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Temi e aspetti del Pasolini corsaro e luterano
di Tomáš Matras
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Temi e aspetti del Pasolini corsaro e luterano FILOZOFICKÁ FAKULTA UNIVERZITY PALACKÉHO
filologia italiana – filologia spagnola


Tesi di Laurea

Relatore: prof. Alessandro Marini
Elaborato da: Tomáš Matras


1.0 Introduzione

Per la mia tesi di laurea ho scelto le ultime due raccolte di saggi di Pier Paolo Pasolini: Scritti corsari e Lettere luterane. Affrontare solo una parte dell’attività di Pasolini presenta molti problemi: la vasta e multiforme opera dell’autore forma infatti un universo straordinariamente omogeneo che non consente nessun tipo di estrapolazione. Tale operazione rischia di impoverire la rilettura dell’opera dell’autore che si espresse tramite diverse forme artistiche. In essa si possono trovare concetti ideologici importanti che Pasolini sviluppa durante tutto il suo percorso artistico. Così, separare artificialmente una parte della sua creazione di un determinato periodo, elaborata sulla base di una determinata ideologia, potrebbe equivalere a una situazione nella quale una fotografia volesse sostituirsi adeguatamente a un film.

Tenendo conto di ciò, il mio lavoro non può che essere un avviamento al complesso percorso artistico di Pasolini e alle sue forme. La mia tesi si propone di tracciare a grandi linee alcuni aspetti delle idee fondamentali espresse nelle suddette raccolte.

La parte iniziale della tesi proporrà un quadro generale sulla vita e opere dell’autore, sulla saggistica di Scritti corsari e di Lettere luterane. L’ultima parte introduttiva sarà dedicata alla storia del “boom” economico italiano e alle sue conseguenze. Seguiranno i capitoli principali, dove si indicherà il criterio di scelta dei temi affrontati. Cercherò di analizzare tre grandi aree tematiche utilizzando gli interventi dell’autore. La prima si occuperà di temi associabili al potere italiano, principalmente del fascismo “vecchio” e del fascismo “nuovo” o “tecno-fascismo”, della “strategia della tensione” e del consumismo. La seconda tratterà della situazione culturale italiana in generale, dei valori della società moderna e di quelli delle culture particolaristiche, dei mass-media, della lingua e della differenza tra “mondo mediato” e “mondo immediato”. L’ultima comprenderà uno sguardo sull’uomo italiano, sui cambiamenti provocati dalla “mutazione antropologica”, sull’edonismo, sull’aborto, sull’abiura e sull’impoverimento dello spazio umano. Bisogna dire che tutte e tre le aree tematiche trattate nella tesi sono solo aspetti di un’unica realtà e che il loro isolamento è meramente strumentale. Alcuni aspetti trattati potrebbero essere interpretati in una prospettiva più ampia che coinvolga l’intera società occidentale. Comunque, si partirà sempre dall’ambiente italiano, che più stava a cuore all’autore.

Dalla lettura delle raccolte scelte si può dedurre che Pasolini si sentiva intellettuale di transizione tra il mondo delle culture popolari e quello della società industriale avanzata. Tutte e tre le aree tematiche trattate cercheranno di spiegare come erano questi mondi e quale era il passaggio storico tra essi. Pasolini intuiva un grande cambiamento nella società italiana, un cambiamento che investiva tutte le società avanzate. Nonostante il carattere intuitivo di alcuni interventi, Pasolini sapeva definire con precisione molti caratteri di questi processi.

Le tre aree tematiche analizzate, come già detto, sono molto legate tra loro. Ho cercato di organizzare la mia analisi tematica in una prospettiva che va dall’osservazione del carattere più potente e del più astratto nella vita di ogni giorno, della causa apparentemente più lontana del modo di vivere quotidiano (gli aspetti del vecchio fascismo e di quello nuovo), all’analisi di un fenomeno meno astratto e meno potente di maggiore portata (la percezione della differenza tra il mondo “immediato” e quello “mediato”), fino all’effetto finale dell’influenza del potere statale, all’esistenza quotidiana delle persone del paese, meno potente e meno astratta (le influenze quotidiane della “mutazione antropologica”).

La prima grande area tematica si occuperà del potere in Italia e, più specificatamente, degli strumenti ideologici usati per condizionare e controllare l’opinione pubblica italiana. Anche in questa sezione parlerò della trasformazione abbastanza profonda colta da Pasolini, che divide il “fascismo vecchio” dei “vecchi strumenti ideologici”, usati dalle società precedenti, e il “fascismo nuovo”, dei “nuovi strumenti ideologici”, usati dalla società avanzata di massa. Cercherò di spiegare perché è importante tale distinzione e come la società reagisce di fronte all’uso di questi strumenti. Questa dicotomia si riflette in alcuni temi concreti. Pasolini per esempio ipotizza una rete segreta di collaboratori che nel paese possiedono un potere decisivo segreto, persone che saprebbero chiarire alcuni avvenimenti importanti (per esempio le stragi), scopre l’esistenza della “falsa democrazia”, di una “falsa tolleranza” e giunge alla convinzione che, nell’Italia del tempo, esista una serie di valori, ufficialmente respinti dalla società, che però sono realmente presenti, coperti di ipocrisia. L’autore mette anche in questione il valore morale della Chiesa, tradizionale rappresentante del potere, e riflette in molti articoli sulla sua metamorfosi e sul suo nuovo ruolo nella società moderna. Pasolini immagina anche una forma autosufficiente del nuovo totalitarismo, che distrugge definitivamente ogni forma di alternativa.

La seconda grande area tematica riguarda la cultura italiana, riflesso della crescente distanza spirituale tra le persone e la realtà in cui vivono. Cercherò di chiarire la differenza tra il “mondo immediato”, inteso come mondo del contatto immediato tra l’uomo e la realtà materiale e spirituale, e il “mondo mediato”, inteso come mondo del contatto mediato tra l’uomo e la realtà materiale e spirituale. Il rapporto mediato con la realtà è facilitato dai mass–media, dall’ideologia consumista, dalla perdita dei valori tradizionali, dall’illusorietà generale, dalla falsità generale e da altro ancora. La divisione, ancora una volta puramente strumentale, servirà per spiegare uno dei cambiamenti più radicali descritti da Pasolini, che vede l’uomo, prima libero, attivo e creativo nella società in cui vive, ora emarginato e passivo, schiavo del materialismo, disinteressato della dimensione spirituale della sua vita, chiuso nella solitudine di un mondo solo verbalmente ricco, paradisiaco, felice.

L’ultima grande area tematica di interesse si concentrerà sull’uomo italiano, prima e dopo la “mutazione antropologica”. L’uomo è visto nelle sue diversità fisiche, comportamentali e linguistiche, che, dopo la “mutazione antropologica”, quasi scompaiono. Per l’aumentare dei desideri materiali, le persone si allontanano dalle loro tradizioni e abitudini, dai loro dialetti e valori. Da modello servono a Pasolini le borgate romane e il mondo contadino friulano, che subiscono una profonda trasformazione culturale. Tale “mutazione antropologica”, nella definizione dell’autore, rappresenta il tragico riflesso di cambiamenti globali nel mondo occidentale, legati all’affermazione di aspetti deteriori della cultura borghese. Il tema della “mutazione” è una delle cause principali della maggioranza degli interventi pasoliniani. Il problema principale di questo processo consiste nel suo adeguarsi passivo ai valori della borghesia. Pasolini ritiene che la borghesizzazione del popolo italiano sia inevitabile e totale.

Questo ordine è stato proposto per motivi della logica dei legami interni del discorso pasoliniano. Questo approccio secondo me rispetta il grado di rilevanza ideologica di ogni area tematica per l’autore, senza però voler stabilire arbitrariamente che per esempio l’importanza del tema dell’uomo sia per Pasolini minore di quella del tema della cultura. La presentazione parte dall’area più importante e più responsabile nella realtà contemporanea: il potere, passando per quella che è, diciamo, strumento e riflesso della prima, e si conclude con l’analisi degli effetti, determinati da potere e istituzioni culturali.


2.0 Vita e opere di Pier Paolo Pasolini

L’oggetto del mio lavoro è la produzione saggistica dell’autore tra gli anni 1973 e 1975, anni in cui Pasolini si dedicò a vari film, alla narrativa e alla poesia. È fondamentale aggiungere che, nel corso della sua articolata biografia artistica, l’autore si occupò anche di teatro, di traduzione di opere drammatiche e di poesie (dal latino, francese e greco nel friulano), di sceneggiature, di pittura e della cultura dialettale friulana. Il rango delle sue attività, si avvicina a quello di un homo universalis, di uno spirito rinascimentale, e le sue opere hanno molto spesso un alto valore artistico:

Il fatto che nei vari campi dove via via s’impegna Pasolini ottenga subito risultati di altissima qualità dà l’idea di una personalità poliedrica, dotata di coscienza artistica e smaniosa di affermazione, in cui sono presenti da sempre potenzialità espressive diverse e tutte estremamente forti, che attendono solo l’occasione (anzi la cercano) per manifestarsi (e quando accade, i risultati sono già maturi).1

Conseguentemente, quando ci occupiamo di un concetto o di un’idea pasoliniani, dobbiamo effettuare ricerche in varie forme artistiche. Come osserva infatti Giampaolo Borghello,

proprio le caratteristiche di difficile e sempre precario equilibrio che siglano le tappe essenziali della storia letteraria di Pasolini rifiutano in partenza le esegesi unilaterali che privilegiano uno solo dei versanti della sua attività, l’impegno civile o l’emozione viscerale, l’ideologia o la passione.2

Entriamo, insomma, in una rete complicata e interessante di riferimenti culturali, autobiografici, politici, ideologici, mitologici e di altri tipi ancora.

Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922. Suo padre, Carlo Pasolini, è tenente di fanteria. Susanna Colussi, sua madre, è insegnante. La carriera militare del padre spinge la famiglia a frequenti spostamenti: da Bologna a Parma, da Conegliano a Belluno, dove, nel 1925, nasce il fratello Guido Alberto. Il padre è temuto e tirannico, mentre la vera figura di riferimento è la mite madre, oggetto d’amore di Pier Paolo. Da questi scarsi dati si possono intuire le linee di un conflitto edipico, di cui Pasolini ha sempre avuto consapevolezza. A Sacile l’autore scrive le prime poesie, poi la famiglia si trasferisce a Cremona, a Reggio Emilia e infine a Bologna, dove Pier Paolo studia al liceo Galvani e successivamente alla facoltà di Lettere, dove si laurea subito dopo la seconda guerra mondiale con la tesi Antologia della lirica pascoliana: introduzione e commenti. Nel 1942 il giovane Pasolini pubblica a sue spese le Poesie a Casarsa, recensito positivamente da Gianfranco Contini sul “Corriere di Lugano”. Già all’inizio del suo percorso artistico Pasolini sceglie di osservare piuttosto la realtà e gli eventi concreti. In una lettera del 1943 all’amico Farolfi Pasolini per esempio scrive:

Non mi interessano quelle cose astratte che sono Dio, Natura, Parola. I filosofi non mi interessano affatto se non in certi brani poetici.3

Nel 1945 muore il fratello Guido, appena dicianovenne, partigiano in un gruppo facente capo alla brigata “Osoppo”, ucciso dai partigiani jugoslavi. Pier Paolo ricorda molte volte nelle sue opere dolore, memoria e lutto di questo evento traumatico della sua vita. Alla fine della guerra il padre torna a Casarsa dal carcere in Kenya; inizia così un periodo di incomprensioni e dissensi. Tra il 1945 e il 1949 Pasolini insegna nelle scuole medie a Valvasone vicino a Casarsa. Il 18 febbraio 1945 fonda con altri giovani universitari friulani l’“Accademiuta de la lenga furlana”, un centro di studi filologici sulla lingua e la cultura locale. Il periodo friulano è fondamentale per la formazione intellettuale ed etica di Pasolini, vissuto in un mondo contadino amato e più tardi sentito come mitico, arcaico, religioso e innocente: un modello da ritrovare, anche se superato, e da comunicare ad altri. Questa Italia autentica scompare quasi totalmente per lui negli ultimi anni della sua vita, scomparsa che dà luogo a ribellione, amarezza e disperazione.

Nel 1948 un ragazzo confessa al parroco di Casarsa di aver avuto rapporti con Pasolini: lo scandalo segna l’inizio di una lunga serie di processi. Nel 1949 l’espulsione dal PCI che ne seguì segna anche la fine del suo “periodo friulano”.

Pasolini si trasferisce o, più esattamente, fugge da Casarsa a Roma, dove inizia a insegnare in una scuola di Ciampino. Con il trasferimento a Roma nel 1949, Pasolini passa dall’osservazione del mondo contadino e dei suoi miti all’osservazione del mondo delle borgate romane.4 Roma viene vista infatti da Pasolini non come una capitale, ma come una grande borgata dagli aspetti più animaleschi e degradanti, dove si scontra la miseria con il benessere.5 Pasolini osserva la vita difficile nelle borgate come straordinariamente vitale e naturale, come afferma per esempio Franco Brevini:

Nel proprio rapporto con i ragazzi di vita egli percepiva la disperata vitalità dei corpi, non la colpa morale, il peccato di corruzione.6

Le poesie scritte tra il 1943 e il 1949 vengono raccolte nell’Usignolo della Chiesa Cattolica (1958): esse riflettono un’importante svolta politica nello scrittore, la scoperta del marxismo.

In una lettera all’amica Silvana Ottieri, dei primi mesi del 1950, Pasolini scrive:

La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud, o di Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no.7

Più tardi, grazie a Bassani, lavora a qualche sceneggiatura di film. Si occupa di poesia dialettale italiana del Novecento e nel 1954 pubblica una raccolta di poesie friulane, La meglio gioventù. Tra il 1955 e il 1959 collabora con la rivista Officina, che dovrà poi lasciare a causa di un epigramma contro Pio XII.

Il 1955 per Pasolini è soprattutto l’anno dell’esordio nella narrativa con il romanzo Ragazzi di vita, sul sottoproletariato delle borgate romane. L’autore si conferma un grande poeta con la raccolta di poemetti Le ceneri di Gramsci del 1957, premiato a Viareggio nello stesso anno. Nel 1959 pubblica il romanzo Una vita violenta, sull’ambiente delle borgate romane, sul disperato e feroce cammino del protagonista, “ragazzo di vita”, Tommaso Puzzilli verso l’inevitabile prematura morte. Il romanzo è molto presto tradotto in undici lingue e continuamente ristampato in Italia. Pasolini poi pubblica Passione e ideologia (1960), una raccolta di saggi critici e militanti, e La religione del mio tempo (1961), una raccolta di poesie.

Dal 1961 Pasolini allarga la sua produzione artistica al mondo del cinema con il suo primo film, Accattone (1961). Tale scelta è fatta per comunicare meglio con il pubblico.8 Con la scelta del cinema Pasolini espresse anche un rifiuto dell’acritica rappresentazione televisiva.

Queste riflessioni e la pratica di Pasolini regista [...] definiscono un tentativo di coinvolgere il cinema in una prospettiva critica e filosofica globale [...]; un tentativo da interpretare quale rifiuto della rappresentazione audio-visiva intesa in modo non critico. [...] La concezione pasoliniana del film si definisce dunque in perfetta contrapposizione al trionfo della televisione-spettacolo, la cui diffusione iniziava in quegli anni.9

Con il passare del tempo Pasolini si afferma come uno dei maggiori registi italiani, girando Mamma Roma (1962), La ricotta (in Rogopag, 1962-1963), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966), Edipo re (1967), Teorema (1968), Porcile (1969), Medea (1970), la cosiddetta “Trilogia della vita”: Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972), Il fiore delle Mille e una Notte (1974) e Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). I film sono spesso violentemente discussi, l’autore è spesso accusato di oscenità, corruzione di minorenni o di altro ancora, aggredito anche fisicamente sulla strada.

Il numero di denunce contro l’autore raggiunge un numero sorprendente: “Dal 1949 al 1977 – oltre la morte – Pier Paolo Pasolini è al centro di circa trentatré procedimenti giudiziari”.10 Le denunce sono molte volte puramente fantasiose e alla fine dei processi Pasolini non è mai riconosciuto colpevole.

Oltre che nel cinema, l’evoluzione intellettuale interiore dell’autore trova i migliori esiti nella poesia, con Poesia in forma di rosa (1964) e Trasumanar e organizzar (1971).

Significative sono anche le opere narrative: il romanzo Il sogno di una cosa (1962), i racconti di Alì dagli occhi azzurri (1964) e il romanzo incompiuto Petrolio (1992). Patrizi a questo proposito aggiunge:

Tra il ’72 e il ’75, Pasolini va raccogliendo gli appunti per quello che doveva essere un grande romanzo allegorico sull’Italia dei “misteri”, delle stragi, dei tentati golpe, delle aggressioni di una destra politica ed economica che tentava di bloccare una più ampia coscienza democratica, maturata, nel paese, nel corso degli anni Sessanta.11

L’autore utilizza nelle sue opere la sperimentazione linguistica per il bisogno di evadere dal conformismo psicologico e stilistico.12 Come afferma Carla Benedetti, Pasolini

fu il primo in Italia a denunciare l’esaurirsi dell’avanguardia, ormai trasformata ai suoi occhi in una sorta di nuova accademia; a denunciare l’impotenza di quel tipo di trasgressione, o l’inutilità dell’uccisione dei padri [come si legge in Affabulazione e in Porcile]. Ma invece di restarne paralizzato, invece di accettare, come un destino irreversibile, il depotenziamento della parola artistica, egli si è aperto una strada, paradossale e tragica, fuori da quel doppio legame.13

Borghello, per esempio, parla a proposito delle opere di Pasolini come di “opere aperte”.14

Negli ultimi anni, con creatività eccezionale, Pasolini intensifica i suoi interventi polemici e saggistici, raccolti principalmente in Empirismo eretico (1972), Scritti corsari (1975) e nella raccolta di interventi semipostuma Lettere luterane (1976). Come osserva giustamente Martellini, le ultime due raccolte presentano “una spietata e capillare indagine sullo sfascio della società italiana”.15

Gli interventi pasoliniani, così come la sua produzione artistica, secondo Brevini, hanno un carattere che non varia molto nel tempo:

La vocazione polemico – pedagogica si manifesta in Pasolini con la stessa precocità di quella poetica, confermando ancora una volta la sensazione che, nonostante l’evoluzione della sua opera e la diversificazione degli strumenti espressivi, tutto in lui sia già presente all’inizio.16

Ferretti caratterizza acutamente la dimensione pubblica della figura di Pasolini, in cui nota

un singolare miscuglio di divinismo e umiltà, di personale intolleranza e mitezza, di senso del successo e provocazione attiva, di conformismo, di “scandalo” esibito e sofferto, di narcisistica vocazione al martirio e coraggio intellettuale, di costante disponibilità e intransigenza.17

Il difficile rapporto dell’autore con la propria omosessualità rappresenta un suo grande problema ma soprattutto lo è per gli altri; Pasolini è spesso aggredito in varie forme a causa di essa. Già nel 1950, l’autore aveva affermato:

Io ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia omosessualità era in più, era fuori, non c’entrava con me. Me la sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro.18

Come osserva anche Brevini,

non accettandosi per ciò che era, Pasolini finiva per perdere il contatto con la dimensione naturale della vita.19

Nell’ultima frase dell’ultima intervista incompiuta del 1° novembre 1975, rilasciata a Furio Colombo, uscita poi in “La Stampa – Tuttolibri” l’8 dello stesso mese, Pasolini afferma:

Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.20

L’intervistatore gli ancora pone una domanda, alla quale Pasolini non ha potuto più rispondere:

Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?21

Il 2 novembre 1975 viene trovato il cadavere deturpato di Pasolini su uno sfondo di baracche e rifiuti all’Idroscalo di Ostia. Nonostante la condanna del borgataro Pino Pelosi, il ragazzo che confessa di averlo ucciso, le circostanze della morte di Pasolini non sono finora chiare; nemmeno si sa se ci siano state altre persone coinvolte, in questo omicidio che pone più domande di quanto offra risposte. Marco Ventura crede nella partecipazione di altri ignoti all’omicidio di Pasolini:

In questo quadro rimane difficile pensare che un minorenne sbandato, costretto a prostituirsi, apologeta della propria virilità – e quindi facilmente santificabile dalla pubblica opinione - , finisca per uccidere “per caso”.22

Bellezza a questo proposito afferma:

Gladio. Dopo la scoperta della funzione anticomunista di quella organizzazione anche all’epoca dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini (1975) si può finalmente spiegare quella morte misteriosa, da mettere insieme, per atrocità, a quella di Giangiacomo Feltrinelli. Furono i servizi segreti, è chiaro. Non Pelosi, né i fascisti. Sì, bisognerebbe riaprire il caso.23

La violenta morte di Pasolini può essere spiegata anche in altri modi, come mostra per esempio un grande amico dell’autore, il pittore Giuseppe Zigaina; essa,

concepita come montaggio del film della vita, come trasgressione massima del codice e quindi come massima espressività ha comportato alla “preparazione” ottenuta attraverso allusioni, accenni, “profezie”; preparazione che in sostanza doveva costruire quella che gli alchimisti chiamavano “amplificatio”, la condizione cioè necessaria alla trasmutazione.24

La morte di Pasolini è insomma una fonte di molte ipotesi e di molte, varie opinioni.25 In ogni caso,

scompare [...] con Pasolini, non solo uno scrittore e regista e critico tra i più geniali e vivi, ma anche una personalità complessivamente assai originale (se non unica negli ultimi decenni).26


3.0 Introduzione alla saggistica corsara e luterana

Molti temi, trattati negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane, sono presenti già in opere anteriori, come affermano anche Walter Siti e Silvia De Laude:

I temi del Pasolini “corsaro” e “luterano” – neocapitalismo, “sviluppo”-“progresso”, mutazione antropologica, “genocidio” ecc. – sono tutti presenti (del resto, già lo erano nei Dialoghi, nelle Nuove questioni linguistiche del 1964, e anche prima). Ma essi sono per lo più affrontati e svolti con una sommarietà, un disordine, un affanno polemico, in uno stato pressoché permanente di risentimento e quasi di delirio tali che, sommati a vizi analoghi e opposti dei contraddittori, la discussione finisce per degenerare molto spesso in uno scontro tra sordi, una commedia degli equivoci in cui hanno tutti torto e tutti ragione.27

Nonostante il fatto che i temi delle due raccolte di interventi non siano nuovi, Pasolini cambia ora tono e stile,

dà un nuovo ordine retorico-stilistico al suo discorso, rendendolo immediatamente percepibile, anzitutto a livello emotivo. Tattico geniale, afferra l’opportunità di disporre del primo giornale italiano e la sfrutta a fondo... Pasolini taglia, sfronda, lascia cadere finalmente molte occasioni e pretesti di polemica secondaria da cui aveva sempre avuto la debolezza di farsi invischiare. Semplifica. E ripete. La figura cui affida principalmente la forza della comunicazione è infatti l’iterazione.28

Negli interventi delle due raccolte di saggi Pasolini cerca di essere il più incisivo possibile, utilizza forme dell’enunciato compatte e chiare. A tale proposito, Brevini registra

uno dei dati più originali della prosa “corsara” e “luterana”: la sua unità e la sua compatezza, l’eliminazione delle esitazioni e delle variazioni di tono della pubblicistica precedente.29

Gli scritti pasoliniani sono destinati a suscitare reazioni violente e riflettono abbastanza trasparentemente le tragedie personali del loro autore. Un aspetto molto interessante riguardante gli interventi dell’ultimo Pasolini, è l’uso praticamente contraddittorio dei mezzi di comunicazione del principale nemico dei mondi particolaristici amati dall’autore, il potere borghese e capitalistico:

La fiducia nel valore della civiltà contadina e l’avversione per i moderni mezzi di comunicazione che la stanno distruggendo, per esempio, vengono proclamate proprio servendosi di quei mezzi; nello stesso modo, la guerra al potere è condotta, al principio degli anni Settanta, dalle colonne di uno dei quotidiani anche simbolicamente più rappresentativi del grande potere borghese e capitalistico in Italia («Il Corriere della Sera»).30

Vista

l’´americanizzazione del dissenso`, cioè la riduzione del dissenso sociale e politico a fenomeno integrato al potere criticato.[...], all’intellettuale “contro” non resta che servirsi degli strumenti del nemico, perché non ne esistono altri, non resta che denunciare i mass media per mezzo dei mass media.31

Pasolini vede alcuni aspetti del mondo come scandalizzanti e vuole risvegliare l’attenzione, cerca una specie di assoluto, il più alto senso della “moralità”. Provoca, denuncia, critica e si presta al martirio, è consapevole della sua condizione di “diverso” o “escluso” che interviene di fronte allo scandalo vero del mondo, all’autentica violenza dell’ipocrisia e della falsa tolleranza. Ad esempio, Borghello definisce Pasolini “specchio della realtà”.32 Non si tratta, però, di uno specchio che riflette oggettivamente gli eventi della realtà; le sue

sono immagini intelligentemente deformate, ritrascritte su un’ orbita personale. E qui scatta la CAPACITÀ singolare di Pasolini di essere testimone, la sua VOLONTÀ (inquieta e contraddittoria, tenace e oscillante) di misurarsi con la realtà.33

Pasolini è stato molte volte accusato dagli scienziati di genericità, mancanza di competenza, approssimazione e astrattezza. L’autore però si difende dicendo che scrive non da scienziato, ma da poeta, con sensibilità di artista.34

Da un lato, data la sua sorprendente produttività artistica, la scarsa dimensione scientifica di Pasolini poteva essere considerata come un difetto:

La tendenza al poco studio e alle scarse letture di cui Pasolini disinvoltamente si accusava nel ’59, anziché invertirsi, come promesso, si accentuerà sempre di più. La sua stupefacente, forsennata produttività (ventimila pagine in poco più di trent’anni, escluse le riscritture, oltre il cinema e il resto, ha calcolato Siti) non gli dava scampo. Questo difetto di conoscenza e di aggiornamento riguarda sia il campo della critica letteraria sia quelli della sociologia, dell’ideologia e della politica.35

D’altro lato Pasolini non intendeva raggiungere obiettivi da scienziato, bensí cercare di percepire e capire con modalità soggettive, personali la realtà contemporanea più profonda, spesso riuscendoci:

Con il suo scarso bagaglio, Pasolini ha saputo cogliere tempestivamente e guardare in profondità fenomeni che erano sfuggiti ai sociologi e agli specialisti in generale, con i loro corretti strumenti e le procedure aggiornate.36

L’Italia stessa si è trovata spesso a vivere alcuni processi e fenomeni previsti da Pasolini, come afferma Enzo Golino, e

si è riconosciuta nelle sue diagnosi spietate, dando concertezza alle insolenti provocazioni del “poeta corsaro”.37

Come aggiunge Luperini sul carattere degli interventi di Pasolini,

in realtà Pasolini da un lato inventa nuove metafore e dall’altro assume strumentalmente dalla linguistica e dalla sociologia correnti una rete di concetti già noti rielaborandoli in una costruzione originale e socialmente efficace. Non prescinde dalla cultura comune perché è convinto che la verità sia una costruzione sociale e non intende affatto rinunciare a convincere i propri interlocutori; e infatti porta introiettata nel suo stile la responsabilità d’ordine morale che deriva da tale persuasione. Ha combattuto una sua guerra - si direbbe oggi - “asimmetrica”; e l’ha vinta.38

Il tono profetico, la visionarietà e la profonda responsabilità si manifestano nella militanza giornalistica e nella volontà di suscitare violente polemiche, anche se limitano l’ampiezza dell’analisi dei singoli interventi. Come aggiunge Luperini,

il saggio nasce con Machiavelli: presuppone la dichiarazione di una verità non condivisa, sostenuta in modo provocatorio, per via metaforica e audacia stilistica non meno che per vigore argomentativo; e presuppone un intellettuale che si espone in quanto tale, compromettendosi di persona, forte solo delle proprie esperienze e delle proprie idee, e della propria capacità di dare voce alle une e alle altre, senza garanzia all’infuori del proprio ragionamento e del timbro della propria pronuncia.39

Pasolini si sente addirittura scandalizzato di fronte ad alcuni avvenimenti che vive. L’autore è costretto a riesaminare le sue scelte artistiche privilegiando spesso quelle meno convenzionali per attirare l’attenzione del pubblico, crea mondi ideali, molte volte inautentici. Credo che, soprattutto per il periodo finale della produzione di Pasolini, sia valido un giudizio di Ferretti:

Il proposito di un’autenticità attraverso l’inautentico, di una purezza attraverso la corruzione – ma questa è la formula morale più cara a Pasolini.40

Molte volte Pasolini crede che i suoi concetti non vengano capiti, succede spesso negli interventi che l’autore sia costretto a spiegare o chiarire le sue posizioni. Un motivo dell’incomprensione è indubbiamente l’anticonformismo ideologico delle sue argomentazioni. D’altro lato sembra che Pasolini non spieghi con molta precisione i suoi concetti; il suo linguaggio tende a essere un po’ generalistico, più profetico che preciso. Non si può escludere, specialmente nel caso di Pasolini, che, dietro ad alcune risposte ai suoi interventi, si nasconda meramente il rancore contro la sua personalità.41

Tra i numerosi interventi che espressero un rifiuto delle posizioni di Pasolini possiamo citare il seguente esempio. In seguito a un articolo sull’aborto42 il giornalista del Corriere della sera Nello Ponente criticò fortemente Pasolini, definendo i suoi motti, le sue massime e le sue sentenze “superbi e compiaciuti esibizionismi” e criticando Pasolini, che “può o crede di poter permettersi di scrivere ovunque” e cui tutti “debbano essere grati” automaticamente.43 Sulla novità delle posizioni sostenute, Guglielmi sostiene che Pasolini

non ha inventato nulla. La massificazione della società era stata analizzata dalla Scuola di Francoforte, e ancora prima da Orwell. In America David Riesman aveva scritto La folla solitaria. Il merito di Pasolini è di avere introdotto queste verità nell’assonata provincia italiana. Sembra un profeta, ma non lo è.44

Le opinioni su Pasolini variano molto, come dimostra il punto di vista di Belpoliti, che ne mette in rilievo l’importanza:

Pasolini è diventato un’icona della laicità, in un processo progressivo di santificazione che ricorda, per certi tratti quello di Padre Pio: risponde a un bisogno di parole di verità, di scandalo, di incoerente coerenza, tutti aspetti che sembrano scomparsi dal paesaggio intellettuale e culturale italiano. Comunque la si pensi su di lui, Pasolini ha gettato il suo corpo nella lotta, ha espresso una fisicità che invece le parole e i gesti degli intellettuali e degli scrittori occultano. Sovente per pudore, più spesso per mancanza di coraggio.45

Molto interessante è la questione del tono generico di alcuni interventi di Pasolini. In un articolo Italo Calvino gli rimprovera di essere essere un po’ “irrazionalistico”. Pasolini obietta che voleva sempre essere nei suoi esempi “individuale, non generico”.46 Questa affermazione viene più volte sostenuta da Pasolini che vuole interessarsi quasi esclusivamente di casi e problemi specifici italiani, per esempio di televisione, di politica ed economia, che, secondo lui, non sono stati ancora esaurientemente trattati. Per l’autore, il caso italiano è un caso speciale nel mondo capitalistico, perché l’ambiente italiano è costituito da tante culture particolari e reali, piccole patrie, mondi dialettali, travolte da uno sviluppo velocissimo. A Pasolini interessano però gli individui concreti, l’opposto di quello che interessa agli sociologi, cioè l’intera nazione.47

Scritti corsari e Lettere luterane sono insomma il risultato del continuo riflettere di Pasolini sulla società consumistica di massa, sul fascismo, sui valori e mondi della società premoderna, su problemi etici, politici, sulla falsità di alcuni valori, sul futuro della società contemporanea.

Forse il tema più importante delle due raccolte è quello più triste per Pasolini: la società dei consumi, le cause del suo avvento ed i suoi effetti, un mondo cioè che conosce sempre meno alternative, che è visto dall’autore come polarizzato in poche possibili interpretazioni.

Col passare del tempo, si nota che il tono di Pasolini si fa sempre più pessimistico, l’autore si sente sempre più ferito dal mondo dei consumi e tutto questo gli ostacola una ricerca più articolata in diverse direzioni di possibili interpretazioni del mondo contemporaneo.

Negli Scritti corsari, ad esempio, Pasolini fa riferimento al progetto di un’opera futura,48 ispirata all’Inferno di Dante, sul genocidio delle classi avvenuto con l’arrivo della società dei consumi. Nell’opera, immaginata in una città del centro-sud, in una borgata, il protagonista scende agli inferi. Si trova su vie trasversali che sboccano su una centrale, una bolgia. La struttura è la medesima della Commedia. I temi sviluppati toccano 15 comportamenti tipici della società moderna, trattati in 10 gironi e 5 bolgie. Pasolini propone alcuni esempi di questi comportamenti: l’edonismo interclassista, la falsa tolleranza, l’afasia. Si può aggiungere che anche il suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma, è organizzato in gironi.

3.1 Scritti corsari

Negli Scritti corsari sono raccolti gli interventi dell’autore pubblicati su vari giornali, come il “Corriere della sera”, “Tempo illustrato”, “Dramma”, “Il Mondo” e altri ancora, tra il 1973 e il 1975. Il titolo si può spiegare utilizzando una definizione di Niccolò Tommaseo: “corsaro = capitano d’un bastimento privato, ma provveduto di patente sovrana per fare la guerra per conto proprio contro i nemici dello Stato”.49 Pasolini ha sviluppato e pensato durante tutta la sua attività artistica i concetti trattati in questa raccolta, espressi con forte passione, una forma strettamente legata alla sua ideologia, che consiste principalmente nella profonda riflessione di un uomo che vive intensamente la realtà e che vuole suscitare polemiche senza compromessi. L’attualità tematica è straordinaria: l’autore affronta l’aborto, la contestazione giovanile, la questione dei “capelloni”, la differenza tra fascismo e antifascismo, i cambiamenti provocati dalla società dei consumi, il ruolo della Chiesa, le stragi e altro ancora. Pasolini si avvicina alla realtà del suo tempo con consapevolezza degli aspetti problematici della società avanzata. La semplificazione della comunicazione di massa si riflette nei suoi interventi a volte diretti, provocatori e immediati, anche a costo di rischiare una reazione negativa di fronte al loro schematismo, sebbene acuto.

Pasolini vuole estendere il suo impegno intellettuale a tutti gli aspetti della realtà, lotta in nome della militanza critica. Nei suoi interventi Pasolini incorpora tutte le sue disillusioni, i suoi vecchi miti e le interpretazioni personali apocalittiche sul futuro della società occidentale, cercando di uscire da una prospettiva comunicativa strettamente elitaria, oscillando tra una visione apocalittica del futuro e momenti di relativa speranza. Il suo punto di vista è quello di un intellettuale marxista emarginato, che vede e cerca di spiegare avvenimenti di cui è difficile cogliere il senso, usando una lingua il più possibilmente chiara, in una prospettiva di rinnovamento e giustizia sociale.

Secondo la sistemazione dell’autore, l’opera è divisa in due parti, la prima comprende gli Scritti corsari veri e propri, la seconda i Documenti e allegati. Nella nota introduttiva l’autore ci avverte di un’altra divisione interna all’opera: gli interventi della sezione di Scritti corsari dal 17 maggio 1973 (Analisi linguistica di uno slogan) al 10 giugno 1974 (Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia) hanno un loro corrispettivo ideologico – temporale negli interventi della seconda sezione Documenti e allegati, quelli che vanno dal 10 giugno 1973 (Sandro Penna: “Un po’ di febbre”) all’11 gennaio 1974 (Ignazio Buttitta: “Io faccio il poeta”). La ricostruzione dei corrispettivi ideologico-temporali, della continuità di alcuni discorsi all’interno dell’opera, l’autore l’affida al lettore. La sezione Scritti corsari comprende in tutto 25 interventi di cui 4 risalgono al 1973, 13 al 1974 e 8 al 1975. Nella sezione Documenti e allegati sono contenuti 21 interventi, di cui 7 del 1973 e 14 del 1974. Mentre nella prima sezione l’autore si occupa delle cause e delle conseguenze dell’avvento della nuova società consumistica di massa avanzata, del suo carattere regressivo, di aspetti politici, religiosi, etici, sociali e linguistici, la seconda sezione è costituita prevalentemente da recensioni di opere recentemente pubblicate. Il resto della seconda sezione è costituito da scritti vari o complementari agli interventi della prima sezione.

Il linguaggio usato nell’opera è colto, ma non molto complicato; Pasolini cerca di essere preciso e chiaro, spiegando sempre concetti nuovi e astratti, difficili da cogliere nella loro concreta realizzazione. Lo stile punta alla chiarezza del discorso orale ed evita il linguaggio specialistico della scienza. Nei testi a volte troviamo voci latine, francesi o tedesche, ma, tenendo conto della loro diffusione in giornali o quotidiani a distribuzione nazionale, il lessico non risulta complessivamente elevato, né la sintassi è particolarmente complicata. Tutto ciò non esclude che si tratti di testi pieni di nuovi concetti, che però Pasolini vuole spiegare con un linguaggio il più comprensibile e chiaro possibile. I suoi interventi non seguono il classico stile giornalistico, di cui Pasolini evita tratti lessicali e sintattici. A volte, per rinforzare l’enunciato, Pasolini usa nel testo la ripetizione.


3.2 Lettere luterane

Lettere luterane è una raccolta semipostuma, perché, nonostante il fatto che non avesse avuto la possibilità di vedere il suo libro pubblicato, l’autore aveva organizzato tutti gli scritti sotto il titolo e secondo un ordine. Il titolo viene spiegato dallo stesso autore in un intervento della raccolta, in cui reagisce al silenzio di Italo Calvino - e non solo - davanti alla sua proposta di processare i gerarchi democristiani. L’autore si rivolge direttamente a Calvino:

E anche il tuo silenzio a tante mie lettere pubbliche è cattolico. E anche il silenzio dei cattolici di sinistra è cattolico (essi, che dovrebbero avere finalmente il coraggio di definirsi riformisti, o con più coraggio ancora luterani. Dopo tre secoli, sarebbe ora).50

L’opera comprende tre testi inediti e gli interventi dal 6 marzo 1975 al 30 ottobre 1975, apparsi sul “Corriere della sera” e su “Il Mondo”, ed è costituita da 4 sezioni, la prima delle quali è intitolata I giovani infelici, la seconda Gennariello, la terza Lettere luterane e la quarta Postilla in versi. La prima sezione comprende uno scritto inedito, I giovani infelici, un saggio sulla colpa dei padri che si proietta sui figli, un concetto ripreso dal teatro antico greco, nato forse nei primi giorni del 1975. La seconda sezione è composta da 14 scritti pedagogici, rivolti a un immaginario ragazzo napoletano di nome Gennariello, che erano già stati pubblicati dal 6 marzo al 5 giugno 1975. La terza sezione è costituita da 16 scritti giornalistici stilisticamente simili a quelli di Scritti corsari, pubblicati dal 15 giugno al 30 ottobre 1975, e da uno scritto, l’intervento al congresso del Partito Radicale, non pronunciato a causa della morte dell’autore, letto il 4 novembre 1975 allo stesso congresso, e pubblicato solo il 13 dicembre 1975. Nella quarta sezione si trova una poesia inedita dallo stesso nome della sezione, Postilla in versi.

Rispetto alla raccolta precedente, la voce di Pasolini si fa più risoluta contro le conseguenze dell’avanzare del consumismo di massa: si tratta di una rovente requisitoria contro l’Italia di oggi, su cui l’autore vede stendersi una bandiera consumistica con la croce uncinata. Nelle mutazioni culturali del paese Pasolini vede i segni di una inarrestabile degradazione. La crisi dei valori umanistici e popolari, l’affermazione del consumismo, il più forte corruttore di qualsiasi altro potere, le distruzioni operate dalla classe dirigente politica in trent’anni di governo, spingono Pasolini a pensare che non sia vero che la Storia debba andare sempre avanti, che essa può anche regredire e che il proclamato progresso in verità sia un falso progresso. Pasolini affronta quasi tutti gli aspetti importanti dell’epoca, cercando di smascherare le ipocrisie, i compromessi e le facili certezze. Gli interessano il rapporto tra padri e figli, le loro colpe, il problema dell’istruzione e del condizionamento esercitato sui giovani italiani, l’aborto, la droga, la stampa e la problematica della televisione, le responsabilità dei potenti democristiani e altro ancora. Oltre che il tono più risoluto, ardito e polemico rispetto a Scritti corsari, colpisce il lettore anche l’abiura dalla cosidetta Triologia della vita, un passo significativo che aiuta a spiegare meglio il perché del film Salò o le 120 giornate di Sodoma, che Martellini definisce “una denuncia implacabile degli orrori consumistico – borghesi”.51 Pasolini passa così dalla rappresentazione del sesso come gioia, libertà e “innocenza” a quella del sesso come “abiezione”, degradazione e morte.52 Ferretti aggiunge:

Testori ha parlato, a questo proposito, addirittura di “una lunga glaciale maledizione degli organi da cui nasce la vita”, di un “seppellimento del sesso”,[...](il che fa di Salò un film “antierotico” e “antipornografico” per eccellenza,[...]).53

Per quanto riguarda lo stile, il lessico e la sintassi, vale più o meno quello che ho detto su Scritti corsari. È vero che ci sono alcune differenze, in prospettiva di un’accentuazione di veemenza e risolutezza. Le ripetizioni sono così più frequenti, le frasi più corte esprimono condanna o dolore. Molte frasi interrogative sono retoriche, anche se la voce di Pasolini cerca disperatamente una persona disposta ad ascoltarlo. Credo che pian piano Pasolini giunga alla consapevolezza della crisi totale del suo ruolo intellettuale nella società, di una definitiva condanna a recitare il ruolo dell’emarginato, del diverso che non ha una reale possibilità di agire, comunicare e aiutare. D’altra parte l’autore mai rinuncia alla speranza, che in fondo alla sua anima, gli dà la forza di procedere con i suoi lavori.

4.0 Introduzione storica: il “miracolo economico” italiano

A mio avviso, la radice di tutte le critiche pasoliniane che riguardano la società e la politica sta nel “miracolo economico” italiano, risalente agli anni 1958-1963.54 L’Italia contadina e sottosviluppata diventa rapidamente uno dei paesi con crescita economica più alta. Il boom provocò in primo luogo scompensi strutturali e diseguaglianza nella distribuzione dei beni di consumo; fenomeno essenzialmente settentrionale, diversificò ancora di più il Nord e il Sud.55 Il rapido sviluppo dell’industria cambiò gli impegni produttivi di gran parte dei lavoratori italiani che abbandonavano le campagne. In cerca di lavoro, i contadini venivano assunti nelle fabbriche settentrionali. L’effetto di questo cambiamento nella produzione fu una vasta migrazione interna dalle campagne verso le città, dal Sud al Nord, a causa della quale molti italiani persero le loro radici culturali locali e popolari. A causa di una progressiva laicizzazione del paese diminuì il numero dei credenti. La speculazione edilizia significò danni irreparabili ambientali e urbanistici. L’avvento e l’impressionante sviluppo della televisione (la prima trasmissione televisiva italiana risale al 1954), accentuò la tendenza a un uso passivo e familiare del tempo libero a svantaggio dei passatempi a carattere collettivo o socializzante, a scapito dei quali il consumismo esaltava l’individuo e le tendenze isolazionistiche. Anche la prosperità materiale porta all’individualismo, a interessi esclusivi, così come alla preferenza per beni di consumo individuali. Di conseguenza diminuisce l’interesse popolare per la politica e si atonizza la società civile.56 Come afferma Ginsborg,

il duro ammonimento di Pasolini sugli effetti insidiosi dei nuovi valori consumistici sembrava più che giustificato.57

La TV si mostrò lontana dalla vita delle persone, però estremamente attraente. Il numero dei suoi abbonati cresceva sorprendentemente: se nel 1954 in Italia c’erano 88.000 abbonati, nel 1958 ce n’erano 1.000.000, mentre nel 1965 saranno il 49% delle famiglie italiane e nel 1975 il 92%.58 Nonostante la prosperità economica, “potere politico e direzione industriale divennero sempre più strettamente intrecciati, con risultati disastrosi”.59

Le riforme della burocrazia italiana furono bloccate.60 Dopo l’inizio della “strategia della tensione”, con l’esplosione della bomba in piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969,

cominciò [...] a venir fuori un quadro inquietante sui rapporti tra membri del servizio segreto e gruppi di estrema destra.61

Se finora ho parlato della tendenza all’individualismo portata dal “miracolo economico”, va altresì notato come il consumismo cerchi di privare l’individuo di ogni soggettività. L’intima vocazione del consumismo, osserva Lanaro, è infatti

far coincidere l’identità con gli oggetti posseduti, la sua minima rispondenza ai bisogni reali e la sua massima subordinazione ai fantasmi di un immaginario nutrito dall’advertising.62

Il consumismo cerca di stabilire

un nuovo conformismo, una omogeneizzazione di aspirazioni e di comportamenti attraverso l’attenuazione delle specificità di individui, gruppi e categorie sociali.63

Tra i giovani, e non solo tra loro, rimane la voglia di appartenere a un gruppo determinato:

Quando esibiscono la maglietta, i blue-jeans e il giaccone di cuoio, i giovani diventano un gruppo, una classe, una categoria, indipendentemente dal ruolo che svolgono, dall’ambiente a cui appartengono e dai mezzi finanziari di cui sono provvisti.64

E ancora:

I nuovi consumi hanno la funzione di stemperare, di cancellare gli schemi e i condizionamenti della cultura tradizionale, vale a dire i vecchi sistemi di preferenza che gli emigrati di tutti i tipi e di tutte le condizioni si portavano dietro e che non erano ovviamente compatibili con il sistema di vita urbano – industriale.65

Sul consumismo si può scrivere a lungo senza arrivare a una conclusione univoca. Alcune opinioni, ad esempio, non esprimono un giudizio del tutto negativo sul fenomeno:

Quasi nessuno, oggi, demonizza più il consumismo come espressione di licenza e sfrenatezza – sintomi magari di inconscie frustrazioni – e la società che ne deriva come un congegno perverso che priva gli individui di ogni soggettività e li condanna all’interdizione da ogni progetto personale.66

I cambiamenti toccano anche l’area della lingua.67 L’unificazione linguistica del paese accelera la scomparsa dei dialetti.68 Generalmente si può osservare che il parlato diviene sempre più omogeneo e interclassista. Nei mass-media e nella conversazione privata si semplifica la grammatica, si restringe il vocabolario usato e si utilizzano più neologismi dai linguaggi settoriali. “Area-pilota” dei cambiamenti sono la Lombardia e il Piemonte.


5.0 LE AREE TEMATICHE

5.1 IL POTERE

In questo capitolo vorrei passare in rassegna gli interventi che si occupano di potere italiano, di politica e della loro influenza sugli italiani.

5.1.1 Fascismo “vecchio” e “nuovo”

Nel primo capitolo dedicato a un tema riguardante il potere ho riportato in totale otto interventi significativi sul “vecchio” e “nuovo” fascismo, che vanno dal 15 luglio 1973 al 13 dicembre 1975. Il senso in cui Pasolini usa questi termini non è esclusivamente politico, anzi, si può dire che è soprattutto economico e culturale. Il “vecchio” fascismo viene inteso da Pasolini come il totalitarismo politico imperfetto di Mussolini, il “nuovo” fascismo a sua volta come la società consumistica di massa, gestita dalla borghesia, un totalitarismo quasi senza limiti che cambia le persone libere in stupidi automi, obbedienti solo alle leggi del consumismo.

L’avvento del “nuovo” fascismo è affontato nel primo intervento scelto a proposito di questo tema.69 Qui, Pasolini critica nell’articolo i temi dell’esame di maturità di luglio del 1973 e soprattutto una “spagnolesca frase del Croce”.70 Ma principalmente parla della grande rivoluzione di destra, violenta e definitiva, degli anni ’71 - ’72, che secondo lui ha due faccie: una superficiale con la maschera del progresso che distrugge i valori tradizionali e una più profonda, che vuole cancellare il passato con una “rivoluzione silenziosa delle infrastrutture”.71 La tradizione umanistica così viene sostituita dalla cultura di massa e Pasolini vede nel futuro il dominio della civiltà tecnologica, un futuro temibile perchè la tecnica non ha e mai avrà la possibilità di comprendere tutti gli aspetti della vita.

E infatti, come osserva Paul Watzlawick, nella vita ci sono alcuni aspetti impercepibili per la tecnologia razionale:

Taluni fenomeni del nostro mondo si oppongono (almeno per ora) caparbiamente alla propria digitalizzazione e quindi a essere compresi razionalmente: pensiamo alle già citate percezioni, ai sentimenti, ai simboli; al mondo disordinato, orfico, illusorio, enigmatico, irragionevole, indefinibile dei colori e di profumi, di tutta la gamma dell’inesprimibile, di ciò che in molti modi comunicano artisti e poeti, alla visione di un tramonto, agli occhi di un gatto, ai suoni di una sinfonia.72

Pasolini mette in contrasto la vecchia borghesia “paleoindustriale” con la “nuova” borghesia che produce una nuova umanità attraverso nuove merci. L’autore affronta qui intelligentemente il concetto di “interiorizzazione” e il suo differenziarsi nel tempo. Ai tempi di Leopardi si interiorizzava il mondo esterno, la natura. Oggi si interiorizzano solo le cose, le merci. Pasolini è convinto che il futuro sarà fatto di una passionalità sterilizzata, dove il caos sarà tecnicamente abolito. Tutto questo è secondo lui voluto dalle autorità e gli studenti, incapaci di ribellarsi, giocano il loro ruolo.

In un secondo intervento73 l’autore sostiene che rispetto alla rivoluzione totale di destra, il ’68 studentesco è stato impotente, disperato e ingenuo, anche perché non è stato legato a un potere importante nella società. La rivoluzione all’interno del Capitale, la vittoria della Scienza Applicata, è totale. È abbastanza interessante il paragone della rivoluzione totale di destra con la rivoluzione studentesca del ’68 che rivela le basi dell’attrattiva del consumismo.

Un successivo intervento del giugno 197474 si occupa più della base ideologica, dei valori che hanno condizionato l’avvento del consumismo, preceduto da una cancellazione dei valori tradizionali. Pasolini afferma che l’Italia contadina e paleoindustriale è crollata e ed è stata sostituita con una borghesizzazione falsamente tollerante e democratica. Secondo Pasolini il nuovo potere che è nato è fascista, ma non si fonda più su valori o aspetti tradizionali come famiglia, Dio, perbenismo, ordine militaresco, intolleranza. Il nuovo fascismo si fonda su consumismo, perdita di valori tradizionali e falsa tolleranza. Si tratta di una situazione artificiale, di una “decisione astratta” di un “fascismo nominale senza un’ideologia propria”.75 L’articolo suscita varie reazioni: alcuni non sono d’accordo con la distinzione pasoliniana tra fascismo e antifascismo nella società dei consumi, altri accusano Pasolini di avere nostalgia dell’Italietta contadina.76

Conseguentemente, la critica dell’autore si fa più aspra, quando rivela i tratti repressivi del nuovo potere, la falsità dei valori da esso predicati, l’omologazione della società da esso determinata. A breve distanza di tempo Pasolini infatti interviene nuovamente, per sostenere che il nuovo potere consumistico ha tratti repressivi che danno una forma “totale” del fascismo,77 la cui tolleranza “è infatti falsa, perché nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore”.78

Dunque, con il nuovo potere dei consumi si omologa culturalmente l’Italia.

Pasolini sostiene anche che, se la polizia avesse avuto voglia, le stragi e i fascisti non ci sarebbero stati; nessuno però ha fatto qualcosa, altrimenti si potrebbe iniziare a parlare di più sulle “Stragi di Stato”. I fascisti, d’altronde, prima si potevano individuare, mentre adesso anche gli antifascisti hanno i loro stessi sogni, comportamenti e voglia di lusso. Pasolini può concludere così il suo intervento ipotizzando il vero fine del nuovo fascismo:

il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.79

Credo che la “falsa tolleranza” e la “falsa libertà” della società moderna siano tra i concetti più importanti della saggistica pasoliniana. La grande differenza tra i valori proclamati e i valori reali della società, l’omologazione, fanno pensare veramente a una società totalitaria. Quello che importerà nel futuro sarà il comportamento della più grande forza mai conosciuta: la massa omologata dei consumatori, la stragrande maggioranza degli esseri umani, non più l’ingegno delle élites culturali o l’attività dei politici.

In un articolo pubblicato su “Rinascita”80 l’autore compie un altro passo nel paragonare il nuovo potere consumistico al fascismo, di cui si sottolineano le analogie. Per Pasolini è pensabile un paragone tra l’Italia del suo tempo e la Germania degli anni ’30: la perdita di valori nella società consumistica, secondo l’autore, porta alla disumanità, all’afasia e all’acriticità delle persone, gli ricorda le SS: “e vedo così stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda della croce uncinata”.81

La visione apocalittica non esclude però un elemento di ottimismo, e Pasolini crede infatti che si possa lottare contro tutto questo:

Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.82

Sembra che veramente le caratteristiche della massa consumatrice coincidano con quelle della massa sotto il fascismo. La massa, nel suo essere, conserva le stesse caratteristiche in diversi regimi totalitari. Secondo la sociologia,

la massa è “amorfa”, priva cioè di forma, “anonima” e “atomizzata”, composta quindi da individui privi di individualità, fondamentalmente “passiva” o, comunque, “manipolabile” da influenze esterne.83

Direi addirittura che la vittoria del consumismo sia stata facilitata dall’esperienza dei regimi totalitari, e anche da quella delle democrazie imperfette, come è il caso dell’autoritarismo statunitense. Anche in democrazia ci sono “momenti scuri”,

non esiste solo il potere che si esercita nelle decisioni, ma anche un potere meno visibile che consiste nel fatto che certe decisioni non sono neanche proposte, perché difficili da gestire o perché metterebbero in questione interessi molto stabili.84

Nuovamente, intervenendo sull’“Europeo”,85 Pasolini cerca di giustificare la sua distinzione tra “vecchio” e “nuovo” fascismo. Spiegando dettagliatamente ed esplicitamente questa distinzione, l’autore riesce a definire accuratamente i due fascismi dal suo punto di vista e a motivare la somiglianza di alcuni tratti del consumismo con quelli del fascismo. A tale proposito, però, Pasolini sostiene che il fascismo “vecchio” non può esistere oggi, perché la nullità, l’irrazionalità dei suoi discorsi non troverebbe spazio nei mass-media, né credibilità nel mondo moderno. Pasolini crede, “profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato ‘la società dei consumi’”,86 che “se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la ‘società dei consumi’ ha bene realizzato il fascismo”.87

Mentre infatti nel passato i giovani del popolo non sono stati toccati nel fondo dell’anima dal fascismo, data la lontananza della vita tradizionale da quella delle classi dominanti, oggi la trasformazione profonda della natura e dell’anima dei giovani, la perdita dei valori fanno pensare paradossalmente alle truppe naziste, formate da una massa ibrida. Per Pasolini il “superficiale” fascismo storico mussoliniano era addirittura migliore di quello “totale” del suo tempo, di cui anche la “strategia della tensione”, una sorta di terrorismo ideologico di stato, sembra una manifestazione.

Un successivo intervento del febbraio 1975 presenta il famoso paragone poetico tra “vecchio” e “nuovo” fascismo e scomparsa delle lucciole.88 L’autore qui per la prima volta punta il suo sguadro verso quelli che hanno favorito l’avvento del consumismo, verso i potenti democristiani, che ormai però non controllano più il nuovo potere.

L’autore distingue tre fasi del cambiamento. La prima fase, “prima della scomparsa delle lucciole” descrive la continuità assoluta tra il “vecchio” e il “nuovo” fascismo. La democrazia era solo formale, e la maggioranza assoluta del paese, ceti medi e contadini veniva gestita dal Vaticano, che condivideva i valori repressivi del fascismo: famiglia, obbedienza, disciplina, ordine, risparmio, moralità. Questi valori dell’Italia agricola e paleoindustriale si sono nazionalizzati, senza perdere però provincialità, rozzezza e ignoranza. Nella seconda fase, “durante la scomparsa delle lucciole”, nessuno si accorge del grande cambiamento tra i due fascismi che sta avvenendo. Successivamente, “dopo la scomparsa delle lucciole”, i valori del vecchio mondo agricolo e paleoindustriale nazionalizzati si sono falsificati, svuotati di contenuto e di conseguenza sono scomparsi o sopravvissuti nel clericofascismo.89

I nuovi valori hanno veramente unito l’Italia: l’arcaicità “pluralistica” è stata sostituita dal livellamento industriale, in una situazione simile a quella della Germania prima dell’avvento di Hitler. Pasolini sostiene poi che in Italia ci sia un vuoto di potere, perché i democristiani, responsabili della crisi economica, ecologica e urbanistica del paese, ma legati a una lingua antiquata e incomprensibile, non si sono accorti di questo cambiamento che ha tolto loro il potere reale.

All’intervento di Pasolini risponde il giorno dopo Giulio Andreotti, sempre sul Corriere della sera, affermando che “non è mai esistito un regime democristiano”,90 rivendicando il merito di un notevole miglioramento negli ultimi trent’anni e sostenendo inoltre che “un naturale cambio di forze al potere non è ipotizzabile in Italia fin che non ci saranno alternative democratiche in vista”.91

Pasolini ha utilizzato la metafora delle lucciole al fine di una maggiore leggibilità. Essa conserva la sua grazia, anche se, paradossalmente, le lucciole stanno pian piano tornando nella natura. La “morte” dei valori particolaristici, con la nazionalizzazione e con lo svuotamento dei suoi contenuti, sembra essere il primo motivo e il primo passo che spinge l’autore al suo Processo dei gerarchi democristiani.92

Un’ultima volta Pasolini interviene sul tema a pochi giorni dalla morte, utilizzando per la prima volta il neologismo “tecno-fascismo” per designare il nuovo potere consumistico.93 Il discorso dell’intervento è abbastanza astratto, l’autore immagina varie dimensioni dell’ideologia consumistica, fondata sulla “falsa realizzazione dei diritti civili”. La falsità sembra essere la parola chiave per capire il fenomeno del “nuovo” fascismo. Pasolini parla sulla Seconda rivoluzione borghese, del consumismo, evento di cui si può cogliere la portata nel suo

creare dei “rapporti sociali” immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clerico-fascismo un nuovo tecno-fascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi anti-fascismo); sia, com’è ormai più probabile, creando come un contesto alla propria ideologia edonistica, un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili.94

Tecno-fascismo” è un neologismo che ribadisce la vastità del concetto di fascismo propria dell’autore. Sembra allora opportuno parlare di “falsa realizzazione dei diritti civili”, perché la nuova società totalitaria, che non si è ancora del tutto allontanata dalla tradizione culturale, per esempio rinascimentale o illuministica, non avendo proposto nuovi valori, non può affermarsi senza mantenere in vita i valori precedenti, però falsificati e svuotati del loro contenuto.


5.1.2 Gli strumenti ideologici

Concentrandomi sul tema del potere, mi sono reso conto che Pasolini si dedica molto spesso a descrivere gli orrori del potere moderno dei consumi e quasi mai gli orrori dei poteri anteriori. Eppure in alcune pagine riemerge, a contrasto del totalitarismo moderno, il fascismo mussoliniano. Addirittura l’autore ritiene il “fascismo vecchio” mussoliniano migliore di quello “moderno”. Mi sembra interessante individuare un’opposizione imperfetta tra il “fascismo vecchio” che utilizzava “vecchi strumenti ideologici” e il “fascismo nuovo” che utilizza “nuovi strumenti ideologici”.

Dal fascismo di Mussolini la maggioranza degli italiani è rimasta immune, sia perché lontana dalla cultura della classe dominante, sia perché il regime non era stato capace di cambiare i modi di vita locali, molto radicati nella gente. L’autore ritiene dunque i “vecchi strumenti ideologici” ridicoli rispetto a quelli “nuovi”, vede il loro limite nel limitato sviluppo tecnico, nella rozzezza delle strategie di condizionamento dell’opinione pubblica.

L’ingenua retorica mussoliniana dei manifesti, delle scritte murali è intrasferibile nell’epoca moderna: la società avanzata consumistica di massa non conosce più queste imperfezioni. Il “miracolo economico” porta in Italia il benessere e la seduzione del consumismo, che non si accontenta di dare soddisfazione ai bisogni primari ma deve creare nuovi bisogni artificiali. A questo contribuiscono i “nuovi strumenti ideologici”, i mass-media, la pubblicità, la moda, che influenzano le masse in modo meno visibile e con cautela. Secondo Zygmunt Bauman, è pensabile che alcuni strati sociali alti cerchino di controllare le masse, inventando artificiali distrazioni:

Se si riesce a distrarre i proletari dalla propria disperazione mediante pseudoeventi creati ad arte dai mass media, compresa qualche guerra occasionale, breve e cruenta, i super-ricchi non avranno nulla da temere.95

In questo contesto, la crescente alfabetizzazione e scolarizzazione alle influenze dei mass-media, il cui potere aumenta, mentre si riduce l’influenza delle istituzioni tradizionali. Oliviero Toscani, ad esempio, ipotizza una nuova dittatura televisiva,96 simile a quella già profetizzata da George Orwell in Nineteen Eighty-Four, che controllerebbe totalitariamente la percezione umana della realtà e contro la quale l’uomo non sarebbe capace di opporsi:

Kontrolují obraz, tedy i realitu. Těla i duše. Nastává vláda jemné, působivé, podprahové diktatury, řízené experty na audiovizi. Ta nejhorší. Nelze se vzbouřit. Nejsou pro ni vězení, nejsou bachaři. Místo soudní síně jsou obrazovky. Život v zastoupení prostě nahrazuje obyčejný život.97

I mezzi di comunicazione, come afferma Ignacio Ramonet, sono armi nelle mani dei grandi conglomerati imprenditoriali, il che mette in pericolo la loro oggettività, diffondendo informazioni che potrebbero aiutare interessi particolari:

Ya nadie ignora que los grandes medios de producción de comunicaciones audiovisuales están ahora controlados, financieramente, por grupos bancarios, por conglomerados o empresas gigantes que aspiran a tener la misma influencia que tuvieron los partidos políticos en el poder.98

Il “fascismo vecchio” dunque non sparisce, ma si evolve nel “nuovo fascismo” che si impone con un’autosufficiente ideologia di massa, proponendo dei sogni insaziabili e la falsa realizzazione dei diritti civili.

Il consumismo è però solo il primo passo di un problema irrisolto. Con la sua diffusione, esso si incorpora in un processo, la globalizzazione, che divide il nostro pianeta in una minoranza ricca privilegiata e una maggioranza povera emarginata, come afferma Bauman:

In realtà la globalizzazione è un paradosso: mentre ha effetti molto positivi per pochissimi, taglia fuori o mette ai margini due terzi della popolazione mondiale.99

La globalizzazione è un fenomeno che stabilisce nuove relazioni di dipendenza e inter-dipendenza multilaterale, ma soprattutto economica, a livello mondiale. Per lo stesso Bauman, non è un fenomeno facilmente controllabile, in quanto ad essa

non sta corrispondendo un’uguale espansione di organi di controllo politici efficaci e la nascita di qualcosa di comparabile a una cultura genuinamente globale.100

5.1.3 La “strategia della tensione” e il Processo

In questo capitolo ho deciso di unire due temi che si accompagnano spesso negli interventi: la “strategia della tensione” e il Processo ai gerarchi democristiani, consideratine dall’autore i responsabili. Per gli storici, le origini del fenomeno sono chiare.

La strategia della tensione, o del terrore, ha una data e un luogo di nascita: 3 - 5 maggio 1965, Hotel Parco dei Principi, Parioli, Roma. Viene fissata strategicamente e filosoficamente nel corso di un convegno, tema “La guerra rivoluzionaria”, promosso dall’istituto Alberto Pollio, finanziato dal Sifar, il servizio segreto. Soltanto da otto mesi è fallito il colpo di Stato del generale Giovanni De Lorenzo, comandante dell’Arma, contro la nascita del centro sinistra, considerato il primo passo verso l’ingresso dei comunisti nell’area di potere, l’antico assillo dei moderati italiani, laici e cattolici.101

Secondo Giuliano Procacci, anche gli Stati Uniti erano molto interessati nel non cedere alcun spazio decisivo nella politica italiana ai movimenti di sinistra, specialmente ai comunisti, ipotizzando una relazione tra la “strategia della tensione” e l’influenza politica o economica degli USA in area italiana.102

Il 12 dicembre 1969 esplode una bomba presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano. È l’atto di nascita della “strategia della tensione”. Ci sono 16 morti e 88 feriti. I responsabili sono considerati dapprima gli anarchici, poi si scopre che lo è un gruppo neofascista veneto guidato da Freda e Ventura e un colonnello del SID, Giannettini, assolti nel 1981 in Corte d’Appello. Pasolini dedica alla strage di piazza Fontana un testo in versi, Patmos (1969), in Trasumanar e organizzar. Un’altra giornata tragica sarà il 4 agosto 1974, quando esplode una bomba sul treno Italicus Roma – Milano, in galleria presso San Benedetto Val di Sambro, causando 12 morti. L’attentato è attribuito a una matrice neofascista.

In quanto alla “strategia della tensione”, ho scelto i due interventi pasoliniani più importanti, il primo del 14 novembre 1974, il secondo del 26 dicembre 1974.

Nel primo103 Pasolini afferma di conoscere i nomi dei responsabili dei golpes, ma di non avere le prove. L’autore presenta un progetto del suo “romanzo delle stragi”. Ipotizza che i giornalisti o i politici abbiano prove, o almeno indizi, ma che non li pubblichino. Neanche l’opposizione dice i nomi, essendo un po’ ipocrita, perché, come afferma Pasolini criticando la doppia faccia della politica, gli uomini politici “distinguono verità politica dalla pratica politica”,104 contrariamente ai veri intellettuali, che non possono vivere al servizio del potere.

Nell’articolo è citato anche Vito Miceli. Si tratta di un generale accusato di complicità nel colpo di stato tentato da Junio Valerio Borghese tra il 7 e l’8 dicembre 1970, arrestato il 31 ottobre 1974, quando si scopre il suo rapporto con “Rosa dei Venti”, un’organizzazione che promuoveva azioni terroristiche, tra cui anche il sopra citato tentato golpe del dicembre 1970.105

Nel secondo intervento,106 l’autore spiega l’evoluzione ideologica di questa strategia, i giochi di potere. Pasolini sostiene che il potere ha organizzato prima la “strategia della tensione” anticomunista, fino al 1968 e poi la tensione antifascista con le stragi. Il potere, per Pasolini, è infatti stato responsabile della strage di piazza Fontana, di cui ha accusato gli estremisti di sinistra, poi delle stragi di Brescia e di Bologna, di cui ha accusato i neofascisti, mettendosi così una maschera antifascista, per mantenersi tale. Per Pasolini questo è terrorismo ideologico che si accompagna all’intolleranza della società dei consumi. Più precisamente, si tratta di un’intolleranza mascherata da tolleranza, cioè secondo l’autore inutile, ipocrita, gradita al regime.

Si può mettere in questione l’importanza di alcuni interventi di Pasolini, ma credo che non si possa sottovalutare il problema della “strategia della tensione”. Si può sostenere che si tratti di una “criminalità di stato”? Si può ammettere che vari protagonisti delle stragi siano stati legati a istituzioni statali, che varie parti dell’ambiente politico italiano non abbiano esitato a usare la forza per vincere il nemico?

Passiamo adesso al secondo sottotema del capitolo, il Processo ai gerarchi democristiani, che da semplice strumento di critica politica, pian piano assume una portata e un’importanza più generale: la critica toccherà così anche gli italiani incapaci di dissenso politico e il Processo così offrirà loro la possibilità di riconoscersi, di iniziare a intervenire attivamente nella politica che influenza la loro vita.

In quanto al Processo, ho scelto otto interventi importanti che sono stati pubblicati tra il 16 giugno 1974 e il 30 ottobre 1975.

Nel primo,107 Pasolini si sofferma sulla passività degli italiani, vista come un problema politico, di cui costituisce un esempio opposto il lungo digiuno di Marco Pannella, il leader del Partito Radicale. Pannella digiuna perché cerca di proporre alcuni cambiamenti democratici, però nessuno reagisce al suo gesto. Il problema che si trova alla base dell’indifferenza generale è la carenza di informazioni degli italiani e il loro conseguente disorientamento. Il non essere preso in considerazione, come nel caso di Pannella, limita di fatto il dettato costituzionale, andando contro la libertà di espressione del pensiero. Pannella rifiuta ogni violenza fisica e morale e ogni forma di potere, il che, secondo Pasolini, mostra la purezza dei suoi principi. Le reazioni a questo intervento criticano l’egocentrismo di Pannella e di Pasolini e mettono in dubbio l’importanza delle azioni dei radicali, rivendicando l’apporto decisivo del PCI alla vittoria del “no” al referendum, indetto per il 12 maggio 1974 a proposito dell’abrogazione della legge Fortuna-Baslini sul divorzio, introdotta nel 1970.108

Credo che la passività di una nazione nei confronti della politica sia un aspetto voluto dal potere. Il potere comunista nella Cecoslovacchia lasciava costruire a buon prezzo le case in campagna, per dedicarsi meno alla politica. Parimente, la Spagna di Franco promuoveva l’interesse delle masse per il calcio. Sembra invece che sia stato il benessere diffuso in Italia a provocare il disinteresse delle masse verso la politica, come nei paesi dell’America del Nord.

Nel secondo intervento,109 sempre sulla passività degli italiani e sulla politica democristiana, osservando la situazione, Pasolini si chiede la cosa per lui più scandalosa: se sono i democristiani che vogliono rimanere al potere a ogni costo o se è l’apocalittica passività degli italiani ad accettare tale potere.

I democristiani sembrano lontani dalla vita quotidiana; a Pasolini sembrano insinceri, spregiudicati, astuti, falsi. Andreotti ha elencato in un suo recente intervento meriti e opere del regime democristiano, ma, secondo Pasolini, il regime democristiano non si è curato degli effetti culturali, umani e politici di tali opere. Andreotti crede di essere insostituibile, e Pasolini pensa che la carriera politica in Italia significhi soprattutto l’arte di essere insostituibili. Anche se i democristiani non parlano della “strategia della tensione” né delle stragi, secondo Pasolini è poco probabile che non ne sappiano niente. Piuttosto fanno finta di non sapere, e questo scandalizza l’autore,

a rischio di essere anche ingeneroso e conformista (come è sempre chi è scandalizzato, e si fa, quindi, portavoce di un sentimento comune e maggioritario, non privo di qualunquismo).110

All’intervento risponde Giulio Andreotti nello stesso giornale,111 ammettendo che la “strategia della tensione” sia gravissima, l’edonismo sia condannabile, anche se il consumismo rappresenta un effetto naturale dello sviluppo industriale.

Anche in questo intervento si nota come il rapporto di Pasolini con lo scandalo sia abbastanza ambiguo: molte volte l’autore cerca di provocare lo scandalo e altrettante lui stesso rimane scandalizzato. Giampaolo Borghello chiama questo atteggiamento “una ‘tecnica’ di intervento tra l’intemperanza e provocazione” che

lascia francamente perplessi: lo scrittore “fiuta” un argomento di attualità, fa una “sparata” estremistica (infilando, come è ovvio, anche osservazioni intelligenti) con o senza documentazione, suscita puntualmente l’atteso lo scandalo, fioccando le repliche, il “corsaro” è contento, finge di minimizzare, di distinguere, accusa gli altri di non aver ben capito e intanto, fra una riga e l’altra, rincara la dose.112

In un altro intervento di forte spessore politico,113 l’autore propone un’altra originale dicotomia, tra dentro il “Palazzo” e fuori il “Palazzo”, per mettere in rilievo la distanza del potere governativo dai cittadini e dalla realtà del paese. Pasolini differenzia la posizione “nel Palazzo”, propria di una della classe dirigente fuori dalla realtà, da quella “fuori dal Palazzo”, di chi vive la vera realtà, che “è nella cronaca ‘fuori Palazzo’ e non nelle sue interpretazioni o peggio ancora nella sue rimozioni”.114 Ormai, “nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più le cause reali nel Paese”.115

Pasolini, anche qui, sente fortemente il compito di interpretare la realtà. Questo suo atteggiamento non viene visto sempre positivamente, anzi, ad esempio, è interessante la risposta di Luigi Compagnone all’intervento pasoliniano:

Se è vero, come è vero, che cronaca e realtà sono “fuori dal Palazzo”, il mondo come Pasolini lo vede è forse uno sguardo dall’interno di un altro “Palazzo”: il suo “Palazzo interiore”, la sua diacronia personale.116

È il 24 agosto 1975, quando viene per la prima volta esplicitamente presentata la proposta del Processo ai democristiani, preceduta da un’analisi dei problemi dell’Italia del tempo: l’incapacità di dissentire e la mancata identificazione tra stato e popolo.117

Solo quattro giorni dopo, Pasolini enumera le colpe dei governi democristiani, motivando il Processo e sostenendo che le colpe sono molto gravi.118 Pasolini è convinto che altrimenti il paese non si muoverà avanti. L’elenco, che fornisce un quadro complessivo del paese, è impressionante:

Condizione paurosa delle scuole, ospedali, opere pubbliche, esplosione “selvaggia” dei mass-media, decadimento della Chiesa, distribuzione delle cariche agli adulatori, stragi a Brescia, Milano e Bologna, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, degradazione antropologica degli italiani, alto tradimento in favore di una nazione straniera, intrallazzo con i banchieri, petrolieri; convivenza con la mafia, uso ilecito e collaborazione con CIA, il SID, manipolazione del denaro pubblico, indegnità, disprezzo per i cittadini [...].119

Resta ancora da chiarire in che misura il “Palazzo” sia colpevole di tutti i disastri citati. Non voglio difendere la politica democristiana, ma mi sembra semplicistico dare la colpa solo ai politici, specialmente se Pasolini in altri interventi parla dell’ingenuità del potere democristiano, non accortosi che il consumismo gli ha tolto il vero potere. D’altra parte, non bisogna sottovalutare i rapporti tra i politici e le altre componenti non ufficiali del potere che possono essere state nocive al paese.

Nuovamente, e ancora a breve distanza, Pasolini ritorna sulla proposta del Processo estendone, oltre i suoi limiti precedenti, il valore a un livello più ampio, nazionale.120 L’autore vede nel Processo una possibilità per gli italiani di riformarsi in cittadini attivi, coscienti dei propri diritti: “È solo attraverso il processo dei responsabili che l’Italia può fare il processo a se stessa, e riconoscersi”.121

Un nuovo giudizio negativo sull’attività dei governi democristiani risale ancora al settembre 1975:122 essa non è giustificabile, non ha portato nessun cambiamento positivo nella vita italiana. Di nuovo, Pasolini enumera le colpe di questi governi, interrogandosi sul vero ruolo dei democristiani nella “strategia della tensione” e nei golpes. Anche il cosiddetto benessere, portato dai governi democristiani, viene messo in discussione. Pasolini si chiede come possano mancare i soldi per le opere pubbliche, se si vive nel benessere, perché ci sia sempre maggiore differenza tra il Nord e il Sud, se viviamo nell’epoca della tolleranza. Dalle parole di Pasolini emerge un’Italia industriale, in cui però nessuno si interessa dei selvaggi disastri urbanistici ed ecologici. La massa non vive un progresso, è depauperata e degradata. La TV e la scuola diseducano la gente, e anche nella vita culturale preponderano le manovre mafiose.

L’autore motiva allora il Processo parlando in nome di tutti gli italiani che si chiedono il vero ruolo di SIFAR, SID, CIA, Mafia e Palazzo nei golpes fascisti e nella “strategia della tensione”, nelle stragi di Brescia e di Milano. La consapevolezza pubblica di questi fatti è, secondo Pasolini, fondamentale per l’Italia contemporanea.

Un aspetto di un tale processo sono le prove concrete, che generalmente un regime cerca di nascondere, sul degrado ambientale, sull’assenza di una pianificazione urbanistica, sulle tangenti, ma le accuse più astratte, su acculturazione, diffusione del consumismo, non potrebbero essere sostenute da prove, quasi impossibili da portare.

Tra le risposte a questo intervento colpisce soprattutto un articolo nel settimanale democristiano “La Discussione” del 29 settembre 1975, dove si può leggere una minaccia aperta a Pasolini:

Processo alla DC uguale processo all’Europa. Dirlo può essere divertente e anche intelligentemente stimolante. Farlo implica un prezzo che non risparmierebbe certamente gli amici di Pasolini e nemmeno lo stesso Pasolini.123

Un’ultima volta Pasolini parla di Processo: in un articolo pubblicato poco prima della sua morte, l’autore scrive sul silenzio seguito alla sua proposta124 che Pasolini vede motivato dallo scarso coraggio degli intellettuali, che dovrebbero invece essere riformisti e luterani, anche perché i politici lottano per pura sopravvivenza sfruttando il caos, il verbalismo, le manovre, le congiure, gli intrighi e gli intrallazzi, e i giornalisti sono complici dei politici. Pasolini invece concepisce il suo ruolo, quello intellettuale, nell’intuizione di cambiamenti importanti.

Sono convinto che il Processo sia molto importante per la vita di Pasolini. L’autore ha espresso pubblicamente qualcosa che minaccia l’esistenza di molti rapporti segreti del potere, la fiducia delle masse in tale potere, le componenti eversive dello stato e molti italiani stessi. Per questo mi sembra che il silenzio alla sua proposta sia comprensibile. Con questa proposta Pasolini ha oltrepassato un limite che ha forse causato la sua morte.


5.1.4 La propaganda del consumismo e il futuro

Nel presente capitolo, legato per certi versi al capitolo sul fascismo “nuovo” di questa sezione, ho voluto presentare interventi che si occupano di aspetti importanti dell’ideologia consumistica e della sua influenza sulle persone. Ho scelto cinque interventi importanti, uno scritto forse nella seconda metà del 1973 ma rimasto a lungo inedito, e altri quattro pubblicati tra il 1° marzo 1975 e il 13 dicembre 1975.

Iniziamo con l’articolo del 1973, in cui l’autore cerca di mettere in relazione sviluppo e progresso, operazione attraverso cui si può spiegare l’ambiguità dei fini della società moderna.125 Lo sviluppo, inteso come aumento della produzione industriale e dell’attività economica senza cura degli effetti, lo vogliono gli industriali per immediati interessi economici, per produrre i beni superflui destinati alla massa dei consumatori. Così le grandi imprese guadagnano moltissimi soldi, aumenta il loro potere e l’influenza anche fuori l’area economica. Come anche avvertirà Noam Chomsky, nel presente le grandi imprese transnazionali diventano quasi incontrollabili, e la loro influenza sul nostro mondo è grande.

Le decisioni prese dal consiglio di amministrazione della General Electric incidono significativamente sulla società in generale (se mettiamo da parte la trasparente mitologia della cosiddetta “democrazia” del mercato e degli azionisti) i cittadini non hanno alcun ruolo nella loro assunzione.126

Gli industriali, secondo Pasolini, promuovono una liberazione e l’abiura dalla cultura precedente. Pasolini ammette di vivere e percepire l’ideologia consumistica come “inconscia ma reale”,127 i suoi valori sono ancora vissuti da lui solo esistenzialmente. Il progresso invece, inteso come il vero passo in avanti per quanto riguarda la qualità della vita umana sotto tutti gli aspetti, lo vogliono gli operai, i contadini e gli intellettuali di sinistra.

Credo che Pasolini abbia individuato nell’opposizione tra “sviluppo” e “progresso” la vera tragedia materiale del mondo moderno. Molti sostenitori dello “sviluppo” cercano di mistificarne il significato, spacciandolo per “progresso”. Se “sviluppo” nel senso pasoliniano significa soprattutto un’inondazione delle merci nel mondo umano, è abbastanza discutibile l’affermazione che la crescente quantità di oggetti nella vita umana significhi a priori una crescente qualità della vita. Si può dire pittosto che più oggetti materiali un uomo possiede, più dedica loro il suo tempo, rinchiudendosi in attività individuali.

Il motivo di uno “sviluppo” tecnologico che va contro il “progresso” era già presente in Nineteen Eighty-Four di George Orwell, romanzo che sembra anticipare alcuni degli scenari della saggistica pasoliniana. In esso un regime totalitario mette in atto uno “sviluppo” che va contro il “progresso” nel senso pasoliniano, con gli stessi risultati che Pasolini vedrà realizzarsi nell’Italia contemporanea, che depaupereranno la vita umana soprattutto sul piano intellettuale: “And even technological progress only happens when its products can in some way be used for the diminution of human liberty”.128

Ormai nel 1975, l’autore si occupa della falsa permissività sessuale del consumismo e della sua falsificazione dei valori precedenti, sostituiti da una sorta di libertà-obbligo, che cancella ogni forma di diversità.129 Pasolini sostiene che la società permissiva permette il coito della coppia eterosessuale ma in funzione edonistico-consumistica, imponendone praticamente l’obbligo, oltre a una precocità nevrotizzante che toglie ogni tensione sessuale e la possibilità di sublimazione in altri campi. L’idea di una liberazione sessuale come obbligo collettivo, rientra insomma tra le imposizioni del consumismo mentre infatti le società repressive hanno bisogno di soldati, quelle permissive necessitano solo di consumatori. Al di fuori della “permissività” c’è l’inferno del non permesso, tabù che produce riso e odio verso i “diversi”. Pasolini sostiene che gli italiani, come “polli d’allevamento”, hanno accettato la nuova ideologia irreligiosa e antisentimentale con tutti gli strumenti del potere, specialmente la TV e i giornali. Si sacralizza la merce e il consumo, si usano argomenti laici, illuministi, razionalisti.

Pasolini chiarisce qui, su basi storico-filosofiche, la sua visione della società dei consumi. Il potere dei consumi si è valso delle conquiste illuministe, razionali, laiche per costruire un muro di falsità. Il potere ha portato al limite la sua unica sacralità: il consumo come rito, la merce come feticcio. Secondo Pasolini la vita ha perso la sua sacralità, il che ha portato tra l’altro all’aumento della criminalità generale: “Dire che la vita non è sacra, e che il sentimento è stupido è fare un immenso favore ai produttori”.130

La falsificazione dei valori e delle conquiste mentali illuministe, razionali e laiche sta nel non vedere in essi uno scopo ma un semplice punto di partenza dell’attività economica. Il consumismo usa questi valori solo per attrarre le persone e non per avvicinarle a essi.

In un intervento successivo, Pasolini torna alla dicotomia del fascismo “vecchio” e “nuovo”, soffermandosi più su quello nuovo, cioè sul consumismo.131 Il problema della distinzione tra il “vecchio” e il “nuovo” fascismo sta anche nel giudicare il presente con le misure del passato. Che non si possa giudicare una nuova realtà utilizzando le misure della vecchia realtà, appare ovvio. Nonostante ciò, ipotizzando la possibilità di un avvento ufficiale del fascismo, cita due stimati economisti americani, H. Long e G. Barraclough: “Il fascismo può tornare alla ribalta a condizione che si chiami antifascismo”.132

Pasolini sostiene anche che la povertà moderna consiste nel consumismo frustrato che coincide con il “nuovo” fascismo. La cultura non-popolare che sorge nella società dei consumi è, secondo Pasolini, umiliante, perché è ottentuta attraverso l’imitazione della piccola borghesia, una scuola dell’obbligo di bassa qualità e una TV “delinquenziale”. A differenza degli altri paesi europei sviluppati che hanno vissuto molte esperienze prima dell’avvento del consumismo, l’Italia ha evidenziato un cambiamento troppo rapido da una società sottosviluppata al consumismo.

Siamo in un periodo, il settembre 1975, in cui l’autore si occupa più volte del retoterra ideologico del consumismo, secondo lui di non facile cognizione.133 Pasolini vede ancora il centro dei problemi del paese nell’assenza di ogni ideologia morale, spirituale o religiosa non verbale, cioè reale e realizzata. I beni superflui prodotti possono essere tollerati se la loro produzione è finalizzata a sostenere servizi pubblici come scuole, ospedali, ecc. Però il regime democristiano non li ha usati in tal senso.

In un ultimo intervento, l’autore divide nettamente i bisogni “primari” da quelli “inutili”.134 Pasolini ritiene “primari” i bisogni del vecchio capitalismo, non quelli del consumismo, “totalmente inutili e artificiali”.135

Ma c’è di più. In una recente opera, Bauman sostiene ad esempio che

il tradizionale rapporto tra i bisogni e il loro soddisfacimento viene invertito: la promessa e la speranza della soddisfazione precedono il bisogno che si promette di soddisfare, e saranno sempre più intense e tentatrici di quanto lo siano i bisogni effettivi.136

L’intervento di Pasolini ci pone comunque davanti a un dilemma: dove stabilire la linea divisoria tra i bisogni “primari” e i bisogni “totalmente inutili e artificiali”? A mio avviso dire che il nuovo capitalismo si fondi solo su bisogni artificiali è impreciso, il vecchio capitalismo con i suoi bisogni, infatti, non ha smesso di esistere di colpo.

Si può dire che in ogni caso Pasolini abbia colto un’aspetto importante mettendo in rilievo l’autosufficienza dell’ideologia del consumo. Si tratta di un gioco delle finzioni che può essere anche infinito. Le persone alimentano un sistema di sogni che in seguito crea nuovi sogni. Restando sempre al livello della finzione, il potere consumistico non può permettersi un cambiamento radicale, perché la maggioranza delle persone tende al conservativismo. Il potere consumistico fingerà o di rispettare queste istituzioni tradizionali o di non voler entrare in contatto con esse.

Ora vorrei lasciare per un attimo Pasolini, e occuparmi di testi che, successivamente, hanno approfondito e ampliato il discorso iniziato dall’autore sul consumismo, presentando alcuni tratti fondamentali della società occidentale contemporanea.

Il primo carattere importante del consumismo mondiale è la stragrande differenza tra i paesi ricchi e potenti e quelli poveri. A tale proposito, Eduardo Galeano in un suo articolo137 enumera alcuni caratteri fortemente contraddittori della società neoliberale e dei consumi, alcuni dei quali, tanto interessanti quanto tristi, riguardano l’agricoltura:

Los países ricos, que subsidian su agricultura a un ritmo de mil millones de dólares por día, prohíben los subsidios a la agricultura de los países pobres. Cosecha récord a orillas del río Mississippi: el algodón estadounidense inunda el mercado mundial y derrumba el precio. Cosecha récord a orillas del río Níger: el algodón africano paga tan poco que ni vale la pena recogerlo.

Las vacas del Norte ganan el doble que los campesinos del Sur. Los subsidios que recibe cada vaca en Europa y en Estados Unidos duplican la cantidad de dinero que en promedio gana, por un año entero de trabajo, cada granjero de los países pobres. Los productores del Sur acuden desunidos al mercado mundial. Los compradores del Norte imponen los precios de monopolio.138

La società consumistica di massa è anche uno dei temi della critica di Václav Bělohradský. Questo autore presenta alcune idee fondamentali per capire il consumismo, come l’importanza dello status quo, la “razionalità irrazionale” della crescita economica e consumistica, la preinterpretazione del mondo e il consumismo inteso come una guerra.

A proposito della trappola del consumismo, che consiste nel mettere tutto a nostra disposizione, ma solo dentro i limiti dello status quo, una forza livellatrice che banalizza tutto e destituisce l’uomo della capacità di riflettere criticamente sulla realtà in cui vive, Bělohradský cita One-dimensional man di Herbert Marcuse:

Herbert Marcuse popsal v knize One-dimensional man, kultovním textu šedesátých let, “lest konzumního systému”, který nás zotročuje tím, že nám vše dává k dispozici, ale jen jako součást statu quo. Platon, Svatý Augustin, Kant, Hegel, Balzac, Kafka, Kundera, jejich texty v kapesním vydání si můžeme koupit v samoobsluze. Vznikly jako vzpoura proti rozporům statu quo a rozumět jim znamená probudit v sobě smysl pro vznešené (gloriosus!) důvody takové vzpoury. Rozumět klasickým textům naší tradice znamená “prohlédnout rozpory současnosti”, být v konfliktu s jejím povrchem, mít “kritický odstup” od fungování systému i jeho cílů. Jednorozměrné konsumní univerzum se konstituuje tím, že tyto velké texty jsou integrovány do statu quo. “Tím, že se umění stává součástí reálného života, ztrácí transcedenci, která jej staví do opozice vůči stávajícímu pořádku, stává se jeho součástí, je jednorozměrné, a proto stávajícímu pořádku podlehne”.139

In quanto alla cognizione delle grandi contraddizioni provocate dalla società industriale, Bělohradský recupera un concetto di Marcuse, quello di rational foolishness, carattere della società industriale che tollera e desidera l’aumento della produttività, la quale però porta alla distruzione:

Největším rozporem průmyslové společnosti je “racionální charakter její iracionality”, její “rational foolishness”. “Všemocná racionalita průmyslové společnosti je sama zdrojem iracionality” - píše Marcuse. Stále větší produktivita tu implikuje stále větší destruktivitu, svrchovaná politická moc vyplývá z hrozby totálního zničení světa v nukleárním holocaustu, myšlení i city nás všech jsou podřízeny mocenským strategiím velkých koncernů, bída většiny roste úměrně s obrovským a nikdy před tím nevídaným bohatstvím privilegované menšiny. Společnost takových skandálních rozporů funguje jen díky obrovské účinnosti svých kontrolních mechanismů, které nás zbavují schopnosti pociťovat jako skandál rozumu i citu cíle systému a naši funkci v něm. [...] Naše kulturní tradice nás po tisíciletí učila, že výchova znamená klást otázky, které odhalují rozpory našeho světa, a nutí nás přijmout za ně výslovně zodpovědnost. Výchova v postindustriální společnosti je ale stále více pouhým ochočováním, zakrýváním rozporů, apologie statu quo. Hollywood a Nova nikdy nespí, ve dne v noci nás drogují planetárním kýčem, abychom zdrogovaní pak na ty otázky přijali jakoukoli odpověď.140

Sempre secondo Václav Bělohradský, il consumismo si appoggia su una vasta rete di interpretazioni del mondo obbligatorie previe che il suo sistema diffonde:

Pečujeme o naši duši, když se vystavujeme osvobozujícím účinkům konfliktu mezi idejemi, vznikajícími ve veřejném prostoru, a povinnými “předinterpretacemi světa”, které nám systém vnucuje jako součást svého fungování.141

Il consumismo legato alle tradizioni e la crescita economica e industriale possono così essere interpretati – e qui Bělohradský utilizza alcune idee di Pasolini - come una specie di guerra, nella quale si scontra il mondo industriale, la sua propaganda, l’ecologia:

Pier Paolo Pasolini považoval Vánoce a všechny podobné “křesťanské” svátky v éře chaosu, jak tomu říkal, za cynický neokapitalistický rituál, který je také jakýmsi druhem Války. Lidé se tlačí v supermarketech jako v krytech, přeplněné dálnice vyplivují stovky mrtvých. Jeden z mnoha Vietnamů na tváři země, píše. Lidé jsou tu předmětem stejně účinné masové propagandy jako ve válce. Vánoce jsou oslavou Růstu, jehož jediným cílem je “transumanar e organizzar”. [...] Průmyslový růst totiž nejen integruje masy do “struktur” (živých obrazců) a používá stejné prostředky jako válka, stejná “hesla dne”. Osmdesát let po konci první světové války je třeba si to ještě jednou připomenout: dvacáté století je válka. Průmyslový růst je válka. Skončí někdy?142

L’analisi del presente, dunque, nell’ambito di queste problematiche, non può non allargarsi a uno sguardo sul futuro, pensabile alla base di ciò che si vive attualmente. Così come Pasolini, molti altri autori vedono il futuro dell’umanità in una società tecnologica, paradisiaca, totalitaria.

Oliviero Toscani, ad esempio, immagina addirittura un futuro post-umano, determinato quasi esclusivamente dalla tecnologia.

Už k nám dorazila science-fiction, nejlepší ze světů, jak jej popsal Huxley. [...] Budeme žít v technosféře, v níž se všechny bytosti stanou nepotřebnými a budou propojeny s obrovskými obrazovkami a ordinátory vybavenými „styčnými rukavicemi“.143

Spesso, il futuro teconologico che si avvicina sembra avere una maschera seducente. Ignacio Ramonet parla opportunatamente di Aldous L. Huxley, che vedeva il maggior pericolo del futuro in un regime totalitario che seduce con modi sottili e piacevoli:

Sostenía éste que, en época de avanzada tecnología, el riesgo más grande para las ideas, la cultura y el espíritu, llegará antes de un enemigo de rostro sonriente que de un adversario que inspire odio y terror. Hoy sabemos, con espanto, que nuestra sumisión y el control de nuestros espíritus no serán conquistados por la fuerza sino a través de la seducción, no como acatamiento de una orden, sino por nuestro propio deseo, no mediante el castigo, sino por el ansia de placer [...].144

A mio avviso, un confronto tra Pasolini e Huxley può rivelarsi molto interessante. Già in Brave New World, romanzo scritto nel 1931, possiamo leggere di obbligo di consumo, conscription of consumption,145 un dovere di ogni cittadino di consumare una certa quantità di merce, stabilito dalla legge. Il consumo è uno degli aspetti che allontana la società antiutopica di Huxley dalla cultura.146 Nel suo romanzo, l’uomo è predestinato a seguire un determinato percorso di vita. La società è rigidamente divisa in caste e costretta allo spreco continuo, ad una vita di lusso. La gente è felice, ottiene materialmente quello che vuole - e vuole solo quello che può ottenere.147

5.1.5 La Chiesa

Vorrei presentare in questo capitolo tre interventi importanti a proposito della Chiesa, pubblicati tra il 1° marzo e il 6 ottobre 1974. In generale, Pasolini critica la Chiesa per essersi allontanata dal Vangelo, il carattere profano del suo potere e il suo odio per la cultura laica e liberale.

Nel primo intervento, affidato alle colonne del “Tempo”, Pasolini critica fortemente la Chiesa dopo aver letto le 20 sentenze della Sacra Rota.148 La Chiesa appare a Pasolini reazionaria, dalla parte del Potere, autoritaria, gerarchica, contro la libertà del pensiero e le innovazioni anti-repressive: lontana dallo spirito evangelico, la sua ideologia è solo verbale. Cristo è per essa una parola morta. Le sentenze non sono cristiane, ma pragmatiche, senza “calore umano”, gli uomini paiono destituiti di ogni inclinazione al bene. In esse emerge indignazione verso la cultura laica e liberale, la carità, il più alto dei sentimenti evangelici, è degradata a pragmatismo: si scopre l’uomo nella sua nudità, però senza capirlo o perdonarlo.

Pasolini sta rimproverando alla Chiesa quasi gli stessi difetti che hanno spinto al dissenso gli intellettuali riformisti nel tardo medioevo, come ad esempio Martin Lutero e Jean Calvin. Sembra che la Chiesa soffra ancora degli stessi difetti indipendentemente dal tempo trascorso. D’altronde non bisogna dimenticare che la Chiesa è una delle istituzioni più conservative, costretta ad allontanarsi dalla cultura e dalla scienza profane perché queste possono segnare la sua fine. Non può meravigliarci allora se la Chiesa rimane a molti passi di distanza dalla vera comprensione della società moderna, influenzata maggiormente dal mondo profano. Per l’autore si tratta di un’istituzione quasi morta, ma d’altra parte appartenente ad un passato che, per certi aspetti, lui adora. Sembra allora di scorgere un po’ di simpatia verso la Chiesa, nel Pasolini che rimpiange la scomparsa dei valori e della morale tradizionale.

In un secondo intervento, Pasolini presenta nuovamente la Chiesa come un’istituzione di potere, superata dal mondo laico, il cui ruolo sociale si sta progressivamente riducendo.149 L’autore apprezza la sincerità dell’intervento di Paolo VI che ammette che la Chiesa abbia perso la sua egemonia culturale nel mondo laico che l’ha ormai superata. Così, il potere reale non ha più bisogno della Chiesa, cui Pasolini propone di passare all’opposizione contro il mondo consumistico, totalitario e repressivo, che ha tradito milioni di persone, con l’avvento dell’edonismo e il laicismo. A proposito delle altre attività della Chiesa, Pasolini parla in questa sede anche della censura vaticana sulla TV, confrontando la réclame antiquata, inefficace, troppo esplicita della Chiesa, con la réclame dei prodotti di mercato, a volte non verbale, lieve e irreligiosa. In questo, secondo Pasolini, la Chiesa è solo puro folclore.

La critica dell’autore si fa più forte in un successivo intervento.150 Pasolini descrive la storia della Chiesa come

una storia di potere e di delitti di potere: ma quel che è ancora peggio, è, almento per quanto riguarda gli ultimi secoli, una storia di ignoranza.151

Pasolini vede nella Chiesa una organizzazione autoritaria, che per funzionare deve ricorrere all’uso del potere. Tornando ancora sulle sentenze della Sacra Rota, Pasolini afferma che la Chiesa è una coesistenza di “irrazionalismo, formalismo e pragmatismo”.152

Qui Pasolini replica a un articolo dell’“Osservatore romano”153 in cui era stato criticato e accusato di esprimere giudizi pur non avendo sufficiente autorevolezza.

Io non ho alle mie spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla e dal non averla voluta; dall’essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non essere fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io considero degno di ogni più scandalosa ricerca.154

Parole come “autorevolezza” o “normalità”, sono dunque solo pretesti per screditare altre persone, per annullarne il dissenso.


5.2 LA CULTURA

In questa sezione vorrei toccare gli interventi pasoliniani che si occupano della cultura della società dei consumi e di quella da essa marginalizzata. Mi soffermerò sugli interventi dell’autore che riguardano mass-media, istruzione, criminalità e lingua.


5.2.1 Acculturazione e culture tradizionali

In questo capitolo sono presentati cinque interventi in cui Pasolini si occupa di acculturazione e quattro in cui si concentra sulle culture particolaristiche.

Secondo Pasolini, l’epoca contemporanea è caratterizzata soprattutto dalla riduzione e dalla degradazione della vita e della cultura. A questa tendenza l’autore contrappone ricchezza, naturalezza e libertà dei mondi delle culture particolaristiche.

Per la prima volta nel giugno 1974, Pasolini cerca di spiegare gli aspetti più profondi della cultura di massa che hanno determinato il cambiamento antropologico.155 Questa cultura non è moralistica, ecclesiastica e patriotistica, ma direttamente legata al consumo, è guidata da leggi interne e da un’ideologia autosufficiente, non ha più bisogno di Chiesa, patria, famiglia, ecc.

Successivamente, Pasolini intensifica la sua critica del grande cambiamento avvenuto con la società dei consumi, definito ora genocidio, distruzione e sostituzione dei valori.156 A questo proposito Pasolini fa riferimento al Manifesto di Marx, al genocidio perpetrato dalla borghesia sulle classi dominate, sul sottoproletariato. Pasolini se lo immagina ora nella forma di una sostituzione dei valori non clamorosa, ma clandestina, con una violenza non esplicita, ma sottile, abile e complessa.

In un terzo intervento riguardante tali tematiche, l’autore cerca di scoprire le radici profonde del condizionamento totalitario della vita, parlando dell’oppressione esercitata dalle culture intolleranti.157 L’individuo viene in genere destituito di umanità, pietà e fraternità, poi viene soppresso fisicamente, come è successo nei lager nazisti. Qui, Pasolini riporta una battuta del film che stava girando, Salò o le 120 giornate di Sodoma, tratta da De Sade: “In una società dove tutto è proibito, si può fare tutto: in una società dove è permesso qualcosa si può fare solo quel qualcosa”.158

Anche in Salò o le 120 giornate di Sodoma emerge infatti il motivo della libertà individuale nelle culture intolleranti:

Credi di essere libero, ma in verità sei manipolato e influenzato senza alcuna libertà di fare altrimenti perché non sai più pensare altrimenti.159

Penso che Pasolini abbia visto in De Sade un vero illuminista moderno, non tanto per la violenza fuori del comune, quanto per alcune idee filosofiche sulla libertà, sul male e sul bene. De Sade forse fu un caso patologico della psichiatria, ma soprattutto espresse una straordinaria capacità del pensiero filosofico, rivelò l’indipendenza dal divieto assurdo, dai giudizi valorativi personali, problematiche legate alle culture intolleranti:

Mettiamo che arrivi all’improvviso un ordine assurdo che t’impedisca di uscire da questa camera, tu non ne uscirai senza rimorso, benché certamente non compiresti alcun male uscendo.160

Sempre De Sade rivelò la relatività del giudizio personale sul rimorso morale, che potrebbe giustificare il male nelle culture intolleranti:

Ora se il rimorso nasce dalla proibizione, e non deriva dall’azione in sé per sé ma dall’infrazione di leggi, ti pare saggio lasciarlo persistere in noi?161

Il motivo dell’intolleranza e del dissenso è alla base di alcuni interventi pubblicati da Pasolini nel 1975. Nel primo di essi l’autore riflette ancora sulla perdita dei valori tradizionali.162 La nuova cultura dei consumi non ha infatti legami col passato, si vive in uno stato di imponderabilità, con un senso di vuoto morale che giustifica il consumo edonistico. L’autore crede, ad esempio, che i valori religiosi tradizionali siano perduti per sempre. Questo carattere porta inevitabilmente ad una riduzione degradante. Con i valori, secondo l’autore, scompare una parte essenziale della vita umana, e

l’Italia d’oggi è distrutta esattamente come l’Italia del 1945. Anzi, la distruzione è ancora più grave, perché non ci troviamo tra macerie, sia pur strazianti, di case e monumenti, ma tra “macerie di valori”: “valori” umanistici e, quel che più importa, popolari.163

Si può essere d’accordo con il paragone di Pasolini. L’uomo moderno si è abituato a osservare solo le macerie materiali, non è capace di cogliere le macerie spirituali.

Nello stesso intervento, Pasolini cerca di chiarire la sua opinione sui giovani dei suoi tempi e sulla loro idea dell’obbedienza e della disobbedienza, parole il cui senso appare ora capovolto:

In quanto consenziente all’ideologia “distruttrice” del nuovo modo di produzione chi si crede “disobbediente” (e come tale si esibisce) è in realtà “obbediente”; mentre chi dissente dalla suddetta ideologia distruttrice – e, in quanto crede nei valori che il nuovo capitalismo vuole distruggere, è “obbediente” – è dunque in realtà “disobbediente”.164

Pasolini percepisce questo rovesciamento del senso non solo per quanto riguarda il concetto di obbedienza, ma anche relativamente all’uso della lingua dalla società dei consumi e alla moda giovanile. I giovani, negli anni ’70 come oggi, indossano più o meno gli stessi vestiti di moda. Non ci accorgiamo più di essi, mentre forse potremmo essere sorpresi da un abbigliamento completamente fuori moda.

L’ultimo intervento di Pasolini, il già citato discorso scritto per il congresso del Partito Radicale raccoglie tutte le speranze contro il degrado dell’acculturazione consumista.165 L’autore parla dei diritti e delle persone che non sanno di averli – da lui amate -, di quelle che li pretendono, che lottano per essi o che ci rinunciano. Il ruolo degli intellettuali e dei radicali consiste nel dovere di diffondere la coscienza di tali diritti civili, che “sono in sostanza i diritti degli altri”.166

Il degrado del presente si affianca spesso in Pasolini a immagini di culture particolaristiche, tradizionali. L’autore esprime ripetutamente una forte nostalgia di questi mondi, idealizzati, sognati, acriticamente accettati e continuamente riproposti dall’autore come un modello antitetico alla situazione contemporanea della società industriale, spiritualmente povera: “Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura”.167

Anche Gian Carlo Ferretti vede un Pasolini volto

all’idoleggiamento [...] di un età passata che – per essere antecedente all’avvento di quell’universo borghese – veste i colori immacolati della felicità e della bellezza, della “grazia” e della “purezza”.168

Già nel 1973, il mondo italiano popolare, reale però perduto, rappresenta per Pasolini, che interviene su Un po’ di febbre di Sandro Penna, un mondo di uomini puri, senza traguardi, sensuali, retti, innocenti, un mondo non cambievole.169 Questo mondo contrasta fortemente con la situazione di oggi, in cui i ragazzi sono brutti, pallidi e nevrotici. A proposito della “religione dell’innocenza”, con cui Pasolini avvicina il mondo popolare italiano, aggiunge ancora Ferretti che la sua precarietà

è nel suo stesso, anacronistico riproporsi; nel riaffiorare insomma dei nuclei primigeni di una mitologia, che vive ormai da tempo una crisi irreversibile, perfino nella sue reincarnazioni “popolari”.170

Un nuovo intervento allarga il motivo del rimpianto del passato alla riflessione sul concetto di cultura nazionale, in passato abbastanza ampio, perché comprendeva la cultura di tutti, anche quella dei contadini e degli operai, gruppi sociali non più distinguibili con l’avvento del nuovo Potere.171 Anche se il desiderio di definire la cultura di una nazione è spesso determinato da connotazioni patriottiche, comunque Pasolini unisce un profondo sentimento marxista con al suo rimpianto delle culture scomparse.

Solo in un terzo intervento, l’autore sviluppa un tema molto interessante che si può considerare il punto di partenza di molte sue critiche: il mondo e la cultura delle classi subalterne e lo spostamento verso il mondo della cultura di classe dominante, ufficiale.172 Pasolini divide nettamente i due mondi: il primo, intraducibile nell’italiano della classe dominante, orale, antico, non solo cattolico, vasto, con un codice espressivo enormemente stratificato e il secondo, limitato, unificato, ufficiale, dell’italiano tecnicizzato, scolastico. La tragedia sta nel desiderio sottoproletario di avvicinarsi ai modelli della classe dominante, cosa che si verifica, per esempio, quando un contadino inizia a vergognarsi di esserlo.

Penso che quando Pasolini parla dei “mondi subalterni”, di regola entriamo in un mondo di miti che provengono dalle sue esperienze di vita. L’autore attribuisce a questi mondi umili degli aspetti realistici, ma anche e soprattutto irrealistici, idealizzati, come per esempio la “fierezza della propria cultura”, l’“immensità del mondo contadino” o la sua “libertà”. Come osserva Alberto Bevilacqua, il modo di rappresentare la realtà di questi mondi è determinato da due importanti stati d’animo dell’autore,

il primo rustico, limbale, attraversato da una potente linfa e da provocazioni direi solari da magico rito agrario, da epos popolare; il secondo, aggredito dall’esterno aggressivo, contraddittorio, di un’intelligente isteria forse anche provocata da molte ferite.173

Forse Pasolini attribuisce agli uomini della cultura popolare caratteri in realtà poco diffusi, come la fierezza della propria cultura particolaristica e un’ignoranza senza vergogna. Pasolini in fondo crea un suo ideale astratto aiutandosi con spiegazioni soggettive. Mi piace molto il suo interesse per i mondi subalterni, perché aiuta ad arricchire la cultura moderna, “l’età del pane” ne costituisce una definizione lirica e, nello stesso tempo, adeguata. Questi mondi avevano, rispetto all’epoca contemporanea, alcuni caratteri positivi ma anche alcuni limiti. È vero che il contatto tra la cultura delle città e la cultura della campagna ha significato di solito la tragedia delle tradizioni della seconda, ma è anche vero che il mondo contadino ha spesso voluto imitare la città, la cultura o i comportamenti che riteneva più nobili. Penso dunque che lo schematismo pasoliniano sia evidente quando l’autore parla delle differenze “antropologiche” tra il mondo antico, idealizzato e il mondo moderno, depauperato. La fissità del sistema mitologico non consente a Pasolini di vedere più oggettivamente la realtà.

In un ultimo articolo, l’autore afferma che il mondo contadino, gestito dal Vaticano, si è trasformato nel mondo della piccola borghesia che ha assunto i valori positivi contadini, nazionalizzandoli, vanificandoli e volgendoli al negativo.174 Così, le culture particolaristiche sono, secondo Pasolini, ridicolizzate se nazionalizzate, mostruose se strumentalizzate. È interessante osservare come la parola “cultura” possa essere usata anche in senso negativo. Sono abituato infatti a vedere nella cultura un mezzo per migliorare, non per degenerare. Pasolini mette in rilievo il disprezzo della società consumistica per la vera cultura, citando una frase di Göring: “Quando sento parlare di cultura, tiro fuori la rivoltella”.175

Pasolini accenna anche, in questo intervento, a un carattere fondamentale dei mondi e delle culture particolaristici: la limitatezza spaziale e spirituale, non necessariamente in senso negativo. Pasolini sceglie come ideale le idee e i modi di vita di minoranze che non possono mai proporsi come modello per le maggioranze, fondamentalmente perché essi sono frutto di una diversa esperienza di vita, non condivisibile dalla maggioranza, dunque, non trasferibili nella società moderna su vasta scala.

5.2.2 L’importanza dei mass-media

Nel capitolo dedicato ai mass-media e soprattutto alla televisione, vengono presentati cinque interventi, in cui fondamentalmente si sostiene che i mass-media, e soprattutto la televisione, diffondono l’ideologia consumistica, omologano un paese prima ricco di differenze e distruggono concretezza e autenticità della vita.

Nel primo, importante intervento l’autore si occupa dei cambiamenti culturali determinati dalla società avanzata dei consumi,176 di cui è stato condizione un primo cambiamento, quello delle infrastrutture: con le strade e la motorizzazione si è infatti abolita la distanza materiale tra il centro e la periferia. Un secondo processo ha toccato il sistema d’informazioni. Attraverso la TV il centro ha assimilato a sé un paese differenziato culturalmente e storicamente, con una forza omologatrice e distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Essa impone i suoi modelli: non solo ad un uomo che consumi, ma che non usi altra ideologia che quella del consumo. Prima omologava solo la Chiesa, mentre oggi si verifica una omologazione laica. Le persone oggi “avvalorano la vita attraverso i Beni di consumo”,177 accettano cioè i modelli e i sogni imposti dalla televisione, anche se non sono in grado di realizzarli, rimanendo così vittime frustrate e nevrotiche o semplici caricature. Pasolini fa l’esempio dei sottoproletari, che prima non si vergognavano di essere ignoranti, erano fieri del loro patrimonio popolare, mentre oggi “hanno abiurato dal proprio modello culturale”.178

Nonostante il suo titolo Sfida ai dirigenti della televisione, l’articolo in questione non contiene alcuna sfida, riportata invece da W. Siti e S. De Laude.179 In un contesto in cui molto tempo libero viene trascorso davanti alla TV,180 con conseguente bombardamento ideologico, Pasolini chiede ai dirigenti televisivi di fare della TV un elemento di cultura e non di anticultura o sottocultura consumistica, che faccia, per esempio, pubblicità ai libri.

Sembra che ci sia una grande mistificazione operata dal consumismo e dalla TV. A prima vista si può immaginare che il benessere, il consumismo e per esempio la TV facciano avvicinare la gente spiritualmente e fisicamente, mentre l’opposto è vero: il consumismo e la TV avvicinano solo i sogni alle persone, solo un’immagine lontana. L’uomo non è mai stato così estraneo alla realtà come nella società dei consumi, e

la perdita della realtà equivale alla scomparsa del sacro. Nel mondo del consumo, della mercificazione totale, mondo delle equi-valenze dove tutto è scambiabile con tutto, intercambiabile, e più nulla è necessario, la realtà è irrimediabilmente perduta.181

Pasolini sostiene che la TV fa passare i messaggi, crea una nuova, falsa mentalità con la propaganda del consumismo, trasmette solo le notizie “notiziabili”, ponendo enfasi solo sugli stereotipi.182 Conseguentemente, come sostiene anche Ignacio Ramonet, la tendenza all’uso degli stereotipi nei mass-media riduce la comprensione da parte del pubblico delle opere originali o delle informazioni, considerate ingiustamente marginali:

Dentro del sistema actual, las obras demasiado originales y demasiado personales reciben muy poco estímulo. Por el contrario, el estímulo se orienta hacia las sensibilidades medias que se apoyan en valores indiscutidos y que repiten hasta la saciedad lo que todos admiten sin resistencia alguna.183

Il nuovo potere, secondo Pasolini, proprio grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, ha distrutto per sempre l’anima italiana, causandone la degenerazione intellettuale e culturale. Pasolini vede così la crisi di forme superate di vita, nei nuovi ritmi del tempo libero serale, passato appunto davanti alla televisione il cui bombardamento ideologico, in assenza di pluralismo, diventa sempre più potente.

Nonostante le critiche di Pasolini e di altri intellettuali e scienziati, la situazione dal punto di vista del pluralismo delle informazioni nei mass-media appare ancora preoccupante. Anche Internet,

come già le radio private del nostro Paese venne presentato come la possibilità di comunicare con tutti, liberamente, anarchicamente. Come avvenuto per le radio il finale della storia narra che a comunicare alla fine è uno solo, un solo pensiero, una sola cultura, una unica invadente ideologia.184

Che la TV e gli altri mass-media abbiano tuttora un grande potere è insomma dimostrato dall’evidenza.185 Ciò non solo perché le persone dedicano loro una grande parte del loro tempo libero, ma soprattutto perché diffondono in un modo unilaterale delle idee, come sostiene Pasolini.

In un nuovo intervento risalente al luglio 1974, l’autore ribadisce che la nuova cultura totalitaria è costituita soprattutto dalla TV.186 Secondo Pasolini la censura vaticana avrebbe dovuto ad esempio colpire “Carosello”, programma prevalentemente pubblicitario con siparietti, presentato alla televisione dal 1957, che impone un modello di vita antitetico allo spirito evangelico, rappresentato qualunquisticamente per mezzo di un linguaggio “totale”, il linguaggio del comportamento. L’unilaterale censura vaticana della TV è stata invece una vera, paradossale tragedia: invece di bloccare il peggiore laicismo consumistico, si è preoccupata di difendere lo schermo televisivo dalla cultura laica.187

La TV, inoltre, come mezzo di comunicazione a distanza, fa allentare i rapporti di comunicazione tradizionali e socievoli. Come sostiene Alfredo Mela, la comunicazione a distanza influenza la situazione comunicativa tradizionale, e

sembra delinenare una situazione nella quale si rompe il tradizionale nesso tra spazi pubblici e comunicazione”.188

Un paragone abbastanza interessante tra la TV e i sistemi di controllo lo offre anche Bauman, che differenzia un potere che si afferma costringendo da un altro che si afferma seducendo:

Il Panopticon costringeva la gente a una posizione in cui poteva essere guardata. Il Synopticon non ha bisogno di costringere nessuno, seduce la gente perché guardi.189

Un aspetto interessante di tale seduzione sono gli idoli, attraverso i quali la televisione stabilisce un falso rapporto di comunità, come spiega ancora Bauman, coerentemente con le posizioni pasoliniane:

Gli idoli realizzano un piccolo miracolo: fanno accadere l’inconcepibile; evocano l’“esperienza della comunità” senza che esista alcuna comunità reale, la gioia del senso di appartenenza senza lo sconforto dei ceppi.190

Nuovamente nel gennaio 1975 Pasolini sottolinea la funzione anti-culturale e oscurantista dei mass-media, che fingono di rispettare ciò che in realtà disprezzano,191 mentre è nell’ottobre dello stesso anno che l’autore affronta il nodo del rapporto tra politica e informazione.192 Pasolini sostiene ora la presenza di un legame di complicità, di un controllo: “i giornali sono complici degli uomini politici, e gli uomini politici sono completamente fuori la realtà”.193

Si può ancora discutere se i mass-media siano complici dei politici o se semplicemente non abbiano neanche loro accesso alle informazioni più oggettive. Spesso

una parte minima dei fatti che accadono arrivano alle redazioni dei giornali (e telegiornali) perché qualcuno si è preoccupato di trasmetterli, oppure perché i giornalisti stessi sono andati a scovarli.194

In Aboliamo la TV e la scuola d’obbligo del 18 ottobre 1975, l’ultimo intervento scelto, Pasolini propone una soluzione radicale per eliminare la criminalità in Italia: abolire la televisione e la scuola d’obbligo.195 Da essa si può dunque, ancora una volta, dedurre che per l’autore i mass-media ebbero una grande importanza nella vita quotidiana della popolazione italiana.

Il problema della reale importanza dei modelli imposti attraverso i mass-media consiste nella differenza tra contenuti della trasmissione e le loro influenze sul pubblico. Il loro criterio di scelta non è necessariamente morale o culturale, ma quello che importa di più sono “notiziabilità” e attrattività. Ad esempio, Bělohradský, in uno dei suoi saggi, per dimostrare lo spostamento moderno, mediatico, del significato della fama, distinguendo nettamente tra celebritas e gloria:

Latinské slovo celebritas znamená slávu, ale v latině je pro ni ještě jiné slovo - gloria. To označuje čin nebo událost, která díky své jedinečnosti se stala univerzálně známou, nelze jí popřít a nelze nadále žít, jako by se nikdy neudála.196

La differenza fondamentale è vista tra il vuoto di meriti spirituali proprio del celeber, e il il loro possesso, proprio di chi è gloriosus:

V deficitním světě pozemském lze být jen “celeber”, tedy “obecně známý” jako ten, kdo se často vyskytuje v nějakém místě a “frekventuje” mnoho lidí. Bůh není celeber, ale gloriosus, zjevuje se ve své dokonalosti.197

Il problema consiste nell’assenza e nello spostamento del significato di gloria nel mondo moderno della comunicazione, che stima solo celebritas:

Nejhlubší charakteristikou naší doby je to, že v ní už není místo pro gloria, ale jen pro celebritas. I bůh i papež jsou jen celebrity, “slavné postavy”, a jako takové mohou úspěšně fungovat jako nosiče sdělení v reklamách či politických heslech. [...] Tragédií šedesátých let bylo, že jejich “gloria” byla industriální mašinérií proměněna v pouhou celebritas - Che Guevara na tričku a sériová výroba antikonformistických oděvů.198

5.2.3 Istruzione e criminalità

In questo capitolo sono presentati in totale cinque interventi che vanno dal 6 marzo 1975 al 30 ottobre 1975: il trattatello pedagogico incompiuto Gennariello, una specie di summa delle critiche più importanti, e altri quattro interventi che si occupano della scuola dell’obbligo, della televisione e del consumismo, secondo Pasolini colpevoli dell’aumento della criminalità in Italia.

In Gennariello199 Pasolini espone alcune sue idee fondamentali. L’autore sceglie Napoli, secondo lui l’ultima metropoli plebea in senso positivo, non cambiata, ingenua, naturale, che contrasta con il benessere e l’educazione del resto della repubblica. Il suo allievo immaginario si chiama Gennariello, un ragazzo napoletano borghese. La regola dell’insegnamento è la spinta a tutte le sconsacrazioni possibili, il suo fine, dice l’immaginario precettore, sta

nel convincerti a non temere le sacralità e i sentimenti, di cui il laicimo consumistico ha privato gli uomini trasformadoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci.200

L’autore sostiene infatti che “la tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata”.201 Allora – ed è una frase che colpisce per la forza e la precisione con cui essa descrive l’atteggiamento di Pasolini – “bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile”.202 Anche i primi contatti umani, come spiega l’autore a Gennariello, sono segnati da comunicazione autoritaria e repressiva.

Pasolini descrive a Gennariello il grande cambiamento qualitativo legato alla scomparsa del mondo artigianale e contadino. Sono cambiate le periferie delle città che si sono unite ai centri, però i cambiamenti più profondi li ha vissuti la campagna, dove si è persa la continuità della ricca cultura particolaristica. La svolta definitiva è stata la seconda e definitiva rivoluzione borghese, quella dei consumi, alla quale non ci sono alternative. L’autore parla anche della spietatezza degli amici di scuola di Gennariello e del loro conformismo, distingue i ragazzi in obbedienti, disobbedienti e colti. Gli ultimi sono stati salvati dalla morte con la scienza, sono bambini “in più”, indesiderati, non amati, nevrotici, depressi e aggressivi. I ragazzi “in più” sono rinunciatari, infelici e brutti, sono per Pasolini esseri morti.

A mio avviso l’utilizzo, a proposito del “doloroso cambiamento della società”, di diversi sottotemi ripetitivi, è caratteristico degli interventi di Pasolini. Il trattatello pedagogico incompiuto Gennariello non presenta un’eccezione: a parte i tratti didattici, troviamo qui alcuni temi politici o sociologici che un ragazzo non potrebbe capire. Credo che si tratti piuttosto di un trattatello quasi-pedagogico che ha come destinatario il lettore che non conosce ancora le idee fondamentali di Pasolini. Il trattatello è stato una delle ultime possibilità rimaste all’autore di esprimere in un intervento tutte le sue idee più importanti. Si vede chiaramente che alcune idee sono più generiche e altre al contrario più approfondite rispetto agli interventi precedenti.

Per quanto riguarda la criminalità, in un successivo intervento già citato,203 l’autore individua un rapporto tra l’aumento della criminalità e il cambiamento portato dalla società dei consumi e si chiede:

Perché rapine, rapimenti, criminalità minorili, effettivi coprifuochi, furti, esecuzioni capitali, omicidi, sono in concreto “esclusi” dalla logica e comunque mai concatenati?204

Successivamente, Pasolini critica radicalmente il modo di presentare la criminalità da parte dei mass-media e per combattere la criminalità in Italia propone di abolire la scuola dell’obbligo e la televisione.205 La stampa borghese, secondo l’autore, indignato per la disuguaglianza nell’approccio giornalistico, parla della criminalità borghese come di qualcosa di interessante e apprezzabile, mentre la criminalità dei proletari e dei sottoproletari è data per scontata e non merita una speciale attenzione. Pasolini descrive i modelli dei proletari e sottoproletari, che

sono proprio quei piccoli borghesi idioti e feroci che essi, ai bei tempi, hanno tanto e così spiritosamente disprezzato come ridicole e ripugnanti nullità.206

La conclusione non lascia alternative: il consumismo “ha distrutto cinicamente un mondo ‘reale’, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra male e bene”.207

Per eliminare la criminalità Pasolini propone allora di abolire la scuola dell’obbligo e la televisione. La prima rappresenta per Pasolini un’iniziazione alla vita borghese, dove si insegnano cose inutili, stupide, false, moralistiche: “chi ha fatto la scuola d’obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità”.208 A questo modello di insegnamento Pasolini ne contrappone uno dinamico, che includa una propria crescita individuale più libera e l’approfondimento da parte degli allievi.

In quanto alla TV, non si tratta secondo Pasolini di un insegnamento: i suoi sono “esempi”, “modelli” che non vengono parlati ma rappresentati, che non suscitano nessuna discussione, nessun legame vivo, emotivo con lo spettatore. Pasolini infatti sostiene che “la TV ha concluso l’era della pietà e ha iniziato l’età dell’edonè”,209 presentando modelli irraggiungibili che portano i ragazzi all’aggressività e alla delinquenza o alla passività e all’infelicità.210

È lecito interrogarsi se l’abolizione della scuola dell’obbligo porterebbe alla diminuzione della criminalità. La scuola dell’obbligo non è una scuola per delinquenti, il problema forse è che molte volte sviluppa nell’uomo delle capacità e delle credenze che sono discutibili. L’autore ha ragione sull’influenza della televisione: partendo dalla sua esperienza con il cinema, non ritiene la TV cattiva di per sé.

A una settimana di distanza Pasolini interviene ancora per esporre il suo modello di scuola, in cui trovano spazio l’educazione stradale, con annesso galateo, il diritto amministrativo, elementi di urbanistica, ecologia, igiene, ed educazione sessuale.211 Purtroppo, l’autore non specifica molto il suo modello di scuola e così è molto difficile giudicare con precisione questa sua proposta. Per quanto riguarda altre materie, Pasolini propone libere letture, liberamente commentate. A proposito della televisione, l’autore chiede che sia culturalmente più pluralistica.

Pasolini aggiunge in questa occasione alcune precisazioni sulla brutalità dei giovani dei suoi tempi. Sostiene che per esempio che la brutalità esercitata su Maddalena dai quattro napoletani di Accattone rappresentava per lui una “delinquenza idillica”.212 In contrasto con questa, la brutalità “di massa” è un aspetto del consumismo. I giovani contemporanei sembrano a Pasolini pericolosi, penosi, infelici, indecifrabili, scostanti, sinistri, deboli e presuntuosi.

Come esempio di questa nuova brutalità Pasolini cita la strage del Circeo, quando nel settembre del 1975 alcuni ragazzi della borghesia romana, fascisti militanti, adescarono in una villa del Circeo due ragazze di borgata, Rosaria Lopez e Donatella Collasanti: la Lopez morì dopo aver subito maltrattamenti e sevizie, la Colasanti riuscì a scampare e a denunciare l’accaduto.213

Non so se ci sia così tanta differenza tra l’epoca di Accattone e quella degli interventi sopra citati, da poter dire che la delinquenza abbia totalmente cambiato aspetto. Forse l’autore sta idealizzando i ragazzi di borgata degli anni ’60, che, anche al tempo di Accattone, probabilmente ammiravano il mondo della ricchezza della borghesia romana.

Nella già vista lettera a Italo Calvino, Pasolini ritorna sulla carneficina del Circeo, sostenendo che essa sia un fatto naturale in un ambiente che la comprende e la ammira.214 In più crede che l’atonia morale e l’irresponsabilità sociale di una parte della borghesia italiana sia solo a un passo dalla pratica di seviziare e massacrare: un pericolo che deriva dall’instabilità sociale e dalla diffusione della criminalità. Pasolini sostiene che la stessa crisi sia anche in altri paesi, il cui spessore sociale appare comunque più solido.

Se il consumismo porta alla maggioranza della popolazione una frustrazione che può avere sintomi psicopatologici, derivante dalla non realizzabilità dei loro sogni, è ipotizzabile un aumento della criminalità.215


5.2.4 La questione della lingua

In questo capitolo sono avvicinati sei interventi, che vanno dal 7 gennaio 1973 al 7 novembre 1974. Il tema centrale di essi è la varietà delle forme di diversi tipi di linguaggi e alcuni cambiamenti importanti che si sono verificati al loro interno con l’avvento della società dei consumi. Si tratta di un tema osservato con straordinaria acutezza da Pasolini, anche perché l’autore era filologo di formazione. Negli interventi a proposito della lingua, Pasolini si sofferma tra l’altro sulla sincerità del linguaggio del corpo, critica l’unificazione linguistica del paese da parte delle aziende e descrive l’ambiente linguistico delle culture particolaristiche.

Nel primo articolo raccolto in Scritti corsari,216 Pasolini tocca il tema della comunicazione corporea. Pasolini incontra per la prima volta i capelloni, i ragazzi che portano i capelli lunghi, a Praga nel gennaio del 1965.217 Il messaggio espresso dal loro aspetto è però destinato a cambiare rapidamente: mentre negli anni ’66 - ’67 i capelloni secondo Pasolini si opponevano alla società consumistica e all’integrazione in essa, negli anni ’68 – ’70 non esprimevano più nient’altro che l’appartenenza alla sottocultura di destra, perché il fascismo ha la capacità di assorbire le altre sottoculture e farle proprie; e allora non si distingue più il provocatore capellone dal rivoluzionario capellone. In più portare i capelli lunghi da tempo significa adattarsi alla moda e all’omologazione senza libertà, il che, secondo Pasolini, è molto servile e volgare.

Sembra che Pasolini accomuni la scelta culturale di portare i capelli lunghi con quella politica, che solo l’ideologia dell’autore sa combinare facilmente. D’altro lato, ad esempio, molti giovani cadono nella trappola quando scelgono i vestiti, perché la moda utilizza solo l’aspetto esterno dei vari modi di comportamento e di attività giovanili. In questo senso, a volte i giovani confondono un valore esterno con quello interno, pensando che, ad esempio, se si vestono con un certo vestito di marca acquisiranno automaticamente certe qualità “interne”. Non esiste in definitiva una grande differenza tra il linguaggio delle parole e il linguaggio del corpo, che può essere anch’esso ben manipolato dal conformismo.

Passando ad un altro tipo di linguaggio, Pasolini in un successivo intervento analizza il linguaggio pubblicitario prendendo in considerazione lo slogan dei jeans Jesus: “Non avrai altri jeans all’infuori di me!”218 Lo slogan è di Emanuele Pirella e fu accompagnato da una foto di Oliviero Toscani219 che però, nel suo già citato libro non spiega i motivi di una tale scelta.220

Il linguaggio pubblicitario sembra a Pasolini puramente pragmatico e comunicativo; se è espressivo, la sua espressività è stereotipata, rigida, ben diversa da quella vera, passibile di interpretazioni “infinite”. L’autore trova nello slogan dei jeans Jesus un’evoluzione nuova di un’espressività imprevista:

Lo spirito blasfemo di questo slogan non si limita a una apodissi, a una pura osservazione che fissa la espressività in pura comunicatività. Esso è qualcosa di più che una trovata spregiudicata (il cui modello è l’anglosassone «Cristo super-star»): al contrario, esso si presta a un’interpretazione, che non può essere che infinita: esso conserva quindi nello slogan i caratteri ideologici e estetici della espressività.221

Pasolini risponde alle voci critiche dell’Osservatore romano,222 sostenendo che la Chiesa ha fatto un patto con la borghesia ed ha accettato il fascismo. Secondo l’autore il vecchio legame tra la Chiesa e lo Stato crolla e viene sostituito dalla nuova borghesia che promuove una “religione” a uso di consumatori pragmatico-edonistici. Lo slogan dei jeans Jesus è cinico, intensivo, innocente e nuovo. È stato creato da laici che sfruttano gli ultimi resti della tradizione. Il futuro della comunicazione sarà fatto da elementi e modi completamente nuovi.

Paradossalmente, il consumismo sembra usare gli stessi strumenti usati dalla Chiesa nei primi anni della sua esistenza, adottando una “metapropaganda”, e utilizzando come simbolo qualcosa di affermato, radicato. Piuttosto che di nuovi significati impliciti, prevale ora così la tendenza alla sconsacrazione.

In un terzo intervento, dedicato all’unificazione linguistica del paese, un tema d’altronde già frequentemente trattato in precedenza, l’autore stabilisce un confronto tra l’Italia eccentrica, concreta, dei dialetti e l’Italia centralistica del potere.223 L’Italia era un paese molto vario con la preponderanza di lingue, abitudini e culture locali, e il dialetto pareva eterno nei confronti dell’italianizzazione del paese. Il processo di unificazione linguistica doveva partire secondo Pasolini dal basso e non dalle aziende.224 Infatti, come l’autore aveva già affermato nel suo saggio Nuove questioni linguistiche del 1964, si potrebbe dire, insomma, che centri creatori, elaboratori e unificatori di linguaggio, non sono più le università, ma le aziende.225

E ancora:

Voglio dire che mentre la grande e piccola borghesia di tipo paleoindustriale e commerciale non è mai riuscita a identificare se stessa con l’intera società italiana, e ha fatto semplicemente dell’italiano letterario la propria lingua di classe imponendolo dall’alto, la nascente tecnocrazia del Nord si identifica egemonicamente con l’intera nazione, ed elabora quindi un nuovo tipo di cultura e di lingua effettivamente nazionali.226

Ora Pasolini può trarre alcune conclusioni sul processo, assimilando scomparsa dei dialetti e “perdita della realtà”:

L’italianizzazione dell’Italia pareva doversi fondare su un ampio apporto dal basso, appunto dialettale e popolare (e non sulla sostituzione della lingua pilota letteraria con la lingua pilota aziendale, com’è poi avvenuto). Fra le altre tragedie che abbiamo vissuto (e io proprio personalmente, sensualmente) in questi ultimi anni, c’è stata anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà (che in Italia è stata sempre particolare, eccentrica, concreta: mai centralistica; mai «del potere»).227

Pasolini sostiene anche che, anche se materialmente povero, il popolo era più libero, perché poteva esprimere “l’infinita complessità dell’esistere”228 con la propria lingua. Il mondo delle culture particolaristiche è entrato però in crisi nel momento del giudizio sul proprio modo di vita, quando si è confrontato con la situazione economica dei centri del paese, fino ad ammettere l’incertezza dei propri valori o addirittura fino all’abiura dal proprio stile di vita.

Pare che Pasolini abbia giustamente interpretato il problema dell’unificazione linguistica in Italia come un problema prevalentemente politico ed economico. Un paese, volendo essere più compatto e forte economicamente, politicamente e militarmente, tende all’unificazione del particolarismo dei popoli che vivono nel suo territorio, perché con l’unità e la compattezza aumenta il suo prestigio internazionale: l’unificazione culturale e linguistica, allora, non è che un’eco lontana della travagliata unificazione politica del paese.

Un nuovo intervento in cui si tocca il problema dei cambiamenti nei linguaggi, provocati dall’omologazione consumistica, risale al giugno 1974.229 Nelle differenze tra linguaggio verbale, più convenzionalizzato, povero, e quello fisico e mimico, si può notare quanto sia stato profondo il cambiamento portato dalla “mutazione antropologica”. Pasolini vede in essa un’omologazione a un unico modello di comportamento, di aspetti, di sogni, ancora diversificati nel 1968.230

L’autore in un successivo intervento231 afferma che un ulteriore risultato della falsa tolleranza e del consumismo è la “fossilizzazione del linguaggio verbale”.232 L’allegria d’oggi, la cui causa è la nevrosi dovuta a un modello sociale non realizzabile e umiliante, secondo l’autore, è esagerata, ostentata, aggressiva, offensiva.

Pasolini tornerà ancora a parlare di linguaggio del corpo, importante “perché è un linguaggio che equivale a un altro: anzi, spesse volte, è molto più sincero”.233

Concludendo appare opportuno riportare un’osservazione di Roland Barthes sulla lingua come struttura di potere, il che richiama per analogia i paragoni col fascismo presenti nella saggistica pasoliniana:

La lingua, come performance di ogni linguaggio, non è né reazionaria né progressista: è semplicemente fascista, perché il fascismo non è impedire di dire, è obbligare a dire.234

5.2.5 Mondo immediato e mediato

In ogni intervento di Pasolini che riguarda la cultura o l’ambiente vedo differenziarsi due concetti opposti che riguardano l’allontanamento dell’uomo dalla realtà, la cui linea divisoria temporale potrebbe essere collocata all’inizio degli anni ’70.

Il primo concetto lo chiamerei “mondo immediato”, cioè il mondo dell’uomo strettamente legato all’ambiente in cui vive, che agisce nella natura che lo circonda, che con le proprie mani crea i prodotti che consuma, che deve saper comportarsi nella natura per ottenere i prodotti agricoli di cui ha bisogno. Mi immagino un mondo dove l’uomo cerca di soddisfare i propri bisogni primari, vivendo nel suo piccolo mondo solo con problemi primari. Un’immagine di tale realtà è riscontrabile in Bauman:

Nella tradizione le attività venivano viste facendo ricorso alle metafore tratte dalla vita organica: i conflitti si svolgevano faccia a faccia; le battaglie si combattevano a viso aperto. [...] il senso della collettività si manifestava mettendosi a braccetto, l’amicizia mano nella mano. E le innovazioni venivano introdotte un passo alla volta.235

Non si tratta di un mondo idillico, ma di un mondo autentico e autonomo che vive del contatto immediato con la realtà. Questa realtà non è una sola, come non sono le stesse le condizioni geografiche, etniche e culturali in cui la gente vive. Si tratta di un mondo più o meno immutabile, un mondo da esplorare, da conoscere, da agire, in cui sono riconoscibili i mondi particolaristici italiani di cui Pasolini rimpiange la scomparsa.

Opposto a questo “mondo immediato” è il “mondo mediato”, dove il contatto umano con la realtà in cui vive è pian piano sostituito dal contatto dell’uomo con le immagini visive o uditive offerte dai mass-media. Invece di esplorare, conoscere o agire, l’uomo è tenuto a distanza dalla realtà che esiste dietro all’apparenza del benessere. L’uomo, più che di accorgimenti o intuizioni, vive di automatismi di vari tipi che gli sono imposti, in un mondo urbano che regge solo grazie all’illusione, alle falsità conformistiche. In questo ambiente il consumismo aiuta a far perdere i valori tradizionali, professa di nascosto l’acculturazione mentre stordisce le masse, di cui favorisce la manipolazione. Ad esempio, Laura Fregolent sostiene che lo stordimento delle masse ha principalmente il fine di prevenire un’eventuale opposizione, essendo “realizzato ad arte dal potere economico per impedire che il silenzio, le conoscenze critiche e la riflessione generino voglia di rivoluzioni [...]”.236

A un analogo stordimento rimanda anche il prolefeed orwelliano di Nineteen Eighty-Four, di cui si è già vista la consonanza con gli scenari pasoliniani: si tratta di una cultura di basso livello, una fonte di degenerazione, dispensato dal Partito ai proles, le masse senza diritti.237

Lo stordimento, in Pasolini come in Orwell, tocca anche, e soprattutto, l’area della lingua. A proposito della tendenza delle persone alla degradazione e alla riduzione linguistica, ancora in Nineteen Eighty-Four, è non a caso il Partito, cioè il potere, a proporre riduzione del lessico e regolarizzazione della grammatica, separazione del contenuto ideologico dell’enunciato dalla coscienza umana, e riduzione dell’enunciato alla successione veloce di suoni indistinguibili. Il risultato ideale di tali processi avrebbe dovuto essere una lingua di anatra, il duckspeak.238

I mass-media e il potere promuovono insomma un allontanamento dalle situazioni reali, e si può essere facilmente traditi dall’illusione che essi rappresentano. Infatti non si tratta più di strumenti che mediano il contatto con la realtà, si tratta della realtà stessa che sostituisce il contatto diretto tra l’uomo e il suo ambiente in cui vive. L’uomo è destituito della soggettività e il suo agire è pienamente conforme a un modello di comportamento imposto artificialmente, solo secondariamente dai suoi bisogni primari.


5.3 L’UOMO

In questo capitolo vorrei soffermarmi su alcuni interventi di Pasolini che si occupano dell’uomo e del suo spazio durante la “mutazione antropologica”. Si toccheranno anche aspetti che hanno condizionato in altri modi la vita in Italia nel secondo dopoguerra.


5.3.1 “Mutazione antropologica”

In questo capitolo saranno accostati i due interventi più importanti a proposito della “mutazione antropologica”, un fenomeno descritto da Pasolini, che riguarda i cambiamenti profondi verificatisi con l’avvento della società dei consumi. Il primo intervento è del 10 giugno 1974, il secondo dell’11 luglio dello stesso anno. La “mutazione antropologica”, formulazione originale esclusivamente pasoliniana, è uno dei fenomeni più tragici trattati dall’autore: essa consiste, nel caso italiano, in una distruzione di ogni carattere individuale, sia superficiale, sia profondo, spirituale.

Nel già citato articolo Gli italiani non sono più quelli, Pasolini sostiene che ultimamente i ceti medi hanno completamente, antropologicamente, cambiato i loro valori in quelli dell’edonè e del consumo, propri della borghesia.239 Il Potere del consumismo ha gettato via cinicamente vecchi valori, provocando, con la nuova “cultura di massa”, il cambiamento antropologico. Questa nuova cultura non è moralistica, ecclesiastica o patriottica, ma è determinata da leggi interne e da un’ideologia autosufficiente: segnate da essa, le persone non sono più distinguibili fisicamente e dal punto di vista delle abitudini, e anche un fascista e un antifascista paradossalmente si assomigliano. L’autore definisce la nuova “cultura di massa” “follia pragmatica”, “conformismo e nevrosi”.240

Tra le risposte a questo intervento241 spicca un articolo di Italo Calvino, in cui si sostiene, tra l’altro, che anche nel ’43 i giovani divisi tra la Repubblica di Salò e la Resistenza non erano antropologicamente e culturalmente molto diversi.242

Nel secondo intervento, Pasolini ritorna sulla “mutazione antropologica”, paragonandola all’assenza di differenza di classe.243 Pasolini sostiene che la cultura base degli italiani è cambiata, che la cultura di classe è stata sostituita da una cultura interclassista. Pasolini mette in contrasto l’assenza della differenza di classe nell’Unione Sovietica, dove il popolo ha conquistato la libertà. L’assenza della differenza di classe del caso italiano non segna però una conquista di libertà, ma, in senso opposto, uno stato di frustrazione, di umiliazione e di disperazione. Pasolini chiarisce questo concetto caratterizzando la forza decisiva che lotta per l’uguaglianza: invece del popolo sovietico che ha lottato per l’uguaglianza, nel caso italiano si tratta di una decisione del Potere, che “ha deciso che siamo tutti uguali”.244

Penso che a proposito della “mutazione antropologica” ci sia poco da obiettare a Pasolini: le sue opinioni sono molto acute e vengono confermate anche nel presente. Però l’autore, secondo me, usa con poca precisione alcuni termini che rivelano la sua formazione marxista, come per esempio la “borghesizzazione degli italiani”, che in realtà è solo apparente. Non credo che la “indistinguibilità” tra le idee tradizionali e il nuovo conformismo sia così profonda e non credo neanche che il cambiamento sia stato così rapido che l’autore abbia potuto stabilire con precisione il suo verificarsi.

C’è ancora da aggiungere che il discorso di Pasolini sul ruolo della borghesia e degli altri ceti nella società contemporanea fa parte di discussioni più ampie sulla civiltà occidentale moderna. Pasolini si distingue in questo da Montale ed Eliot, secondo cui il pericolo consiste nella crisi della borghesia e dei suoi valori culturali e artistici, mentre Pasolini lo individua nella scomparsa delle varie culture particolaristiche,

soprattutto popolari, alternative a quella borghese dominante. La massificazione non minaccerebbe i valori dei dominatori, ma quelli dei dominati. Non è, come denunciano Montale ed Eliot, la borghesia che si popolarizza a causa della civiltà di massa; nel giudizio di Pasolini è il popolo che si borghesizza, assumendo passivamente i valori borghesi (come il consumo).245


5.3.2 L’impoverimento dello spazio umano

In un suo intervento Pasolini parla dell’impoverimento dello spazio umano determinato dalla “mutazione antropologica”.246 Si tratta soprattutto di un impoverimento dello spazio fisico nel quale l’uomo vive e dei comportamenti, della lingua, ridotta a mero strumento di comunicazione che riduce l’espressività, e dello spazio linguistico, che si riflette nella scomparsa dei dialetti. Pasolini replica a Calvino247 sostenendo che gli uomini sono sempre conformisti e più possibilmente uguali l’uno all’altro, ma secondo la loro classe sociale e sotto condizioni culturali regionali. Oggi sono tutti uguali, conformisti, senza distinzione di classe: un operaio è uguale fisicamente a uno studente, e un operaio del Nord a uno del Sud.

Si tratta solo di uno degli effetti dei cambiamenti globali che ha portato la società avanzata consumistica di massa. Più generalmente, la scoperta della “mutazione antropologica” è un significativo passo verso la constatazione dell’esistenza di un fenomeno che accomuna tutti i cambiamenti portati dalla società avanzata consumistica di massa: l’impoverimento dello spazio umano, del mondo fisico ed intellettuale.

Pasolini vede nei tempi passati ricchezza e varietà di comportamenti, di lingue e di culture, mentre il presente significa per lui impoverimento in tutti i sensi: spariscono alcuni gesti, spariscono alcuni dialetti, la gente abiura le proprie culture particolaristiche, seguendo le lusinghe del consumismo. Prima della “mutazione”, secondo Pasolini, l’uomo era più autonomo, creativo, si distingueva con il suo fisico, era fiero della propria cultura particolaristica, parlava il suo dialetto ricco di espressioni, il suo spazio spirituale della vita era vasto e sembrava illimitato; l’Italia, nonostante la povertà materiale, prima conosceva varie delle culture locali. Ora le culture particolaristiche si sono avvicinate alla cultura centralistica, ufficiale che riduce la creatività linguistica, unisce culturalmente la gente e le toglie l’autonomia dello spazio spirituale, promuove solo l’italiano e diffonde il benessere materiale.


5.3.3 Edonè - la forza di omologazione

In modo diretto, Pasolini parla di edonismo in tre interventi, del 9 dicembre 1973, del marzo 1974 e del 24 giugno 1974. Il problema dell’edonismo, però, non occupa mai esclusivamente, così come molti altri temi, un intervento pasoliniano. L’edonismo, visto come aspirazione individuale, è legato, negli interventi sul consumismo, all’ideologia trasmessa dai mass-media e a molti altri fenomeni. Ho creato un capitolo sull’edonè, perché si tratta di un importante aspetto dell’ideologia consumistica che cambia in profondità i progetti e aspirazioni umani. Credo che l’edonismo sia importante proprio per il suo costituire un motivo “razionale” del comportamento - una persuasione intima, radicata nella personalità che tocca anche l’istinto umano, perché non si tratta solo di un fenomeno imposto dall’esterno: esso è invece soprattutto un’ansia personale, un desiderio insaziabile che è forse così forte solo perché corrisponde a uno degli istinti umani. Se l’edonismo viene alimentato procede l’omologazione: la massa consumatrice è prevedibile nei suoi desideri, soprattutto in quello essenziale: desiderare sempre di assicurarsi il piacere, l’edonè.

Pasolini, non a caso, parla di edonismo in relazione al modello televisivo,248 presentando le differenze tra vecchia e nuova omologazione e sostenendo appunto che la nuova forza omologatrice sia l’edonismo di massa:

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che «omologava» gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale «omologatore» che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.249

È la riflessione sul ruolo della Chiesa che spinge ancora Pasolini a parlare di edonismo.250 Partendo dalla Sacra Rota, l’autore si sofferma sul cambiamento della funzione della famiglia per dimostrare il cambiamento determinato dalla società dei consumi: da un nucleo-base dell’economia contadina e della Chiesa stessa, essa si è oggi modificata nel nucleo di un edonismo e di un consumismo che vogliono distruggere il singolo, potenzialmente imprevedibile, libero nelle scelte, magari capace di rifiuto, che si vuole sostituire con l’uomo-massa, presupposto della famiglia-massa e della civiltà consumistica di massa.

Secondo me questo intervento mette in luce la profondità dello sguardo di Pasolini nella problematica del consumismo. Il suo progetto di destituire l’individuo della volontà soggettiva è chiaro: la gente pian piano smette di riflettere e si lascia trascinare, per esempio, dalla pubblicità, che le offre soluzioni. Più preciso sarebbe dire che il consumismo offre un circolo ininterrotto di quasi-soluzioni, che la pura razionalità umana del consumismo non porta all’arricchimento del singolo.

Pasolini ci offre ancora un’eco di tale problematica in un terzo intervento di natura più specificamente politica, in cui ribadisce che il nuovo potere dei consumi omologa culturalmente l’Italia e impone l’edonismo come unica aspirazione umana.251

Il problema dell’edonè era già stato trattato precedentemente. A questo proposito si può ancora ricordare, come esempio, Brave New World, in cui Huxley immagina una società antiutopica che vive degenerando in lusso, privata di ogni tipo di ostacolo sgradevole che potesse servire da esercizio intellettuale.252 Si tratta di una società superficiale nelle relazioni umane, che non conosce nessuna legge o costrizione morale, esaltando ed influenzando la componente istintiva propria dell’uomo. Huxley perfino sostiene che una civiltà industriale stabile è impensabile senza concessioni al vizio, determiato solo da limiti igenici ed economici.253 L’individualismo di ogni tipo non esiste praticamente in essa. In caso di necessità di superare un periodo difficile, si può ricorrere all’aiuto di una droga legittima e largamente distribuita chiamata soma, che allontana l’uomo dalla realtà.254

5.3.4 Aborto e divorzio

In un famoso articolo del gennaio 1975, suscitando vaste polemiche, Pasolini avvia una grande discussione su un altro tema più volte ricorrente nei suoi interventi: l’aborto, che al tempo era ancora un atto punibile, secondo la morale ufficiale della Chiesa e dello Stato, con 5 anni di carcere.255

Qui e negli altri interventi presentati, aborto e divorzio sono temi tra loro legati, perché vengono visti da Pasolini strettamente relazionati soprattutto con l’avvento del consumismo.

In Sono contro l’aborto l’autore rifiuta una soluzione comoda per una maggioranza che ha reso più facile il coito, secondo Pasolini il vero problema delle discussioni sull’aborto.256 Questa libertà la vuole il nuovo potere dei consumi, rendendo il coito più facile, impone la “libertà di consumo”, offre e obbliga l’accesso alle lusinghe consumistiche. Per Pasolini si tratta di una falsa liberalizzazione, che porta all’oppressione della maggioranza sulle minoranze, esercitata attraverso un modello di “normalità”. Così, la nuova coppia è più consumatrice che procreatrice di prole e la libertà sessuale della maggioranza, secondo Pasolini, rivela solo convenzionalità, obbligo ed ansia sociale. In quanto a “la falsa liberalizzazione del benessere, ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi di povertà”.257

Pasolini accetta un solo argomento a favore della legalizzazione, quello ecologico, che vede nella crescita demografica una minaccia alla sopravvivenza dell’umanità.

L’autore vede opportunamente nella libertà sessuale della maggioranza una forma di oppressione ma, a mio avviso, essa non deve necessariamente portare al consumismo. D’altro lato mi sembra moralmente fantasioso vedere nella crescita demografica l’unico motivo della legalizzazione dell’aborto.

L’intervento di Pasolini, come già accennato, suscitò le più numerose, vivaci e diverse polemiche, voci critiche della minoritaria posizione pasoliniana, cui rimproveravano di essersi voluto dimenticare della posizione eterosessuale, rivendicando anche il ruolo della figura femminile, tralasciato da Pasolini. Non mancano inviti a cercare motivi concreti a sostegno dell’aborto ed interventi che cercano di affrontare filosoficamente i limiti del problema.258

La replica di Pasolini non si fece attendere.259 In una risposta ad Alberto Moravia, l’autore difende contro l’aborto il suo rapporto profondo con la vita, affermando di essere più coinvolto, di vivere la realtà più profondamente, corporeamente: “Amo la vita così ferocemente, così disperatamente, che non me ne può venire bene: dico i dati fisici della vita [...]”,260 sacra per Pasolini.

In quanto alla prevenzione, l’autore vede una soluzione in forme di amore non procreanti.

In un ultimo intervento sull’aborto, Pasolini vede nel fenomeno anche un giocattolo, gratificante per l’uomo, in occasione di una gravidanza non voluta.261 Secondo lui, dopo l’aborto rimane sempre un senso di colpa, per l’intolleranza della maggior parte degli italiani.

Credo che tutta la discussione sul discorso pasoliniano sull’aborto non affronti un problema centrale: l’autore non sta parlando dell’aborto come effetto della necessità o della volontà umana, ma come determinato dal gioco del potere consumistico. Questa differenza fondamentale, a mio avviso, è sfuggita a molti, che forse hanno frainteso gli interventi di Pasolini che analizzano soprattutto il rapporto del potere consumistico con l’aborto, vedendo invece in essi un contributo, giudicato errato, alla discussione sulla relazione intima tra l’uomo e l’aborto. L’autore non ci sta spiegando che cos’è l’aborto, se esso può essere inteso come un esercizio di libertà individuale: non ne fissa i limiti morali, ma ne sottolinea l’importanza per il potere consumistico.

Passiamo ora al divorzio. Il primo intervento esce nei mesi che precedettero il referendum del 1974.262 Secondo Pasolini, gli italiani sono omologati dalla società dei consumi diversamente da come si aspetta il potere democristiano, che poteva dunque anche perdere, come accaddrà infatti col referendum. L’autore ritiene un grave errore considerare immaturo l’elettorato, errore simile a quello dei censori, che intendono nascondere certe opere al pubblico.

In un intervento coevo, Pasolini auspica nell’esito del referendum la vittoria dei valori laici, il successo della tesi divorzista.263 L’autore, tra l’altro, vede la vittoria dei valori laici anche in una funzione religiosa, celebrata da Paolo VI, dove c’era poca gente e molti poliziotti, per Pasolini segno indiscutibile di insuccesso, del distanziamento popolare dalle cieche abitudini religiose, dovuto al diffondersi del consumismo. Al problema del divorzio si lega dunque la percezione pasoliniana della diffusione dei nuovi valori del consumismo: “Ciò che si vive esistenzialmente è sempre enormemente più avanzato di ciò che si vive consapevolmente”.264

Concludendo il discorso sul divorzio, nell’ultimo intervento a proposito del tema Pasolini relaziona la vittoria del “no” al referendum alla “mutazione antropologica” degli italiani.265 Il risultato del referendum, che mantenne in vigore la legge sul divorzio, più che espressione della libertà individuale, nasce in realtà da un cambiamento più profondo: i ceti medi hanno completamente cambiato i loro valori, che si sono antropologicamente mutati in quelli dell’edonè e del consumo, in base all’influenza dei mass-media e della moda.

5.3.5 L’abiura

L’abiura come concetto più ampio si può considerare il tema centrale degli ultimi scritti di Pasolini, continuamente costretto a riesaminare le proprie scelte artistiche che gli sembrano ora poco chiare, meno critiche del regime del consumismo laico. In Una disperata vitalità Pasolini scrive: “la morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi”.266

Il mondo interiore si distrugge così pian piano, si aggrava la solitudine dell’autore, falliscono i

dolorosi tentativi pasoliniani di misurare il proprio mondo esistenziale – privato ed evangelico – viscerale con la realtà e la storia [...] così cade la sua “diversità”.267

In questo capitolo saranno presentati due interventi importanti sull’abiura, il primo del 29 settembre 1975 e il secondo, postumo, del 9 novembre 1975.

Nel primo Pasolini ritiene Accattone un film tragico, perché testimonia una cultura scomparsa, autonoma.268 In Italia negli anni 1961 – 1975, infatti, si è avuto un genocidio simile a quello messo in atto da Hitler: i giovani borgatari sono stati svuotati dei loro valori e dei loro modelli culturali. Accattone Pasolini non potrebbe rifarlo, perchè non ci sono più né le stesse persone, né la lingua usata nel film, né le “borgate”, nate come barraccopoli provvisorie dopo la distruzione di alcuni quartieri popolari di Roma da parte del regime fascista che voleva costruire nel futuro “una vera città imperiale”.269

Prima nelle borgate, afferma Pasolini nel suo articolo, vivevano ragazzi con peccati perdonabili o socialmente giustificabili, personaggi un tempo all’autore simpatici e oggi odiosi, perché tristi, nevrotici, incerti, pieni d’ansia piccolo-borghese, “si vergognano di essere operai; cercano di imitare i ‘figli di papà’, i ‘farlocchi’”.270

Analogamente, nel secondo intervento Pasolini decide, per diverse ragioni, di abiurare dalla sua “Trilogia della vita”.271 Una di esse è la disillusione riguardo la rappresentazione dell’ultimo baluardo della realtà: dei corpi innocenti, di una vitale violenza che si è scontrata con la sottocultura irreale dei mass-media, con il potere consumistico. L’autore crede che non si debba temere la strumentalizzazione da parte del potere e della sua cultura, ciò che conta è la sincerità e la necessità di ciò che si deve dire, ma anche che la sua sincerità sia stata asservita e manipolata e che la rappresentazione di corpi innocenti sia stata usata per la promozione della vasta e falsa tolleranza concessa dal potere consumistico, cosa che l’autore non voleva.272 Le persone, secondo Pasolini, non possono opporsi al potere consumistico che con le sue armi, la televisione e la scuola dell’obbligo, ha reso gli italiani complessati e razzisti. Anche la liberazione sessuale, invece di dare leggerezza e felicità, li ha resi infelici, presuntuosi e aggressivi.

Pasolini giunge ad un’amara conclusione: “Il crollo del presente implica il crollo del passato”.273

L’autore si sentiva ormai obbligato ad accettare l’inevitabile degradazione del suo paese. Non sentendosi libero nella scelta di rappresentare gli aspetti che il potere consumistico rovesciava, aveva cercato di trovare un modo di espressione più leggibile, il quale lo aveva condotto all’estetica di Salò o le 120 giornate di Sodoma, ad una “degenerazione delle degenerazioni”.274 Tale ricerca, come avverte Brevini, non era che “sperimentazione di ineguatezza”:

Ad ogni disperante rivelazione seguiva immancabilmente la capitolazione dell’autore, la rinuncia alle forme predilette, ai modi elaborati in profondità e l’inquieta sperimentazione di più larghe e più efficaci strumentazioni capaci di maggiore incidenza nella realtà. Il primo atto di questo processo è stata la rinuncia al dialetto per la lingua nazionale, seguita più tardi dalla rinuncia alla letteratura per il cinema, in parallelo alla quale si svolge la rinuncia alla poesia per la saggistica d’intervento.275

È tragico abiurare dalla propria opera. Ciò può significare rispettare le regole del gioco del potere, oppure può rappresentare un gesto forte e teatrale per suscitare con mezzi più incisivi una polemica. È difficile giudicare quale posizione sarebbe stata più provocatoria e capace di denuncia nel caso dell’autore. L’abiura resta comunque l’aspetto più doloroso che caratterizza gli ultimi anni della produzione artistica di Pasolini. Guardare la nudità dei corpi da segno dell’innocenza è ormai segno della moda, di uno spostamento delle barriere della pudicizia voluto dal consumismo. Quando Pasolini capisce che nella nudità si vede automaticamente lo scandalo, si accorge anche che è ormai sparito dal suo sguardo il mondo che una volta filmava, le situazioni, gli spazi e i volti adeguati alla sua poetica.

6.0 Conclusione

Pier Paolo Pasolini è stato un artista unico nella storia culturale italiana. Il suo percorso può assomigliare a quello proprio di molti altri spiriti universali che hanno saputo sfruttare diverse arti, ma credo che la singolarità di Pasolini si fondi sulla sua impegnata visionarietà profetica che sorgeva da un rapporto molto profondo e difficile con la realtà. Invece di chiudersi in una specie di “torre d’avorio” dell’intellettualismo, in complicatissimi schemi razionali o di allontanarsi in altri modi dalla realtà, Pasolini la osserva attentamente, e ne riflette in modo così profondo l’essenza da individuarne alcuni aspetti fondamentali che sfuggono ai più. Questa analisi profonda non è razionale ma brillantemente intuitiva e sensuale, si fonda su una capacità che il nostro mondo razionale opprime. Ma non è solo la realtà che lo attrae, lo attraggono anche ideali e miti, il suo contrastante e ricco mondo interiore. Più che una ricerca o un’opinione fondate su una vasta, specialistica lettura, conta per lui l’autonomia del pensiero e la profonda, quasi “viscerale” immersione nel problema in tutti i suoi aspetti. Per questo anche credo che si possa parlare di Pasolini come di un’eccezione, di un intellettuale autentico.

Ma il percorso artistico dell’autore parte dal suo rapporto contraddittorio con la realtà. Pasolini “ama disperatamente” la realtà, perché essa gli offre un rifugio di tranquillità ma al tempo stesso gli presenta alcuni caratteri che lo spingono ad abbandonare questo rifugio.

Direi che la sua figura si potrebbe paragonare a un “animaletto del bosco che viene cacciato”. Si tratta di una lotta interiore tra la realtà che l’autore percepisce e i suoi ideali.

Per primo scopre il regime fascista che lo fa allontanare dal padre e gli uccide il fratello amato: il primo gruppo dei suoi “cacciatori” è costituito dunque dai fascisti che hanno causato quelle disgrazie. Poi, quando l’autore si crede tranquillo, sereno, in un rapporto armonico con la realtà, scopre la sua omosessualità, che, nella società tradizionalistica e rurale di quei tempi, significava una vera dannazione.

Dopo la scoperta del mondo idillico della campagna friulana che è costretto ad abbandonare, Pasolini scopre il mondo quasi idillico delle borgate romane, che però stanno cambiando radicalmente e costringono l’autore ad allontanarsi spiritualmente da esse.

Pasolini crede che il fascismo sia morto, però riconosce i suoi tratti mutati nella società moderna; parlandone, deve abbandonare amicizie e la comprensione degli altri. L’autore si costruisce un muro difensivo costituito da miti, credenze, “autenticità”, ideali che contrastano fortemente con la realtà ma che non gli impediscono però di percepirla in profondità.

Nel percorso intellettuale dell’autore si possono trovare altre situazioni riconducibili alla metafora venatoria. Lo scopo della caccia a Pasolini consiste secondo me nell’abbatterne il muro difensivo dell’“autenticità” personale, realmente inautentica, delle credenze, realmente infondate, degli ideali irrealizzabili e dei miti, realmente inesistenti, in una contraddittorietà di cui l’autore è cosciente. Ritengo questa “caccia” interiore più dolorosa di quella esterna, messa in atto dai censori dei suoi film, da quelli che lo aggredivano sulla strada, delle minaccie sui giornali, dell’incomprensione, dei molti processi giudiziari.

Pasolini non vive passivamente queste contraddittorie spinte, interne ed esterne: cerca di conciliare con forza le sue visioni con la realtà, ma il distacco tra i suoi ideali e la realtà che non lo accetta è così grande che provoca una sua resistenza. L’autore sente in profondità di essere sulla strada giusta per cogliere gli elementi più significativi e profondi della realtà, però quando rivela le sue ricerche, si scontra con una grande incomprensione. Pasolini cambia dunque stile, atteggiamento e posizioni per suscitare una reazione, cerca di essere più leggibile, restando però consapevole di non essere compreso, cerca di conciliare i suoi sforzi di comunicare la verità con l’incomprensione che lo circonda, perché, come intellettuale di sinistra, si sente impegnato a smascherare la realtà e rivelarne la verità.

Nonostante ciò, l’autore non si sente rilevante nella società, il suo ruolo intellettuale entra in crisi. Credo che la sua figura possa essere paragonata per certi aspetti alla troiana Cassandra, figlia di Priamo, che aveva il dono di rivelare il futuro, condannata a non essere creduta.

Nella mia tesi di laurea non ho potuto offrire uno sguardo esaustivo su tutte le forme artistiche della produzione pasoliniana, né sulla saggistica. Analizzando gli Scritti corsari e le Lettere luterane sono stato costretto a tralasciare alcuni temi non certo meno importanti ma non trattati così spesso nelle due raccolte di saggi, come per esempio l’omosessualità, la droga, alcuni interventi sulla politica italiana, alcune recensioni e altri interventi sparsi di minore importanza.

Durante l’analisi delle opere scelte ho osservato che in quasi tutti gli interventi c’è una base tematica che si ripete, su cui Pasolini pone enfasi, un flusso di idee abbastanza omogeneo; commentandoli, ho potuto verificare alcuni caratteri fondamentali del pensiero dell’autore. Se da una parte ha apprezzato interventi originali, acuti con osservazioni di straordinaria attualità e verità, dall’altra mi è sembrato che a volte l’immediatezza, l’intuitività e la genericità di alcune idee abbiano tolto oggettività ai giudizi di Pasolini.

Credo che la singolarità di Pasolini consista anche nelle straordinarie capacità del pensiero creativo astratto, capace di immaginare alcuni concetti difficilmente decifrabili dalla realtà, capace anche di incorporare queste idee in opere appartenenti a diverse aree artistiche.

Alcuni aspetti originali del pensiero di Pasolini hanno ostacolato la mia comprensione e in seguito alcuni dei miei commenti. Mi ha aiutato spesso il distacco temporale dall’epoca di Pasolini, perché con il passare del tempo si sono potute verificare molte delle sue posizioni. Un’interpretazione esaustiva e non contraddittoria degli interventi di Pasolini è d’altronde secondo me impossibile, perché l’autore usa in essi vari elementi eterogenei di diversa origine, grazie ai quali però riesce a scoprire una verità nascosta dentro l’apparentemente omogenea realtà.


Dichiaro di aver elaborato la tesi di laurea da solo utilizzando la bibliografia indicata. Vorrei ringraziare il prof. Alessandro Marini e il prof. Giampaolo Borghello per i loro commenti e suggerimenti. Olomouc il 10 aprile 2003

 

Bibliografia

Bibliografia primaria:

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- “Pagine corsare”: www.pasolini.net

- “Pier Paolo Pasolini – Home Page”: www.eurolink.it/pasolini


Note:

1 W. Siti e S. De Laude, Introduzione a Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Meridiani, Milano 1999, p. XIV.

2 G. Borghello, Interpretazioni di Pasolini, Savelli, Roma 1977, p. 27.

3 P. P. Pasolini, lettera a T. Farolfi, cit. in W. Siti e S. De Laude, Introduzione a Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. XVIII.

4 Per un’interessante testimonianza sul rapporto di Pasolini con le borgate rimando a Pasolini e le borgate: un’intervista a Franco Citti, un’intervista di Stefano Milioni a Franco Citti, pubblicata sulla pagina web www.eurolink.it/pasolini/contributi/milioni.htm.

5 Su tale aspetto si veda L. Martellini, Introduzione a Pasolini, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 49.

6 F. Brevini, Per conoscere Pasolini, Mondadori, Milano 1981, p. 2.

7 P. P. Pasolini, lettera a Silvana Ottieri, cit. in L. Betti, Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano 1978, p. 52.

8 Cfr. L. Martellini, Introduzione a Pasolini cit., p. 89.

9 R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, Pasolini intellettuale corsaro, in La scrittura e l’interpretazione, Palumbo, Palermo 1999, vol. 6, tomo II., p. 1399. Per un intervento sull’ontologia dell’audiovisivo rimando a P. P. Pasolini, La lingua scritta della realtà, in Empirismo eretico, Garzanti, Milano 1977, pp. 198-226.

10 L. Betti, Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte cit., p. 99.

11 G. Patrizi, Contro l’omologazione, in “CARTA”, 14/20 marzo 2002, anno IV, n.10, p. 49.

12 L. Martellini, Introduzione a Pasolini cit., p. 44.

13 C. Benedetti, Il rischio della parola, in “CARTA”, 14/20 marzo 2002, anno IV, n. 10, p. 48.

14 G. Borghello, Interpretazioni di Pasolini cit., p. 13. Per una definizione del concetto di “opera aperta” rimando a U. Eco, Opera aperta, Bompiani, Milano 1962.

15 L. Martellini, Introduzione a Pasolini cit., p. 140.

16 F. Brevini, Per conoscere Pasolini cit., p. 523.

17 G. C. Ferretti, Pasolini: l’universo orrendo, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 122.

18 P. P. Pasolini, lettera a Silvana Ottieri, cit. in L. Betti, Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte cit., p. 53.

19 F. Brevini, Per conoscere Pasolini cit., p. 2.

20 P. P. Pasolini, intervista rilasciata a Furio Colombo il 1° novembre 1975, in “La Stampa-Tuttolibri”, 8 novembre 1975, ora in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1730.

21Ibidem.

22 L. Betti, Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte cit., p. 324.

23 D. Bellezza, intervista rilasciata a Susanna Schimperna in “Panorama”, 4 agosto 1991.

24 G. Zigaina, Pasolini tra enigma e profezia, Marsilio, Venezia 1989, p. 109.

25 Per un quadro completo su testimonianze e opinioni legate alla morte dell’autore rimando ancora a L. Betti, Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte cit.

26 G. C. Ferretti, Pasolini: l’universo orrendo cit., p. 124.

27 W. Siti e S. De Laude, Introduzione a Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. XXVIII.

28 Ivi, p. XXXVI.

29 F. Brevini, Per conoscere Pasolini cit., p. 535.

30 R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, Pasolini intellettuale corsaro cit., p. 1398.

31 Ivi, p. 1412.

32 G. Borghello, Interpretazioni di Pasolini cit., p. 11.

33Ibidem, p. 11.

34 L’intervento è riportato in F. Brevini, Per conoscere Pasolini cit., p. 533.

35 W. Siti e S. De Laude, Introduzione a Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. XXXII.

36 Ivi, p. XXXIII.

37 E. Golino, Tra lucciole e Palazzo. Il mito Pasolini dentro la realtà, Sellerio, Palermo 1995, risvolto di copertina.

38 R. Luperini, L’asimmetria di Pasolini, in “CARTA”, 14/20 marzo 2002, anno IV, n. 10, p. 46.

39Ibidem.

40 G. C. Ferretti, Letteratura e ideologia, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 299.

41 Per un quadro generale delle risposte agli interventi di P. P. Pasolini rimando a W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit.: per le risposte agli interventi di Scritti corsari si vedano in particolare le pp. 1759-1781, per le risposte agli interventi di Lettere luterane si vedano le pp. 1783- 1793.

42 P. P. Pasolini, Una lettera di Pasolini: (opinioni) sull’aborto, “Paese sera”, 25 gennaio 1975, ora con il titolo Thalassa, in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1981, pp. 134-139.

43 W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1772.

44 A. Guglielmi, Pier Paolo, mio nemico amatissimo, intervista di Simonetta Fiori ad Angelo Guglielmi, in “Repubblica”, 31 ottobre 2000.

45 M. Belpoliti, Pasolini come Padre Pio, in “La Stampa”, 9 luglio 2002.

46 P. P. Pasolini, Non aver paura di avere un cuore, “Corriere della sera”, 1° marzo 1975, ora con il titolo Cuore, in Scritti corsari cit., pp. 148-155.

47 Si veda P. P. Pasolini, Abrogare Pasolini, in “Corriere della sera”, 26 luglio 1974, ora con il titolo In che senso parlare di una sconfitta del PCI al “referendum”, in Scritti corsari cit., pp. 86-92.

48 P. P. Pasolini, Ideologia e politica nell’Italia che cambia, “Rinascita”, 27 settembre 1974, a. XXXI, n. 39, ora con il titolo Il genocidio, in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1981, pp. 277-283.

49 La definizione di Niccolò Tommaseo si trova in G. Borghello, Il simbolo e la passione, Mursia, Milano 1986, p. 134.

50 P. P. Pasolini, Lettera luterana a Italo Calvino, in “Il Mondo”, 30 ottobre 1975, ora in Lettere luterane, Einaudi, Torino 1980, p. 180.

51 L. Martellini, Introduzione a Pasolini cit., p. 107.

52 G. C. Ferretti, Pasolini: l’universo orrendo cit., p. 107.

53Ibidem.

54 Per un quadro storico completo del “miracolo econonomico” rimando a P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989, pp. 283-451.

55 Ivi, p. 292.

56 Ivi, p. 337.

57 Ivi, p. 333.

58 Ivi, p. 463.

59 Ivi, p. 383.

60 Nel 1973 si scopre per esempio che “il 95% dei funzionari di grado superiore era entrato in servizio prima del 1943”(ivi, p. 386).

61 Ivi, p. 451.

62 S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, Venezia 1992, p. 252.

63 Ivi, p. 239.

64 Ivi, p. 254.

65 Ivi, p. 253.

66 Ivi, p. 258.

67 Per un quadro più dettagliato sui cambiamenti nell’uso dell’italiano rimando al testo più volte citato di S. Lanaro, pp. 264-272.

68 Per un intervento importante sull’unificazione linguistica dell’Italia rimando a P. P. Pasolini, Nuove questioni linguistiche, in “Rinascita”, n. 51, 26 dicembre 1964, pp. 19-22, ora in Empirismo eretico cit., pp. 5-24.

69 P. P. Pasolini, Pasolini giudica i temi di italiano, in “Tempo illustrato”, 15 luglio 1973, ora con il titolo La prima, vera rivoluzione di destra, in Scritti corsari cit., pp. 20-26.

70 La “spagnolesca frase del Croce” è: “Ciò che l’uomo ha ereditato dai suoi padri deve sempre riguardarselo con propri sforzi per possederlo saldamente”, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1760.

71 P. P. Pasolini, Scritti corsari cit., p. 21.

72 P. Watzlawick, Di bene in peggio – istruzioni per un successo catastrofico, Feltrinelli, Milano 2001, p. 53.

73 P. P. Pasolini, Gli intellettuali nel’68: manicheismo e ortodossia della “rivoluzione dell’indomani”, in “Dramma”, marzo 1974, ora in Scritti corsari cit., pp. 31-33.

74 P. P. Pasolini, Gli italiani non sono più quelli, in “Corriere della sera”, 10 giugno 1974, ora con il titolo Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia, in Scritti corsari cit., pp. 46-52.

75 Ivi, p. 51.

76 Sulle reazioni al sopracitato articolo, W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., pp. 1763-1765.

77 P. P. Pasolini, Il potere senza volto, in “Corriere della sera”, 24 giugno 1974, ora con il titolo Il vero fascismo quindi il vero antifascismo, in Scritti corsari cit., pp. 53-59.

78 Ivi, p. 54.

79 Ivi, p. 59.

80 P. P. Pasolini, Ideologia e politica nell’Italia che cambia, in “Rinascita”, a. XXXI, n. 39, 27 settembre 1974, ora con il titolo Il genocidio, in Scritti corsari cit., pp. 277-283.

81 Ivi, p. 283.

82Ibidem.

83 AA.VV., Corso di sociologia, Il Mulino, Bologna 1997, p. 194.

84 Ivi, p. 613.

85 P. P. Pasolini, L’antifascismo come genere di consumo, in “L’Europeo”, 26 dicembre 1974, ora con il titolo Fascista, in Scritti corsari cit., pp. 284-289.

86 Ivi, p. 285.

87 Ivi, p. 286.

88 P. P. Pasolini, Il vuoto del potere in Italia, in “Corriere della sera”, 1° febbraio 1975, ora con il titolo L’articolo delle lucciole, in Scritti corsari cit, pp. 156-164.

89 A proposito di un’analoga corruzione, Walden Bello presenta un’osservazione di Rosa Luxemburg: “Come Rosa Luxemburg mise in rilievo, guardando lontano, prima dell’ascesa del fascismo nell’Europa attraversata dalla crisi, il risultato potrebbe essere una forma di ‘barbarie’ in cui gli ideali dell’opposizione progressista vengono presi in ostaggio e corrotti da forze demagogiche ostili alla libertà, all’uguaglianza e alla democrazia”, in W. Bello, Il futuro incerto, Baldini - Castoldi, Milano 2002, p. 24.

90 G. Andreotti, Non è mai esistito un regime democristiano, in “Corriere della sera”, 2 febbraio 1975, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1773.

91Ibidem.

92 Si veda sotto il capitolo 5.1.3 La “strategia della tensione” e il Processo.

93 P. P. Pasolini, Il suo testamento, in “Il Mondo”, 13 dicembre 1975, ora con il titolo Intervento al congresso del Partito Radicale in Lettere luterane cit., pp. 185-195.

94 Ivi, pp. 191-192.

95 Z. Bauman, Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 102.

96 Si veda, a tale proposito, O. Toscani, Reklama je navoněná zdechlina, Slovart, Praha 1996.

97 Ivi, p. 157 (trad. it.: “Controllano l’immagine, così anche la realtà. Corpi e spiriti. Comincia un governo di una dittatura sottile, suggestiva, di sottofondo, gestita dagli esperti dell’audiovisione. Quella pessima. Non ci si può ribellare. Non esistono carceri, non c’è guardia carceraria. Invece di una sala di udienze ci sono gli schermi. La vita in sostituzione semplicemente surroga la vita ordinaria”).

98 I. Ramonet, La golosina visual, Debate, Madrid 2000, pp. 12-13 (trad. it.: “Nessuno più ignora che i grandi media di produzione di comunicazione audiovisuale sono adesso controllati, finanziamente, dai gruppi bancari, dai conglomerati o imprese giganti che aspirano a possedere la stessa influenza che tenevano i partiti politici al potere”).

99 Z. Bauman, Dentro la globalizzazione – Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 80.

100 Z. Bauman, Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 95

101 AA.VV., (1945-1994) Italia/Storia della prima repubblica: La politica, la società, i protagonisti, le date, libro quarto, Libera informazione, 1994, p. 169.

102 Cfr. G. Procacci, Dějiny Itálie, Lidové noviny, Praha 1997, p. 373 e p. 382.

103 P. P. Pasolini, Che cos’è questo golpe?, in “Corriere della sera”, 14 novembre 1974, ora con il titolo Il romanzo delle stragi in Scritti corsari cit., pp. 107-113.

104 Ivi, p. 112.

105 Cfr. W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1769.

106 P. P. Pasolini, L’antifascismo come genere di consumo cit.

107 P. P. Pasolini, Apriamo un dibattito sul caso Pannella, in “Corriere della sera”, 16 giugno 1974, ora con il titolo Il fascismo degli antifascisti, in Scritti corsari cit., pp. 78-85.

108 Si veda W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1767.

109 P. P. Pasolini, Gli insostituibili Nixon italiani, in “Corriere della sera”, 18 febbraio 1975, ora con il titolo I Nixon italiani, in Scritti corsari cit., pp. 165-172.

110 Ivi, p. 171.

111 G. Andreotti, Le lucciole e i potenti, in “Corriere della sera”, 18 febbraio 1975, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1774.

112 G. Borghello, Il simbolo e la passione, Mursia, Milano 1986, pp. 140-141.

113 P. P. Pasolini, Ma a che serve capire i figli?, in “Corriere della sera”, 1° agosto 1975, ora con il titolo Fuori dal Palazzo, in Lettere luterane cit., pp. 92-98.

114 Ivi, p. 97.

115 Ivi, p. 108.

116 L. Compagnone, Non è normale essere criminali, in “Corriere della sera”, 4 agosto 1975, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., pp. 1786-1787.

117 P. P. Pasolini, Il Processo, in “Corriere della sera”, 24 agosto 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 114-123.

118 P. P. Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi DC, in “Il Mondo”, 28 agosto 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 107-113.

119 Ivi, p. 113.

120 P. P. Pasolini, Lettera aperta al Presidente della repubblica, in “Il Mondo”, 11 settembre 1975, ora con il titolo“La sua intervista conferma che ci vuole il Processo”, in Lettere luterane cit., pp. 131-137.

121 Ivi, p. 137.

122 P. P. Pasolini, Perché il Processo, in “Corriere della sera”, 28 settembre 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 145-151.

123 Cit. in L. Betti, Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte cit., p. 207.

124 P. P. Pasolini, Lettera luterana a Italo Calvino cit., ora in Lettere luterane cit., pp. 179-184.

125 P. P. Pasolini, Sviluppo e progresso, in Scritti corsari cit., pp. 215-219.

126 N. Chomsky, Sulla nostra pelle cit., p. 158.

127 P. P. Pasolini, In che senso parlare di una sconfitta del PCI al “referendum” in “Corriere della sera”, 26 luglio 1974, ora con il titolo Abrogare Pasolini in Scritti corsari cit., p. 88.

128 G. Orwell, Nineteen Eighty-Four, Penguin Books, Suffolk 1967, p. 156 (trad. it.: “E addirittura il progresso tecnologico avviene solo a patto che i suoi prodotti possano essere usati per la diminuzione della libertà umana”).

129 P. P. Pasolini, Non aver paura di avere un cuore, cit.

130 Ivi, p. 154.

131 P. P. Pasolini, Risposte sul processo, in “Corriere della sera”, 9 settembre 1975, ora con il titolo Risposte, in Lettere luterane cit., pp. 124-130.

132 H. Long e G. Barraclough, cit. in T. Giglio, Berlinguer e la Pravda, in “L’Europeo”, 29 agosto 1975, e in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1788.

133 Si veda P. P. Pasolini, Lettera aperta al Presidente della repubblica cit.

134 P. P. Pasolini, Il suo testamento cit.

135 Ivi, p. 191.

136 Z. Bauman, Dentro la globalizzazione – Le conseguenze sulle persone cit., p. 92.

137 E. Galeano, PARADOJAS, in “DIARIOS DE URGENCIA - RESUMEN LATINOAMERICANO”, 20 ottobre 2002, n. 189, anche in www.nodo50.org/cgi-bin/mailman/listinfo/diariodeurgencia.

138Ibidem (trad. it.: “I paesi ricchi, che sovvenzionano la loro agricoltura al ritmo di un miliardo di dollari al giorno, proibiscono le sovvenzioni all’agricoltura dei paesi poveri. Raccolta record sulle rive del fiume Mississippi: il cotone statunitense inonda il mercato mondiale e fa crollare il prezzo. Raccolta record sulle rive del fiume Niger: il cotone africano viene pagato così poco che non vale la pena neanche raccoglierlo. Le vacche del Nord guadagnano il doppio degli contadini del Sud. Le sovvenzioni che riceve ogni vacca in Europa e negli Stati Uniti sono di due volte la quantità del denaro medio che guadagna, all’anno intero del lavoro, ogni agrario dei paesi poveri. I produttori del Sud giungono disuniti al mercato mondiale. I compratori del Nord impongono i prezzi di monopolio”).

139 V. Bělohradský, Papežovy smažené brambůrky aneb Triumf struktur, in www.multiweb.cz/hawkmoon/strana16.htm (trad. it.: “Herbert Marcuse descrisse nel libro One-dimensional man, un testo di culto degli anni sessanta, ‘la finta del sistema di consumo’ che ci soggioga con darci tutto a nostra disposizione, però solo come una parte dello status quo. Platone, Sant’Agostino, Kant, Hegel, Balzac, Kafka, Kundera, i loro testi nella versione tascabile possiamo comprarli al supermercato. Sorsero come una rivolta contro le contraddizioni nello status quo e comprenderli significa risvegliare in sé un senso di ragioni nobili (gloriosus!) di tale rivolta. Comprendere i testi classici della nostra tradizione significa ‘cogliere le contraddizioni dell’attualità’, essere in conflitto con la sua superficie, avere ‘una distanza critica’ dal funzionamento del sistema e dai suoi fini. L’universo consumistico monodimensionale si costituisce con l’integrazione di questi testi nello status quo. ‘Col divenire una parte del mondo della vita reale, l’arte perde la trascendenza che la mette in opposizione contro l’ordine in vigore, diviene una parte sua, è monodimensionale, e per questo cede all’ordine in vigore’).

140Ibidem (trad. it.: “La più grande contraddizione della società industriale è ‘il carattere razionale della sua irrazionalità’, il suo ‘rational foolishness’. ‘L’onnipotente razionalità stessa della società industriale è la fonte dell’irrazionalità’ – scrive Marcuse. Una sempre maggiore produttività implica qui una sempre maggiore distruttività, il potere politico sovrano sorge dalla minaccia della distruzione totale del mondo nell’olocausto nucleare, il pensiero e le emozioni di tutti noi sono sottoposti alle strategie di potere di grandi conglomerati, la povertà della maggioranza cresce in proporzione con la gigantesca e mai vista ricchezza della minoranza privilegiata. Una società di tali scandalose contraddizioni funziona solo grazie alla gigantesca efficienza dei suoi sistemi di controllo, che ci tolgono la capacità di percepire gli scopi del sistema e la nostra funzione in esso come uno scandalo della ragione e dei sentimenti. [...] La nostra tradizione culturale ci ha insegnato da millenni che l’istruzione significa porsi le domande che rivelano le contraddizioni nel nostro mondo e ci obbliga ad assumere la responsabilità di essi. L’istruzione nella società postindustriale è sempre di più ammansimento, mascheramento delle contraddizioni, apologia dello status quo. Hollywood e Nova non dormono mai, giorno e notte ci drogano con un kitsch planetare, perché così drogati accettiamo qualsiasi risposta a quelle domande”).

141 Ibidem (trad. it.: “Abbiamo cura della nostra anima, quando ci esponiamo agli effetti liberatori del conflitto delle idee sorgenti nell’ambiente pubblico con le obbligatorie ‘preinterpretazioni del mondo’, che il sistema ci impone come una parte del suo funzionamento”).

142 V. Bělohradský, Sekáč, který se nezakecal. První světová válka jako filosofický problém, in www.multiweb.cz/hawkmoon/strana55.htm (trad. it.: “Pier Paolo Pasolini considerò il Natale e tutte le feste ‘cristiane’ nell’era di caos, come lo definì, un cinico rituale neocapitalistico che è una forma di Guerra. Le persone sono affollate nei supermercati come nei fortini blindati, le autostrade sovraffollate sputano centinaia di morti. Uno dei molti Vietnam sulla faccia della terra, scrive. Le persone sono soggetti di una propaganda di massa così efficace come in guerra. Il Natale è una festa della Crescita, il cui unico obiettivo è ‘transumanar e organizzar’. [...] La crescita industriale infatti non solo integra le masse nelle ‘strutture’ (schemi vivi) e utilizza gli stessi mezzi di guerra, gli stessi ‘slogan del giorno’. Ottant’anni dopo la fine della prima guerra mondiale bisogna ricordarlo ancora una volta: il ventesimo secolo è una guerra. La crescita industriale è una guerra. Finirà mai?”).

143 O. Toscani, Reklama je navoněná zdechlina cit., p. 157 (trad. it.: “È già arrivata la science-fiction, il migliore dei mondi, come lo descrisse Huxley. [...] Vivremo in una tecnosfera, nella quale tutti gli esseri diventeranno inutili e saranno connessi con schermi giganti e ordinatori provvisti di ‘guanti di contatto’”).

144 I. Ramonet, La golosina visual cit., p. 37 (trad. it.: “Quello sostenne che in epoca di tecnologia avanzata il rischio più grande per le idee, la cultura e lo spirito, giungerà prima da un nemico di viso sorridente che da un avversario che incuta odio e terrore. Oggi sappiamo, con timore, che la nostra sottomissione e il controllo degli spiriti non saranno conquistati con la forza, bensì attraverso la seduzione, non dal rispetto di un ordine, ma dal nostro proprio desiderio, non mediante una punizione, bensì con l’ansia di piacere [...]”).

145 A. L. Huxley, Brave New World, Penguin Books, Harmondsworth 1967, p. 49.

146 Ivi, p. 50.

147 Ivi, p. 173.

148 P. P. Pasolini, Cinismo e qualunquismo delle sentenze della Sacra Rota in “Il Tempo”, 1° marzo 1974, ora

con il titolo La Chiesa, i peni e le vagine in Scritti corsari cit., pp. 237-242.

149 P. P. Pasolini, I dilemmi di un Papa, oggi, in “Corriere della sera”, 22 settembre 1974, ora con il titolo Lo storico discorsetto di Castelgandolfo, in Scritti corsari cit., pp. 93-99.

150 P. P. Pasolini, Chiesa e potere, in “Corriere della sera”, 6 ottobre 1974, ora con il titolo Nuove prospettive storiche: la Chiesa è inutile al potere, in Scritti corsari cit., pp. 100-106.

151 Ivi, p. 102.

152Ibidem.

153I sofismi del nuovo “profeta” articolo non firmato, in “L’Osservatore romano”, 26 settembre 1974.

154 P. P. Pasolini, Chiesa e potere cit., p. 101.

155 P. P. Pasolini, Gli italiani non sono più quelli cit.

156 P. P. Pasolini, Ideologia e politica nell’Italia che cambia cit.

157 P. P. Pasolini, Non aver paura di avere un cuore cit.

158 Ivi, p. 150.

159 Cit. in L. Martellini, Introduzione a Pasolini cit., p. 157.

160 D. A. F. De Sade, Le sventure della virtù, Newton, Roma 1997, p. 83.

161 Ivi, p. 84.

162 P. P. Pasolini, Pasolini Pannella e il dissenso, in “Corriere della sera”, 18 luglio 1975, ora con il titolo Pannella e il dissenso, in Lettere luterane, cit., pp. 77-84.

163 Ivi, p. 83.

164 P. P. Pasolini, Pasolini Pannella e il dissenso cit., p. 81.

165 P. P. Pasolini, Il suo testamento cit.

166 Ivi, p. 193.

167 Ivi, p. 192.

168 G. C. Ferretti, Pasolini: l’universo orrendo cit., p. 90.

169 P. P. Pasolini, Un po’di febbre per ignorare stupidità e ferocia del fascismo, in “Il Tempo”, a. XXXV, n. 23, 10 giugno 1973, ora con il titolo Sandro Penna: Un po’ di febbre, in Scritti corsari cit., pp. 175-180.

170 G. C. Ferretti, Pasolini: l’universo orrendo cit., p. 75.

171 P. P. Pasolini, Il potere senza volto cit.

172 P. P. Pasolini, Pudore e furbizia nelle parole delle classi subalterne, in “Il Tempo”, a. XXXVI, n. 32, 9 agosto 1974, ora sotto il titolo Ferdinando Camon:“Letteratura e le classi subalterne”, in Scritti corsari cit., pp. 265-270.

173 A. Bevilacqua, Il nero è sempre nero, intervista pubblicata sul “Messaggero”, 30 giugno 1974, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1765.

174 P. P. Pasolini, L’ignoranza vaticana come paradigma dell’ignoranza della borghesia italiana, in “Epoca”, 25 gennaio 1975, ora in Scritti corsari cit., pp. 114-118.

175 Cit. in P. P. Pasolini, L’ignoranza vaticana come paradigma dell’ignoranza della borghesia italiana cit., p. 117.

176 P. P. Pasolini, Sfida ai dirigenti della televisione, in “Corriere della sera”, 9 dicembre 1973, ora con il titolo Acculturazione e acculturazione, in Scritti corsari cit., pp. 27-30.

177 Ivi, pp. 28-29.

178 Ivi, p. 29.

179 Si veda W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., pp. 1760-1762.

180 Per un altro intervento tanto sui contenuti e sulle forme televisivi, quanto sugli effetti negativi della trasmissione televisiva sulle famiglie e sulle loro culture, rimando a P. P. Pasolini, Canzonissima (con rossore), in “Il Tempo”, n. 44, 1° novembre 1969.

181 G. Santato, Pier Paolo Pasolini: l’opera e il suo tempo, Cleup, Padova 1983, p. 203.

182 Cfr. AA.VV., 1950-2000 L’Italia è cambiata, Franco Angeli, Milano 2000, p. 340.

183 I. Ramonet, La golosina visual cit., p. 14 (trad. it.: “Dentro il sistema attuale, le opere abbastanza originali e abbastanza personali ricevono molto poco stimolo. Al contrario, lo stimolo si dirige verso la sensitività media appoggiata sui valori indiscutibili e che ripete fino a sazietà quello che tutti ammettono senza minima resistenza”).

184 AA.VV., 1950-2000 L’Italia è cambiata cit., p. 341.

185 Per quanto riguarda il tempo che i giovani italiani passano davanti allo schermo, una recente indagine del Ministero della Sanità ha presentato alcuni dati preoccupanti: “Soprattutto tra i bambini e i giovani, il tempo trascorso davanti a un videoterminale può trasformarsi in esclusione dalla partecipazione alla vita della famiglia e della società reale. A questo proposito, una recente indagine ha mostrato dati inquietanti sulla permanenza dei bambini italiani davanti alla televisione: negli anni della scuola dell’obbligo, trascorrono più di 15.000 ore davanti ai programmi televisivi, a fronte delle 11.000 passate a scuola”, in Ministero della Sanità, Direzione Generale Studi, Documentazione Sanitaria e Comunicazione ai Cittadini, La nostra salute: Lo stato sanitario del paese 2001, Zadig, Milano 2001, pp. 40-41.

186 P. P. Pasolini, Cari nemici, avete torto, intervista di Guido Vergani, in “Il Mondo”, 11 luglio 1974, ora con il titolo Ampliamento del “Bozzetto sulla rivoluzione antropologica in Italia”, in Scritti corsari cit., pp. 66-77.

187 La storia ufficiale della censura televisiva contemporanea italiana inizia negli anni ’60. Si veda a tale proposito AA.VV., (1945-1994) Italia/Storia della prima repubblica: La politica, la società, i protagonisti, le date cit., p 134: “15 giugno 1960: Umberto Tupini (Ministro del Turismo e dello Spettacolo) dichiara di voler censurare i film con ‘soggetti scandalosi e morbosi’, negativi ‘per la formazione della coscienza civile degli italiani’”).

188 A. Mela, Sociologia delle città, Carocci, Roma 1999, p. 157.

189 Z. Bauman, Dentro la globalizzazione – Le conseguenze sulle persone cit., p. 60.

190 Z. Bauman, Voglia di comunità cit., p. 68.

191 P. P. Pasolini, L’ignoranza vaticana come paradigma dell’ignoranza della borghesia italiana cit.

192 P. P. Pasolini, Il mio Accattone in TV dopo il genocidio in “Corriere della sera”, 8 ottobre 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 152-158.

193 Ivi, p. 157.

194 AA.VV., Corso di sociologia cit., p. 195.

195 Per un nesso importante sulla relazione tra TV e criminalità si veda P. P. Pasolini, Aboliamo la TV e la scuola d’obbligo, in “Corriere della sera”, 18 ottobre 1975, ora con il titolo Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia, in Lettere luterane cit., pp. 165-171 e il successivo capitolo 5.2.3.

196 V. Bělohradský, Papežovy smažené brambůrky aneb Triumf struktur cit. (trad. it.: “La voce latina celebritas significa fama, però in latino c’è ancora una voce per esprimerla – gloria. Quest’ultima designa un atto o un evento che per la sua singolarità divenne universalmente noto, non si può negare e non si può continuare a vivere come se non fosse mai accaduto”).

197Ibidem (trad. it.: “Nell’imperfetto mondo terreno si può essere solo ‘celeber’, dunque ‘generalmente noto’ come quello che si trova spesso in un luogo e ‘frequenta’ molte persone. Dio non è celeber, ma gloriosus, si manifesta nella sua perfezione”).

198Ibidem (trad. it.: “La caratteristica più profonda della nostra era è che non c’è più spazio per la gloria, però solo per la celebritas. Sia dio sia il papa sono solo celebrità, ‘personaggi famosi’, e come tali possono svolgere con successo la funzione dei portatori di concetti nelle réclame o negli slogan politici. [...] La tragedia degli anni sessanta fu che la loro ‘gloria’ è stata trasformata con il meccanismo industriale in mera celebritas – Che Guevara sulla maglietta e la produzione di serie dell’abbigliamento anticonformistico”).

199 P. P. Pasolini, Gennariello in “Il Mondo”, 6 marzo - 5 giugno 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 15-63.

200 Ivi, p. 13.

201 Ivi, p. 23.

202 Ivi, p. 28.

203 P. P. Pasolini, Ma a che serve capire i figli? cit.

204 Ivi, p. 94.

205 P. P. Pasolini, Aboliamo la TV e la scuola d’obbligo cit.

206 Ivi, p. 167.

207 Ivi, p. 168.

208 Ivi, p. 169.

209 Ivi, p. 170.

210 Alcune risposte a questo articolo giudicano le proposte di Pasolini come folli ed assurde, altre non sono completamente contro e propongono alcune varianti all’abolizione della scuola d’obbligo. Per un loro quadro generale rimando a W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., pp. 1790-1791.

211 P. P. Pasolini, Le mie proposte su scuola e TV, in “Corriere della sera”, 29 ottobre 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 172-178.

212 Franco Brevini fece a proposito dell’idealizzazione delle borgate da parte di Pasolini un’ottima osservazione: “Per Pasolini basta essere poveri per non peccare”, in F. Brevini, Per conoscere Pasolini cit., p. 3.

213 La strage del Circeo può anche ricordare per certi aspetti Salò o le 120 giornate di Sodoma. Per ulteriori informazioni e analisi si veda ancora W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., pp. 1789-1790.

214 P. P. Pasolini, Lettera luterana a Italo Calvino cit.

215 L’affermazione viene sostenuta anche da una recente opera di Bauman: “Sul piano sociale, quindi, il consumismo è un fenomeno analogo alla psicopatologia della depressione con i suoi sintomi gemelli, in urto l’uno con l’altro, della mancanza di energia e della impossibilità di dormire”, in Z. Bauman, Dentro la globalizzazione – Le conseguenze sulle persone cit., p. 93.

216 P. P. Pasolini, Contro i capelli lunghi, in “Corriere della sera”, 7 gennaio 1973, ora sotto il titolo Discorso dei capelli, in Scritti corsari cit., pp. 5-12.

217 Cfr. W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1759.

218 P. P. Pasolini, Il folle slogan dei jeans Jesus, in “Corriere della sera”, 17 maggio 1973, ora con il titolo Analisi linguistica di uno slogan, in Scritti corsari cit., pp. 13-19.

219 Cfr. W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1760.

220 O. Toscani, Reklama je navoněná zdechlina cit., pp. 120-121: “Procházeli jsme se po Broadwayi, kde se hrál Ježíš Kristus Superstar. Okamžitě jsem mu navrhl, aby své džínsy nazval Ježíš. ‘Ty jsi blázen!’ zvolal”, (trad. it.: “Camminavamo per Broadway, dove davano Gesù Cristo Superstar. Gli proposi immediatamente di chiamare i suoi jeans Gesù. ‘Ma sei pazzo!’ esclamò”).

221 P. P. Pasolini, Il folle slogan dei jeans Jesus cit., p. 18.

222 Cfr. Stupirsi?, trafiletto non firmato, in “L’Osservatore romano”, 7-8 maggio 1973, che esprime un’opinione fortemente contraria allo slogan, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1760.

223 P. P. Pasolini, Il ricordo di un mondo che parlava il dialetto, in “Il Tempo”, a. XXXV, n. 2, 11 gennaio 1974, ora con il titolo Ignazio Buttita: Io faccio il poeta, in Scritti corsari cit., pp. 220-225.

224 Per un intervento sul rapporto tra la borghesia e la tradizione culturale e linguistica rimando a P. P. Pasolini, Il povero latino, in “Vie nuove”, 27 settembre 1962.

225 P. P. Pasolini, Nuove questioni linguistiche cit., ora in Empirismo eretico cit., p. 18.

226 Ivi, p. 20.

227 P. P. Pasolini, Il ricordo di un mondo che parlava il dialetto cit., pp. 221-222.

228 Ivi, p. 222.

229 P. P. Pasolini, Il potere senza volto cit.

230 Per un quadro sulle risposte all’intervento, che ne criticano la genericità dei caratteri, rimando a W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1765.

231 P. P. Pasolini, Ampliamento del“Bozzetto sulla rivoluzione antropologica in Italia”, in “Il Mondo”, 11 luglio 1974, ora in Scritti corsari cit., pp. 66-77.

232 Ivi, p. 72.

233 P. P. Pasolini, Colpo di testa del capro espiatorio, in “Panorama”, 7 novembre 1974, ora in Scritti corsari cit., p. 290.

234 R. Barthes, Lezione tenuta al Collège de France il 7 gennaio 1977, cit. in M. De Benedictis, Pasolini – La croce alla rovescia, De Rubeis, Anzio 1995, p. 90.

235 Z. Bauman, Dentro la globalizzazione – Le conseguenze sulle persone cit., p. 20.

236 L. Fregolent, Ambiente: emergenza e consapevole necessità, in AA.VV., 1950-2000, L’Italia è cambiata cit., p. 276.

237 G. Orwell, Nineteen Eighty-Four cit., in part. p. 247.

238 Ivi, p. 249.

239 P. P. Pasolini, Gli italiani non sono più quelli cit.

240 Ivi, p. 52.

241 Per un loro quadro completo rimando a W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., pp. 1763-1765.

242 I. Calvino, Quelli che dicono no, intervista di Ruggero Guarini, in “Il Messaggero”, 18 giugno 1974, cit. in W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1764.

243 P. P. Pasolini, Cari nemici, avete torto, intervista di Guido Vergani, in “Il Mondo”, 11 luglio 1974, ora con il titolo Ampliamento del “Bozzetto sulla rivoluzione antropologica in Italia” cit.

244 Ivi, p. 71.

245 R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, Pasolini intellettuale corsaro cit., p. 1404.

246 P. P. Pasolini, La lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango, in “Paese sera”, 8 giugno 1974, ora con il titolo Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino, in Scritti corsari cit., pp. 60-65.

247 I. Calvino, Quelli che dicono no cit., nella quale Calvino è contro il rimpianto pasoliniano dell’Italietta contadina.

248 P. P. Pasolini, Sfida ai dirigenti della televisione cit.

249 Ivi, p. 28.

250 P. P. Pasolini, prefazione a F. Perego, Divorziare in nome di Dio, marzo 1974, ora con il titolo Vuoto di carità, vuoto di cultura: un linguaggio senza origini, in Scritti corsari cit., pp. 40-45.

251 P. P. Pasolini, Il potere senza volto cit.

252 A. L. Huxley, Brave New World cit., p. 184.

253 Ivi, p. 185.

254Ibidem.

255 A proposito della situazione femminile, un dato interessante è che solo nel 1975 il nuovo diritto di famiglia ha stabilito la parità dei coniugi. Nel 1975 il Movimento di liberazione delle donne (Mld) ha raccolto 500.000 firme necessarie per indire il referendum sulla legalizzazione dell’aborto, che però fu bloccato dalle elezioni del 1976. Una legge sull’aborto viene promulgata il 22 maggio 1978: esso non è più un crimine, ma ci sono limiti alla scelta libera della donna. L’applicazione della legge sull’aborto incontrò frequenti ostacoli, cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi cit., pp. 498-530.

256 P. P. Pasolini, Sono contro l’aborto, in “Corriere della sera”, 19 gennaio 1975, ora con il titolo Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti, in Scritti corsari cit., pp. 119-127.

257 Ivi, p. 121.

258 Per un quadro complesso sulle repliche all’intervento di Pasolini rimando a W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., pp. 1769-1771.

259 P. P. Pasolini, Pasolini replica sull’aborto, in “Corriere della sera”, 30 gennaio 1975, ora con il titolo Sacer, in Scritti corsari cit., pp. 128-133.

260 Cit. in G. C. Ferretti, Letteratura e ideologia cit., p. 356.

261 P. P. Pasolini, Non aver paura di avere un cuore, cit.

262 P. P. Pasolini, Previsione della vittoria al “referendum”, in “Il Mondo”, 28 marzo 1974, ora in Scritti corsari cit., pp. 34-37. Una proposta di legge molto moderata sul divorzio era stata per la prima volta presentata nel 1965 dal socialista Loris Fortuna. Nel 1970 il divorzio diventa legge dello Stato, sottoposta poi, il 12 maggio 1974, a un referendum abrogativo il cui risultato fu il seguente: 59.1% no, 40.9% sì, (cfr. W. Siti e S. De Laude, Pier Paolo Pasolini: Saggi sulla politica e sulla società cit., p. 1763).

263 P. P. Pasolini, Altra previsione della vittoria al“referendum”, in “Nuova Generazione”, marzo 1974, ora in Scritti corsari cit., pp. 38-39.

264 Ivi, p. 39.

265 P. P. Pasolini, Gli italiani non sono più quelli cit. Per informazioni e interventi sulla “rivoluzione antropologica“ si veda il capitolo 5.3.1.

266 P. P. Pasolini, Una disperata vitalità, cit. in L. Betti, Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte cit., p. 210.

267 G. C. Ferretti, Pasolini: l’universo orrendo cit., p. 116.

268 P. P. Pasolini, Il mio Accattone in TV dopo il genocidio, cit.

269 Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi cit., p. 252.

270 P. P. Pasolini, Il mio Accattone in TV dopo il genocidio, cit., p. 156.

271 P. P. Pasolini, Abiura dalla “Trilogia della vita”, in “Corriere della sera”, 9 novembre 1975, ora in Lettere luterane cit., pp. 71-72.

272 Nonostante la distanza temporale dall’epoca di Pasolini e dalla sua creazione artistica, per esempio il Decameron viene censurato alla TV (in E. Golino, Tra lucciole e Palazzo. Il mito Pasolini dentro la realtà cit., p. 29). Anche nella primavera del 2002 su RAI 1 il Decameron è stato trasmesso tra l’ 1.55 e le 3.30 di notte e si è vista poi una versione censurata.

273 P. P. Pasolini, Abiura dalla “Trilogia della vita”, cit., p. 73.

274 Si veda L. Martellini, Introduzione a Pasolini cit., p. 139.

275 F. Brevini, Per conoscere Pasolini cit., p. 539-540.

A cura di Tomáš Matras



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