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L'incendio nell'oliveto - Capitolo 09
di Grazia Deledda
Pubblicato su SITO


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I racconti di Progetto Babele

Anche Annarosa cercava di risolvere il problema. Eccola di nuovo seduta sul suo letticciuolo basso, come la notte della lettera di Gioele. Fino all'ultimo momento ha recitato anche lei coraggiosamente la sua parte: adesso è lì, piegata sul suo spavento, mille volte più turbata di Stefano perché sola a combattere contro il mostro del sospetto.

Tuttavia le pareva di essere tranquilla, di aver solo un po' di disordine nelle idee. Sentiva giù il rumore delle stoviglie che la servetta rimetteva a posto; le sembrò di sentire il passo di Agostino su per le scale e poi di sopra, nella stanzaccia dove dormiva lo zio e una sommessa e breve discussione fra i due uomini; poi di nuovo il passo del fratello che scendeva le scale. Aspettò che Agostino entrasse anche da lei le parlasse: di che cosa non sapeva precisamente, non cercava di saperlo: ma il passo andò giù, e lei tornò a chinare il viso che aveva sollevato per ascoltare.

Si tolse dal collo la catenina d'oro e strinse nel pugno il piccolo orologio, dono di Stefano; ma non le riusciva di schiacciarlo, anzi lo sentiva palpitare più che mai vivo dentro il suo pugno. Qualche cosa s'era spezzata in lei; ma la vita continuava egualmente la sua corsa.

Allora buttò l'orologio per terra, spingendolo col piede sotto il lettuccio perché la serva che veniva su per coricarsi non lo vedesse.

Benché stanca ed assonnata Mikedda le si avvicinò con curiosità pietosa e parve aspettare un ordine, poi ad un cenno impaziente di lei si ritrasse in punta di piedi e chiuse l'uscio ancora prima di spogliarsi. Tutti i rumori della casa cessarono; i lumi si spensero: tutto era tornato a posto, e anche Annarosa cercò di riordinare le sue idee, di metterle a posto, in fila di combattimento contro il suo dolore.

Aveva l'impressione fisica di essere ancora seduta fra Stefano e zio Predu; e questi, con la sua mano scura sulla tovaglia bianca, raccontava la storia della gente castigata per gli errori commessi. Lei approvava lievemente con la testa: sì, tutto si sconta. Ma che aveva da scontare lei se non di aver voluto il bene della famiglia? Però, mentre si dava questa ragione, la figura di Gioele le ripassava davanti come in quel crepuscolo di Pasqua, e le ritornavano in mente le parole dell'ultima lettera di lui.

Allora cominciò a ricordare tutte le circostanze che avevano preceduto e seguito la domanda di Stefano. Ricordava che la matrigna era stata sempre contenta del progetto. Questo era nato così, più dal desiderio ambizioso della famiglia che dalla realtà delle cose. Ogni volta che avveniva qualche matrimonio fra giovani di buona famiglia, Agostino tornava a casa facendo il calcolo della rendita dello sposo, e diceva, guardando Annarosa:

"Stefano Mura è più ricco".

La malattia di zia Paskedda aveva spinto il sogno verso la realtà. Bisognava muoversi, andare nella casa dei Mura come alla conquista d'una fortezza. Il compito era toccato alla matrigna.

"E allora è accaduto così. Lei voleva conquistare Stefano per me e lo ha conquistato per lei. Zio Juanniccu era lì che guardava come guardano i ragazzi: non si bada a loro, e loro osservano tutto. Ma, infine, che cosa è accaduto? E perché poi Stefano e lei, anche, hanno permesso che le cose andassero così? Dio, Dio, Signore, aiutatemi."

Ombre ed ombre le passavano davanti, con sprazzi di luce che tosto si spegnevano, con un aggrovigliarsi vertiginoso di dubbi, di immagini, di forme misteriose; come nuvole in un cielo tempestoso. Ricordava la matrigna che tornava alla sera dalla casa dei Mura, e aveva sul viso una tristezza e uno splendore di tramonto. E il contegno di Stefano, e l'attrazione e la ripulsione istintive che egli esercitava su lei.

"Perché hanno fatto così, perché?", tornava a do mandarsi: e la risposta le saliva dall'anima sincera. "Hanno fatto così come facevo io; non mi univo anch'io a lui con un altro nel cuore? Mi tradivano perché tradivo anch'io."

Poi la speranza d'ingannarsi la riprese. Vedeva la figura pallida e cascante dello zio ubriaco, quegli occhi non più umani d'anima annegata, quelle spalle incurvate dal peso di una vita che tende al basso. Era la parte marcia della famiglia, zio Juanniccu, il verme nel frutto della casa; perché proprio lui doveva rodere tutto? Aveva parlato da ubriaco; nulla era vero delle sue parole. Ma in fondo ella sentiva bene che tutto era vero; le parole di lui le erano cadute nell'anima come pietre nell'acqua; l'ombra del dubbio poteva coprirle, ma non le smuoveva.

"Non c'è che da rompere tutto", disse a voce alta. Poi si coricò vestita e si coprì fin sulla testa come per nascondersi, per seppellirsi sotto la sua decisione.

E la notte passò, come passano tutte le notti. Una striscia di luce che pareva un cero rischiarò la finestra; i rumori della casa ricominciarono; il passo di zio Juanniccu scivolò per le scale, il cavallo di Agostino scalpitò sul selciato fresco del cortile.

Annarosa mise fuori della coperta il viso guardando di qua e di là con gli occhi gonfi, come sorpresa che la luce esistesse ancora. Esisteva ancora, e tutto era al solito, tutto era fermo intorno. Solo, di sotto al letto veniva come il rosicchiare affrettato di un tarlo: ella si alzò e vide che il piccolo orologio, buttato là sotto, camminava ancora.

Lo riprese, ma non lo rimise al collo: e scese giù dalla nonna.

La nonna era già al suo posto, e intorno a lei la giornata ricominciava, al solito. Tutti però avevano un'aria scura come dopo una notte di disordine, e tutti tacevano, cercando di evitarsi, ma spiando l'uno ciò che faceva l'altro.

Zio Juanniccu era già uscito; Agostino si preparava da sé le provviste per la giornata, chinando molto la testa nell'annodare il tovagliolo col pane prima di metterlo nella bisaccia. Era pensieroso, aggrottava le ciglia e guardò minaccioso la servetta senza rispondere a qualche cosa ch'ella gli diceva; salutò appena la nonna, poi montò sul cavallo che fremeva tutto come dentro un bagno, in quell'aria profumata del mattino di maggio, e partì premendogli insolitamente lo sprone sul fianco.

Annarosa andava e veniva, e s'accorgeva che la matrigna non abbandonava un momento solo la stanza ov'era la nonna. D'altronde ella non voleva parlare ancora con la nonna; anche perché l'aspetto di lei e il suo silenzio ostinato le destavano più che mai un senso di paura.

E andava e veniva, ma non trovava pace.

Nella cucina era rimasto l'odore del pesce arrostito e dello zucchero bruciato; la cenere fumava ancora di grasso. Quell'odore e quel fumo la soffocavano. Sentiva voglia di battere la serva che di tanto in tanto la guardava coi suoi occhi di cagnolino buono.

Andò nell'orto e si buttò sull'erba, al sole, col desiderio di morire; ma in fondo aveva la speranza che qualcuno venisse a salvarla.

Vide la matrigna apparire sull'alto del vialetto, avanzarsi lenta e nera nel sole. Sentì che la donna la cercava, che vigilava su lei. Forse veniva a salvarla. Adesso le si avvicinava, adesso si chinava su lei per dirle che tutto era stato un cattivo sogno. "Stefano è tutto tuo, Annarosa; sollevati. Tu puoi averlo ingannato perché ti costringevano a ingannarlo; perché sei una debole fanciulla: ma egli è uomo e non ti ha ingannato; sollevati."

Ma la matrigna passava oltre. Si chinò fra l'erba a cogliere qualche cosa, tornò a sollevarsi, forte, con la corona delle sue trecce lucenti al sole: poi si allontanò col suo passo calmo, col suo viso chiuso.

Allora Annarosa nascose il viso fra l'erba e pianse. Si sentiva sola, abbandonata, tradita da tutti, anche da sé stessa. E il tripudio d'amore delle cose intorno accresceva questo suo senso di solitudine.

Famiglie numerose d'insetti e api e mosconi passavano e ripassavano sopra di lei con un mormorio che pareva uscire dagli steli dell'avena come dalle canne di un piccolo organo. Passavano e ripassavano centinaia di farfalle bianche, con gli occhi sulle ali, o colorate come avessero attraversato il fuoco, o fossero salite sino al sole, prendendone lo splendore; e si univano a coppie sulle cime del fieno, più lievi del più lieve fiore. Le formiche le salivano sull'orlo della veste e le zanzare le pungevano le gambe attraverso le calze sottili. E giù dalla valle le arrivava il canto del cuculo che la compiangeva e la irrideva.

Qualche cosa di duro le cadde sul braccio. Si sollevò stizzita e vide ch'era una coppia di cavallette di cui una balzò subito più in là, l'altra le rimase stordita sulla veste. Ella la prese e le aprì la scorza verdiccia, col desiderio crudele di spezzarla: sotto le vide il merletto iridato delle ali chiuse, la filigrana di corallo rosa delle zampe; e le parve che gli occhi fermi dell'animaletto s'ingrandissero spauriti per il rapido passaggio dall'amore al dolore.

Allora la buttò lontano e si rimise giù. A poco a poco la dolcezza delle cose esterne vinceva la sua pena. Le sembrava di essere ancora una bambina quando, stanca di aver pianto per qualche castigo subito, si buttava sull'erba e strappava le ali alle farfalle, masticando gli acri riccioli della vite, o tentando di aprire con la bocca senza spiccarla dalla pianta la buccia vellutata d'una fava.

Ancora come in quel tempo il vento lieve le portava le voci lontane della valle, e il gemito del suo cuore si confondeva col ronzio degli insetti e col mormorare delle foglie; e un velo di sonno, chiaro e molle come quello che le madri stendono sulla culla dei loro bambini, coprì il suo dolore.

Stefano quel giorno arrivò un poco prima del solito. Aveva dei giornali che leggeva camminando, che continuò a leggere anche nell'attraversare il cortile; e andò dritto dalla nonna per annunziarle che oramai la guerra era una cosa sicura.

La nonna lo guardò senza rispondere, con diffidenza, come non prestasse fede alle sue parole. Ma Annarosa gli prese il giornale di mano e lesse a voce alta i titoli e le notizie più gravi. Un tremito cominciò ad agitarla comunicandosi al foglio; e Stefano capiva che quel turbamento era provocato da un'angoscia interna, più che dal rombo di turbine che veniva di lontano a scuotere la pace morta di quell'angolo di mondo: eppure anche lui vibrava come se nell'esile voce di lei sentisse per la prima volta l'intensità dell'ora travolgente.

La nonna ripeté il suo grido.

"E Agostino? E Agostino?"

"Agostino andrà", disse Stefano con calma crudele.

Annarosa continuava a leggere, rapidamente, cercando qua e là le notizie più allarmanti. Il volto le si fece a tratti pallido, a tratti rosso, come illuminato da un riflesso cangiante: gli occhi a volte, come contro sua volontà, si sollevavano smarriti a guardare Stefano, con una luce di paura e d'implorazione.

"E tu?", domandò finalmente.

Egli ripiegava un giornale, senza rispondere. D'un tratto s'avvide che Annarosa guardava rapidamente nell'angolo ove stava silenziosa e impassibile la matrigna, e provò un senso di vertigine.

"La mia classe verrà richiamata più tardi", rispose. "Son vecchio", aggiunse, chinandosi sulla nonna e tentando di scherzare. "Tocca prima ai giovani a coprirsi di gloria."

Annarosa vide la nonna agitare la canna come per scacciarlo lontano: ed ebbe per un momento il terrore e la speranza che ella gridasse chiedendogli di dissipare l'ombra sparsa intorno dalle parole di Juanniccu; ma subito la vide ripiegarsi su di sé e ricadere nella strana indifferenza che la teneva dal mattino.

"Andiamo fuori, andiamo nell'orto, Stefano", pregò allora, avviandosi.

Era già nello stretto vialetto in pendio, quando Stefano uscì sulla porticina dell'orto. E nel seguirla, a qualche distanza, e nel guardarla, in quella luce viva del tramonto che le penetrava ogni piega della veste e faceva trasparire attraverso la stoffa le forme esili del suo corpo, egli sentì che era giunta l'ora di trovarsi assieme, l'uno di fronte all'altra, più vicini e più nudi che se si fossero già sposati.

E quelle forme esili, quella nuca pallida sotto i capelli disfatti, gli destarono un senso quasi violento di pietà e di desiderio. Desiderio nato dalla pietà ma soprattutto dall'accorgersi ch'ella gli sfuggiva.

E lei aveva davvero l'impressione di fuggire.

Le roselline lungo il vialetto si sfogliavano spaventate al battere rapido della sua veste. Arrivata all'estrema punta dell'orto, si sporse sul muricciuolo come per tentare di saltarlo e andare avanti; poi si ritrasse.

Tutta la valle, inondata dal pulviscolo del tramonto, con lo sfondo luminoso di vapori turchini, col roteare dei carri e i mormorii vaghi della sera, le dava più che mai l'idea del mare.

Si volse e aspettò Stefano che scendeva l'ultima rampata del vialetto: la figura di lui, staccata sullo sfondo verde dell'orto, le parve di nuovo lontana, estranea come nei giorni in cui ella aspettava la domanda di matrimonio con la speranza che non venisse; ma appena se lo vide vicino, dominante, col suo petto largo, con le sue mani calde, con la bocca ansiosa e gli occhi che penetravano nei suoi, sentì che s'egli l'avesse presa fra le braccia dicendo: "Nulla è vero di quello che pensi", avrebbe creduto senz'altro.

Stefano però non la toccava e neppure parlava. Allora gli occhi le si riempirono di lacrime; il viso irradiato dal tramonto le si coprì d'un velo di perle; ma subito tornò a volgersi verso la valle, appoggiò i gomiti al muro, e scosse la testa fra le mani per scacciar via le lacrime.

Anche Stefano si appoggiò al muro, accanto a lei, silenzioso.

Le povere lavandaie che risalivano lo stradone coi loro cestini di panni sul capo sollevavano con invidia gli occhi; poiché sullo sfondo d'oro del tramonto, affacciati sulla valle tutta verde come una sola foglia, i due fidanzati sembravano loro la coppia amorosa per la quale Dio ha creato apposta le dolci sere di maggio.

"Stefano", disse Annarosa, asciugandosi le ultime lacrime di qua e di là della tempia, col dorso delle mani, "devo dirti una cosa. Ascoltami. Bisogna che ci lasciamo: voglio ridarti la tua libertà."

Egli pareva non capire.

"Non ti voglio più ingannare, Stefano. Io ho sempre nel pensiero un altro."

"Chi è quest'altro?", egli domandò senza agitarsi, senz'alzare la voce.

"Lo sai. Ma non credere che io voglia rompere con te per riannodare con lui. Non è possibile. Anzi voglio dimenticarlo. Ma non voglio ingannarti più. Io non ti posso sposare."

"Adesso, me lo dici?"

"Prima non avevo il coraggio. Adesso sì... adesso... Non dirmi che è tardi. Tu sai, tu sai tutto!"

Le ultime parole furono come un grido. Stefano si scosse, si sollevò quasi atterrito.

"Annarosa, che vuol dire, che io so tutto?"

Ella taceva, col viso nascosto fra le mani.

"Non rispondi? Io so, solamente, che tu esageri e mi nascondi il tuo vero pensiero. E io non voglio forzarti a dirmelo. Per conto mio ti dico che la colpa è mia se ti ho domandata in moglie prima di conoscerci meglio. Tu avresti avuto più fiducia in me e mi avresti accettato egualmente, pure avendo l'altro nel cuore, come tu affermi. E l'avresti dimenticato, come lo dimenticherai, e mi avresti voluto bene come forse me ne vuoi già, come te ne voglio io... Perché io ti voglio bene", riprese tornando a piegarsele più accanto, calmato dal silenzio di lei. "Questo lo devi sentire, Annarosa: sono qui, l'anima mia è tua. Ma noi ci siamo trovati l'uno di fronte all'altro, diffidenti e indifferenti perché non ci conoscevamo ed erano gli altri a spingerci contro la nostra volontà. Questo è l'errore, questo il malinteso. Tu mi guardavi quasi come un nemico e ti rifugiavi nell'altro: per questo non potevi dimenticarlo. E io stavo lontano da te perché ti sentivo ostile e lontana da me. Ma adesso è un'altra cosa: adesso, possiamo guardarci e parlarci. Mi pare sia la prima volta che io ti parli. Guardami, ma guardami dunque! Se io ti ho fatto del male, sono pronto a riparare, adesso, ad aiutarti. Se vuoi, io posso partire: posso anche morire: ma non voglio la libertà che tu mi offri. Che importa? Che io parta o no, tu devi aver fede in me, devi credere che se io volevo essere tuo marito, volevo esserlo onestamente. Che t'importa del passato?"

"Tu sei buono", ella disse sempre più turbata, portata su e giù da un'ansia che le toglieva il respiro.

Ogni parola di lui la sollevava e nello stesso tempo la ricacciava nel sospetto. Egli dunque capiva il segreto pensiero di lei, poiché parlava in quel modo, e si difendeva, e difendendosi si accusava.

"No, non sono buono", egli ribatté. "Non lo dirò più; non farmi dispetto. Sono come gli altri uomini, né più buono né più cattivo. Solo, permettimi di spiegarmi meglio; io ho fede in te; tu non mi hai ingannato mai, neppure per un momento; accettandomi, sapevi quello che facevi: volevi essere mia moglie, e una moglie fedele e onesta. E neppure io ti ho ingannata. Volevo essere tuo marito, e un marito fedele e onesto. Questa è la verità, Annarosa, e null'altro. Ed io credo in te, adesso, mille volte più di prima, e se tu vuoi, io sono qui pronto a cancellare quanto è passato fra noi in questi pochi momenti, e riprendere la via assieme senza parlare mai più di questo."

"Da ieri notte", egli riprese con voce sorda dopo un momento di esitazione, "un'ombra si è messa fra me e te, e ci separa; perché non dobbiamo vincerla quest'ombra? Perché non dobbiamo aver fede in noi? Perché gli altri non credono in noi, dobbiamo noi stessi vederci con gli occhi degli altri? Il nemico è dentro di noi; vinciamolo, Annarosa. La vita è fatta di questi momenti: se noi c'incontriamo adesso, in quest'istante, se riusciamo a prenderci adesso, non ci lasceremo più mai, Annarosa..."

La voce gli tremava; e lei sentì un brivido sfiorarla: e qualche cosa di più del desiderio d'amore parve spingerli l'una verso l'altro: eppure non potevano toccarsi. La loro carne stessa li separava.

Egli riprese: ma la voce era già di nuovo calma.

"Non c'è nulla, proprio nulla, che metta una macchia nel nostro passato: null'altro che l'ombra d'una nuvola fuggente. E così pure l'avvenire è davanti a noi come una pagina bianca: perché dubitare che possiamo scriverci cose ignobili? Eppoi, che ragione d'essere ha la vita se qualche cosa di forte non la solleva? Annarosa, dimmi almeno che mi comprendi; guardami, dimmi che mi credi, che mi vuoi ancora."

Ma adesso era lei che taceva; la stessa sincerità di lui e quel tono di disperazione calma con cui egli parlava aumentavano in lei la certezza d'essere stata ingannata.

"Non posso", mormorò, ritraendosi. "Capisco, ma non posso. Non sono sicura di me."

"Non è vero! Tu non dici quel che pensi. È di me che non sei sicura."

E poiché lei non protestava, egli si sentì preso da una cupa umiliazione.

"Sai cos'è, Annarosa? È che tu ti metti dalla parte dei vecchi. Stai con loro nell'ombra del passato e parli come loro. Hai paura della vita. A che ti serve la giovinezza e l'intelligenza? A che servono giovinezza e intelligenza, se non a renderci forti e sicuri della nostra volontà?"

Ed ella ricordò la lettera di Gioele che le diceva le stesse cose.

"Dov'è la verità?", domandò come parlando a sé stessa. "Fra i vecchi o fra i giovani?"

"Oh, non discutiamo adesso di questo", egli disse con amarezza. "La verità è dentro di noi, ed è inutile cercarla fra i vecchi o fra i giovani, se dentro di noi non la ritroviamo. E non è questo che ti manca. È la fede che ti manca, Annarosa: è inutile discutere oltre; non c'è fede."

Ed ella sentì ch'era così: non aveva fede. Si piegò di nuovo sul muricciuolo e guardò lontano senza rispondere. Egli diventò ostile.

"Io andrò via, dunque; non c'è altro da fare. Prima esigo però che tu mi dica chiaro il tuo pensiero. Alzati, guardami."

La prese per i polsi, la sollevò, ebbe desiderio di stroncarla, lì, ai suoi piedi come un ramo fragile. Il pastore s'agitava in lui.

"Parla! Hai paura di parlare?"

"Paura? Sono venuta qui apposta!"

"E allora parla. Tu hai creduto alle parole di tuo zio!"

"Sì, ho creduto alle sue parole."

"E tu credi che io, dacché vengo in casa tua, possa avere una sola volta mancato di rispetto a me stesso guardando in casa tua un'altra donna?"

Annarosa non rispondeva, ma pareva abbandonarsi con piacere alla violenza di lui.

"Parla! Voglio che tu parli."

"Non so", ella disse finalmente. "So che io sono stata capace d'ingannarti. La sera di Pasqua quando tu mi avevi già dato il pegno della nostra promessa e le ore nostre correvano assieme, io sono uscita sulla porta ed ho veduto l'altro. Ed ho anche pensato di fuggire con lui: ma ho avuto paura di far male alla nonna. Adesso... adesso... non so che una cosa: che non posso, non voglio più sposarti."

Allora egli la lasciò. Si volse verso il muricciuolo e cominciò a scavarne i sassolini ed a buttarli giù nella polvere dello stradone dove affondavano come nell'acqua: e dopo i sassi piccoli prese a smuovere i grossi; ne fece rotolare uno, poi un altro; pareva volesse buttar giù tutto il muro; finché Annarosa gli fermò una mano con la sua, ed egli gliela ributtò lontano, ma si sollevò con un sospiro.

Tornarono ad affacciarsi tutti e due sul muro, silenziosi, come due viaggiatori sul ponte d'un piroscafo. Il salire dell'ombra dalla valle dava invero l'impressione dell'onda che cammina. Aveva già varcato la linea dello stradone e saliva sulla zona della montagna ancora illuminata dal sole; si arrampicava sulle rocce, riempiva tutte le rughe delle chine pietrose; in breve solo le cime, sopra la fascia dei boschi violacei, emersero come isole dorate, sul cielo glauco come un orizzonte marino. Anche l'orto s'era tutto coperto d'un velo verdognolo; e il silenzio era così intenso che pareva di udire anche il volo delle farfalle. In un villaggio lontano, disegnato appena fra la nebbia azzurra dei monti, brillò qualche vetro: poi si sentì qualche suono di campana; e parve davvero di approdare ad una riva solitaria.

Stefano si sollevò, calmato dalla sua ira, ma col viso solcato come da una profonda sofferenza fisica.

"Vado", disse guardando su verso la casa già scura sul cielo lucido. "Devo parlare io con la tua nonna?"

Annarosa s'era voltata anche lei, ma stava appoggiata al muro senza intenzione di muoversi: e guardava Stefano con gli occhi tristi, severi, che rassomigliavano a quelli della nonna.

"Parlerò io con la nonna."

"Che cosa le dirai?"

"La verità."

Aspettò ch'egli protestasse ancora, che egli la riprendesse fra le sue mani forti, fosse pure per spezzarla, come una cosa sua.

Egli invece si scostò d'un passo con la testa china.

"Vado", disse: la sua voce era calma, monotona, come durante la sua prima visita. "Ti domando perdono del male che ti ho fatto. E se hai bisogno di me, quando ti sarai calmata e avrai pensato meglio, ebbene, ricordati che non sono stato io a voler tutto questo. Se hai bisogno di me", ripeté, riavvicinandosi, "non hai che a richiamarmi."

Ella scuoteva la testa senza più parlare. No, no, non avrebbe più bisogno di richiamarlo.

"Dammi almeno la mano, Annarosa."

Ella gliela diede, ma dentro il pugno aveva qualche cosa che lasciò sulla mano di lui.

Era il piccolo orologio d'oro: Stefano lo guardò sulla sua mano aperta che tremava un poco sul polso come una foglia sul suo gambo; poi se ne andò senza voltarsi.

© Grazia Deledda



Recensioni ed articoli relativi a Grazia Deledda

(1) L'incendio nell'oliveto a cura di Marco Roberto Capelli - ARTICOLO
(2) Deledda,Grazia(1871-1936) a cura di Tania Ianni - BIOGRAFIA
(3) Pietro dei colori di Normanna Albertini - RECENSIONE

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(1) L'incendio nell'oliveto - Capitolo 14- Le Rubriche di PB I grandi classici
(2) L'incendio nell'oliveto - Capitolo 13- Le Rubriche di PB I grandi classici
(3) L'incendio nell'oliveto - Capitolo 12- Le Rubriche di PB I grandi classici
(4) L'incendio nell'oliveto - Capitolo 11- Le Rubriche di PB I grandi classici
(5) L'incendio nell'oliveto - Capitolo 10- Le Rubriche di PB I grandi classici
(6) L'incendio nell'oliveto - Capitolo 09- Le Rubriche di PB I grandi classici
(7) L'incendio nell'oliveto - Capitolo 08- Le Rubriche di PB I grandi classici
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