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Duska Vrhovac e il misticismo cosmico
di Fortuna Della Porta
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Duska Vrhovac e il misticismo cosmico

Ci sono persone che attraversano la vita in poesia. Hanno il dono di saperla osservare oltre il velo di Maya del quotidiano, ne sanno trarre stimoli al giudizio e alla crescita personale. Sanno leggere le leggi e gli universali del mondo, si servono per l’indagine dell’estetica e dell’etica. Gli eletti poi sanno trasformare questi echi in metafora e verso. È quello che fa in maniera esemplare Duska, abile nel raccogliere nella risonanza intima del cuore le fila del suo itinerario vitale e lo fa da artigiana limpidissima della parola, talento riconosciuto da tutti i critici che si sono occupati della sua produzione. 

In verità, non si vede in lei il confine netto tra vita e poesia. A parlarle, ci si imbatte nelle stesse cadenze e allegorie, si raccoglie la medesima generosità di sé che versa nell’arte.

La sua scrittura ha, difatti, le caratteristiche di un’autobiografia, contiene tutta la sua esistenza: amici vecchi e nuovi, luoghi di memoria e di passaggio, affetti familiari, amori conclusi o inseguiti con la nostalgia, in una sorta di diario che spigola nelle emozioni e nel tratto del giorno, accompagnandola persino durante il girovagare nella sua città. 

Il connubio vita-poesia in lei ha, dunque, la doppia accezione di una vita che accoglie la poesia e di una poesia che accoglie la vita: profilo dell’anima, ma pure eventi e circostanze che molto spesso incrociano un interlocutore, un tu che l’ascolta o al quale pone domande.

Nella bolla circolare che racchiude il cosmo, tutto si tiene. Gli elementi della creazione sono vincolati insieme dall’Ente Creatore, ma anche dalle proprie sinergie reciproche, in un equilibrio fragile che l’uomo talora devasta, come si osserva guardandosi intorno. 

La Vrhovac sente di appartenere a quest’ordine e di essere inserita in un progetto globale che racchiude esseri viventi e cose. Una sorta di misticismo cosmico avvolge le creature nel sentire della poetessa, che dimostra sovente una fede profonda. 

Un disegno provvidenziale accompagna l’universo nel percorso della vita fino alla morte e un tale abbandono a una concezione ottimistica del Tempo la sostiene anche nei momenti dello scoramento, che pure talvolta sfocia in un grido di disperazione, come quando chiede a Cristo di allontanare il male e il dolore dalle sorti dell’uomo.

Il disegno della Storia, insomma, voluto dalla Provvidenza, è in sé progetto felice e perfetto. Alla lunga si compie nella positività, anche se accade, in alcune fasi del Tempo, che i popoli vengano sfigurati da conflitti e tirannie, purtroppo accompagnati anche dalla miseria. È quello che accade nella fase presente, dove il concetto di desolazione si è dilatato a comprendere lo sfregio degli uomini ma anche lo scempio del paesaggio, devastato dall’inquinamento.

A questo proposito occorre dire che la poesia di Duska ama allontanarsi e spaziare, spesso abbandonando il dato personale per attingere a quello socio-politico che la circonda. 

Legge negli accadimenti che coinvolgono la sua terra (la poetessa vive a Belgrado) l’incapacità dei concittadini a diventare protagonisti del proprio destino e di riflesso la sua solitudine, ma sempre con misura. Infatti, Duska e la sua poesia hanno attraversato la guerra senza portarne addosso gli orrori, senza che lei esasperasse i toni della sua scrittura. Piuttosto si coglie, nei versi o nelle sue parole sull’argomento, malinconia, amarezza profonda.

Soffrire è respiro, /passo, /intuizione, /fremito di pensiero /e armonia del conoscere./Tutto è dolore, / dissolvimento.

È un dolore che la Nostra non disdegna, fattore essenziale della sua riflessione e del suo crescere.

Si diceva che Duska non è un’ingenua. Non si balocca con le parole. La sua è sovente poesia drammatica. Vede e pesa la nullità della nuova classe dirigente, la passività dei cittadini, che vivono in rassegnazione la corsa verso il baratro della Serbia: la Serbia dei sedativi, che sono indispensabili a tirare la vita, quando scende sugli uomini una notte ininterrotta.

La fede nel futuro però è dietro l’angolo, rappresentata dalle poesie dedicate ai bambini che includono nel proprio disegno esistenziale il domani. L’attenzione e la tenerezza che dedica ai più piccoli non sfugge anche in questo caso ad una lettura tragica quanto realista del vero, per il fatto che anche i bimbi sono attinti dal male, concetto che culmina nella terribile poesia: Quando un bimbo muore.

Quando un bimbo muore /le lacrime son mal poste/ogni lamento e spasimo/troppo è sonoro/per le / viscere /in cui s´annidava./Quando un bimbo muore/la stella non cade/ma s´innalza ancor di più/ s´invola senza ritorno/sul suo maledetto/cammino stellare.

Alto è la considerazione che Duska ha della poesia e, con orgoglio, della sua. Sente di non appartenere a scuole, di essersi richiusa nel suo canto, rispetto alle poetiche imperanti, ma ancora crede nel valore catartico della parola poetica sia a livello individuale che collettivo:

Tuttavia penso/ che con la poesia cambiamo noi stessi/ se noi cambiamo –per forza di logica-/ cambiamo anche il mondo.

Una frase di Duska che qualcuno ha raccolto recita: Credo nella Bontà e nella Bellezza. Il primo termine indica la tensione spirituale che vigila sulla sua poetica e sui suoi comportamenti, ossia il sentimento della vita come dovere da compiere nell’attuazione del Bene. Un concetto sacrale e implacabile del Tempo concesso a ciascuno la conduce a un’austerità di vita in nome di un alto senso della dignità e dell’onore.

La percezione estetica, appunto della Bellezza, poi, è quella che le ha permesso di leggere la magnificenza del creato e delle creature ed è quella che l’ha condotta all’arte.

In questa accezione il suo talento costituisce il mezzo alla realizzazione del Bello e del Bene nella vita e nell’arte: di qui l’opinione alta di sé, fin quasi a riservarsi, senza alcun cedimento alla retorica, il ruolo di poeta e vate, proprio mentre indica la poesia come mezzo per migliorare l’individuo e con esso il suo ambito. 

La sua lunga attività e il percorso di maturazione, oramai credo quarantennale, hanno sviluppato la poesia della Vrhovac fino agli esiti più felici e ne hanno arricchito il valore anche dal punto di vista formale. 

Ha avuto modo di passare in tanto tempo dalla preghiera, alla lirica, alla satira, all’invettiva, dalla lingua colloquiale ai più alti risultati letterari. Pur conservando nel tempo la prerogativa della semplicità, Duska impiega con gli stessi effetti ritmici e lessicali la poesia breve e dal verso sovente di un solo termine, ma anche la composizione lunga o molto lunga del poemetto. 

Purtroppo, come s’intuisce, non ho potuto leggerla nella lingua originale, ma nella traduzione di Isabella Meloncelli. Duska, infatti, si appresta a pubblicare ufficialmente anche nel nostro idioma. Ha un forte legame con la nostra cultura sia per le numerose traduzioni in serbo della poesia italiana, sia per la conoscenza diretta della nostra lingua, che usa in maniera accurata.

DUSKA VRHOVAC www.duskavrhovac.com (poetessa, giornalista e traduttrice) è nata a Banja Luka (ex Jugoslavia) nel 1947. Ha frequentato e compiuto gli studi universitari alla Facoltà di filologia di Belgrado, dove si è laureata in letterature comparate e teoria dell´opera letteraria. Finora ha pubblicato tredici volumi di poesie. Tradotte in parecchie lingue mondiali (inglese, russo, italiano, spagnolo, francese, greco, tedesco, armeno, macedone, albanese), sono sempre più numerose le sue poesie pubblicate in antologie straniere oltre che in quelle nazionali. Molti noti critici letterari e poeti di fama hanno scritto sull’opera poetica di Duska Vrhovac. Le è stato assegnato il Premio di maggio per la poesia e il Distintivo d´oro della Società per la cultura e l´istruzione della Serbia, per la diffusione della cultura. Duska Vrhovac ha realizzato numerose trasmissioni radiofoniche e televisive per i ragazzi e collabora con i periodici più importanti e più noti della Serbia ed ex Jugoslavia. A Belgrado, dove vive, Duska Vrhovac ha lavorato come redattrice del programma documentari della Televisione di Belgrado, per la quale, come giornalista ed autore, ha realizzato numerose serie esclusive. È membro dell´Associazione degli scrittori della Serbia ed è impegnata nell´ambito del Comitato per la collaborazione internazionale anche in seno all´International Federation of Journalists

 

QUANDO UN BIMBO MUORE 
(a Nikola)

Quando un bimbo muore
le lacrime son malposte
ogni lamento
e pianto
troppo è sonoro
per le viscere 
in cui s´annida
Quando un bimbo muore
la stella non cade
ma s´innalza ancor di più
S´invola irreversibile
sul maledetto
cammino delle stelle.


SAI 

Arrivi 
e cerchi un rifugio 
apri la bocca 
ma all´orizzonte di te 
più nulla 
sai 
Sei rimasto
in quelli 
che amavi 
è là che tu sei 
in ogni frutto 
crescente la luce
vi unisce
la voce però
non è più parola bensì filo 
d´erba essiccata 
e non c´è nube passeggera. 


ANNIENTAMENTO

L´annientamento batte il suo tempo.
Dalla stessa stoffa i pannolini e il drappo funebre.
Dallo steso albero la culla e la bara.
Dalla stessa trama la felicità e l´infelicità.
Dallo stesso fuoco la fiamma e la cenere.
Nella medesima pelle all´infinito moltiplicata
la sete di vita e la brama di morte.


LA NUOVA STORIA I

Tutt´ immurati si sono nella morte
gli uni che si aspettavano di meglio
e gli altri che speravano in un male maggiore.
Tutti per paura
fermamente credevano
ch´essa pareggia i conti.
Ma così non è stato.
Nessuno disse nulla di quello
che doveva
esser detto.
Neppure i poeti, ultimi folli
si sovvennero
donde conveniva cominciare.
Solo una donna dagli occhi splendenti
ricordando disperatamente qualcosa
che tutti per anni s´eran dati a dimenticare
alzò il braccio, sbottonò la blusa sotto il collo
e menzionò Dio, la tempesta, le icone, le ossa
e Bisanzio.
Tutto riprese l´odore della sete sull´acqua
del sale maledetto e dell´inizio della guerra
eppure tutti sapevano
che la morte non risolve più nulla.


INTUIZIONE II 
A Vittoria Tagliani

Di innumerevoli domande sapevo la risposta
ed intuivo molte cose.
Conoscevo divisione e moltiplicazione
nel tempo e nello spazio
le parole della speranza e della dedizione.
Il mio passo era inafferrabile
la mano calda e reale.
La voce alto canto di solista
il mattino risveglio d´ambra.
La realtà non aveva bisogno dei ricordi
né gli inganni del risveglio.
Gli anni conoscevano i loro segreti
i frutti l´epoca della maturazione.
Di ogni parola avevo un cambio
e una preghiera per la salvezza dell´anima.
E poi, improvvisamente
parola e pensiero trafitti dal lampo.
Avvenne tutt´altra visione
cadde il frutto maturo
rotolando giù per il palmo.
Ora sto a metà di una storia incompiuta
e di tutto ho sempre meno, 
son le domande sempre di più.


VOLTI NUOVI

Gli uni si sommano
gli altri si sottraggono.
Tutto sminuzzato
svenduto a buon mercato.
Nelle chiese blasfemie
nelle case solitari
nelle maternità silenzio.
Nei posti importanti
persone insignificanti
sulla fronte segni illeggibili
fra amici sconosciuti
tutto spappolato
i nessi crepati
timori confermati orrendamente
inganni svelati improvvisamente.
Nessun malinteso.
Malato il corpo s´estingue
in metàstasi è il cancro celeste.
Infine anche di questo gioco
si vedranno i personaggi. 


FAME

La mia fame l´ho sempre sostenuta
con le mie cure l´ho cresciuta
dandole frutti infernali
e quei piccoli frutti enigmatici
per cui si dorme male.
Così con la fame 
s´accese pure l´insonnia
e queste due fatalità benedette
mi resero alquanto forte.
Ho percepito giochi dimenticati 
melodie perdute
parole sottese
e quel parlar d´altre sponde.
Mi forgiai sull´orma
quadro incorniciato nei tratti
della mia propria ombra.
Ora la mia fame è così insaziabile
che non la sento più
e la notte così interminabile
che lungo sonno, mi pare, quest´insonnia.


TALVOLTA

Talvolta è difficile riconoscere
che sei sparso
per ignote
estranee
acque lontane
che gli occhi 
ti si fissano alle stelle
e che la parola è troppo debole
talvolta pesa 
questa eccessiva estraneità
e tu, cadavere,
nel mezzo del deserto
vivi e sani
partorisci i figli dell´uomo.


O È SOGNO

O è sogno
o morirò prima

visi infantili
nel verde celati

rubati al sogno 
portano specchi

per catturarvi 
di nascosto i soli

o è sogno
o morirò prima.


PREGHIERA A ME STESSA

Aiutami, o Dio, a custodire nell´anima la pace
a non usare parole dure coi miei figli
a perdonare agli amici gli errori
anche quelli non dovuti all´ignoranza
a non offendere il padre
a perdonare anche a lui
a rimaner coerente con me stessa.

Aiutami a fare qualcosa di buono
a donare almeno un sorriso, un po´ di gioia
a non respingere nella disperazione gli sconosciuti
i parenti dalla soglia neppur nel pensiero allontanare, 
a sfuggire all´odio e al male.

Aiutami ancora a consacrarmi al mio popolo
disperso, senza tetto e diviso
perché dietro di me luminosa rimanga una traccia,
a cantar la mia origine degnamente
a collegare con quello del nipote
l´onorato nome del nonno e del padre.


REMINISCENZA 

Tutto attorno a me è reminiscenza 
il fiore del bacio, la foglia della voce 
l´acqua di lago del tuo sorriso 
il ramo delle braccia, il cielo di poesia 
l´uccello del segreto, il vento dell´attesa
l´erba della gioia, il grano dell´anelito
la foresta del sogno di te, di lontananza.
Tutto intorno a me è reminescenza
come ti fossi dilatato nell´alito della notte
celando in ogni particella della natura
tenace ed inafferrabile la tua traccia.


RICORDANDO 

Il pensiero della felicità è talvolta 
più della felicità stessa; 
un pensiero che salva dalla parola grave, 
da una tristezza eccessiva e dalla disperazione, 
e sopra la fonte spalanca l´arcobaleno. 
Il pensiero della felicità 
vera e profonda, 
che ha lasciato traccia,
il ricordo di qualcuno che hai amato
che, e neppure ora sai il perché,
indescrivibilmente ti è stato caro,
un tale ricordo è benedizione vera.
È quella scintilla che nell´occhio risplende
quando ogni fuoco si estingue,
quando tutto si perde e l´oscurità sale;
è quel canto che vibra
inatteso, come di dolore,
come quando, poiché un tuo caro muore, un bimbo nasce.

Il pensiero della felicità che c´ è stata veramente 
lasciando dietro di sé cose sacre 
benedizione è vera. Grazie a questo pensiero, 
con questo ricordo pallido ed esile, soltanto, 
proseguiamo a volte per la nostra via. 


ATTIMO

Né ieri
né domani
intuisco solo l´attimo

io sono
tu sei 
e di nuovo la fine.


DENTRO DI ME

La mia ombra
me la porto dentro
nessuno ve la può
misurare al sole.

I miei vettori
nel sangue mi si diramano
inutile è
sorvegliare me.

SARÀ

Quando gli occhi
s´incontrano
e si fissano
dimmi allora
la parola
che ti è rimasta in gola.

Sarà
che sono sfuggita alla morte
come ci fossimo
di nuovo riconosciuti.


GIRANDOLA

Cos ´è che m´illumina 
quando l´anima se ne va 
e l´estate è passata? 

A chi sto tornando 
mentre non ho né te né me? 

Tornerò forse 
ad accendere lucerne incantate 
sogni traendo d´ altrui visioni ? 


NON IMPORTA PERCHÉ

Non sei venuto.
Lo testimoniano il pane
l´afonia ed il vino,
il desco su cui tutto freme
nel suo stare confuso
davanti alla porta chiusa
mentre mi consumo io e non la candela.


DUE MAGIE 

La notte risveglia due magie 
le migliaia di luci che accendiamo 
per disperdere 
il proprio buio e la propria desolazione
o liberiamo i nostri piccoli 
soli interiori perché ci riscaldino 
c´illuminino quanto nemmeno il sole 
nel suo pieno splendore può illuminare.


SOGNO DOPO SOGNO 

Sogno dopo sogno 
diventiamo più reali 

lontano dall´arcobaleno fiorito 
lontano dal labbro ammansito 
sogno dopo sogno 
fuggiamo dalla cenere

dalla terra putrida
dal sasso incandescente 

indomiti 
nella parola ci rifugiamo

parola, ferita onnivalente 
onnivalente potere umano. 


SCOMPARENDO

Sul volto 
pacificazione 
porto 
come segno 
di rudezza perdonata. 
Scaduto dalle piante
sull´ara sacrificale eterno 
come antica saggezza 
il mondo sfuocato 
quieto 
con me scompare. 


MEMENTO VIVERE

Mi limito a continuare
come fosse così
soltanto possibile
anima di sangue e carne
passo
rivolto
eternamente alla tristezza
dai primordi
sempre daccapo 
terra ed erba vado toccando 
terra io stessa
alla lingua di piante e vento
comprensibile e connaturata
nella poesia metto
quanto non sta nel fiato.


23-2-1977

Inatteso
come un segreto
o una vendetta
per tutta la notte qualcuno
ha martoriato la mia anima
fredda la mano
il palmo ruggine
gli occhi vuoti
non terreni
come non intuisse
che non sono abbastanza morta:
non lo sono
e non penso
di aprire gli occhi umidi
anche se è buio
e non si vede
né quello che sono
né quello che non sono. 


RIFUGIO I

Giorno dopo giorno costruiamo la nostra vita
piena di croci, di macigni, di mura e parapetti,
ciascuno corre il suo giro fatato,
medesimi i cavalieri, le vie, gli ostacoli,
ognuno tira a giustificarsi a suo modo.

Soltanto dentro di me rimane il mio mondo, lo so.

E non voglio più contarli i giorni fino alla partenza,
quando la mia stella infine cadrà
m´involerò per mostrarmi
ogni notte ed esploso mattino
come ardente goccia di rugiada sul viso sperso.


RIFUGIO II

Notte maledettamente impossibile.
Che furie sono queste che escono da ogni poro
per tornare da me incollerite?
Potessi allargare le braccia, aprire gli occhi,
pronuncerei la parola maledettamente impossibile,
la parola che si trascina
di sera in sera
di feriti movimenti composta.
Avanzo e pur mi volgo indietro.
Non me lo piglio questo rovello
che se non accende l´urlo suggella,
tutto è in me vuoto
eppure una lirica si trascina,
frutto marcio nel seno fiorisce,
nell´impotenza annuncia il mattino.


RUFUGIO III

Quando amavo te
invisibile una casa su di noi costruivo,
sotto la tua pelle deponevo
centinaia di cellule fecondate,
nel tuo occhio disponevo il focolare,
sulla pietra facevo divampare il fuoco
e tu crescevi e lievitavi
come fanciulla di baci inebriata.
Quando ti accoglievo
togliendoti a te stesso
i frutti maturi dell´autunno 
attorno al letto disponevo
paffutezze di bimbi disegnavo
e gocce di pioggia in latte mutavo.
Quando amavo te
tutto di te rimaneva in me
e io credevo ci saremmo salvati.
Eppure ecco che ce ne andiamo
e nessuno sa come ci dimenticheremo.

DIO È UNO

In ogni tempio ho pregato Dio:
nella cattedrale di Milano
nella sinagoga di Novi Sad e nella moschea di Smirne
nella cappella sulla via per Klagenfurt,
a Nuova Delhi, nel mezzo del deserto,
sotto il fremente divino tetto
dei miei due palmi ardenti,
le dita congiunte,
nel tempio cinese e giapponese,
davanti a Budda ed a Krishna
ho elevato gli occhi fissi al cielo
per poi abbassarli a terra,
nella notte del cuore e del ritmo negro
Dio ho invocato
perché LUI È UNO.
Ma nel tempio luminoso e sacro
che mi son costruita dentro
dal padre e dalla madre
ancor prima di nascere
ereditato,
nel grembo benefico
colmo di caldo latte
nella piccola chiesa di Kakori
in cui fui battezzata,
intonai la preghiera al Creatore dell´anima mia,
preghiera nella mia bella lingua serba
che nei miei occhi ricompone
i volti delle icone di Hilandar
e nei miei orecchi serba l´orazione e il mormorio
dell´acqua miracolosa sotto la pietra di Studenica. 

(trad. Isabella Meloncelli) 

A cura di Fortuna Della Porta



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