtà.
Questo suo atteggiamento non viene visto sempre positivamente, anzi,
ad esempio, è interessante la risposta di Luigi Compagnone
all’intervento pasoliniano:
Se
è vero, come è vero, che cronaca e realtà sono “fuori dal
Palazzo”, il mondo come Pasolini lo vede è forse uno sguardo
dall’interno di un altro “Palazzo”: il suo “Palazzo
interiore”, la sua diacronia personale.
È
il 24 agosto 1975, quando viene per la prima volta esplicitamente
presentata la proposta del Processo ai democristiani, preceduta da
un’analisi dei problemi dell’Italia del tempo: l’incapacità di
dissentire e la mancata identificazione tra stato e popolo.
Solo
quattro giorni dopo, Pasolini enumera le colpe dei governi
democristiani, motivando il Processo e sostenendo che le colpe sono
molto gravi.
Pasolini è convinto che altrimenti il paese non si muoverà avanti.
L’elenco, che fornisce un quadro complessivo del paese, è
impressionante:
Condizione
paurosa delle scuole, ospedali, opere pubbliche, esplosione
“selvaggia” dei mass-media, decadimento della Chiesa,
distribuzione delle cariche agli adulatori, stragi a Brescia, Milano
e Bologna, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia,
degradazione antropologica degli italiani, alto tradimento in favore
di una nazione straniera, intrallazzo con i banchieri, petrolieri;
convivenza con la mafia, uso ilecito e collaborazione con CIA, il
SID, manipolazione del denaro pubblico, indegnità, disprezzo per i
cittadini [...].
Resta
ancora da chiarire in che misura il “Palazzo” sia colpevole di
tutti i disastri citati. Non voglio difendere la politica
democristiana, ma mi sembra semplicistico dare la colpa solo ai
politici, specialmente se Pasolini in altri interventi parla
dell’ingenuità del potere democristiano, non accortosi che il
consumismo gli ha tolto il vero potere. D’altra parte, non bisogna
sottovalutare i rapporti tra i politici e le altre componenti non
ufficiali del potere che possono essere state nocive al paese.
Nuovamente,
e ancora a breve distanza, Pasolini ritorna sulla proposta del
Processo estendone, oltre i suoi limiti precedenti, il valore a un
livello più ampio, nazionale.
L’autore vede nel Processo una possibilità per gli italiani di
riformarsi in cittadini attivi, coscienti dei propri diritti: “È
solo attraverso il processo dei responsabili che l’Italia può fare
il processo a se stessa, e riconoscersi”.
Un
nuovo giudizio negativo sull’attività dei governi democristiani
risale ancora al settembre 1975:
essa non è giustificabile, non ha portato nessun cambiamento
positivo nella vita italiana. Di nuovo, Pasolini enumera le colpe di
questi governi, interrogandosi sul vero ruolo dei democristiani nella
“strategia della tensione” e nei golpes.
Anche il cosiddetto benessere, portato dai governi democristiani,
viene messo in discussione. Pasolini si chiede come possano mancare i
soldi per le opere pubbliche, se si vive nel benessere, perché ci
sia sempre maggiore differenza tra il Nord e il Sud, se viviamo
nell’epoca della tolleranza. Dalle parole di Pasolini emerge
un’Italia industriale, in cui però nessuno si interessa dei
selvaggi disastri urbanistici ed ecologici. La massa non vive un
progresso, è depauperata e degradata. La TV e la scuola diseducano
la gente, e anche nella vita culturale preponderano le manovre
mafiose.
L’autore
motiva allora il Processo parlando in nome di tutti gli italiani che
si chiedono il vero ruolo di SIFAR, SID, CIA, Mafia e Palazzo nei
golpes
fascisti e nella “strategia della tensione”, nelle stragi di
Brescia e di Milano. La consapevolezza pubblica di questi fatti è,
secondo Pasolini, fondamentale per l’Italia contemporanea.
Un
aspetto di un tale processo sono le prove concrete, che generalmente
un regime cerca di nascondere, sul degrado ambientale, sull’assenza
di una pianificazione urbanistica, sulle tangenti, ma le accuse più
astratte, su acculturazione, diffusione del consumismo, non
potrebbero essere sostenute da prove, quasi impossibili da portare.
Tra
le risposte a questo intervento colpisce soprattutto un articolo nel
settimanale democristiano “La Discussione” del 29 settembre 1975,
dove si può leggere una minaccia aperta a Pasolini:
Processo
alla DC uguale processo all’Europa. Dirlo può essere divertente e
anche intelligentemente stimolante. Farlo implica un prezzo che non
risparmierebbe certamente gli amici di Pasolini e nemmeno lo stesso
Pasolini.
Un’ultima
volta Pasolini parla di Processo: in un articolo pubblicato poco
prima della sua morte, l’autore scrive sul silenzio seguito alla
sua proposta
che Pasolini vede motivato dallo scarso coraggio degli intellettuali,
che dovrebbero invece essere riformisti e luterani, anche perché i
politici lottano per pura sopravvivenza sfruttando il caos, il
verbalismo, le manovre, le congiure, gli intrighi e gli intrallazzi,
e i giornalisti sono complici dei politici. Pasolini invece
concepisce il suo ruolo, quello intellettuale, nell’intuizione di
cambiamenti importanti.
Sono
convinto che il Processo sia molto importante per la vita di
Pasolini. L’autore ha espresso pubblicamente qualcosa che minaccia
l’esistenza di molti rapporti segreti del potere, la fiducia delle
masse in tale potere, le componenti eversive dello stato e molti
italiani stessi. Per questo mi sembra che il silenzio alla sua
proposta sia comprensibile. Con questa proposta Pasolini ha
oltrepassato un limite che ha forse causato la sua morte.
5.1.4
La propaganda del consumismo e il futuro
Nel
presente capitolo, legato per certi versi al capitolo sul fascismo
“nuovo” di questa sezione, ho voluto presentare interventi che si
occupano di aspetti importanti dell’ideologia consumistica e della
sua influenza sulle persone. Ho scelto cinque interventi importanti,
uno scritto forse nella seconda metà del 1973 ma rimasto a lungo
inedito, e altri quattro pubblicati tra il 1° marzo 1975 e il 13
dicembre 1975.
Iniziamo
con l’articolo del 1973, in cui l’autore cerca di mettere in
relazione sviluppo e progresso, operazione attraverso cui si può
spiegare l’ambiguità dei fini della società moderna.
Lo sviluppo, inteso come aumento della produzione industriale e
dell’attività economica senza cura degli effetti, lo vogliono gli
industriali per immediati interessi economici, per produrre i beni
superflui destinati alla massa dei consumatori. Così le grandi
imprese guadagnano moltissimi soldi, aumenta il loro potere e
l’influenza anche fuori l’area economica. Come anche avvertirà
Noam Chomsky, nel presente le grandi imprese transnazionali diventano
quasi incontrollabili, e la loro influenza sul nostro mondo è
grande.
Le
decisioni prese dal consiglio di amministrazione della General
Electric incidono significativamente sulla società in generale (se
mettiamo da parte la trasparente mitologia della cosiddetta
“democrazia” del mercato e degli azionisti) i cittadini non hanno
alcun ruolo nella loro assunzione.
Gli
industriali, secondo Pasolini, promuovono una liberazione e l’abiura
dalla cultura precedente. Pasolini ammette di vivere e percepire
l’ideologia consumistica come “inconscia ma reale”,
i suoi valori sono ancora vissuti da lui solo esistenzialmente. Il
progresso invece, inteso come il vero passo in avanti per quanto
riguarda la qualità della vita umana sotto tutti gli aspetti, lo
vogliono gli operai, i contadini e gli intellettuali di sinistra.
Credo
che Pasolini abbia individuato nell’opposizione tra “sviluppo”
e “progresso” la vera tragedia materiale del mondo moderno. Molti
sostenitori dello “sviluppo” cercano di mistificarne il
significato, spacciandolo per “progresso”. Se “sviluppo” nel
senso pasoliniano significa soprattutto un’inondazione delle merci
nel mondo umano, è abbastanza discutibile l’affermazione che la
crescente quantità di oggetti nella vita umana significhi a
priori una crescente qualità della
vita. Si può dire pittosto che più oggetti materiali un uomo
possiede, più dedica loro il suo tempo, rinchiudendosi in attività
individuali.
Il
motivo di uno “sviluppo” tecnologico che va contro il “progresso”
era già presente in Nineteen
Eighty-Four di George Orwell, romanzo
che sembra anticipare alcuni degli scenari della saggistica
pasoliniana. In esso un regime totalitario mette in atto uno
“sviluppo” che va contro il “progresso” nel senso
pasoliniano, con gli stessi risultati che Pasolini vedrà realizzarsi
nell’Italia contemporanea, che depaupereranno la vita umana
soprattutto sul piano intellettuale: “And even technological
progress only happens when its products can in some way be used for
the diminution of human liberty”.
Ormai
nel 1975, l’autore si occupa della falsa permissività sessuale del
consumismo e della sua falsificazione dei valori precedenti,
sostituiti da una sorta di libertà-obbligo, che cancella ogni forma
di diversità.
Pasolini sostiene che la società permissiva permette il coito della
coppia eterosessuale ma in funzione edonistico-consumistica,
imponendone praticamente l’obbligo, oltre a una precocità
nevrotizzante che toglie ogni tensione sessuale e la possibilità di
sublimazione in altri campi. L’idea di una liberazione sessuale
come obbligo collettivo, rientra insomma tra le imposizioni del
consumismo mentre infatti le società repressive hanno bisogno di
soldati, quelle permissive necessitano solo di consumatori. Al di
fuori della “permissività” c’è l’inferno del non permesso,
tabù che produce riso e odio verso i “diversi”. Pasolini
sostiene che gli italiani, come “polli d’allevamento”, hanno
accettato la nuova ideologia irreligiosa e antisentimentale con tutti
gli strumenti del potere, specialmente la TV e i giornali. Si
sacralizza la merce e il consumo, si usano argomenti laici,
illuministi, razionalisti.
Pasolini
chiarisce qui, su basi storico-filosofiche, la sua visione della
società dei consumi. Il potere dei consumi si è valso delle
conquiste illuministe, razionali, laiche per costruire un muro di
falsità. Il potere ha portato al limite la sua unica sacralità: il
consumo come rito, la merce come feticcio. Secondo Pasolini la vita
ha perso la sua sacralità, il che ha portato tra l’altro
all’aumento della criminalità generale: “Dire che la vita non è
sacra, e che il sentimento è stupido è fare un immenso favore ai
produttori”.
La
falsificazione dei valori e delle conquiste mentali illuministe,
razionali e laiche sta nel non vedere in essi uno scopo ma un
semplice punto di partenza dell’attività economica. Il consumismo
usa questi valori solo per attrarre le persone e non per avvicinarle
a essi.
In
un intervento successivo, Pasolini torna alla dicotomia del fascismo
“vecchio” e “nuovo”, soffermandosi più su quello nuovo, cioè
sul consumismo.
Il problema della distinzione tra il “vecchio” e il “nuovo”
fascismo sta anche nel giudicare il presente con le misure del
passato. Che non si possa giudicare una nuova realtà utilizzando le
misure della vecchia realtà, appare ovvio. Nonostante ciò,
ipotizzando la possibilità di un avvento ufficiale del fascismo,
cita due stimati economisti americani, H. Long e G. Barraclough: “Il
fascismo può tornare alla ribalta a condizione che si chiami
antifascismo”.
Pasolini
sostiene anche che la povertà moderna consiste nel consumismo
frustrato che coincide con il “nuovo” fascismo. La cultura
non-popolare che sorge nella società dei consumi è, secondo
Pasolini, umiliante, perché è ottentuta attraverso l’imitazione
della piccola borghesia, una scuola dell’obbligo di bassa qualità
e una TV “delinquenziale”. A differenza degli altri paesi europei
sviluppati che hanno vissuto molte esperienze prima dell’avvento
del consumismo, l’Italia ha evidenziato un cambiamento troppo
rapido da una società sottosviluppata al consumismo.
Siamo
in un periodo, il settembre 1975, in cui l’autore si occupa più
volte del retoterra ideologico del consumismo, secondo lui di non
facile cognizione.
Pasolini vede ancora il centro dei problemi del paese nell’assenza
di ogni ideologia morale, spirituale o religiosa non verbale, cioè
reale e realizzata. I beni superflui prodotti possono essere
tollerati se la loro produzione è finalizzata a sostenere servizi
pubblici come scuole, ospedali, ecc. Però il regime democristiano
non li ha usati in tal senso.
In
un ultimo intervento, l’autore
divide nettamente i bisogni “primari” da quelli “inutili”.
Pasolini ritiene “primari” i bisogni del vecchio capitalismo,
non quelli del consumismo, “totalmente inutili e artificiali”.
Ma
c’è di più. In una recente opera, Bauman sostiene ad esempio che
il
tradizionale rapporto tra i bisogni e il loro soddisfacimento viene
invertito: la promessa e la speranza della soddisfazione precedono il
bisogno che si promette di soddisfare, e saranno sempre più intense
e tentatrici di quanto lo siano i bisogni effettivi.
L’intervento
di Pasolini ci pone comunque davanti a un dilemma: dove stabilire la
linea divisoria tra i bisogni “primari” e i bisogni “totalmente
inutili e artificiali”? A mio avviso dire che il nuovo capitalismo
si fondi solo su
bisogni artificiali è impreciso, il vecchio capitalismo con i suoi
bisogni, infatti, non ha smesso di esistere di colpo.
Si
può dire che in ogni caso Pasolini abbia colto un’aspetto
importante mettendo in rilievo l’autosufficienza dell’ideologia
del consumo. Si tratta di un gioco delle finzioni che può essere
anche infinito. Le persone alimentano un sistema di sogni che in
seguito crea nuovi sogni. Restando sempre al livello della finzione,
il potere consumistico non può permettersi un cambiamento radicale,
perché la maggioranza delle persone tende al conservativismo. Il
potere consumistico fingerà
o di rispettare queste istituzioni tradizionali o di non voler
entrare in contatto con esse.
Ora
vorrei lasciare per un attimo Pasolini, e occuparmi di testi che,
successivamente, hanno approfondito e ampliato il discorso iniziato
dall’autore sul consumismo, presentando alcuni tratti fondamentali
della società occidentale contemporanea.
Il
primo carattere importante del consumismo mondiale è la stragrande
differenza tra i paesi ricchi e potenti e quelli poveri. A tale
proposito, Eduardo Galeano in un suo articolo
enumera alcuni caratteri fortemente contraddittori della società
neoliberale e dei consumi, alcuni dei quali, tanto interessanti
quanto tristi, riguardano l’agricoltura:
Los
países ricos, que subsidian su agricultura a un ritmo de mil
millones de dólares por día, prohíben los subsidios a la
agricultura de los países pobres. Cosecha récord a orillas del río
Mississippi: el algodón estadounidense inunda el mercado mundial y
derrumba el precio. Cosecha récord a orillas del río Níger: el
algodón africano paga tan poco que ni vale la pena recogerlo.
Las
vacas del Norte ganan el doble que los campesinos del Sur. Los
subsidios que recibe cada vaca en Europa y en Estados Unidos duplican
la cantidad de dinero que en promedio gana, por un año entero de
trabajo, cada granjero de los países pobres. Los productores del Sur
acuden desunidos al mercado mundial. Los compradores del Norte
imponen los precios de monopolio.
La
società consumistica di massa è anche uno dei temi della critica di
Václav Bělohradský. Questo autore presenta alcune idee
fondamentali per capire il consumismo, come l’importanza dello
status quo, la
“razionalità irrazionale” della crescita economica e
consumistica, la preinterpretazione del mondo e il consumismo inteso
come una guerra.
A
proposito della trappola del consumismo, che consiste nel mettere
tutto a nostra disposizione, ma solo dentro i limiti dello status
quo, una forza livellatrice che
banalizza tutto e destituisce l’uomo della capacità di riflettere
criticamente sulla realtà in cui vive, Bělohradský cita
One-dimensional man di
Herbert Marcuse:
Herbert
Marcuse popsal v knize One-dimensional
man, kultovním textu šedesátých
let, “lest konzumního systému”, který nás zotročuje tím, že
nám vše dává k dispozici, ale jen jako součást statu
quo. Platon, Svatý Augustin, Kant,
Hegel, Balzac, Kafka, Kundera, jejich texty v kapesním vydání
si můžeme koupit v samoobsluze. Vznikly jako vzpoura proti
rozporům statu quo a
rozumět jim znamená probudit v sobě smysl pro vznešené
(gloriosus!) důvody takové vzpoury. Rozumět klasickým textům
naší tradice znamená “prohlédnout rozpory současnosti”, být
v konfliktu s jejím povrchem, mít “kritický odstup”
od fungování systému i jeho cílů. Jednorozměrné konsumní
univerzum se konstituuje tím, že tyto velké texty jsou integrovány
do statu quo. “Tím,
že se umění stává součástí reálného života, ztrácí
transcedenci, která jej staví do opozice vůči stávajícímu
pořádku, stává se jeho součástí, je jednorozměrné, a proto
stávajícímu pořádku podlehne”.
In
quanto alla cognizione delle grandi contraddizioni provocate dalla
società industriale, Bělohradský recupera un concetto di Marcuse,
quello di rational foolishness,
carattere della società industriale che tollera e desidera l’aumento
della produttività, la quale però porta alla distruzione:
Největším
rozporem průmyslové společnosti je “racionální charakter její
iracionality”, její “rational foolishness”. “Všemocná
racionalita průmyslové společnosti je sama zdrojem iracionality”
- píše Marcuse. Stále větší produktivita tu implikuje stále
větší destruktivitu, svrchovaná politická moc vyplývá z hrozby
totálního zničení světa v nukleárním holocaustu, myšlení
i city nás všech jsou podřízeny mocenským strategiím velkých
koncernů, bída většiny roste úměrně s obrovským a nikdy
před tím nevídaným bohatstvím privilegované menšiny.
Společnost takových skandálních rozporů funguje jen díky
obrovské účinnosti svých kontrolních mechanismů, které nás
zbavují schopnosti pociťovat jako skandál rozumu i citu cíle
systému a naši funkci v něm. [...] Naše kulturní tradice
nás po tisíciletí učila, že výchova znamená klást otázky,
které odhalují rozpory našeho světa, a nutí nás přijmout za ně
výslovně zodpovědnost. Výchova v postindustriální
společnosti je ale stále více pouhým ochočováním, zakrýváním
rozporů, apologie statu quo. Hollywood
a Nova nikdy nespí, ve dne v noci nás drogují planetárním
kýčem, abychom zdrogovaní pak na ty otázky přijali jakoukoli
odpověď.
Sempre
secondo Václav Bělohradský, il consumismo si appoggia su una vasta
rete di interpretazioni del mondo obbligatorie previe che il suo
sistema diffonde:
Pečujeme
o naši duši, když se vystavujeme osvobozujícím účinkům
konfliktu mezi idejemi, vznikajícími ve veřejném prostoru, a
povinnými “předinterpretacemi světa”, které nám systém
vnucuje jako součást svého fungování.
Il
consumismo legato alle tradizioni e la crescita economica e
industriale possono così essere interpretati – e qui Bělohradský
utilizza alcune idee di Pasolini - come una specie di guerra, nella
quale si scontra il mondo industriale, la sua propaganda, l’ecologia:
Pier
Paolo Pasolini považoval Vánoce a všechny podobné “křesťanské”
svátky v éře chaosu, jak tomu říkal, za cynický
neokapitalistický rituál, který je také jakýmsi druhem Války.
Lidé se tlačí v supermarketech jako v krytech, přeplněné
dálnice vyplivují stovky mrtvých. Jeden z mnoha Vietnamů na
tváři země, píše. Lidé jsou tu předmětem stejně účinné
masové propagandy jako ve válce. Vánoce jsou oslavou Růstu, jehož
jediným cílem je “transumanar e organizzar”. [...] Průmyslový
růst totiž nejen integruje masy do “struktur” (živých
obrazců) a používá stejné prostředky jako válka, stejná
“hesla dne”. Osmdesát let po konci první světové války je
třeba si to ještě jednou připomenout: dvacáté století je
válka. Průmyslový růst je válka. Skončí někdy?
L’analisi
del presente, dunque, nell’ambito di queste problematiche, non può
non allargarsi a uno sguardo sul
futuro, pensabile alla base di ciò che si vive attualmente. Così
come Pasolini, molti altri autori vedono il futuro dell’umanità in
una società tecnologica, paradisiaca, totalitaria.
Oliviero
Toscani, ad esempio, immagina addirittura un futuro post-umano,
determinato quasi esclusivamente dalla tecnologia.
Už
k nám dorazila science-fiction, nejlepší ze světů, jak jej
popsal Huxley. [...] Budeme žít v technosféře, v níž
se všechny bytosti stanou nepotřebnými a budou propojeny
s obrovskými obrazovkami a ordinátory vybavenými „styčnými
rukavicemi“.
Spesso,
il futuro teconologico che si avvicina sembra avere una maschera
seducente. Ignacio Ramonet parla opportunatamente di Aldous L.
Huxley, che vedeva il maggior pericolo del futuro in un regime
totalitario che seduce con modi sottili e piacevoli:
Sostenía
éste que, en época de avanzada tecnología, el riesgo más grande
para las ideas, la cultura y el espíritu, llegará antes de un
enemigo de rostro sonriente que de un adversario que inspire odio y
terror. Hoy sabemos, con espanto, que nuestra sumisión y el control
de nuestros espíritus no serán conquistados por la fuerza sino a
través de la seducción, no como acatamiento de una orden, sino por
nuestro propio deseo, no mediante el castigo, sino por el ansia de
placer [...].
A
mio avviso, un confronto tra Pasolini e Huxley può rivelarsi molto
interessante. Già in Brave New World,
romanzo scritto nel 1931, possiamo leggere di obbligo di consumo,
conscription of consumption,
un dovere di ogni cittadino di consumare una certa quantità di
merce, stabilito dalla legge. Il consumo è uno degli aspetti che
allontana la società antiutopica di Huxley dalla cultura.
Nel suo romanzo, l’uomo è predestinato a seguire un determinato
percorso di vita. La società è rigidamente divisa in caste e
costretta allo spreco continuo, ad una vita di lusso. La gente è
felice, ottiene materialmente quello che vuole - e vuole solo quello
che può ottenere.
5.1.5
La Chiesa
Vorrei
presentare in questo capitolo tre interventi importanti a proposito
della Chiesa, pubblicati tra il 1° marzo e il 6 ottobre 1974. In
generale, Pasolini critica la Chiesa per essersi allontanata dal
Vangelo, il carattere profano del suo potere e il suo odio per la
cultura laica e liberale.
Nel
primo intervento, affidato alle colonne del “Tempo”, Pasolini
critica fortemente la Chiesa dopo aver letto le 20
sentenze della Sacra Rota.
La Chiesa appare a Pasolini reazionaria, dalla parte del Potere,
autoritaria, gerarchica, contro la libertà del pensiero e le
innovazioni anti-repressive: lontana dallo spirito evangelico, la sua
ideologia è solo verbale. Cristo è per essa una parola morta. Le
sentenze non sono cristiane, ma pragmatiche, senza “calore umano”,
gli uomini paiono destituiti di ogni inclinazione al bene. In esse
emerge indignazione verso la cultura laica e liberale, la carità, il
più alto dei sentimenti evangelici, è degradata a pragmatismo: si
scopre l’uomo nella sua nudità, però senza capirlo o perdonarlo.
Pasolini
sta rimproverando alla Chiesa quasi gli stessi difetti che hanno
spinto al dissenso gli intellettuali riformisti nel tardo medioevo,
come ad esempio Martin Lutero e Jean Calvin. Sembra che la Chiesa
soffra ancora degli stessi difetti indipendentemente dal tempo
trascorso. D’altronde non bisogna dimenticare che la Chiesa è una
delle istituzioni più conservative, costretta ad allontanarsi dalla
cultura e dalla scienza profane perché queste possono segnare la sua
fine. Non può meravigliarci allora se la Chiesa rimane a molti passi
di distanza dalla vera comprensione della società moderna,
influenzata maggiormente dal mondo profano. Per l’autore si tratta
di un’istituzione quasi morta, ma d’altra parte appartenente ad
un passato che, per certi aspetti, lui adora. Sembra allora di
scorgere un po’ di simpatia verso la Chiesa, nel Pasolini che
rimpiange la scomparsa dei valori e della morale tradizionale.
In
un secondo intervento, Pasolini presenta nuovamente la Chiesa come
un’istituzione di potere, superata dal mondo laico, il cui ruolo
sociale si sta progressivamente riducendo.
L’autore apprezza la sincerità dell’intervento di Paolo VI che
ammette che la Chiesa abbia perso la sua egemonia culturale nel mondo
laico che l’ha ormai superata. Così, il potere reale non ha più
bisogno della Chiesa, cui Pasolini propone di passare all’opposizione
contro il mondo consumistico, totalitario e repressivo, che ha
tradito milioni di persone, con l’avvento dell’edonismo e il
laicismo. A proposito delle altre attività della Chiesa, Pasolini
parla in questa sede anche della censura vaticana sulla TV,
confrontando la réclame antiquata,
inefficace, troppo esplicita della Chiesa, con la réclame
dei prodotti di mercato, a volte non verbale, lieve e irreligiosa. In
questo, secondo Pasolini, la Chiesa è solo puro folclore.
La
critica dell’autore si fa più forte in un successivo intervento.
Pasolini descrive la storia della Chiesa come
una
storia di potere e di delitti di potere: ma quel che è ancora
peggio, è, almento per quanto riguarda gli ultimi secoli, una storia
di ignoranza.
Pasolini
vede nella Chiesa una organizzazione autoritaria, che per funzionare
deve ricorrere all’uso del potere. Tornando ancora sulle sentenze
della Sacra Rota, Pasolini afferma che la Chiesa è una coesistenza
di “irrazionalismo, formalismo e pragmatismo”.
Qui
Pasolini replica a un articolo dell’“Osservatore romano”
in cui era stato criticato e accusato di esprimere giudizi pur non
avendo sufficiente autorevolezza.
Io
non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi
proviene paradossalmente dal non averla e dal non averla voluta;
dall’essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e
quindi di non essere fedele a nessun patto che non sia quello con un
lettore che io considero degno di ogni più scandalosa ricerca.
Parole
come “autorevolezza” o “normalità”, sono dunque solo
pretesti per screditare altre persone, per annullarne il dissenso.
5.2
LA CULTURA
In
questa sezione vorrei toccare gli interventi pasoliniani che si
occupano della cultura della società dei consumi e di quella da essa
marginalizzata. Mi soffermerò sugli interventi dell’autore che
riguardano mass-media, istruzione, criminalità e lingua.
5.2.1
Acculturazione e culture tradizionali
In
questo capitolo sono presentati cinque interventi in cui Pasolini si
occupa di acculturazione e quattro in cui si concentra sulle culture
particolaristiche.
Secondo
Pasolini, l’epoca contemporanea è caratterizzata soprattutto dalla
riduzione e dalla degradazione della vita e della cultura. A questa
tendenza l’autore contrappone ricchezza, naturalezza e libertà dei
mondi delle culture particolaristiche.
Per
la prima volta nel giugno 1974, Pasolini cerca di spiegare gli
aspetti più profondi della cultura di massa che hanno determinato il
cambiamento antropologico.
Questa cultura non è moralistica, ecclesiastica e patriotistica, ma
direttamente legata al consumo, è guidata da leggi interne e da
un’ideologia autosufficiente, non ha più bisogno di Chiesa,
patria, famiglia, ecc.
Successivamente,
Pasolini intensifica la sua critica del grande cambiamento avvenuto
con la società dei consumi, definito ora genocidio, distruzione e
sostituzione dei valori.
A questo proposito Pasolini fa riferimento al Manifesto
di Marx, al genocidio perpetrato dalla borghesia sulle classi
dominate, sul sottoproletariato. Pasolini se lo immagina ora nella
forma di una sostituzione dei valori non clamorosa, ma clandestina,
con una violenza non esplicita, ma sottile, abile e complessa.
In
un terzo intervento riguardante tali tematiche, l’autore cerca di
scoprire le radici profonde del condizionamento totalitario della
vita, parlando dell’oppressione esercitata dalle culture
intolleranti.
L’individuo viene in genere destituito di umanità, pietà e
fraternità, poi viene soppresso fisicamente, come è successo nei
lager nazisti. Qui, Pasolini riporta una battuta del film che stava
girando, Salò o le 120 giornate di
Sodoma, tratta da De Sade: “In una
società dove tutto è proibito, si può fare tutto: in una società
dove è permesso qualcosa si può fare solo quel qualcosa”.
Anche
in Salò o le 120 giornate di Sodoma
emerge infatti il motivo della libertà individuale nelle culture
intolleranti:
Credi
di essere libero, ma in verità sei manipolato e influenzato senza
alcuna libertà di fare altrimenti perché non sai più pensare
altrimenti.
Penso
che Pasolini abbia visto in De Sade un vero illuminista moderno, non
tanto per la violenza fuori del comune, quanto per alcune idee
filosofiche sulla libertà, sul male e sul bene. De Sade forse fu un
caso patologico della psichiatria, ma soprattutto espresse una
straordinaria capacità del pensiero filosofico, rivelò
l’indipendenza dal divieto assurdo, dai giudizi valorativi
personali, problematiche legate alle culture intolleranti:
Mettiamo
che arrivi all’improvviso un ordine assurdo che t’impedisca di
uscire da questa camera, tu non ne uscirai senza rimorso, benché
certamente non compiresti alcun male uscendo.
Sempre
De Sade rivelò la relatività del giudizio personale sul rimorso
morale, che potrebbe giustificare il male nelle culture intolleranti:
Ora
se il rimorso nasce dalla proibizione, e non deriva dall’azione in
sé per sé ma dall’infrazione di leggi, ti pare saggio lasciarlo
persistere in noi?
Il
motivo dell’intolleranza e del dissenso è alla base di alcuni
interventi pubblicati da Pasolini nel 1975. Nel primo di essi
l’autore riflette ancora sulla perdita dei valori tradizionali.
La nuova cultura dei consumi non ha infatti legami col passato, si
vive in uno stato di imponderabilità, con un senso di vuoto morale
che giustifica il consumo edonistico. L’autore crede, ad esempio,
che i valori religiosi tradizionali siano perduti per sempre. Questo
carattere porta inevitabilmente ad una riduzione degradante. Con i
valori, secondo l’autore, scompare una parte essenziale della vita
umana, e
l’Italia
d’oggi è distrutta esattamente come l’Italia del 1945. Anzi, la
distruzione è ancora più grave, perché non ci troviamo tra
macerie, sia pur strazianti, di case e monumenti, ma tra “macerie
di valori”: “valori” umanistici e, quel che più importa,
popolari.
Si
può essere d’accordo con il paragone di Pasolini. L’uomo moderno
si è abituato a osservare solo le macerie materiali, non è capace
di cogliere le macerie spirituali.
Nello
stesso intervento, Pasolini cerca di chiarire la sua opinione sui
giovani dei suoi tempi e sulla loro idea dell’obbedienza e della
disobbedienza, parole il cui senso appare ora capovolto:
In
quanto consenziente all’ideologia “distruttrice” del nuovo modo
di produzione chi si crede “disobbediente” (e come tale si
esibisce) è in realtà “obbediente”; mentre chi dissente dalla
suddetta ideologia distruttrice – e, in quanto crede nei valori che
il nuovo capitalismo vuole distruggere, è “obbediente” – è
dunque in realtà “disobbediente”.
Pasolini
percepisce questo rovesciamento del senso non solo per quanto
riguarda il concetto di obbedienza, ma anche relativamente all’uso
della lingua dalla società dei consumi e
alla
moda giovanile. I giovani, negli anni ’70 come oggi, indossano più
o meno gli stessi vestiti di moda. Non ci accorgiamo più di essi,
mentre forse potremmo essere sorpresi da un abbigliamento
completamente fuori moda.
L’ultimo
intervento di Pasolini, il già citato discorso scritto per il
congresso del Partito Radicale raccoglie tutte le speranze contro il
degrado dell’acculturazione consumista.
L’autore parla dei diritti e delle persone che non sanno di averli
– da lui amate -, di quelle che li pretendono, che lottano per essi
o che ci rinunciano. Il ruolo degli intellettuali e dei radicali
consiste nel dovere di diffondere la coscienza di tali diritti
civili, che “sono in sostanza i diritti degli altri”.
Il
degrado del presente si affianca spesso in Pasolini a immagini di
culture particolaristiche, tradizionali. L’autore esprime
ripetutamente una forte nostalgia di questi mondi, idealizzati,
sognati, acriticamente accettati e continuamente riproposti
dall’autore come un modello antitetico alla situazione
contemporanea della società industriale, spiritualmente povera:
“Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme,
alterne e subalterne, di cultura”.
Anche
Gian Carlo Ferretti vede un Pasolini volto
all’idoleggiamento
[...] di un età passata che – per essere antecedente all’avvento
di quell’universo borghese – veste i colori immacolati della
felicità e della bellezza, della “grazia” e della “purezza”.
Già
nel 1973, il mondo italiano popolare, reale però perduto,
rappresenta per Pasolini, che interviene su Un
po’ di febbre di Sandro Penna, un
mondo di uomini puri, senza traguardi, sensuali, retti, innocenti, un
mondo non cambievole.
Questo mondo contrasta fortemente con la situazione di oggi, in cui i
ragazzi sono brutti, pallidi e nevrotici. A proposito della
“religione dell’innocenza”, con cui Pasolini avvicina il mondo
popolare italiano, aggiunge ancora Ferretti che la sua precarietà
è
nel suo stesso, anacronistico riproporsi; nel riaffiorare insomma dei
nuclei primigeni di una mitologia, che vive ormai da tempo una crisi
irreversibile, perfino nella sue reincarnazioni “popolari”.
Un
nuovo intervento allarga il motivo del rimpianto del passato alla
riflessione sul concetto di cultura nazionale, in passato abbastanza
ampio, perché comprendeva la cultura di tutti, anche quella dei
contadini e degli operai, gruppi sociali non più distinguibili con
l’avvento del nuovo Potere.
Anche se il desiderio di definire la cultura di una nazione è spesso
determinato da connotazioni patriottiche, comunque Pasolini unisce un
profondo sentimento marxista con al suo rimpianto delle culture
scomparse.
Solo
in un terzo intervento, l’autore sviluppa un tema molto
interessante che si può considerare il punto di partenza di molte
sue critiche: il mondo e la cultura delle classi subalterne e lo
spostamento verso il mondo della cultura di classe dominante,
ufficiale.
Pasolini divide nettamente i due mondi: il primo, intraducibile
nell’italiano della classe dominante, orale, antico, non solo
cattolico, vasto, con un codice espressivo enormemente stratificato e
il secondo, limitato, unificato, ufficiale, dell’italiano
tecnicizzato, scolastico. La tragedia sta nel desiderio
sottoproletario di avvicinarsi ai modelli della classe dominante,
cosa che si verifica, per esempio, quando un contadino inizia a
vergognarsi di esserlo.
Penso
che quando Pasolini parla dei “mondi subalterni”, di regola
entriamo in un mondo di miti che provengono dalle sue esperienze di
vita. L’autore attribuisce a questi mondi umili degli aspetti
realistici, ma anche e soprattutto irrealistici, idealizzati, come
per esempio la “fierezza della propria cultura”, l’“immensità
del mondo contadino” o la sua “libertà”. Come osserva Alberto
Bevilacqua, il modo di rappresentare la realtà di questi mondi è
determinato da due importanti stati d’animo dell’autore,
il
primo rustico, limbale, attraversato da una potente linfa e da
provocazioni direi solari da magico rito agrario, da epos
popolare; il secondo, aggredito
dall’esterno aggressivo, contraddittorio, di un’intelligente
isteria forse anche provocata da molte ferite.
Forse
Pasolini attribuisce agli uomini della cultura popolare caratteri in
realtà poco diffusi, come la fierezza della propria cultura
particolaristica e un’ignoranza senza vergogna. Pasolini in fondo
crea un suo ideale astratto aiutandosi con spiegazioni soggettive. Mi
piace molto il suo interesse per i mondi subalterni, perché aiuta ad
arricchire la cultura moderna, “l’età del pane” ne costituisce
una definizione lirica e, nello stesso tempo, adeguata. Questi mondi
avevano, rispetto all’epoca contemporanea, alcuni caratteri
positivi ma anche alcuni limiti. È vero che il contatto tra la
cultura delle città e la cultura della campagna ha significato di
solito la tragedia delle tradizioni della seconda, ma è anche vero
che il mondo contadino ha spesso voluto imitare la città, la cultura
o i comportamenti che riteneva più nobili. Penso dunque che lo
schematismo pasoliniano sia evidente quando l’autore parla delle
differenze “antropologiche” tra il mondo antico, idealizzato e il
mondo moderno, depauperato. La fissità del sistema mitologico non
consente a Pasolini di vedere più oggettivamente la realtà.
In
un ultimo articolo, l’autore afferma che il mondo contadino,
gestito dal Vaticano, si è trasformato nel mondo della piccola
borghesia che ha assunto i valori positivi contadini,
nazionalizzandoli, vanificandoli e volgendoli al negativo.
Così, le culture particolaristiche sono, secondo Pasolini,
ridicolizzate se nazionalizzate, mostruose se strumentalizzate. È
interessante osservare come la parola “cultura” possa essere
usata anche in senso negativo. Sono abituato infatti a vedere nella
cultura un mezzo per migliorare, non per degenerare. Pasolini mette
in rilievo il disprezzo della società consumistica per la vera
cultura, citando una frase di Göring: “Quando sento parlare di
cultura, tiro fuori la rivoltella”.
Pasolini
accenna anche, in questo intervento, a un carattere fondamentale dei
mondi e delle culture particolaristici: la limitatezza spaziale e
spirituale, non necessariamente in senso negativo. Pasolini sceglie
come ideale le idee e i modi di vita di minoranze che non possono mai
proporsi come modello per le maggioranze, fondamentalmente perché
essi sono frutto di una diversa esperienza di vita, non condivisibile
dalla maggioranza, dunque, non trasferibili nella società moderna su
vasta scala.
5.2.2
L’importanza dei mass-media
Nel
capitolo dedicato ai mass-media e soprattutto alla televisione,
vengono presentati cinque interventi, in cui fondamentalmente si
sostiene che i mass-media, e soprattutto la televisione, diffondono
l’ideologia consumistica, omologano un paese prima ricco di
differenze e distruggono concretezza e autenticità della vita.
Nel
primo, importante intervento l’autore si occupa dei cambiamenti
culturali determinati dalla società avanzata dei consumi,
di cui è stato condizione un primo cambiamento, quello delle
infrastrutture: con le strade e la motorizzazione si è infatti
abolita la distanza materiale tra il centro e la periferia. Un
secondo processo ha toccato il sistema d’informazioni. Attraverso
la TV il centro ha assimilato a sé un paese differenziato
culturalmente e storicamente, con una forza omologatrice e
distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Essa impone i suoi
modelli: non solo ad un uomo che consumi, ma che non usi altra
ideologia che quella del consumo. Prima omologava solo la Chiesa,
mentre oggi si verifica una omologazione laica. Le persone oggi
“avvalorano la vita attraverso i Beni di consumo”,
accettano cioè i modelli e i sogni imposti dalla televisione, anche
se non sono in grado di realizzarli, rimanendo così vittime
frustrate e nevrotiche o semplici caricature. Pasolini fa l’esempio
dei sottoproletari, che prima non si vergognavano di essere
ignoranti, erano fieri del loro patrimonio popolare, mentre oggi
“hanno abiurato dal proprio modello culturale”.
Nonostante
il suo titolo Sfida ai dirigenti della
televisione, l’articolo in questione
non contiene alcuna sfida, riportata invece da W. Siti e S. De
Laude.
In un contesto in cui molto tempo libero viene trascorso davanti alla
TV,
con conseguente bombardamento ideologico, Pasolini chiede ai
dirigenti televisivi di fare della TV un elemento di cultura e non di
anticultura o sottocultura consumistica, che faccia, per esempio,
pubblicità ai libri.
Sembra
che ci sia una grande mistificazione operata dal consumismo e dalla
TV. A prima vista si può immaginare che il benessere, il consumismo
e per esempio la TV facciano avvicinare la gente spiritualmente e
fisicamente, mentre l’opposto è vero: il consumismo e la TV
avvicinano solo i sogni alle persone, solo un’immagine lontana.
L’uomo non è mai stato così estraneo alla realtà come nella
società dei consumi, e
la
perdita della realtà equivale alla scomparsa del sacro. Nel mondo
del consumo, della mercificazione totale, mondo delle equi-valenze
dove tutto è scambiabile con tutto, intercambiabile, e più nulla è
necessario, la realtà è irrimediabilmente perduta.
Pasolini
sostiene che la TV fa passare i messaggi, crea una nuova, falsa
mentalità con la propaganda del consumismo, trasmette solo le
notizie “notiziabili”, ponendo enfasi solo sugli stereotipi.
Conseguentemente, come sostiene anche Ignacio Ramonet, la tendenza
all’uso degli stereotipi nei mass-media riduce la comprensione da
parte del pubblico delle opere originali o delle informazioni,
considerate ingiustamente marginali:
Dentro
del sistema actual, las obras demasiado originales y demasiado
personales reciben muy poco estímulo. Por el contrario, el estímulo
se orienta hacia las sensibilidades medias que se apoyan en valores
indiscutidos y que repiten hasta la saciedad lo que todos admiten sin
resistencia alguna.
Il
nuovo potere, secondo Pasolini, proprio grazie ai nuovi mezzi di
comunicazione, ha distrutto per sempre l’anima italiana, causandone
la degenerazione intellettuale e culturale. Pasolini vede così la
crisi di forme superate di vita, nei nuovi ritmi del tempo libero
serale, passato appunto davanti alla televisione il cui bombardamento
ideologico, in assenza di pluralismo, diventa sempre più potente.
Nonostante
le critiche di Pasolini e di altri intellettuali e scienziati, la
situazione dal punto di vista del pluralismo delle informazioni nei
mass-media appare ancora preoccupante. Anche Internet,
come
già le radio private del nostro Paese venne presentato come la
possibilità di comunicare con tutti, liberamente, anarchicamente.
Come avvenuto per le radio il finale della storia narra che a
comunicare alla fine è uno solo, un solo pensiero, una sola cultura,
una unica invadente ideologia.
Che
la TV e gli altri mass-media abbiano tuttora un grande potere è
insomma dimostrato dall’evidenza.
Ciò non solo perché le persone dedicano loro una grande parte del
loro tempo libero, ma soprattutto perché diffondono in un modo
unilaterale delle idee, come sostiene Pasolini.
In
un nuovo intervento risalente al luglio 1974, l’autore ribadisce
che la nuova cultura totalitaria è costituita soprattutto dalla TV.
Secondo Pasolini la censura vaticana avrebbe dovuto ad esempio
colpire “Carosello”, programma prevalentemente pubblicitario con
siparietti, presentato alla televisione dal 1957, che impone un
modello di vita antitetico allo spirito evangelico, rappresentato
qualunquisticamente per mezzo di un linguaggio “totale”, il
linguaggio del comportamento. L’unilaterale censura vaticana della
TV è stata invece una vera, paradossale tragedia: invece di bloccare
il peggiore laicismo consumistico, si è preoccupata di difendere lo
schermo televisivo dalla cultura laica.
La
TV, inoltre, come mezzo di comunicazione a distanza, fa allentare i
rapporti di comunicazione tradizionali e socievoli. Come sostiene
Alfredo Mela, la comunicazione a distanza influenza la situazione
comunicativa tradizionale, e
“sembra
delinenare una situazione nella quale si rompe il tradizionale nesso
tra spazi pubblici e comunicazione”.
Un
paragone abbastanza interessante tra la TV e i sistemi di controllo
lo offre anche Bauman, che differenzia un potere che si afferma
costringendo da un altro che si afferma seducendo:
Il
Panopticon costringeva
la gente a una posizione in cui poteva essere guardata. Il Synopticon
non ha bisogno di costringere nessuno, seduce
la gente perché guardi.
Un
aspetto interessante di tale seduzione sono gli idoli, attraverso i
quali la televisione stabilisce un falso rapporto di comunità, come
spiega ancora Bauman, coerentemente con le posizioni pasoliniane:
Gli
idoli realizzano un piccolo miracolo: fanno accadere l’inconcepibile;
evocano l’“esperienza della comunità” senza che esista alcuna
comunità reale, la gioia del senso di appartenenza senza lo
sconforto dei ceppi.
Nuovamente
nel gennaio 1975 Pasolini sottolinea la funzione anti-culturale e
oscurantista dei mass-media, che fingono di rispettare ciò che in
realtà disprezzano,
mentre è nell’ottobre dello stesso anno che l’autore affronta il
nodo del rapporto tra politica e informazione.
Pasolini sostiene ora la presenza di un legame di complicità, di un
controllo: “i giornali sono complici degli uomini politici, e gli
uomini politici sono completamente fuori la realtà”.
Si
può ancora discutere se i mass-media siano complici dei politici o
se semplicemente non abbiano neanche loro accesso alle informazioni
più oggettive. Spesso
una
parte minima dei fatti che accadono arrivano alle redazioni dei
giornali (e telegiornali) perché qualcuno si è preoccupato di
trasmetterli, oppure perché i giornalisti stessi sono andati a
scovarli.
In Aboliamo
la TV e la scuola d’obbligo del
18 ottobre 1975, l’ultimo intervento scelto, Pasolini propone una
soluzione radicale per eliminare la criminalità in Italia: abolire
la televisione e la scuola d’obbligo. Da essa si può dunque, ancora una volta, dedurre che per l’autore
i mass-media ebbero una grande importanza nella vita quotidiana della
popolazione italiana.
Il
problema della reale importanza dei modelli imposti attraverso i
mass-media consiste nella differenza tra contenuti della
trasmissione e le loro influenze sul pubblico. Il loro criterio di
scelta non è necessariamente morale o culturale, ma quello che
importa di più sono “notiziabilità” e attrattività. Ad
esempio, Bělohradský, in uno dei suoi saggi, per dimostrare lo
spostamento moderno, mediatico, del significato della fama,
distinguendo nettamente tra celebritas e
gloria:
Latinské
slovo celebritas
znamená slávu, ale v latině je pro ni ještě jiné slovo -
gloria. To
označuje čin nebo událost, která díky své jedinečnosti se
stala univerzálně známou, nelze jí popřít a nelze nadále žít,
jako by se nikdy neudála.
La
differenza fondamentale è vista tra il vuoto di meriti spirituali
proprio del celeber,
e il il loro possesso, proprio di chi è gloriosus:
V
deficitním světě pozemském lze být jen “celeber”, tedy
“obecně známý” jako ten, kdo se často vyskytuje v nějakém
místě a “frekventuje” mnoho lidí. Bůh
není celeber,
ale gloriosus,
zjevuje se ve své dokonalosti.
Il
problema consiste nell’assenza e nello spostamento del significato
di gloria
nel mondo moderno della comunicazione, che stima solo celebritas:
Nejhlubší
charakteristikou naší doby je to, že v ní už není místo
pro gloria, ale
jen pro celebritas. I
bůh i papež jsou jen celebrity, “slavné postavy”, a jako
takové mohou úspěšně fungovat jako nosiče sdělení v reklamách
či politických heslech. [...] Tragédií šedesátých let bylo, že
jejich “gloria” byla industriální mašinérií proměněna
v pouhou celebritas -
Che Guevara na tričku a sériová výroba antikonformistických
oděvů.
5.2.3
Istruzione e criminalità
In
questo capitolo sono presentati in totale cinque interventi che vanno
dal 6 marzo 1975 al 30 ottobre 1975: il trattatello pedagogico
incompiuto Gennariello,
una specie di summa
delle critiche più importanti, e altri quattro interventi che si
occupano della scuola dell’obbligo, della televisione e del
consumismo, secondo Pasolini colpevoli dell’aumento della
criminalità in Italia.
In
Gennariello
Pasolini espone alcune sue idee
fondamentali. L’autore sceglie Napoli, secondo lui l’ultima
metropoli plebea in senso positivo, non cambiata, ingenua, naturale,
che contrasta con il benessere e l’educazione del resto della
repubblica. Il suo allievo immaginario si chiama Gennariello, un
ragazzo napoletano borghese. La regola dell’insegnamento è la
spinta a tutte le sconsacrazioni possibili, il suo fine, dice
l’immaginario precettore, sta
nel
convincerti a non temere le sacralità e i sentimenti, di cui il
laicimo consumistico ha privato gli uomini trasformadoli in brutti e
stupidi automi adoratori di feticci.
L’autore
sostiene infatti che “la tolleranza è anzi una forma di condanna
più raffinata”.
Allora – ed è una frase che colpisce per la forza e la precisione
con cui essa descrive l’atteggiamento di Pasolini – “bisogna
avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia
disperata e inutile”.
Anche i primi contatti umani, come spiega l’autore a Gennariello,
sono segnati da comunicazione autoritaria e repressiva.
Pasolini
descrive a Gennariello il grande cambiamento qualitativo legato alla
scomparsa del mondo artigianale e contadino. Sono cambiate le
periferie delle città che si sono unite ai centri, però i
cambiamenti più profondi li ha vissuti la campagna, dove si è persa
la continuità della ricca cultura particolaristica. La svolta
definitiva è stata la seconda e definitiva rivoluzione borghese,
quella dei consumi, alla quale non ci sono alternative. L’autore
parla anche della spietatezza degli amici di scuola di Gennariello e
del loro conformismo, distingue i ragazzi in obbedienti,
disobbedienti e colti. Gli ultimi sono stati salvati dalla morte con
la scienza, sono bambini “in più”, indesiderati, non amati,
nevrotici, depressi e aggressivi. I ragazzi “in più” sono
rinunciatari, infelici e brutti, sono per Pasolini esseri morti.
A
mio avviso l’utilizzo, a proposito del “doloroso cambiamento
della società”, di diversi sottotemi ripetitivi, è caratteristico
degli interventi di Pasolini. Il trattatello pedagogico incompiuto
Gennariello
non presenta un’eccezione: a parte i tratti didattici, troviamo qui
alcuni temi politici o sociologici che un ragazzo non potrebbe
capire. Credo che si tratti piuttosto di un trattatello
quasi-pedagogico che ha come destinatario il lettore che non conosce
ancora le idee fondamentali di Pasolini. Il trattatello è stato una
delle ultime possibilità rimaste all’autore di esprimere in un
intervento tutte le sue idee più importanti. Si vede chiaramente che
alcune idee sono più generiche e altre al contrario più
approfondite rispetto agli interventi precedenti.
Per
quanto riguarda la criminalità, in un successivo intervento già
citato,
l’autore individua un rapporto tra l’aumento della criminalità e
il cambiamento portato dalla società dei consumi e si chiede:
Perché
rapine, rapimenti, criminalità minorili, effettivi coprifuochi,
furti, esecuzioni capitali, omicidi, sono in concreto “esclusi”
dalla logica e comunque mai concatenati?
Successivamente,
Pasolini critica radicalmente il modo di presentare la criminalità
da parte dei mass-media e per combattere la criminalità in Italia
propone di abolire la scuola dell’obbligo e la televisione.
La stampa borghese, secondo l’autore, indignato per la
disuguaglianza nell’approccio giornalistico, parla della
criminalità borghese come di qualcosa di interessante e
apprezzabile, mentre la criminalità dei proletari e dei
sottoproletari è data per scontata e non merita una speciale
attenzione. Pasolini descrive i modelli dei proletari e
sottoproletari, che
sono
proprio quei piccoli borghesi idioti e feroci che essi, ai bei tempi,
hanno tanto e così spiritosamente disprezzato come ridicole e
ripugnanti nullità.
La
conclusione non lascia alternative: il consumismo “ha distrutto
cinicamente un mondo ‘reale’, trasformandolo in una totale
irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra male e bene”.
Per
eliminare la criminalità Pasolini propone allora di abolire la
scuola dell’obbligo e la televisione. La prima rappresenta per
Pasolini un’iniziazione alla vita borghese, dove si insegnano cose
inutili, stupide, false, moralistiche: “chi ha fatto la scuola
d’obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si
scandalizza di fronte ad ogni novità”.
A questo modello di insegnamento Pasolini ne contrappone uno
dinamico, che includa una propria crescita individuale più libera e
l’approfondimento da parte degli allievi.
In
quanto alla TV, non si tratta secondo Pasolini di un insegnamento: i
suoi sono “esempi”, “modelli” che non vengono parlati ma
rappresentati, che non suscitano nessuna discussione, nessun legame
vivo, emotivo con lo spettatore. Pasolini infatti sostiene che “la
TV ha concluso l’era della pietà e ha iniziato l’età
dell’edonè”,
presentando modelli irraggiungibili che portano i ragazzi
all’aggressività e alla delinquenza o alla passività e
all’infelicità.
È
lecito interrogarsi se l’abolizione della scuola dell’obbligo
porterebbe alla diminuzione della criminalità. La scuola
dell’obbligo non è una scuola per delinquenti, il problema forse è
che molte volte sviluppa nell’uomo delle capacità e delle credenze
che sono discutibili. L’autore ha ragione sull’influenza della
televisione: partendo dalla sua esperienza con il cinema, non ritiene
la TV cattiva di per sé.
A
una settimana di distanza Pasolini interviene ancora per esporre il
suo modello di scuola, in cui trovano spazio l’educazione stradale,
con annesso galateo, il diritto amministrativo, elementi di
urbanistica, ecologia, igiene, ed educazione sessuale.
Purtroppo, l’autore non specifica molto il suo modello di scuola e
così è molto difficile giudicare con precisione questa sua
proposta. Per quanto riguarda altre materie, Pasolini propone libere
letture, liberamente commentate. A proposito della televisione,
l’autore chiede che sia culturalmente più pluralistica.
Pasolini
aggiunge in questa occasione alcune precisazioni sulla brutalità dei
giovani dei suoi tempi. Sostiene che per esempio che la brutalità
esercitata su Maddalena dai quattro napoletani di Accattone
rappresentava per lui una “delinquenza idillica”.
In contrasto con questa, la brutalità “di massa” è un aspetto
del consumismo. I giovani contemporanei sembrano a Pasolini
pericolosi, penosi, infelici, indecifrabili, scostanti, sinistri,
deboli e presuntuosi.
Come
esempio di questa nuova brutalità Pasolini cita la strage del
Circeo, quando nel settembre del 1975 alcuni ragazzi della borghesia
romana, fascisti militanti, adescarono in una villa del Circeo due
ragazze di borgata, Rosaria Lopez e Donatella Collasanti: la Lopez
morì dopo aver subito maltrattamenti e sevizie, la Colasanti riuscì
a scampare e a denunciare l’accaduto.
Non
so se ci sia così tanta differenza tra l’epoca di Accattone
e quella degli interventi sopra citati, da poter dire che la
delinquenza abbia totalmente cambiato aspetto. Forse l’autore sta
idealizzando i ragazzi di borgata degli anni ’60, che, anche al
tempo di Accattone,
probabilmente ammiravano il mondo della ricchezza della borghesia
romana.
Nella
già vista lettera a Italo Calvino, Pasolini ritorna sulla
carneficina del Circeo, sostenendo che essa sia un fatto naturale in
un ambiente che la comprende e la ammira.
In più crede che l’atonia morale e l’irresponsabilità sociale
di una parte della borghesia italiana sia solo a un passo dalla
pratica di seviziare e massacrare: un pericolo che deriva
dall’instabilità sociale e dalla diffusione della criminalità.
Pasolini sostiene che la stessa crisi sia anche in altri paesi, il
cui spessore sociale appare comunque più solido.
Se
il consumismo porta alla maggioranza della popolazione una
frustrazione che può avere sintomi psicopatologici, derivante dalla
non realizzabilità dei loro sogni, è ipotizzabile un aumento della
criminalità.
5.2.4
La questione della lingua
In
questo capitolo sono avvicinati sei interventi, che vanno dal 7
gennaio 1973 al 7 novembre 1974. Il tema centrale di essi è la
varietà delle forme di diversi tipi di linguaggi e alcuni
cambiamenti importanti che si sono verificati al loro interno con
l’avvento della società dei consumi. Si tratta di un tema
osservato con straordinaria acutezza da Pasolini, anche perché
l’autore era filologo di formazione. Negli interventi a proposito
della lingua, Pasolini si sofferma tra l’altro sulla sincerità del
linguaggio del corpo, critica l’unificazione linguistica del paese
da parte delle aziende e descrive l’ambiente linguistico delle
culture particolaristiche.
Nel
primo articolo raccolto in Scritti
corsari, Pasolini tocca il tema della
comunicazione corporea. Pasolini incontra per la prima volta i
capelloni, i ragazzi che portano i capelli lunghi, a Praga nel
gennaio del 1965.
Il messaggio espresso dal loro aspetto è però destinato a cambiare
rapidamente: mentre negli anni ’66 - ’67 i capelloni secondo
Pasolini si opponevano alla società consumistica e all’integrazione
in essa, negli anni ’68 – ’70 non esprimevano più nient’altro
che l’appartenenza alla sottocultura di destra, perché il fascismo
ha la capacità di assorbire le altre sottoculture e farle proprie; e
allora non si distingue più il provocatore capellone dal
rivoluzionario capellone. In più portare i capelli lunghi da tempo
significa adattarsi alla moda e all’omologazione senza libertà, il
che, secondo Pasolini, è molto servile e volgare.
Sembra
che Pasolini accomuni la scelta culturale di portare i capelli lunghi
con quella politica, che solo l’ideologia dell’autore sa
combinare facilmente. D’altro lato, ad esempio, molti giovani
cadono nella trappola quando scelgono i vestiti, perché la moda
utilizza solo l’aspetto esterno dei vari modi di comportamento e di
attività giovanili. In questo senso, a volte i giovani confondono un
valore esterno con quello interno, pensando che, ad esempio, se si
vestono con un certo vestito di marca acquisiranno automaticamente
certe qualità “interne”. Non esiste in definitiva una grande
differenza tra il linguaggio delle parole e il linguaggio del corpo,
che può essere anch’esso ben manipolato dal conformismo.
Passando
ad un altro tipo di linguaggio, Pasolini in un successivo intervento
analizza il linguaggio pubblicitario prendendo in considerazione lo
slogan dei jeans Jesus: “Non avrai altri jeans all’infuori di
me!”
Lo slogan è di Emanuele Pirella e fu accompagnato da una foto di
Oliviero Toscani
che però, nel suo già citato libro non spiega i motivi di una tale
scelta.
Il
linguaggio pubblicitario sembra a Pasolini puramente pragmatico e
comunicativo; se è espressivo, la sua espressività è stereotipata,
rigida, ben diversa da quella vera, passibile di interpretazioni
“infinite”. L’autore trova nello slogan dei jeans Jesus
un’evoluzione nuova di un’espressività imprevista:
Lo
spirito blasfemo di questo slogan non si limita a una apodissi, a una
pura osservazione che fissa la espressività in pura comunicatività.
Esso è qualcosa di più che una trovata spregiudicata (il cui
modello è l’anglosassone «Cristo super-star»): al contrario,
esso si presta a un’interpretazione, che non può essere che
infinita: esso conserva quindi nello slogan i caratteri ideologici e
estetici della espressività.
Pasolini
risponde alle voci critiche dell’Osservatore
romano,
sostenendo che la Chiesa ha fatto un patto con la borghesia ed ha
accettato il fascismo. Secondo l’autore il vecchio legame tra la
Chiesa e lo Stato crolla e viene sostituito dalla nuova borghesia che
promuove una “religione” a uso di consumatori
pragmatico-edonistici. Lo slogan dei jeans Jesus è cinico,
intensivo, innocente e nuovo. È stato creato da laici che sfruttano
gli ultimi resti della tradizione. Il futuro della comunicazione sarà
fatto da elementi e modi completamente nuovi.
Paradossalmente,
il consumismo sembra usare gli stessi strumenti usati dalla Chiesa
nei primi anni della sua esistenza, adottando una “metapropaganda”,
e utilizzando come simbolo qualcosa di affermato, radicato. Piuttosto
che di nuovi significati impliciti, prevale ora così la tendenza
alla sconsacrazione.
In
un terzo intervento, dedicato all’unificazione linguistica del
paese, un tema d’altronde già frequentemente trattato in
precedenza, l’autore stabilisce un confronto tra l’Italia
eccentrica, concreta, dei dialetti e l’Italia centralistica del
potere.
L’Italia era un paese molto vario con la preponderanza di lingue,
abitudini e culture locali, e il dialetto pareva eterno nei confronti
dell’italianizzazione del paese. Il processo di unificazione
linguistica doveva partire secondo Pasolini dal basso e non dalle
aziende.
Infatti, come l’autore aveva già affermato nel suo saggio Nuove
questioni linguistiche del 1964, si
potrebbe dire, insomma, che centri
creatori, elaboratori e unificatori di linguaggio, non sono più le
università, ma le aziende.
E
ancora:
Voglio
dire che mentre la grande e piccola borghesia di tipo
paleoindustriale e commerciale non è mai riuscita a identificare
se stessa con l’intera società italiana, e
ha fatto semplicemente dell’italiano letterario la propria lingua
di classe imponendolo dall’alto, la nascente tecnocrazia del Nord
si identifica egemonicamente con l’intera nazione, ed elabora
quindi un nuovo tipo di cultura e di lingua effettivamente
nazionali.
Ora
Pasolini può trarre alcune conclusioni sul processo, assimilando
scomparsa dei dialetti e “perdita della realtà”:
L’italianizzazione
dell’Italia pareva doversi fondare su un ampio apporto dal basso,
appunto dialettale e popolare (e non sulla sostituzione della lingua
pilota letteraria con la lingua pilota aziendale, com’è poi
avvenuto). Fra le altre tragedie che abbiamo vissuto (e io proprio
personalmente, sensualmente) in questi ultimi anni, c’è stata
anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti
più dolorosi della perdita della realtà (che in Italia è stata
sempre particolare, eccentrica, concreta: mai centralistica; mai «del
potere»).
Pasolini
sostiene anche che, anche se materialmente povero, il popolo era più
libero, perché poteva esprimere “l’infinita complessità
dell’esistere”
con la propria lingua. Il mondo delle culture particolaristiche è
entrato però in crisi nel momento del giudizio sul proprio modo di
vita, quando si è confrontato con la situazione economica dei centri
del paese, fino ad ammettere l’incertezza dei propri valori o
addirittura fino all’abiura dal proprio stile di vita.
Pare
che Pasolini abbia giustamente interpretato il problema
dell’unificazione linguistica in Italia come un problema
prevalentemente politico ed economico. Un paese, volendo essere più
compatto e forte economicamente, politicamente e militarmente, tende
all’unificazione del particolarismo dei popoli che vivono nel suo
territorio, perché con l’unità e la compattezza aumenta il suo
prestigio internazionale: l’unificazione culturale e linguistica,
allora, non è che un’eco lontana della travagliata unificazione
politica del paese.
Un
nuovo intervento in cui si tocca il problema dei cambiamenti nei
linguaggi, provocati dall’omologazione consumistica, risale al
giugno 1974.
Nelle differenze tra linguaggio verbale, più convenzionalizzato,
povero, e quello fisico e mimico, si può notare quanto sia stato
profondo il cambiamento portato dalla “mutazione antropologica”.
Pasolini vede in essa un’omologazione a un unico modello di
comportamento, di aspetti, di sogni, ancora diversificati nel 1968.
L’autore
in un successivo intervento
afferma che un ulteriore risultato della falsa tolleranza e del
consumismo è la “fossilizzazione del linguaggio verbale”.
L’allegria d’oggi, la cui causa è la nevrosi dovuta a un modello
sociale non realizzabile e umiliante, secondo l’autore, è
esagerata, ostentata, aggressiva, offensiva.
Pasolini
tornerà ancora a parlare di linguaggio del corpo, importante “perché
è un linguaggio che equivale a un altro: anzi, spesse volte, è
molto più sincero”.
Concludendo
appare opportuno riportare un’osservazione di Roland Barthes sulla
lingua come struttura di potere, il che richiama per analogia i
paragoni col fascismo presenti nella saggistica pasoliniana:
La
lingua, come performance di ogni linguaggio, non è né reazionaria
né progressista: è semplicemente fascista, perché il fascismo non
è impedire di dire, è obbligare a dire.
5.2.5
Mondo immediato e mediato
In
ogni intervento di Pasolini che riguarda la cultura o l’ambiente
vedo differenziarsi due concetti opposti che riguardano
l’allontanamento dell’uomo dalla realtà, la cui linea divisoria
temporale potrebbe essere collocata all’inizio degli anni ’70.
Il
primo concetto lo chiamerei “mondo immediato”, cioè il mondo
dell’uomo strettamente legato all’ambiente in cui vive, che
agisce nella natura che lo circonda, che con le proprie mani crea i
prodotti che consuma, che deve saper comportarsi nella natura per
ottenere i prodotti agricoli di cui ha bisogno. Mi immagino un mondo
dove l’uomo cerca di soddisfare i propri bisogni primari, vivendo
nel suo piccolo mondo solo con problemi primari. Un’immagine di
tale realtà è riscontrabile in Bauman:
Nella
tradizione le attività venivano viste facendo ricorso alle metafore
tratte dalla vita organica: i conflitti si svolgevano faccia a
faccia; le battaglie si combattevano a viso aperto. [...] il senso
della collettività si manifestava mettendosi a braccetto, l’amicizia
mano nella mano. E le innovazioni venivano introdotte un passo alla
volta.
Non
si tratta di un mondo idillico, ma di un mondo autentico e autonomo
che vive del contatto immediato con la realtà. Questa realtà non è
una sola, come non sono le stesse le condizioni geografiche, etniche
e culturali in cui la gente vive. Si tratta di un mondo più o meno
immutabile, un mondo da esplorare, da conoscere, da agire, in cui
sono riconoscibili i mondi particolaristici italiani di cui Pasolini
rimpiange la scomparsa.
Opposto
a questo “mondo immediato” è il “mondo mediato”, dove il
contatto umano con la realtà in cui vive è pian piano sostituito
dal contatto dell’uomo con le immagini visive o uditive offerte dai
mass-media. Invece di esplorare, conoscere o agire, l’uomo è
tenuto a distanza dalla realtà che esiste dietro all’apparenza del
benessere. L’uomo, più che di accorgimenti o intuizioni, vive di
automatismi di vari tipi che gli sono imposti, in un mondo urbano che
regge solo grazie all’illusione, alle falsità conformistiche. In
questo ambiente il consumismo aiuta a far perdere i valori
tradizionali, professa di nascosto l’acculturazione mentre
stordisce le masse, di cui favorisce la manipolazione. Ad esempio,
Laura Fregolent sostiene che lo stordimento delle masse ha
principalmente il fine di prevenire un’eventuale opposizione,
essendo
“realizzato
ad arte dal potere economico per impedire che il silenzio, le
conoscenze critiche e la riflessione generino voglia di rivoluzioni
[...]”.
A
un analogo stordimento rimanda anche il prolefeed
orwelliano
di Nineteen
Eighty-Four,
di cui si è già vista la consonanza con gli scenari pasoliniani: si
tratta di una cultura di basso livello, una fonte di degenerazione,
dispensato dal Partito ai proles,
le masse senza diritti.
Lo
stordimento, in Pasolini come in Orwell, tocca anche, e soprattutto,
l’area della lingua. A proposito
della tendenza delle persone alla degradazione e alla riduzione
linguistica, ancora in Nineteen
Eighty-Four, è non a caso il Partito,
cioè il potere, a proporre riduzione del lessico e regolarizzazione
della grammatica, separazione del contenuto ideologico dell’enunciato
dalla coscienza umana, e riduzione dell’enunciato alla successione
veloce di suoni indistinguibili. Il risultato ideale di tali processi
avrebbe dovuto essere una lingua di anatra, il duckspeak.
I
mass-media e il potere promuovono insomma un allontanamento dalle
situazioni reali, e si può essere facilmente traditi dall’illusione
che essi rappresentano. Infatti non si tratta più di strumenti che
mediano il contatto con la realtà, si tratta della realtà stessa
che sostituisce il contatto diretto tra l’uomo e il suo ambiente in
cui vive. L’uomo è destituito della soggettività e il suo agire è
pienamente conforme a un modello di comportamento imposto
artificialmente, solo secondariamente dai suoi bisogni primari.
5.3
L’UOMO
In
questo capitolo vorrei soffermarmi su alcuni interventi di Pasolini
che si occupano dell’uomo e del suo spazio durante la “mutazione
antropologica”. Si toccheranno anche aspetti che hanno condizionato
in altri modi la vita in Italia nel secondo dopoguerra.
5.3.1
“Mutazione antropologica”
In
questo capitolo saranno accostati i due interventi più importanti a
proposito della “mutazione antropologica”, un fenomeno descritto
da Pasolini, che riguarda i cambiamenti profondi verificatisi con
l’avvento della società dei consumi. Il primo intervento è del 10
giugno 1974, il secondo dell’11 luglio dello stesso anno. La
“mutazione antropologica”, formulazione originale esclusivamente
pasoliniana, è uno dei fenomeni più tragici trattati dall’autore:
essa consiste, nel caso italiano, in una distruzione di ogni
carattere individuale, sia superficiale, sia profondo, spirituale.
Nel
già citato articolo Gli
italiani non sono più quelli, Pasolini
sostiene che ultimamente i ceti medi hanno completamente,
antropologicamente, cambiato i loro valori in quelli dell’edonè
e del consumo, propri della borghesia.
Il Potere del consumismo ha gettato via cinicamente vecchi valori,
provocando, con la nuova “cultura di massa”, il cambiamento
antropologico. Questa nuova cultura non è moralistica, ecclesiastica
o patriottica, ma è determinata da leggi interne e da un’ideologia
autosufficiente: segnate da essa, le persone non sono più
distinguibili fisicamente e dal punto di vista delle abitudini, e
anche un fascista e un antifascista paradossalmente si assomigliano.
L’autore definisce la nuova “cultura di massa” “follia
pragmatica”, “conformismo e nevrosi”.
Tra
le risposte a questo intervento
spicca un articolo di Italo Calvino, in cui si sostiene, tra l’altro,
che anche nel ’43 i giovani divisi tra la Repubblica di Salò e la
Resistenza non erano antropologicamente e culturalmente molto
diversi.
Nel
secondo intervento, Pasolini ritorna sulla “mutazione
antropologica”, paragonandola all’assenza di differenza di
classe.
Pasolini sostiene che la cultura base degli italiani è cambiata, che
la cultura di classe è stata sostituita da una cultura
interclassista. Pasolini mette in contrasto l’assenza della
differenza di classe nell’Unione Sovietica, dove il popolo ha
conquistato la libertà. L’assenza della differenza di classe del
caso italiano non segna però una conquista di libertà, ma, in senso
opposto, uno stato di frustrazione, di umiliazione e di disperazione.
Pasolini chiarisce questo concetto caratterizzando la forza decisiva
che lotta per l’uguaglianza: invece del popolo sovietico che ha
lottato per l’uguaglianza, nel caso italiano si tratta di una
decisione del Potere, che “ha deciso che siamo tutti uguali”.
Penso
che a proposito della “mutazione antropologica” ci sia poco da
obiettare a Pasolini: le sue opinioni sono molto acute e vengono
confermate anche nel presente. Però l’autore, secondo me, usa con
poca precisione alcuni termini che rivelano la sua formazione
marxista, come per esempio la “borghesizzazione degli italiani”,
che in realtà è solo apparente. Non credo che la
“indistinguibilità” tra le idee tradizionali e il nuovo
conformismo sia così profonda e non credo neanche che il cambiamento
sia stato così rapido che l’autore abbia potuto stabilire con
precisione il suo verificarsi.
C’è
ancora da aggiungere che il discorso di Pasolini sul ruolo della
borghesia e degli altri ceti nella società contemporanea fa parte di
discussioni più ampie sulla civiltà occidentale moderna. Pasolini
si distingue in questo da Montale ed Eliot, secondo cui il pericolo
consiste nella crisi della borghesia e dei suoi valori culturali e
artistici, mentre Pasolini lo individua nella scomparsa delle varie
culture particolaristiche,
soprattutto
popolari, alternative a quella borghese dominante. La massificazione
non minaccerebbe i valori dei dominatori, ma quelli dei dominati. Non
è, come denunciano Montale ed Eliot, la borghesia che si popolarizza
a causa della civiltà di massa; nel giudizio di Pasolini è il
popolo che si borghesizza, assumendo passivamente i valori borghesi
(come il consumo).
5.3.2
L’impoverimento dello spazio umano
In
un suo intervento Pasolini parla dell’impoverimento dello spazio
umano determinato dalla “mutazione antropologica”.
Si tratta soprattutto di un impoverimento dello spazio fisico nel
quale l’uomo vive e dei comportamenti, della lingua, ridotta a mero
strumento di comunicazione che riduce l’espressività, e dello
spazio linguistico, che si riflette nella scomparsa dei dialetti.
Pasolini replica a Calvino
sostenendo che gli uomini sono sempre conformisti e più
possibilmente uguali l’uno all’altro, ma secondo la loro classe
sociale e sotto condizioni culturali regionali. Oggi sono tutti
uguali, conformisti, senza distinzione di classe: un operaio è
uguale fisicamente a uno studente, e un operaio del Nord a uno del
Sud.
Si
tratta solo di uno degli effetti dei cambiamenti globali che ha
portato la società avanzata consumistica di massa. Più
generalmente, la scoperta della “mutazione antropologica” è un
significativo passo verso la constatazione dell’esistenza di un
fenomeno che accomuna tutti i cambiamenti portati dalla società
avanzata consumistica di massa: l’impoverimento dello spazio umano,
del mondo fisico ed intellettuale.
Pasolini
vede nei tempi passati ricchezza e varietà di comportamenti, di
lingue e di culture, mentre il presente significa per lui
impoverimento in tutti i sensi: spariscono alcuni gesti, spariscono
alcuni dialetti, la gente abiura le proprie culture
particolaristiche, seguendo le lusinghe del consumismo. Prima della
“mutazione”, secondo Pasolini, l’uomo era più autonomo,
creativo, si distingueva con il suo fisico, era fiero della propria
cultura particolaristica, parlava il suo dialetto ricco di
espressioni, il suo spazio spirituale della vita era vasto e sembrava
illimitato; l’Italia, nonostante la povertà materiale, prima
conosceva varie delle culture locali. Ora le culture
particolaristiche si sono avvicinate alla cultura centralistica,
ufficiale che riduce la creatività linguistica, unisce culturalmente
la gente e le toglie l’autonomia dello spazio spirituale, promuove
solo l’italiano e diffonde il benessere materiale.
5.3.3
Edonè
- la forza di omologazione
In
modo diretto, Pasolini parla di edonismo in tre interventi, del 9
dicembre 1973, del marzo 1974 e del 24 giugno 1974. Il problema
dell’edonismo, però, non occupa mai esclusivamente, così come
molti altri temi, un intervento pasoliniano. L’edonismo, visto come
aspirazione individuale, è legato, negli interventi sul consumismo,
all’ideologia trasmessa dai mass-media e a molti altri fenomeni. Ho
creato un capitolo sull’edonè,
perché si tratta di un importante aspetto dell’ideologia
consumistica che cambia in profondità i progetti e aspirazioni
umani. Credo che l’edonismo sia importante proprio per il suo
costituire un motivo “razionale” del comportamento - una
persuasione intima, radicata nella personalità che tocca anche
l’istinto umano, perché non si tratta solo di un fenomeno imposto
dall’esterno: esso è invece soprattutto un’ansia personale, un
desiderio insaziabile che è forse così forte solo perché
corrisponde a uno degli istinti umani. Se l’edonismo viene
alimentato procede l’omologazione: la massa consumatrice è
prevedibile nei suoi desideri, soprattutto in quello essenziale:
desiderare sempre di assicurarsi il piacere, l’edonè.
Pasolini,
non a caso, parla di edonismo in relazione al modello televisivo,
presentando le differenze tra vecchia e nuova omologazione e
sostenendo appunto che la nuova forza omologatrice sia l’edonismo
di massa:
L’antecedente
ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione:
e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno
culturale che «omologava» gli italiani. Ora esso è diventato
concorrente di quel nuovo fenomeno culturale «omologatore» che è
l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da
qualche anno ha cominciato a liquidarlo.
È
la riflessione sul ruolo della Chiesa che spinge ancora Pasolini a
parlare di edonismo.
Partendo dalla Sacra Rota, l’autore si sofferma sul cambiamento
della funzione della famiglia per dimostrare il cambiamento
determinato dalla società dei consumi: da un nucleo-base
dell’economia contadina e della Chiesa stessa, essa si è oggi
modificata nel nucleo di un edonismo e di un consumismo che vogliono
distruggere il singolo, potenzialmente imprevedibile, libero nelle
scelte, magari capace di rifiuto, che si vuole sostituire con
l’uomo-massa, presupposto della famiglia-massa e della civiltà
consumistica di massa.
Secondo
me questo intervento mette in luce la profondità dello sguardo di
Pasolini nella problematica del consumismo. Il suo progetto di
destituire l’individuo della volontà soggettiva è chiaro: la
gente pian piano smette di riflettere e si lascia trascinare, per
esempio, dalla pubblicità, che le offre soluzioni. Più preciso
sarebbe dire che il consumismo offre un circolo ininterrotto di
quasi-soluzioni, che la pura razionalità umana del consumismo non
porta all’arricchimento del singolo.
Pasolini
ci offre ancora un’eco di tale problematica in un terzo intervento
di natura più specificamente politica, in cui ribadisce che il nuovo
potere dei consumi omologa culturalmente l’Italia e impone
l’edonismo come unica aspirazione umana.
Il
problema dell’edonè
era già stato trattato precedentemente. A questo proposito si può
ancora ricordare, come esempio, Brave
New World, in cui Huxley immagina una
società antiutopica che vive degenerando in lusso, privata di ogni
tipo di ostacolo sgradevole che potesse servire da esercizio
intellettuale.
Si tratta di una società superficiale nelle relazioni umane, che non
conosce nessuna legge o costrizione morale, esaltando ed influenzando
la componente istintiva propria dell’uomo. Huxley perfino sostiene
che una civiltà industriale stabile è impensabile senza concessioni
al vizio, determiato solo da limiti igenici ed economici.
L’individualismo di ogni tipo non esiste praticamente in essa. In
caso di necessità di superare un periodo difficile, si può
ricorrere all’aiuto di una droga legittima e largamente distribuita
chiamata soma,
che allontana l’uomo dalla realtà.
5.3.4
Aborto e divorzio
In
un famoso articolo del gennaio 1975, suscitando vaste polemiche,
Pasolini avvia una grande discussione su un altro tema più volte
ricorrente nei suoi interventi: l’aborto, che al tempo era ancora
un atto punibile, secondo la morale ufficiale della Chiesa e dello
Stato, con 5 anni di carcere.
Qui
e negli altri interventi presentati, aborto e divorzio sono temi tra
loro legati, perché vengono visti da Pasolini strettamente
relazionati soprattutto con l’avvento del consumismo.
In
Sono contro l’aborto l’autore
rifiuta una soluzione comoda per una maggioranza che ha reso più
facile il coito, secondo Pasolini il vero problema delle discussioni
sull’aborto.
Questa libertà la vuole il nuovo potere dei consumi, rendendo il
coito più facile, impone la “libertà di consumo”, offre e
obbliga l’accesso alle lusinghe consumistiche. Per Pasolini si
tratta di una falsa liberalizzazione, che porta all’oppressione
della maggioranza sulle minoranze, esercitata attraverso un modello
di “normalità”. Così, la nuova coppia è più consumatrice che
procreatrice di prole e la libertà sessuale della maggioranza,
secondo Pasolini, rivela solo convenzionalità, obbligo ed ansia
sociale. In quanto a “la falsa liberalizzazione del benessere, ha
creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei
tempi di povertà”.
Pasolini
accetta un solo argomento a favore della legalizzazione, quello
ecologico, che vede nella crescita demografica una minaccia alla
sopravvivenza dell’umanità.
L’autore
vede opportunamente nella libertà sessuale della maggioranza una
forma di oppressione ma, a mio avviso, essa non deve necessariamente
portare al consumismo. D’altro lato mi sembra moralmente fantasioso
vedere nella crescita demografica l’unico motivo della
legalizzazione dell’aborto.
L’intervento
di Pasolini, come già accennato, suscitò le più numerose, vivaci e
diverse polemiche, voci critiche della minoritaria posizione
pasoliniana, cui rimproveravano di essersi voluto dimenticare della
posizione eterosessuale, rivendicando anche il ruolo della figura
femminile, tralasciato da Pasolini. Non mancano inviti a cercare
motivi concreti a sostegno dell’aborto ed interventi che cercano di
affrontare filosoficamente i limiti del problema.
La
replica di Pasolini non si fece attendere.
In una risposta ad Alberto Moravia, l’autore difende contro
l’aborto il suo rapporto profondo con la vita, affermando di essere
più coinvolto, di vivere la realtà più profondamente,
corporeamente: “Amo la vita così ferocemente, così
disperatamente, che non me ne può venire bene: dico i dati fisici
della vita [...]”,
sacra per Pasolini.
In
quanto alla prevenzione, l’autore vede una soluzione in forme di
amore non procreanti.
In
un ultimo intervento sull’aborto, Pasolini vede nel fenomeno anche
un giocattolo, gratificante per l’uomo, in occasione di una
gravidanza non voluta.
Secondo lui, dopo l’aborto rimane sempre un senso di colpa, per
l’intolleranza della maggior parte degli italiani.
Credo
che tutta la discussione sul discorso pasoliniano sull’aborto non
affronti un problema centrale: l’autore non sta parlando
dell’aborto come effetto della necessità o della volontà umana,
ma come determinato dal gioco del potere consumistico. Questa
differenza fondamentale, a mio avviso, è sfuggita a molti, che forse
hanno frainteso gli interventi di Pasolini che analizzano soprattutto
il rapporto del potere consumistico con l’aborto, vedendo invece in
essi un contributo, giudicato errato, alla discussione sulla
relazione intima tra l’uomo e l’aborto. L’autore non ci sta
spiegando che cos’è l’aborto, se esso può essere inteso come un
esercizio di libertà individuale: non ne fissa i limiti morali, ma
ne sottolinea l’importanza per il potere consumistico.
Passiamo
ora al divorzio. Il primo intervento esce nei mesi che precedettero
il referendum del 1974.
Secondo Pasolini, gli italiani sono
omologati dalla società dei consumi diversamente da come si aspetta
il potere democristiano, che poteva dunque anche perdere, come
accaddrà infatti col referendum. L’autore ritiene un grave errore
considerare immaturo l’elettorato, errore simile a quello dei
censori, che intendono nascondere certe opere al pubblico.
In
un intervento coevo, Pasolini auspica nell’esito del referendum la
vittoria dei valori laici, il successo della tesi divorzista.
L’autore, tra l’altro, vede la vittoria dei valori laici anche in
una funzione religiosa, celebrata da Paolo VI, dove c’era poca
gente e molti poliziotti, per Pasolini segno indiscutibile di
insuccesso, del distanziamento popolare dalle cieche abitudini
religiose, dovuto al diffondersi del consumismo. Al problema del
divorzio si lega dunque la percezione pasoliniana della diffusione
dei nuovi valori del consumismo: “Ciò che si vive esistenzialmente
è sempre enormemente più avanzato di ciò che si vive
consapevolmente”.
Concludendo
il discorso sul divorzio, nell’ultimo intervento a proposito del
tema Pasolini relaziona la vittoria del “no” al referendum alla
“mutazione antropologica” degli italiani.
Il risultato del referendum, che mantenne in vigore la legge sul
divorzio, più che espressione della libertà individuale, nasce in
realtà da un cambiamento più profondo: i ceti medi hanno
completamente cambiato i loro valori, che si sono antropologicamente
mutati in quelli dell’edonè
e del consumo, in base all’influenza dei mass-media e della moda.
5.3.5
L’abiura
L’abiura
come concetto più ampio si può considerare il tema centrale degli
ultimi scritti di Pasolini, continuamente costretto a riesaminare le
proprie scelte artistiche che gli sembrano ora poco chiare, meno
critiche del regime del consumismo laico. In Una
disperata vitalità Pasolini scrive:
“la morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più
essere compresi”.
Il
mondo interiore si distrugge così pian piano, si aggrava la
solitudine dell’autore, falliscono i
dolorosi
tentativi pasoliniani di misurare il proprio mondo esistenziale –
privato ed evangelico – viscerale con la realtà e la storia [...]
così cade la sua “diversità”.
In
questo capitolo saranno presentati due interventi importanti
sull’abiura, il primo del 29 settembre 1975 e il secondo, postumo,
del 9 novembre 1975.
Nel
primo Pasolini ritiene Accattone un
film tragico, perché testimonia una cultura scomparsa, autonoma.
In Italia negli anni 1961 – 1975, infatti, si è avuto un genocidio
simile a quello messo in atto da Hitler: i giovani borgatari sono
stati svuotati dei loro valori e dei loro modelli culturali.
Accattone Pasolini
non potrebbe rifarlo, perchè non ci sono più né le stesse persone,
né la lingua usata nel film, né le “borgate”, nate come
barraccopoli provvisorie dopo la distruzione di alcuni quartieri
popolari di Roma da parte del regime fascista che voleva costruire
nel futuro “una vera città imperiale”.
Prima
nelle borgate, afferma Pasolini nel suo articolo, vivevano ragazzi
con peccati perdonabili o socialmente giustificabili, personaggi un
tempo all’autore simpatici e oggi odiosi, perché tristi,
nevrotici, incerti, pieni d’ansia piccolo-borghese, “si
vergognano di essere operai; cercano di imitare i ‘figli di papà’,
i ‘farlocchi’”.
Analogamente,
nel secondo intervento Pasolini decide, per diverse ragioni, di
abiurare dalla sua “Trilogia della
vita”.
Una di esse è la disillusione riguardo la rappresentazione
dell’ultimo baluardo della realtà: dei corpi innocenti, di una
vitale violenza che si è scontrata con la sottocultura irreale dei
mass-media, con il potere consumistico. L’autore crede che non si
debba temere la strumentalizzazione da parte del potere e della sua
cultura, ciò che conta è la sincerità e la necessità di ciò che
si deve dire, ma anche che la sua sincerità sia stata asservita e
manipolata e che la rappresentazione di corpi innocenti sia stata
usata per la promozione della vasta e falsa tolleranza concessa dal
potere consumistico, cosa che l’autore non voleva.
Le persone, secondo Pasolini, non possono opporsi al potere
consumistico che con le sue armi, la televisione e la scuola
dell’obbligo, ha reso gli italiani complessati e razzisti. Anche la
liberazione sessuale, invece di dare leggerezza e felicità, li ha
resi infelici, presuntuosi e aggressivi.
Pasolini
giunge ad un’amara conclusione: “Il crollo del presente implica
il crollo del passato”.
L’autore
si sentiva ormai obbligato ad accettare l’inevitabile degradazione
del suo paese. Non sentendosi libero nella scelta di rappresentare
gli aspetti che il potere consumistico rovesciava, aveva cercato di
trovare un modo di espressione più leggibile, il quale lo aveva
condotto all’estetica di Salò o le
120 giornate di Sodoma, ad una
“degenerazione delle degenerazioni”.
Tale ricerca, come avverte Brevini, non era che “sperimentazione di
ineguatezza”:
Ad
ogni disperante rivelazione seguiva immancabilmente la capitolazione
dell’autore, la rinuncia alle forme predilette, ai modi elaborati
in profondità e l’inquieta sperimentazione di più larghe e più
efficaci strumentazioni capaci di maggiore incidenza nella realtà.
Il primo atto di questo processo è stata la rinuncia al dialetto per
la lingua nazionale, seguita più tardi dalla rinuncia alla
letteratura per il cinema, in parallelo alla quale si svolge la
rinuncia alla poesia per la saggistica d’intervento.
È
tragico abiurare dalla propria opera. Ciò può significare
rispettare le regole del gioco del potere, oppure può rappresentare
un gesto forte e teatrale per suscitare con mezzi più incisivi una
polemica. È difficile giudicare quale posizione sarebbe stata più
provocatoria e capace di denuncia nel caso dell’autore. L’abiura
resta comunque l’aspetto più doloroso che caratterizza gli ultimi
anni della produzione artistica di Pasolini. Guardare la nudità dei
corpi da segno dell’innocenza è ormai segno della moda, di uno
spostamento delle barriere della pudicizia voluto dal consumismo.
Quando Pasolini capisce che nella nudità si vede automaticamente lo
scandalo, si accorge anche che è ormai sparito dal suo sguardo il
mondo che una volta filmava, le situazioni, gli spazi e i volti
adeguati alla sua poetica.
6.0
Conclusione
Pier
Paolo Pasolini è stato un artista unico nella storia culturale
italiana. Il suo percorso può assomigliare a quello proprio
di molti altri spiriti universali che hanno saputo sfruttare diverse
arti, ma credo che la singolarità di Pasolini si fondi sulla sua
impegnata visionarietà profetica che sorgeva da un rapporto molto
profondo e difficile con la realtà. Invece di chiudersi in una
specie di “torre d’avorio” dell’intellettualismo, in
complicatissimi schemi razionali o di allontanarsi in altri modi
dalla realtà, Pasolini la osserva attentamente, e ne riflette in
modo così profondo l’essenza da individuarne alcuni aspetti
fondamentali che sfuggono ai più. Questa analisi profonda non è
razionale ma brillantemente intuitiva e sensuale, si fonda su una
capacità che il nostro mondo razionale opprime. Ma non è solo la
realtà che lo attrae, lo attraggono anche ideali e miti, il suo
contrastante e ricco mondo interiore. Più che una ricerca o
un’opinione fondate su una vasta, specialistica lettura, conta per
lui l’autonomia del pensiero e la profonda, quasi “viscerale”
immersione nel problema in tutti i suoi aspetti. Per questo anche
credo che si possa parlare di Pasolini come di un’eccezione, di un
intellettuale autentico.
Ma
il percorso artistico dell’autore parte dal suo rapporto
contraddittorio con la realtà. Pasolini “ama disperatamente” la
realtà, perché essa gli offre un rifugio di tranquillità ma al
tempo stesso gli presenta alcuni caratteri che lo spingono ad
abbandonare questo rifugio.
Direi
che la sua figura si potrebbe paragonare a un “animaletto del bosco
che viene cacciato”. Si tratta di una lotta interiore tra la realtà
che l’autore percepisce e i suoi ideali.
Per
primo scopre il regime fascista che lo fa allontanare dal padre e gli
uccide il fratello amato: il primo gruppo dei suoi “cacciatori” è
costituito dunque dai fascisti che hanno causato quelle disgrazie.
Poi, quando l’autore si crede tranquillo, sereno, in un rapporto
armonico con la realtà, scopre la sua omosessualità, che, nella
società tradizionalistica e rurale di quei tempi, significava una
vera dannazione.
Dopo
la scoperta del mondo idillico della campagna friulana che è
costretto ad abbandonare, Pasolini scopre il mondo quasi idillico
delle borgate romane, che però stanno cambiando radicalmente e
costringono l’autore ad allontanarsi spiritualmente da esse.
Pasolini
crede che il fascismo sia morto, però riconosce i suoi tratti mutati
nella società moderna; parlandone, deve abbandonare amicizie e la
comprensione degli altri. L’autore si costruisce un muro difensivo
costituito da miti, credenze, “autenticità”, ideali che
contrastano fortemente con la realtà ma che non gli impediscono però
di percepirla in profondità.
Nel
percorso intellettuale dell’autore si possono trovare altre
situazioni riconducibili alla metafora venatoria. Lo scopo della
caccia a Pasolini consiste secondo me nell’abbatterne il muro
difensivo dell’“autenticità” personale, realmente inautentica,
delle credenze, realmente infondate, degli ideali irrealizzabili e
dei miti, realmente inesistenti, in una contraddittorietà di cui
l’autore è cosciente. Ritengo questa “caccia” interiore più
dolorosa di quella esterna, messa in atto dai censori dei suoi film,
da quelli che lo aggredivano sulla strada, delle minaccie sui
giornali, dell’incomprensione, dei molti processi giudiziari.
Pasolini
non vive passivamente queste contraddittorie spinte, interne ed
esterne: cerca di conciliare con forza le sue visioni con la realtà,
ma il distacco tra i suoi ideali e la realtà che non lo accetta è
così grande che provoca una sua resistenza. L’autore sente in
profondità di essere sulla strada giusta per cogliere gli elementi
più significativi e profondi della realtà, però quando rivela le
sue ricerche, si scontra con una grande incomprensione. Pasolini
cambia dunque stile, atteggiamento e posizioni per suscitare una
reazione, cerca di essere più leggibile, restando però consapevole
di non essere compreso, cerca di conciliare i suoi sforzi di
comunicare la verità con l’incomprensione che lo circonda, perché,
come intellettuale di sinistra, si sente impegnato a smascherare la
realtà e rivelarne la verità.
Nonostante
ciò, l’autore non si sente rilevante nella società, il suo ruolo
intellettuale entra in crisi. Credo che la sua figura possa essere
paragonata per certi aspetti alla troiana Cassandra, figlia di
Priamo, che aveva il dono di rivelare il futuro, condannata a non
essere creduta.
Nella
mia tesi di laurea non ho potuto offrire uno sguardo esaustivo su
tutte le forme artistiche della produzione pasoliniana, né sulla
saggistica. Analizzando gli Scritti
corsari e le Lettere
luterane sono stato costretto a
tralasciare alcuni temi non certo meno importanti ma non trattati
così spesso nelle due raccolte di saggi, come per esempio
l’omosessualità, la droga, alcuni interventi sulla politica
italiana, alcune recensioni e altri interventi sparsi di minore
importanza.
Durante
l’analisi delle opere scelte ho osservato che in quasi tutti gli
interventi c’è una base tematica che si ripete, su cui Pasolini
pone enfasi, un flusso di idee abbastanza omogeneo; commentandoli, ho
potuto verificare alcuni caratteri fondamentali del pensiero
dell’autore. Se da una parte ha apprezzato interventi originali,
acuti con osservazioni di straordinaria attualità e verità,
dall’altra mi è sembrato che a volte l’immediatezza,
l’intuitività e la genericità di alcune idee abbiano tolto
oggettività ai giudizi di Pasolini.
Credo
che la singolarità di Pasolini consista anche nelle straordinarie
capacità del pensiero creativo astratto, capace di immaginare alcuni
concetti difficilmente decifrabili dalla realtà, capace anche di
incorporare queste idee in opere appartenenti a diverse aree
artistiche.
Alcuni
aspetti originali del pensiero di Pasolini hanno ostacolato la mia
comprensione e in seguito alcuni dei miei commenti. Mi ha aiutato
spesso il distacco temporale dall’epoca di Pasolini, perché con il
passare del tempo si sono potute verificare molte delle sue
posizioni. Un’interpretazione esaustiva e non contraddittoria degli
interventi di Pasolini è d’altronde secondo me impossibile, perché
l’autore usa in essi vari elementi eterogenei di diversa origine,
grazie ai quali però riesce a scoprire una verità nascosta dentro
l’apparentemente omogenea realtà.
Dichiaro
di aver elaborato la tesi di laurea da solo utilizzando la
bibliografia indicata. Vorrei ringraziare il prof. Alessandro Marini
e il prof. Giampaolo Borghello per i loro commenti e suggerimenti. Olomouc il 10 aprile 2003
Bibliografia
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(www.nodo50.org/cgi-bin/mailman/listinfo/diariodeurgencia)
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“Pagine corsare”: www.pasolini.net
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“Pier Paolo Pasolini – Home Page”: www.eurolink.it/pasolini
Note: