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Il vecchio della montagna - Capitolo 11
di Grazia Deledda
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I racconti di Progetto Babele

Nella grotta zio Pietro attendeva inquieto. Anche lassù la notte era limpida, e i boschi taciti sotto il cristallo argenteo del cielo; ma il gelo si diffondeva coi raggi della luna.

Basilio aveva raccolto le capre nei ripari e legato il cavallo davanti alla grotta. Le ore passavano, Melchiorre non tornava.

«Non è invano», diceva zio Pietro, parlando come fra sé.

«Siete uno stupido, zio Pietro! Egli è presso l'innamorata e si dimentica.»

Il vecchio curvava la testa, tanto che la barba gli copriva tutto il petto: e taceva. Poi dopo un po' ripeteva:

«Ma, e le altre volte? Non è invano che tarda così».

«Che matto che voi siete! Ora l'amore cresce, e vostro figlio sarà rimasto laggiù come un uccellino nel vischio. O forse si è ubriacato.»

«Egli non s'ubriaca.»

«Oh no, mai!», disse Basilio con ironia. «Ad ogni modo tornerà domani se non torna stanotte. Coricatevi, voi.»

«Non mi corico. Non è invano che egli non torna. Che ora è?»

«Non mi seccate!», disse rudemente Basilio; ma si alzò tosto, e stette sull'apertura della grotta, coi pollici fortemente ficcati entro la cintura, e il viso in su.

«Dalla luna possono esser le otto.»

«Che è accaduto?», pensò zio Pietro. «Egli non ha mai tardato così! Che si sia ubriacato davvero? Che l'abbiano arrestato?»

E provò tale angoscia che un sudore gelido gli bagnò la nuca. In un attimo ritornarono gli antichi terrori; tutto fu buio, fuori e dentro di lui; e in quel momento, mentre coi piedi entro i ceppi Melchiorre pensava con dolore a lui, egli intuì mirabilmente tutto ciò che era accaduto.

Passato il primo stordimento, più che dolore provò paura; ma non disse nulla per timore che Basilio lo abbandonasse.

Si coricò, ma stette sveglio, cogli occhi aperti in quell'immenso ed angoscioso buio che lo circondava d'ogni parte.

Anche Basilio s'era buttato per terra accanto all'apertura; ma neppure lui dormiva. Zio Pietro lo sentiva a muoversi, ansioso, e nella sua inquietudine capiva che anche il mandriano era turbato. Perché? Per affetto? Per timore? Non sapeva, e l'inquietudine di Basilio aumentava la sua. Le fredde ore passavano silenziose sui boschi; nella luminosità sempre chiara della luna al declino, ogni foglia d'elce aveva una fiammella perlata, lunghe ombre si stendevano ai piedi delle roccie e dei cespugli, e il torrente lontano continuava a rombare.

Melchiorre non tornava. Zio Pietro sentiva che non sarebbe tornato più, eppure lo aspettava, sempre sveglio, immobile sulla stuoia, della quale, nella dolorosa insonnia, sentiva ogni giunco premergli le membra. Il sangue gli pulsava forte alle tempia, entro le orecchie, nei polpastrelli delle dita; eppure aveva freddo; e il rumore del torrente gli sembrava il palpito del suo sangue, e provava una impressione di gelo, come se tutta la fredda acqua scendente dai monti gli scorresse nelle vene.

Melchiorre non tornava...

E anche Basilio continuava a vegliare.

Al tramonto della luna, il cui chiarore penetrava sin dentro la grotta, il giovine si scosse forte, si sollevò. Zio Pietro lo sentì stiracchiarsi e sbadigliare, poi soffiare sul fuoco spento.

La fiamma sorse e un improvviso tepore giunse al volto del vecchio; gradatamente un dolce calore lo invase, allontanando quella gelata illusione d'acque che lo soffocava; il sangue batté meno rapido; gli occhi si chiusero. Mentre stava così assopito gli parve di sentire un fischio, ma non ebbe la forza di muoversi.

Basilio invece, accoccolato accanto al fuoco, con le ginocchia strette fra le braccia, balzo subito in piedi, uscì e corse verso la capanna. Nella radura incontrò Felix, il figlio di zia Bisaccia, che per la sbornia della sera prima aveva ancora gli occhi rossi e la voce cavernosa.

«Hanno arrestato Melchiorre! Mia madre sa che lo accusano d'aver venduto bestiame rubato. Dicono di averne veduto qui, intorno all'ovile. Basilio, bada a te, ragazzotto!»

Lo prese per gli omeri, lo scosse violentemente.

«Ohè, per chi mi prendi? A me fanno un corno!», rispose Basilio sollevando un dito.

La luna tramontò; un improvviso buio si fece intorno, e nonostante la loro bravura, i due giovanotti abbassarono la voce.

«È probabile che vengano i carabinieri a perlustrare la tanca. Bisogna allontanar quel bue: dove diavolo lo hai nascosto?»

«Sei venuto per questo?»

«È dunque per veder i tuoi begli occhi?»

Felix aveva rubato un bue, e aspettando l'occasione di rubarne un altro e di venderli tutti e due appaiati, lo aveva consegnato a Basilio perché lo tenesse nascosto nella tanca. Avrebbe poi ricambiato il favore, facilitando la vendita di qualche capo di bestiame trovato dal mandriano.

Andarono in cerca del bue; lo trovarono sdraiato nel bosco, lo svegliarono e lo aizzarono. La bestia, nera e grassa, s'inginocchiò pesantemente sulle due zampe anteriori, poi si rizzò e si mosse stordita nell'oscurità.

«Truu... truu..., op, va via, va via...», cominciò a gridare Felix, battendo le mani e rincorrendo il bue.

Basilio si curvò, brancicando prese tra la fredda erba una pietra, e la lanciò sul fianco dell'animale; questo scosse una zampa, volse il capo, e leccandosi la ferita partì con trotto pesante. I due uomini lo rincorsero lungo tratto, emettendo strane voci per aizzarlo.

L'eco della notte ripeteva la pesante corsa del bue e i passi e le voci dei due uomini. Il cane dell'ovile abbaiava in lontananza. Zio Pietro restava assopito, ma nel sonno affannoso sentiva voci confuse, grida, passi e l'abbaiare del cane. Ad oriente gli elci ancor neri rabbrividivano su uno sfondo di cristallo e le capre si cozzavano entro i ripari quando Felix e Basilio entrarono nella grotta. Il fuoco s'era di nuovo spento; zio Pietro si svegliò appena sentì la presenza di un estraneo.

«Chi è?», domandò sollevando la testa e porgendo una mano.

Felix si chinò, gliela prese e lo aiutò a sollevarsi.

«Sono io, zio Pietro.»

«Sei Felix. E Melchiorre?»

E siccome l'altro taceva gli chiese risoluto:

«Lo hanno arrestato?».

«Sì.»

Questa sillaba, sebbene attesa, gli diede un mortale dolore, uno sgomento indicibile.

«Signore, sia fatta la tua volontà!», gemé, ma tutta la sua antica fede, la sua semplice filosofia, la sua bontà e la sua forza caddero, come pietre dall'alto, entro quel misterioso gorgo d'acque gelate che nuovamente lo circondava. Invano Felix cercava pietosamente d'ingannarlo.

«Melchiorre se ne tornava all'ovile, quando incontrò due carabinieri ubriachi, che lo insultarono. Egli rispose vivamente, e perciò lo hanno arrestato; ma non è nulla, zio Pietro, state tranquillo; non è nulla; oggi stesso Melchiorre tornerà.»

«Non è così! Perché cercate d'ingannarmi?», gridò il vecchio; e da quel momento non ebbe che il desiderio, il fermo proposito di scender a Nuoro, a qualunque costo, per sapere, per conoscere tutta la triste verità. «Portami in città, Felix, portami con te, fammi questa carità.»

«Siete matto, zio Pietro?», gridò Basilio. «Cosa volete farci laggiù? Strapazzarvi invano? È cosa da nulla.»

«E cosa da nulla», ripeté Felix.

Per quanto zio Pietro supplicasse, non lo esaudirono. Felix rimase tutto il giorno e la notte seguente lassù; avendo saputo dell'arresto, tutti i pastori dei dintorni, compreso il vicino porcaro, corsero desolati a confortare il vecchio, assicurandolo che fra poco Melchiorre verrebbe certamente rilasciato libero. Egli ascoltava e taceva, con le orecchie intente, la ruga dritta in mezzo alla fronte, le mani una sull'altra sul bastone. E nessuna parola lo confortava, nessun conforto lo distoglieva dal proposito di scendere a Nuoro.

Eppure per tutto il giorno lo sostenne la speranza di sentir Melchiorre tornare. Il cane usciva e rientrava inquieto e nervoso, e guardava il vecchio gemendo: la lepre allungava tratto tratto le orecchie, come scuotendosi dalla sua indifferenza: solo il gatto, fermo davanti al fuoco, con la coda attortigliata alle due zampe anteriori, conservava negli occhi socchiusi verdi come due smeraldi un'espressione di beatitudine profonda.

Passarono i giorni; gli amici si stancarono di visitare il vecchio, l'ovile desolato parve un eremo: Melchiorre non tornava. Zio Pietro non mangiava, non beveva, non si muoveva: il suo cranio si fece pallido, la barba ingiallì.

«Voi diventate matto», gridava Basilio, con disperazione sincera. «Se continuate così, diverrete presto un cadavere, e quando Melchiorre tornerà, troverà ben in ordine le cose sue! Bel guadagno fate, zio Pietro! La giustizia si mangerà tutto.»

«Portami a Nuoro, Basilio.»

«Portami un corno! Voi restate qui, ve lo giuro, che mi escano gli occhi, e mangiate e bevete, e state forte, che le cose si rimedieranno.»

Zio Pietro non protestava; taceva, curvava il volto sul bastone; ma il suo silenzio era più triste d'ogni querela. Allora Basilio cercava di intenerirlo; gli si inginocchiava davanti come un bimbo, e porgeva latte e pane.

«Mangiate, zio Pietro, siate buono, piccolo zio mio, siate buono. Che ne ricavate voi da questa vostra ostinazione? Andiamo, siate forte, zio Pietro. Vi ricordate tutte le storielle che mi raccontavate, tutti gli avvertimenti che mi davate? A che servono essi, se non mi date il buon esempio? Andiamo, via, siate savio. Andremo da Nostra Signora e pregheremo. Volete? Volete, piccolo zio Pietro mio?» «Mamma mia», diceva poi parlando fra se, «è inutile! Non capisce un accidente.» «Siete diventato sordo, zio Pietro?», urlava alzandosi. «Come farò io, quando, tornato Melchiorre, vi troverà morto? Dirà che sono stato io! Ebbene, lo so io il rimedio. Me ne andrò e vi pianterò, voi con le vostre capre e i vostri diavoli.»

Solo questa minaccia scuoteva alquanto il vecchio; l'orrore della solitudine, la paura che derubassero l'ovile, vincevano il suo dolore.

Basilio accudiva malamente a tutto il da fare; le mandrie erano sporche, il fuoco spesso spento, il latte, munto in fretta, riusciva scarso e torbido.

Egli scendeva e risaliva il monte senza indugiarsi a Nuoro; e dal giorno dell'arresto di Melchiorre, per quanti convegni le avesse dato, non aveva riveduto Paska. Questo finiva di turbarlo, dandogli una inquietudine, una tristezza intensa. Un giorno disse:

«Sono stufo alla fine, ho bisogno d'aiuto. Bisogna che la veda, poi... Zio Pietro, bisogna cercar un aiuto: le cose vanno male così. Volete?».

Il vecchio annui.

«Compare Jacu», disse al solito Basilio, passando dal porcaro vicino, «badate a zio Pietro e alle capre.»

E al solito il vicino promise, ma non mantenne.

Basilio scese in città, cercò nel vicinato di zia Bisaccia un ragazzotto robusto e sfaccendato, e gli propose di salir all'ovile per aiutarlo, e badare al gregge durante le sue assenze.

«Quanto mi dài?»

«Quattro lire al mese.»

«No, dieci.»

«Dieci? Puh!», urlò Basilio sputandogli addosso. «E osi chiedere dieci lire, tu? rognoso?»

«Altrimenti non vengo», disse l'altro tranquillo, passando la mano sulla saliva di Basilio.

«Poltrone, cialtrone! Siete tutti così, maledetta razza nuorese! Cani senza padrone! Morite di fame, e quando vi cercano per lavorare, vi credete dei signori.»

«Sei di cattivo umore, oggi», disse l'altro con disprezzo. «Ti mette le corna Paska?»

Basilio andò in cerca di Paska, ma non la trovò. Fu assalito da una tristezza irosa, e poiché l'ora avanzava, e occorreva tornare all'ovile con qualcuno che all'indomani restasse lassù e così gli permettesse d'indugiarsi a Nuoro per rivedere a qualunque costo Paska, tornò dal ragazzo.

«Ti do cinque lire.»

«No, dieci.»

«Sei.»

«No, dieci.»

«Sei, mendicante. Se non accetti, ti prendo per il collo e ti faccio uscire le viscere di bocca.»

«No, dieci.»

«Dopo tutto», pensò Basilio, «non si tratta delle mie costole.»

«Sette!», gridò.

L'altro accettò: e presero la via dell'Orthobene caricandosi l'un l'altro d'improperii e di minacce tremende; ma giunti presso l'ovile Basilio disse, smontando da cavallo:

«Sta zitto, botte di feccia: se quel buon vecchio ci sente, ci sgrida».

Ma per quanto lo ricercassero, quel buon vecchio non c'era.

Zio Pietro aveva lasciato il suo triste posto presso il fuoco, appena Basilio era partito. Pensava:

«Gli andrò dietro: udrò i suoi passi e mi orizzonterò. Se si accorgerà di me a mezza via, non avrà il coraggio di farmi tornare indietro».

Per un tratto la cosa andò bene. Egli conosceva il sentiero che conduceva fuor della tanca, e poté percorrerlo, tendendo appena di tanto in tanto il bastone in avanti e palpando l'aria con la mano sinistra. Davanti udiva distintamente il passo del cavallo di Basilio.

La giornata era bella: si sentiva un soffio che annunziava la primavera; la fragranza dei sereni pomeriggi montani profumava l'aria. E nella serenità silenziosa tremolava solo il grido di una gazza, e più lontano mormorava il ruscello.

Oltrepassato il varco della tanca, zio Pietro si fermò indeciso: sentiva sempre il passo del cavallo, ma gli pareva di aver smarrito il sentiero: tuttavia proseguì.

Il terreno era piano, molle, erboso. Per quanto protendesse il bastone in giro, zio Pietro non trovava alcun ostacolo. Ingannato da ciò, per un tratto procedé tastando solo il terreno, tendendo l'orecchio al passo del cavallo, al grido della gazza, al mormorio del ruscello che si avvicinava.

All'improvviso un ardore doloroso gli bruciò la testa: aveva battuto contro un tronco. Si fermò, portandosi la mano alla fronte e lagrime cocenti gli bagnarono le palpebre. Un'onda di disperazione gli coprì il cuore, un'angoscia indefinita si fuse al dolor fisico.

Chiamò gemendo: «Basilio!» e gli parve che il passo, già molto lontano, si fermasse; ma per quanto ripetesse la chiamata nessuno accorse.

Cessato il primo stordimento riprese la via, fermandosi ad ogni passo per tastare il terreno e il davanti e i lati del sito percorso. Ciò nonostante scivolava spesso, il terreno gli mancava sotto i piedi, ruvide fronde gli sferzavano il volto. Ora udiva il grugnir di porchetti sparsi al pascolo, ma il grido della gazza si allontanava e il passo del cavallo s'udiva solo a intervalli. Ma bastava quel tenue eco ripercotentesi nel silenzio del bosco soleggiato, perché la vecchia anima non si smarrisse nella tenebra in cui procedeva.

«Avanti! Coraggio, Pietro Carta! La salvezza di tuo figlio forse dipende da questi tuoi passi. Avanti», egli diceva a se stesso; e pensava a Paska e al magistrato suo padrone: di costui ricordava la buona accoglienza, la pietosa cortesia della signora sua moglie, e sperava. Sarebbe andato a trovarli, avrebbe domandato pietà a Paska, a tutti: a quale azione non si sarebbe egli piegato per salvare il figliuolo? Avrebbe detto: «Adesso basta, adesso sarete contenti; adesso lasciateci vivere».

«Giustizieri», diceva fra sé, rivolto a invisibili personaggi, «rendetemi mio figlio, che è innocente. Togliendomelo mi togliete una seconda volta la luce. Il male, i delitti, le rapine, le viltà, le commettono gli altri, non mio figlio; i colpevoli cercateli altrove, uomini del Re; questa volta il delitto lo commettete voi. E poi volete che io mangi, che io beva, che io mi lavi, che io mi pulisca la testa e non mi muova, mentre mio figlio soffre di corpo e d'anima innocente, sentite, innocente!»

L'aspra fragranza delle nuove felci esalava intorno: egli dovette proceder ancora più cauto e lento attraverso la molle vegetazione rinascente, e intanto il passo del cavallo, lontano ormai, sfumò vie più, riducendosi quasi ad un fruscìo, percepibile appena dal suo fine udito. Una volta egli cadde lungo disteso sul dorso; non si fece male perché l'erba attutì il colpo, ma perdette il bastone e dovette a lungo brancicare qua e là per ritrovarlo. In questa ricerca affannosa cessò di por mente al passo, e questo gli sfuggì del tutto.

Quando, ritrovato il bastone, si sollevò, gli parve di essersi smarrito in una solitudine insidiosa: ebbe l'impressione che qualcuno che prima lo accompagnava lo avesse perfidamente abbandonato, e disperò di arrivare a Nuoro.

Invano le orecchie tese cercavano di raccogliere i suoni più lontani e vaghi: nel tiepido tramonto non si muoveva una foglia, e il gorgheggio di qualche gazza accresceva il silenzio del luogo.

Zio Pietro pensò che doveva aver fuorviato verso nord, se non incontrava nessuno, se non udiva un passo umano; poiché in quella stagione la montagna era piuttosto abitata.

Quel dubbio accrebbe la sua inquietudine; ma proseguì.

Sperava sempre d'incontrare qualcuno che pietosamente lo accompagnasse, eppur temeva quest'incontro pensando:

«M'inganneranno. Mi ricondurranno all'ovile, giacché pare si siano dati tutti la parola per non lasciarmi scender a Nuoro».

Allora cercò di andar di fronte al sole, orientandosi dal suo tepore; ma lo sentiva calare; fra poco sarebbe tramontato. E dove andare, poi, mancandogli anche quella guida?

Infatti, sparito il sole, ben presto egli fuorviò nuovamente verso nord, ritornando nel bosco; il suo bastone batté incessantemente sulle roccie.

Un grato tepore alitava ancora intorno, e si sentiva il profumo dell'edera e del musco; ma l'ombra del crepuscolo calava già sul monte, e zio Pietro sentiva le sue ombre interne addensarsi.

Invece di scendere ora egli saliva; dove andava? dov'era? Che c'era intorno a lui?

La disperazione crebbe; il suo cuore pareva stretto fra due di quelle roccie, che si seguivano sovrapponendosi le une alle altre. Il suo bastone e la sua mano ormai non si posavano che sulla pietra, e i piedi ardenti di stanchezza si sollevavano a stento per proseguire. Egli brontolava fra sé.

«Devo trovarmi su qualche cresta. Se potessi ritrovare la discesa, forse arriverei.

Dove? In qualche precipizio? Torna, torna indietro, vecchio, la sera s'avvicina.

No. Voglio scendere, voglio arrivare. Melchiorre aspetta. Se potessi trovar la discesa, arriverei.

Dove? Non certamente a Nuoro. Forse in qualche luogo più lontano, ove Melchiorre non t'aspetta. Torna indietro, vecchio Pietro.»

Ma il bastone continuò nella sua lenta esplorazione, e i piedi nell'aspra salita. Per un breve tratto le roccie cessarono, e il bastone trovò un terreno molle di foglie fracide e d'erba; ma poi toccò di nuovo la pietra, sprofondandosi spesso nel musco o in fenditure delle quali non sempre raggiungeva il fondo.

Zio Pietro si sedette un momento: sentì che in quel sito non c'erano alberi, e che la luce del vespro illuminava ancora le roccie.

Lassù era il dominio della pietra, e le creste della montagna dovevano ergersi vicine, forse sul suo capo stanco. Qualche soffio di brezza gli gelò il sudore che gli inumidiva la nuca, dandogli un senso d'angoscioso raccapriccio. Ebbe il desiderio di gridare, domandando aiuto, eppure non si pentì di essere partito. Solo disse:

«Dove sono? O Signore mio, ritornatemi nella via buona, o sia fatta la vostra volontà. Forse non troverò la via, e passerò una ben triste notte; ma mio figlio forse non soffre anche lui? E Cristo non ha sofferto per tutti noi?».

Riprese la via, e nel profondo dell'anima quasi si rallegrava dei suoi patimenti.

Il bastone tornò a batter le roccie, di sopra, di sotto, di fianco. Spesso zio Pietro doveva arrampicarsi per superare la salita; una volta trovò il vuoto davanti e sotto di sé, e sentì la brezza soffiargli forte sul viso. Pensò:

«Sono in cima. Se potessi trovar la discesa!».

Ma dovette indietreggiare, ridiscendere, tentar un altro punto. Qui gli parve di orizzontarsi meglio e quasi di riconoscere il luogo, giacché il bastone sfiorava macchie e cespugli dal grato profumo; e un mormorio di alberi saliva dalle chine sottostanti.

«Devo esser a Cuccuru Nieddu», pensò. «Cammino da tanto tempo, e non mi trovo distante che una mezz'ora dall'ovile. Ho ben girato e rigirato.»

E sentì che la sera avanzava, poiché gli uccelli tacevano nei loro nidi, e le pietre e le macchie esalavano quella speciale fragranza umida che dà loro l'ombra. A zio Pietro doveva ben poco importare che la notte calasse, poiché non poteva essere più nera di quella che lo dominava: eppure egli aveva paura dell'ombra e l'avvicinarsi della notte sembrava aumentare il suo buio interno.

Un brivido cominciò a fargli tremare le mani e le ginocchia: sentiva la gola stretta, lo stomaco duro, la testa pesante come i macigni su cui scendeva trascinandosi; ma non pensava a fermarsi.

Qualche cosa d'arcano e d'irresistibile lo attirava: che cosa? Melchiorre, o il vuoto, il pericolo?

E la fatale discesa continuò. Le mani graffiate dalle pietre ardevano e pulsavano; nel gran buio della lor vuota visione i morti occhi scorgevano come un punto turchino iridato. Giù, al di sotto, i boschi fremevano per la brezza che saliva a sbattersi contro le roccie.

«Sono stanco», pensò zio Pietro, fermandosi di nuovo. «Signore, aiutatemi. Dove sono mai? Ch'io possa trovar riposo, ch'io possa vedere!»

Rovesciò un po' la testa all'indietro, come cercando la luce con disperato sforzo; e ascoltò, ma non udì che il susurro del bosco, e non vide che quel fantastico punto turchino, alto e lontano come una stella.

La brezza gli batté sulla gola, dandogli di nuovo un angoscioso raccapriccio, un senso di disperazione. Ma il Signore udì la preghiera.

Riprendendo la discesa, zio Pietro fermò il bastone sopra una piccola sporgenza: ingannato da questo appoggio tese il piede, ma il piede trovò il vuoto e il bastone si spostò.

Gli parve che il susurro della selva, diventato fragore, gli sibilasse entro le orecchie, e che il punto turchino si sciogliesse come un razzo in mille faville iridate. Poi tutto tacque, tutto sparve. Era caduto da una altezza di sei metri, battendo il dorso sopra una pietra: non svenne, ma tutti i suoi muscoli parvero spezzarsi: il sangue sospese il suo corso, i nervi stettero tesi in una immobilità più straziante d'ogni dolore.

Ma a misura che il sangue ricominciò a correre, irregolarmente, il dolore lo assalì: gli parve che un cane gli morsicasse il dorso, poi tutte, tutte le membra.

Non cercò neppure di muoversi dalla posizione in cui era caduto; solo tese la mano cercando il bastone; non lo trovò; credette di averlo smarrito e ne provò dolore.

E solo allora cominciò a gemere, tutto immerso nel suo spasimo come in un bagno di sangue bollente.


Poteva essere mezzanotte quando Basilio e il pastore porcaro dopo lunga affannosa ricerca arrivarono in quel sito.

La luna al suo ultimo quarto saliva sul cielo limpidissimo; le roccie nere sullo sfondo d'argento parevano il profilo d'una misteriosa città, e sopra di esse dominava la piccola piramide del punto trigonometrico.

Cessata al sorger della luna la brezza, ogni cosa taceva in silenzio ineffabile; i boschi scendevano compatti al di sotto di Cuccuru Nieddu, e i raggi obliqui della luna segnavano vaghe ondulazioni di luce su quel dormente mare di foglie.

E intorno nell'immensità del paesaggio le montagne lontane sembravano nuvole azzurre sull'orizzonte azzurro.

«Zio Pietro, zio Pietro, che avete fatto, voi!», gridò Basilio, curvandosi sul vecchio. «Mi sentite? Son Basilio, son qui. Che cosa avete: siete caduto? È da tanto tempo che vi cerchiamo! Zio Pietro?»

Il vecchio giaceva immobile. Il giallore del suo volto vinceva quello della lunga barba scompigliata.

«È morto!», gridò Basilio, sollevandosi, e si mise a piangere infantilmente, battendosi disperato le mani sulle coscie. «Che ho fatto io, che ho fatto io! Che conti renderò al mio padrone del padre suo? E glielo dicevo per scherzo che lo avrebbe trovato morto! È morto! È morto davvero!»

La sua voce e i suoi singulti vibravano nel silenzio del burrone roccioso.

Ma il pastore pose una mano sul petto di zio Pietro, e guardò in alto.

«Animale», disse a Basilio, «meno chiacchiere e più coraggio. È vivo; deve esser caduto di lassù. Portiamolo all'ovile.»

Strapparono foglie ed erbe e le sparsero su quattro rami intrecciati; e delicatamente presero il ferito e lo deposero là sopra.

Egli gemette: Basilio tremava anch'esso e gemeva come fosse ferito.

«Che ho fatto io!», ricominciò a gridare, «che mai ho fatto io!»

«Taci, donnicciuola», disse il pastore dandogli uno spintone: «non vedi che lo spaventi?», e si curvò sul vecchio dicendogli dolcemente:

«Che avete, zio Pietro? Siamo noi; non è nulla, fate coraggio».

Il vecchio continuò a gemere; una leggera bava sanguigna gli colorava le labbra, scorrendogli sulla barba.

I due uomini sollevarono i rami, e cominciarono a salir con cautela attraverso le roccie e le spesse ombre.

Ogni cosa taceva: la luna passava dietro i rami neri; nell'aria fresca errava l'umida fragranza del bosco. Basilio piangeva silenziosamente, mordendosi forte il labbro inferiore per non scoppiare in singhiozzi; una tempesta di dolore e di rimorso devastava la sua anima.

«Era questo il presentimento che mi rattristava. Lo sentivo io, che qualche cosa orribile doveva accadere! E son io, son io che vi ho ucciso, zio Pietro, son io, son io! E vi volevo bene; e voi mi avete dato da mangiare e da bere, e mi avete vestito e calzato. Io invece vi ho ucciso! Sono io che per il primo feci passar per ladro il vostro figliuolo, per far piacere a lei, e lei è stata la prima ad accusarlo. E invece ero io che introducevo nella tanca il bestiame rubato. Che ho fatto, che ho fatto io!»

Anche il pastore, contemplando il volto di zio Pietro, che pareva di marmo quando la luna lo illuminava, provava una cupa tristezza; ma egli non era più, come Basilio, giovane e appassionato, e dopo il primo fremito di rimorso non si rimproverava più, neppure fra sé, l'ultima denunzia anonima contro Melchiorre.

Nella grotta il ragazzo nuorese, che aveva profittato della solitudine per divorare quasi tutto il pane e il cacio dei pastori, teneva desto il fuoco. Con le stoie e i gabbani Basilio e il porcaro prepararono un giaciglio ove deposero il vecchio; lo spogliarono; esaminarono il suo dorso tumefatto e livido; non una goccia di sangue era sgorgata dalla ferita nera e gonfia. L'unsero con olio tiepido, si strapparono le vesti per avvolgerlo; egli piangeva con gemiti strazianti, riempiendo la grotta di grida lamentose; poi parve ricadere nel torpore in cui lo avevano trovato immerso sul dirupo.

«Chiamiamo un medico?», chiese Basilio.

«Il medico vuol essere pagato.»

«Si pagherà.»

Chiamò fuori il ragazzo, e dopo aver frugato nella sua tasca gli diede un biglietto da dieci lire.

«Prendi il cavallo, eccolo, è pronto: va da zia Bisaccia, che faccia salire un medico; di' a questo che un vecchio è caduto e si è rotto la schiena. Dagli il denaro, compra le medicine che ti dice lui. Se non fai presto, ti massacrerò. Avverti zia Bisaccia che non dica niente a nessuno, ché zio Melchiorre non venga a saper nulla. Cammina!»

Batté una fronda sulla groppa del cavallo, e la bestia partì al trotto, nera alla luna. Basilio rientrò nella grotta, si gettò bocconi presso il fuoco e ricominciò a gemere.

«Taci», disse infine, il pastore infastidito, «finiscila, muso di faina; tu piangi adesso, dopo che... non farmi parlare...»

Basilio tacque, ma la tempesta imperversava sempre più feroce nella sua anima. Rivedeva zio Pietro nei sereni giorni trascorsi, quando Melchiorre era libero e la pace regnava nell'ovile; udiva ancora le semplici storielle del vecchio, ricordava l'innocente felicità goduta prima di conoscere Paska. Ora tutto era caduto. Melchiorre in carcere, zio Pietro morente, l'inferno nel suo cuore. Il vecchio non si sarebbe più rialzato, mai più la sua buona figura avrebbe vigilato l'ovile: ogni cosa cadeva.

Solo un barlume di speranza avrebbe potuto ancora illuminare il buio della sua anima stravolta: Paska. Ma anche Paska, per la quale ogni disgrazia era accaduta, anche Paska lo abbandonava, perdendosi nel turbine che lo travolgeva.

Verso l'alba il pastore andò a guardare nel suo ovile. Una torma di graziosi porcellini rossi e grigi, neri macchiati di giallo, bianchi screziati di nero, gli venne tra i piedi grugnendo, rotolandosi, frugando la terra col musino roseo. Il cielo appariva azzurro nello sfondo dei tronchi e dei rami oscuri: una giornata serena sorgeva a illuminare il torbido dramma di quegli uomini abbandonati a se stessi.

Ritornando verso la grotta il porcaro vide Basilio venirgli incontro, col volto grigio e gli occhi gonfi.

«Zio Pietro ritorna in sé! Non chiamiamo il prete? Non sarebbe bene di fargli fare il testamento?»

«Il testamento?»

«Il testamento. Sai bene, se Melchiorre viene condannato, la giustizia si piglia tutto. Se invece zio Pietro fa testamento ad altri? Egli raccontava sempre che la sua padrona, quando egli era servo, fece testamento a lui, poi egli restituì tutto al figlio di lei uscito dal carcere.»

Ma il pastore si mise a ridere.

«Che pensieri hai!»

«Giuro, che mia madre non mi riveda, che io farei altrettanto!», gridò Basilio.

Il pastore cessò di ridere: si fissarono e si intesero.

«Basilio, se tu vorrai, il tuo padrone non sarà condannato. Perché dare a zio Pietro quest'ultimo dolore? È come dirgli: voi state per morire, e vostro figlio sarà condannato.»

Rientrarono pensierosi nella grotta. Zio Pietro si lamentava; non erano più i gemiti incoscienti di prima, ma un lamento vivo, ancor più straziante, misto di dolore fisico e d'affanno morale. Muoveva la mano destra, brancicando qua e là, e appena sentì rientrar i due uomini chiese gemendo:

«Dov'è? Dove l'avete lasciato il mio bastone?».

«È qui», disse Basilio con pietosa menzogna. «Che bisogno ne avete ora? State tranquillo.»

«È vero, non ne ho più bisogno», egli rispose con amarezza. «Perché non m'hai aiutato, piccolo Basilio? Per tua colpa io morrò senza aver riveduto il figliol mio.»

Fu l'unico, l'ultimo suo rimprovero.

Basilio sentì un lungo spillo forargli il cuore; e uscì nuovamente fuori, battendosi le mani sul capo, mordendosele, torcendosi tutto in una crisi di rimorso.

Il pastore scaldò un po' di latte, s'inginocchiò presso zio Pietro e glielo fece pazientemente sorbire. Il vecchio torceva il collo, arricciava le labbra per lo spasimo e tremava tutto. La febbre aumentò ed egli cominciò a delirare, muovendo le mani come per togliersi di dosso un insopportabile peso. Con voce rauca ma dolce, quasi infantile, diceva mille cose sconnesse, brani di preghiere, di storielle, di antiche canzoni; parlava a Melchiorre bambino, alla defunta moglie; ricordava minuti particolari della sua giovinezza, rivivendo in un tempo lontano. Ma gemeva ad ogni respiro, se si muoveva gridava di dolore, e di tanto in tanto cercava e chiedeva il bastone; e ogni movimento delle braccia aumentava lo strazio della ferita.

Poi chiedeva un prete, e il pastore voleva mandare Basilio a Nuoro per esaudire il desiderio del morente. Ma Basilio aveva paura; tutto avrebbe fatto fuorché scendere a Nuoro.

Ripiegato su se stesso, raccoglieva entro il cuore tutti i lamenti e lo strazio del vecchio: e la sua impotenza ad alleviarne le sofferenze accresceva la sua pena, gli dava un desiderio pietosamente crudele.

«Che egli muoia presto, che cessi di soffrire... Signore, fatelo morire subito...»

«Va», disse il pastore, «va almeno a cercare questo maledetto bastone: forse si calmerà, dopo...»

Basilio si scosse, uscì, corse via come liberandosi da un incubo. L'aurora saliva: le roccie umide e le foglie dei rami apparivano rosee, e le montagne lontane sorgevano azzurre sul cielo rosso ove la luna tramontava diafana come un sottile anello d'alabastro. Saltando, scendendo, arrampicandosi sui macigni, curvandosi agilmente a fissar il vuoto dei crepacci, frugando fra i cespugli e il musco umido, per qualche istante Basilio dimenticò il suo affanno; ma non rinvenne il bastone.

Ritornò tristemente, e prima di rientrar nella grotta s'avanzò sul sentiero, scrutando se mai arrivava il medico. Nessuno. La solitudine della tanca era animata solo dai capretti che correvano fra l'erba, allegri e con la museruola come tanti cagnolini. I porcellini avevano illecitamente passato il varco della tanca, ma ora nessuno più pensava ad offendersene.

Nessuno giungeva. Eppure le roccie rivolte ad oriente pareva aspettassero, come sfingi vigilanti nel quieto splendore del mattino; le capre ritte sui dirupi, fra i cespugli, volgevano i grandi occhi foschi in lontananza; il gatto, fermo sopra la grotta, guardava intorno coi verdi occhi socchiusi; il cane gemeva guaiti lamentosi. Che vedevano? Che aspettavano? Qual mistero giungeva?

Nella piena luce del mattino, le erbe, le fronde, le pietre, gli animali parevano vinti dal senso di attesa e di terrore arcano che tante volte aveva stretto l'anima di zio Pietro.

Veniva la morte.

Rientrando nella grotta Basilio trovò che il vecchio agonizzava. Il pastore inginocchiato a capo scoperto, con un pezzetto di cero acceso fra le dita, pregava. Nella penombra della grotta il suo volto olivastro incorniciato di lunghi capelli neri unti, appariva come illuminato dalle lagrime che lo solcavano simili a rivoli d'acqua pura sul granito.

«Che ho fatto io?», gemeva anche lui; e la morte del vecchio gli sembrava un castigo del Signore.

Basilio si gettò di nuovo al suolo; non aveva più lagrime, non ricordava che l'antica preghiera:


Frisca sezis cale rosa,

frisca sezis cale lizu;

Mama de su Santu Fizu.

Mama de su Fizu Santu.

In nomen de su Babbu,

de su Fizu e de s'Ispiridu Santu.


La recitò dieci, venti volte, tenendo gli occhi spalancati e fissi sul volto del morente: vedeva la bianca barba muoversi ancora, le palpebre che tentavano di sollevarsi. La mano secca e livida del morente si mosse due volte, brancicando nel vuoto. Cercava il bastone? Basilio ne provò una pena profonda, e si pentì di non aver cercato meglio, fino a trovarlo e riportarglielo. E continuò a fissare il morente, senza più pregare né piangere, atterrito dalla visione della morte.

La barba del vecchio si agitò lievemente, le labbra umide di bava sanguigna e di latte s'aprirono a un piccolo sbadiglio, le palpebre si sollevarono sugli occhi vitrei: tutto era finito. Zio Pietro vedeva l'eterna luce.

Il pastore spense il cero, e con questo segnò una gran croce dalla fronte al petto e sugli omeri del morto; gli abbassò le palpebre, gli congiunse le mani sul seno; poi uscì fuori e pianse.

Basilio si protese sul morto, fino a sfiorarne il viso; e stette immobile, pallido, scrutando il gran mistero della morte. Dunque quel corpo rigido e muto non si solleverebbe mai più; quelle labbra non si muoverebbero più mai, la barba non ondulerebbe più. E ieri, alla stessa ora era ancor vivo; e domani anche la fredda spoglia sarebbe sparita. Più nulla, per quanto si cercasse sopra tutta la terra, in tutti i tempi, si troverebbe di quell'uomo.

Un'ombra fosca oscurò i limpidi occhi di Basilio: per la prima volta l'anima selvaggia e incosciente sentiva il solenne mistero della vita e della morte. Cominciò a parlar piano piano, puerilmente, rivolto al cadavere:

«Zio Pietro, non vi sollevate più, non mi sentite più? Sono Basilio, sapete; non mi sentite più? Non mi ascoltate ancora? Non ho potuto trovarlo il vostro bastone, ma lo cercherò ancora, finché lo troverò, sebbene voi non ne abbiate più bisogno. Non lo soffierete più il fuoco, no, non le spazzerete più le mandrie, zio Pietro? Destatevi, alzatevi; vi ricordate ieri a quest'ora? Quante cose possono accadere in brevi ore! Forse anch'io, domani, a quest'ora sarò morto. Può darsi benissimo, ma voi siete già in Cielo, ed io andrò all'inferno. Avrò tempo a pentirmi? Zio Pietro, oh, no, non lo dite a nessuno che siete morto per causa mia. Raccontatemi ancora una storiella; vi ricordate, zio Pietro? La storiella di quel re che aveva le orecchie d'asino? voi non tornerete più alla capanna; voi non vedrete più vostro figlio, oh zio Pietro mio, mio, mio».

E ripeteva le ultime parole del vecchio: «Piccolo Basilio, per colpa tua muoio senza aver riveduto mio figlio».

Si sollevò, e battendosi le mani sulle coscie gridò disperatamente;

«Ed io lo dicevo per ischerzo che sareste morto, zio Pietro, e invece siete morto davvero, siete morto!».

Solo l'arrivo del ragazzo nuorese col medico e con altre persone, lo distolse dal suo estremo colloquio col morto. Fatte le constatazioni, il cadavere fu deposto su un carro, coperto di fronde e portato a Nuoro.

Basilio avrebbe voluto prima correre in cerca del bastone per metterlo fra le mani del morto: qualcuno sorrise di questa sua idea fissa, ma non perciò egli la depose.

Sul pomeriggio, partiti i curiosi, egli munse le capre, le contò, spedì il latte a Nuoro, e pensò a rifocillar sé e gli animali. Il cane non cessava di lamentarsi, il gatto vagava smarrito e affamato, emettendo acuti miagolii, e pareva davvero che, come affermano i pastori, si accorgesse della morte del padrone. Solo la lepre, profittando del trambusto aveva effettuato il suo lungo sogno di fuga: era scomparsa, lasciando un pezzetto della cordicella rôsa.

Verso sera, appena poté, Basilio ritornò fra le rupi di Cuccuru Nieddu, e ricominciò a cercare il bastone. Seguì quelle che gli parevano le traccie di zio Pietro, e pensando alla smarrimento e all'angoscia che doveva aver provato il vecchio nel trovarsi perduto fra le roccie, sentiva quasi la stessa inquietudine. Giunse così sul macigno dal quale zio Pietro era precipitato; e stette a lungo curvo sull'orlo del dirupo. I boschi tacevano: le nuvole salivano dal mare e passavano lentamente, oscure sul fondo pallido del cielo.

Basilio scavalcò l'orlo del macigno, si calò agilmente di roccia in roccia, fino al punto preciso ove zio Pietro era caduto; tastò il musco, l'erba, i cespugli, trascinandosi sui ginocchi. L'ombra cresceva. Così curvo al suolo, stanco, con le palpebre pesanti, egli vedeva sempre la figura del morto, col dorso tumefatto e violaceo, una graffiatura rossa sulla mano destra, una foglia secca fra i bianchi peli della barba.

Il suo dolore allora cominciò a diventare ossessione; l'infruttuosa ricerca del bastone lo stancava e l'irritava, e a un tratto sedette e poi s'arrovesciò sulla pietra dove il morto era caduto.

Le nuvole passavano lente sul suo capo, nere, sul fondo argenteo pallido del cielo, come enormi uccelli silenziosi. In alto le roccie guardavano il crepuscolo; nelle fredde lontananze le montagne sorgevano fosche, livide sul pallore di quel gran cielo morto.

Basilio vedeva sempre il dorso frantumato del vecchio, la foglia secca fra i bianchi peli della barba: e ripeteva fra sé le ultime parole di lui.

Per liberarsi da quell'incubo pensava che con la testimonianza sua, del pastore porcaro e d'altri vicini, Melchiorre non tarderebbe ad esser posto in libertà. Ma poi ricordava Paska e la sera in cui dalla sporgenza di Monte Bidde, tra le ombre del crepuscolo, il suo cuore aveva gridato voci d'amore selvaggio.

«...Vuoi che uccida il vecchio zio Pietro? Parla, parla, io mentirò, io ucciderò, io farò tutto ciò che tu vorrai, per amor tuo...»

«...Vuoi che uccida il vecchio zio Pietro?»

Sì, egli lo aveva ucciso; ma sentiva che nessuna cosa al mondo, neppure l'amore di Paska, avrebbe potuto ridonargli pace.

© Grazia Deledda



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