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L'incendio nell'oliveto - Capitolo 11
di Grazia Deledda
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I racconti di Progetto Babele

Agostino tornò presto, la mattina dopo. Il chiarore arancione del sole che sorgeva sui monti penetrava, attraverso le finestre sull'orto, fino alla stanza da pranzo; ma pareva una luce triste di ceri che illuminasse un cadavere, tanto la nonna era disfatta e pallida, con gli occhi cavernosi. Rivolta un poco a guardare nel cortile, con la speranza che anche Juanniccu rientrasse, vedeva Agostino legare il cavallo all'anello del portichetto, senza togliergli la sella, e la bestia che allungava la sua faccia biancastra come a guardare dentro la casa, scuotendo la coda battuta dal riflesso del sole.

S'indovinava l'intenzione di Agostino, di ripartire subito; ed ella lo guardava con occhi ostili, come un nemico. Tutti oramai le erano nemici; la nuora, la nipote, il figlio, questo che entrava adesso alto e rigido con le dita dure delle mani che pareva si muovessero solo per fare dei calcoli.

"Nonna, ebbene, che c'è?", egli disse, chinandosele davanti, con le mani sulle ginocchia. "Mamma, qui, mi dice che non siete neppure andata a letto, questa notte. Perché, oh, nonna!"

Pareva volesse prendere la cosa alla leggera, ma il suo viso era serio, gli occhi scuri.

"Agostino, dov'è Juanniccu?"

"Ma laggiù: non ve l'ho mandato a dire ieri sera?"

Ella scuoteva la testa, fissandolo in viso.

"Agostino, cos'hai fatto a tuo zio?"

Egli si sollevò; le sue mani ricaddero rigide lungo i fianchi, con le dita un poco aperte.

"Del bene gli ho fatto. L'ho consigliato a venire laggiù con me, per aiutarmi, se non altro, a sorvegliare il podere. Ebbene, ieri sera non l'ho voluto dire, per non guastare la festa, ma mi hanno ammazzato il cane, laggiù, ed ho paura che vogliano farmi qualche altro dispetto. Devono essere i contadini a cui ho fatto pagare il pascolo abusivo; se pure non è lo stesso maledetto zio Saba, quel diavolo ad una gamba, sebbene si finga buon vicino. Ebbene, dissi a zio Juanniccu: "E venite almeno a far da cane laggiù". Credevo non mi desse ascolto; ma ieri mattina me lo ritrovo nello stradone, avviato a piedi laggiù; aveva smaltito la sbornia di avant'ieri e pare voglia mettere giudizio. Mi ha aiutato a ripulire gli olivi, a tagliare i rami morti; anzi ne abbiamo fatto una catasta che Taneddu verrà poi a portar su col carro. Adesso tornerò laggiù, gli porterò del vino e sarà contento come un papa. Desidero anche del chinino perché ho paura delle febbri. Voi ne dovete avere, mamma."

La matrigna andò subito nella camera attigua a cercare il chinino. La nonna guardava Agostino con gli occhi cavernosi.

"Agostino, cos'hai fatto a tuo zio?"

"Nulla, nonna; vi dico com'è stato."

"Tu non mi dici la verità: tu gli hai fatto del male."

Agostino parve turbarsi, più che per le parole, per lo sguardo di lei. Tentò volgere altrove gli occhi, disse con forza:

"Perché dovevo fargli del male?"

"Da avant'ieri sera il demonio è penetrato in questa casa e ci travolge tutti: dimmi cos'hai fatto a tuo zio: altrimenti manderò subito giù qualcuno a vedere."

"Mandate pure! Lo troveranno che aspetta il chinino."

"Altra medicina occorre per guarire il male nostro! Agostino, tua sorella ha rotto il matrimonio."

Egli balzò in mezzo alla stanza come spinto da un colpo violento: si batté le mani sulle anche e diede un ansito di rabbia.

E la matrigna rientrò, stravolta da un dolore quasi fisico: vide Agostino piegarsi, lasciandosi cadere affranto sulla sedia accanto alla tavola, al posto ov'egli usava mettersi e fare i suoi calcoli silenziosi; gli andò vicina, ma egli tese istintivamente il braccio, col pugno chiuso, per respingerla. Allora un'umiliazione mortale le salì dalle viscere, la fece andare qua e là cieca per la stanza nel chiarore dorato e nel polviscolo del sole come un insetto scacciato. Non sentiva quello che dicevano, la nonna e il nipote, ma sapeva ciò che pensavano, esser lei la causa del disastro: e si vergognava di Agostino, sentiva ch'egli la giudicava crudamente, senza pietà, con un giudizio brutale di maschio che la denudava tutta e frustava la sua carne colpevole solo di essere ancora viva: poi riprese il suo posto, sforzandosi ad essere calma.

La nonna raccontava come Annarosa diceva di aver mandato via Stefano.

"E lui è andato via così senza dir nulla? È uno scherzo certamente. Oggi tornerà, crediamo."

"Crediamo", disse la nonna senza convinzione. "Annarosa però è ferma nella sua idea."

"Con lei m'intenderò io!", egli gridò battendo il pugno sulla tavola. E roteava gli occhi intorno, d'un tratto divenuto feroce. "M'intenderò io con lei. E con gli altri anche."

Il suo pugno batté più forte; poi la mano si distese e le dita si mossero istintivamente. Ah, i calcoli andavano male, le combinazioni sfumavano: ma egli non si perdeva d'animo; bisognava vigilare, come la notte al podere minacciato dai nemici.

"Matrigna", disse, frenando la sua collera e prendendo un tono solenne di capo di famiglia, "e voi che dite? Avete parlato con Annarosa?"

"Ho parlato. Capriccio è, il suo, che passerà."

Ella non si volgeva, non alzava la testa. Ma la voce era ferma. E Agostino sospirò, sollevato, ricominciando a veder chiaro intorno.

"Bisogna che Stefano torni oggi stesso. Che la gente neppure si accorga di quanto è passato. Neppure voi avete parlato con Stefano, matrigna?"

"Con lui no. E ti prego di non cercare di parlargli, almeno per oggi. Non guastiamo di più le cose. Stefano è un uomo di coscienza e farà il dovere suo."

"Tutti dobbiamo fare il nostro dovere. Dobbiamo fare il dover nostro verso gli altri, a costo di perdere il bene nostro particolare. Dov'è Annarosa?"

"Dorme ancora. Lascia in pace anche lei, adesso. Non irritarla: vedrai che anche lei tornerà in sé."

Egli si alzò accigliato; col pugno sulla tavola, il viso sollevato e le palpebre abbassate, parlò, piano:

"Matrigna, vi do ragione e vi obbedisco: vado via per non lasciarmi trasportare dalle parole imprudenti e mi affido a voi. Voi aggiusterete tutto, oggi stesso, prima di sera. Come io al podere raddrizzo le piante e curo la roba nostra, che dia buon frutto, così voi dovete badare alla famiglia e raddrizzare le cose che prendono cattiva piega. Mi fido in voi. Bisogna che Stefano torni oggi stesso."

La sua voce, per quanto egli si frenasse, tradiva la minaccia: e la matrigna intese che era un ordine quello che riceveva. Entro la giornata tutto doveva essere aggiustato come un panno strappato che si lascia alla serva perché lo ricucia.

Lagrime di umiliazione le bruciarono gli occhi; ma strinse le palpebre per non lasciarle sgorgare, e non si volse, non abbandonò il suo posto.

Di ritorno dalla fontana, ancora con l'anfora colma sul capo, Mikedda cercò con gli occhi la padrona piccola; la vide che si aggirava pallida nella stanza da pranzo rimettendo in ordine qualche cosa, e le toccò cauta la veste come sempre quando aveva da comunicarle un segreto.

Annarosa la guardò con gli occhi tristi, diffidenti; esitò un momento, poi andò nel corridoio, dove l'altra tosto la raggiunse.

"Ascolti, signora Annarosa mia: ho parlato con zio Saba. L'ho raggiunto mentre andavo alla fontana e lui scendeva giù al suo oliveto. Mi ha detto una cosa... una cosa... in segreto. Ma io voglio dirla a lei. Ebbene, sì, ecco, ieri il padroncino Agostino, giù al podere, ha bastonato il padrone Juanniccu. Ma molto lo ha bastonato: da stordirlo. Pare lo avesse costretto a scendere giù con lui per metterlo a lavorare. Il padrone Juanniccu ha tentato di tornarsene via subito: allora il padroncino Agostino lo ha bastonato e lo ha chiuso nella casetta del podere; tanto che gli è venuta la febbre, al padrone Juanniccu. Adesso è chiuso laggiù, e zio Saba ha promesso di andare a vedere e dirmi poi cosa succede; ma mi ha fatto giurare di non dir nulla qui in casa. "La tua piccola padrona superba", mi disse, "mi ha quasi cacciato via ieri sera. Non sa far altro che scacciar tutti come cani, ma siamo tutti cristiani, invece, e io non ho voluto dar dolore alla vecchia col dirle la verità.""

Annarosa rispose sdegnata:

"Ebbene? Se Agostino ha bastonato lo zio, avrà le sue ragioni. Comincia a star zitta, tu, e di' pure a zio Saba che faccia il fatto suo."

Tornò nella stanza da pranzo e si mise a lavorare, ma la sua inquietudine cresceva; e di tanto in tanto le pareva che gli occhi della nonna, immobile e silenziosa nel suo angolo, si volgessero a lei supplichevoli come quelli d'un prigioniero che prega di venir liberato.

Aspettava, la nonna; non parlava, ma aspettava; e Annarosa sentiva quell'attesa e se ne irritava, eppure aspettava anche lei, ma non sapeva, non voleva sapere che cosa.

L'inquietudine evidente cominciò nel pomeriggio: un pomeriggio caldo, agitato da un forte vento di levante che saliva dalla valle, investiva l'orto torcendone ogni stelo e invadeva la casa con le sue ondate ardenti.

I piccoli vetri delle finestre aperte tremolavano riflettendo il verde tormentato dell'orto: riverberi dorati oscillavano sulle pareti. Dopo la quiete triste del mattino un tremito pareva agitasse la casa; e la nonna d'un tratto si scosse, riafferrò la canna, chiamò Mikedda. Mikedda le si inginocchiò davanti come una schiava. Non aveva ancora trasgredito l'ordine della padrona piccola, Mikedda, di non raccontare ad altri quanto sapeva, ma il segreto l'agitava tutta, e partecipava anche lei al dramma di famiglia, indovinando tutto, aspettando anche lei la soluzione.

"Ascolta", disse la vecchia padrona, "il tuo impiastro è in paese?"

"Il mio impiastro non è in paese", rispose lei, dignitosa, nonostante il suo atteggiamento umile: "è andato a guardare il suo frumento."

"Io volevo mandarlo giù al podere per sapere la verità sullo stato di Juanniccu. Sbornia mortale è, quella che si è presa avant'ieri notte, che lo ha fatto rotolare fin laggiù come una pietra. Ebbene..."

"Ebbene", disse Mikedda con gli occhi vividi di tenerezza e di curiosità, "se volete vado io a vedere. Faccio come il lampo: vado e vengo. Devo dirlo alle altre padrone?"

"No, va subito; ci penserò io."

Ella balzò in piedi, tirandosi su le sottane sull'esile vita come per prepararsi meglio alla corsa. La vecchia padrona la guardò intenerita.

"Va. Quando ti sposi vedrai chi è questa vecchia. Va."

E Mikedda andò; ma era appena uscita dal portone che Annarosa la richiamò dalla porta.

"Mikedda; ho sentito tutto. Tu non andrai laggiù; non bisogna provocare Agostino."

Mikedda ci pensava, al bastone del piccolo padrone Agostino; ma sentiva il coraggio di affrontarlo.

"Tu non andrai laggiù", ripeté Annarosa, afferrandola per la manica e tirandola dentro. "Che vai a fare? La verità la sappiamo, io e te la sappiamo; ma non bisogna dirla alla nonna. Hai inteso? Ci penserà lui, Agostino, a portare notizie stasera."

"Io ho promesso di andare; ho promesso alla mia vecchia padrona, e lei mi aspetta."

"Ebbene", disse Annarosa; "sta un po' nascosta; poi le dirai d'essere andata e che zio Juanniccu ha solo un po' di febbre."

Nascosta? Non c'era che un modo, di nascondersi; nella casa che doveva essere sua e della quale ella aveva già in consegna le chiavi. Così rimasero d'intesa con la piccola padrona; e questa la seguì con gli occhi finché non la vide entrare nella casetta del contadino e chiudersi dentro.

© Grazia Deledda



Recensioni ed articoli relativi a Grazia Deledda

(1) L'incendio nell'oliveto a cura di Marco Roberto Capelli - ARTICOLO
(2) Deledda,Grazia(1871-1936) a cura di Tania Ianni - BIOGRAFIA
(3) Pietro dei colori di Normanna Albertini - RECENSIONE

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(12) L'incendio nell'oliveto - Capitolo 03- Le Rubriche di PB I grandi classici
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