Uno dei più bei mestieri del mondo: SCRIVERE!
Pietro Pancamo a colloquio con Stanislao Nievo, romanziere e poeta fra i più significativi della nostra letteratura.
Quali sono state le tappe salienti della sua esistenza, che - come spiega anche il bel sito www.stanislaonievo.it - ha conosciuto periodi profondamente avventurosi e segnati dal destino?
C'è stata innanzitutto un'infanzia "itinerante", trascorsa fra Milano, il Friuli, l'Agro Pontino e Roma, città quest'ultima in cui son rimasto sino al termine del Liceo classico. Più tardi, dopo aver cominciato l'Università di Scienze naturali, sono partito per conoscere il mondo: e così, cimentandomi fra l'altro con mestieri vari (dallo scaricatore di porto al mozzo sulle navi, al raccoglitore di frutta, all'operaio metallurgico, al professore di Italiano per chi voleva impararlo in maniera veloce), ho viaggiato a lungo per l'Europa centrale e del nord. In un secondo momento, quand'ero interno all'Istituto di Zoologia dell'Università di Roma, mi son poi recato in Africa con tre giovani amici, in compagnia dei quali ho condotto, nell'Oceano Indiano, un ciclo di indagini scientifiche sui continenti pre-storici (Lemuria, ad esempio, e la Gondwana). Ricordo che i nostri studi riguardarono principalmente alcune particolari specie animali. Dopodichè son passato al giornalismo in Africa equatoriale; per un certo tempo ho girato documentari in Africa, Asia, America e Australia, senza contare i due film che ho realizzato per il cinema. Infine son diventato scrittore, dando alla luce una serie di libri incentrati sull'introspezione umana e la riscoperta di elementi storici dimenticati.
Può sintetizzarmi, in un paio di battute, la sua esperienza in campo cinematografico?
Ho girato appunto molti documentari, coi primi viaggi in Africa. Poi c'è stato un periodo in cui la Rizzoli ha prodotto Mondo cane e Africa addio, due film polemici ai quali ho collaborato, cercando solo di allestirne alcune scene. Dopodichè, come dicevo, sono stato regista di due film miei; uno, Mal d'Africa, sul grande disagio e al tempo stesso l'evoluzione dell'Africa di oggi, dove ad un periodo coloniale, durante il quale una tribù, chiamiamola così - la nostra! -, dominava le altre, è susseguito un rovesciamento, fondato però su strutture che continuano ad essere quelle dell'economia in cui siamo nati noi europei e che, quindi, non sono adatte all'Africa - tanto che provocano gravissimi problemi, guerriglie e altre forme di distruzione. Tutto ciò si deve anche al fatto che chi comanda sono di solito i più furbi, i più svelti ad usare le tecnologie moderne (una per tutte, le armi). La cosa più atroce che ho visto in Africa è il reclutamento degli eserciti bambini: cioè ai bambini si dànno i fucili, e non i libri, per mandarli - invece che a scuola - a combattere. Naturalmente un bambino, con un'arma in mano, pensa subito d'esser grande: lo sappiamo da sempre - non per niente, da piccoli, abbiam "trafficato" anche noi con le armi... Ma quelle finte, inoffensive! Lì, al contrario, son armi vere... e questo ovviamente innesca un gioco terribile, che bisognerà superare e scongiurare col tempo. Ecco, insomma, le situazioni di disagio che ho trattato in Mal d'Africa, questo film del 1968. A distanza di qualche anno, son passato (in Germania) ad un'altra pellicola: Germania, sette donne a testa. Avevo accettato di completarla, per poter girare poi un film, cui tenevo, sull'istinto predatore dell'uomo (però il progetto rimase, ahimè, allo stato di ipotesi, in quanto si arenò).
Il suo rapporto con la scrittura com'è iniziato?
Sa, tutto è cominciato con il giornalismo. Ma alla scrittura vera e propria sono approdato in seguito ad una complessa ricerca: quella che (sfociata nel volume mondadoriano Il prato in fondo al mare, N.d.R.) ho svolto sul mio antenato Ippolito Nievo, per capire dove si fosse inabissata di preciso (lui sparì in mare fra Palermo e Napoli, nel periodo dell'impresa dei Mille, alla quale partecipò) la nave su cui, misteriosamente, morì. Dopodichè ho pubblicato una serie di altre avventure sempre imperniate su fatti storici dimenticati o anche situazioni come il terremoto del Friuli, che distrusse la mia casa e che, quindi, è stato per me un episodio da narrare (ed ecco allora Il padrone della notte, una raccolta di racconti su quello che può accadere a un uomo moderno). Successivamente ho inventato i "Parchi Letterari", per preservare la cultura letteraria nonché le località che hanno ispirato i grandi scrittori o poeti. Il mio obiettivo, naturalmente, non è solo mantenere intatta la caratteristica di quei luoghi com'erano, ma anche difendere la loro storia. Perché? Beh, è la maniera migliore per vigilare sul patrimonio folclorico d'Italia. Infatti, se non interveniamo adesso, pian piano tutto si appiattirà, diventando uguale e uniforme sia nei piccoli centri della nostra penisola, come in quelli maggiori (col deprecabile risultato che le tradizioni musicali, culinarie e artigianali - che in fondo sono il sale della vita - finirebbero per essere ovunque le stesse, cessando così di procurarci sorpresa ed emozione).
Oggi, per lei, che cos'è la scrittura: una seconda natura, un mestiere? Oppure la sente ancora come una vocazione... o un destino?
Mah... è un mestiere, ormai: uno dei bei mestieri della vita. È un'opportunità, anche. Che bisognerebbe dare a chiunque abbia un minimo di creatività e che, soprattutto, garantisce una piena libertà di esprimersi. Un esempio, limite e scherzoso, di questa libertà? Eccolo: uno scrittore può legalmente "tramare" un delitto perfetto (il più atroce, magari) senza andare incontro a sanzioni; e anzi, se è sufficientemente bravo a rendere il "misfatto" e a narrarlo, gli dànno persino un premio!
A settembre dell'anno scorso è uscito, per i tipi della Marsilio Editori, Gli ultimi cavalieri dell'Apocalisse. Vorrebbe illustrarmi brevemente questa sua nuova opera, che lei ha scritto a quattro mani con Enzo Pennetta?
Certo; "gli ultimi cavalieri dell'Apocalisse", e qui le riepilogo rapidamente la trama del libro, sono due amici: un professore di Liceo ed uno storico, analisti spregiudicati della realtà odierna del sacro testo biblico. Nell'attuale crisi dell'umanità che, travagliata ad esempio da tutto quel che succede in Medio Oriente, vacilla drammaticamente, la vicenda si svolge fra Gerusalemme e Roma, mostrandoci i due protagonisti costantemente alle prese con una ricerca coraggiosa e libera - laica e religiosa insieme - delle verità del Nuovo Testamento, nelle sue ultime pagine (quelle dell'Apocalisse di San Giovanni). Fra dialoghi aperti e improvvise rivelazioni, attraverso reali interviste a personaggi del tutto diversi ed opposti, il racconto "profetizza" infine una nuova speranza, che vorrei riassumere così: qualunque sia la ragione per cui ciascuno di noi soffre, amiamoci gli uni con gli altri.
So che la sua produzione letteraria, oltre a ben tredici volumi di narrativa, comprende anche due sillogi poetiche...
Tre, in realtà. Dal momento che, oltre a Canto di pietra e Barca solare, ho scritto anche Viaggio verde, tratta da Il prato in fondo al mare, di cui propone - in versione poetica e più breve - la stessa storia: ossia l'incontro fra due persone che non si sono mai conosciute, e delle quali una (io) ha amato l'altra; è una sorta di ricongiungimento che avviene in una dimensione assolutamente fuori del tempo (e tuttavia piena di slancio personale e di carattere di famiglia).
Dunque, fra la sua opera poetica - e quella in prosa - qualche punto di contatto c'è.
Sì e sempre nel segno della poesia, il cui compito - almeno a mio parere - non è raccontare cose, impossibili da esprimere in prosa, bensì accostare più dinamicamente, e incisivamente, situazioni che emozionano prima le persone che scrivono e poi quelle che leggono. La poesia è una scala verso il cielo, che ci permette di volare mediante lo stesso vocabolario che usiamo quotidianamente per parlare. Anche se naturalmente, rispetto al linguaggio di ogni giorno, in una lirica c'è meno sintassi e qualche parola in più (quella che l'autore avverte spesso l'esigenza d'inventare, per esaltare - mettiamo - una meditazione o un sentimento nuovo).
Fra i poeti italiani e stranieri, del passato o del presente, quali sono i suoi preferiti?
Come tutti, ho avuto da ragazzo - per quanto concerne gli italiani - il mio periodo leopardiano, poi quello pasoliniano e del realismo più moderno. Ma mi piacevano anche figure più ambigue, nelle quali il limite fra vita, sensibilità e pensiero si rivela sfumato. È il caso di Edgar Allan Poe, colui che ho maggiormente amato fra gli stranieri e che, pur essendo stato più un prosatore, ha al suo attivo la famosa poesia Il corvo, che delinea il disfacimento di un creativo, incapace di superare determinate difficoltà della vita. Un altro che ho amato molto è Kipling (anch'egli, comunque, meno poeta e più narratore). Venendo invece al presente, citerei di sicuro il compianto Mario Luzi, che mi è stato anche amico (tanto che la sua figura di poeta, nella mia mente, si è un po' confusa con quello che ho sentito per lui). E, per nominare un'altra grande, frequento ancora, a tutt'oggi, la stessa Maria Luisa Spaziani.
Parliamo, infine, di narrativa italiana: quali - secondo lei - gli autori attuali che si distinguono di più?
Intanto, Niccolò Ammaniti (il suo mi sembra indubbiamente un ottimo stile di romanziere). Poi chi altri? Ah, Francesco Piccolo (abile ad esprimere se stesso in una maniera universale). In genere, comunque, io trovo che gli autori italiani si dedichino troppo, ormai, alla ricerca - giustissima, per carità! - di situazioni sentimentali e sociali particolarmente disagiate. A me, invece, piacerebbe un tipo di scrittura in grado di staccarsi da un realismo eccessivamente pratico o tenacemente aggrappato alle ingiurie della vita frettolosa di oggi - ricca, a ogni modo, di sterminate possibilità e che, governata da un cervello, il nostro, di cui dobbiamo ancora scoprire un buon 80% (col valido aiuto, magari, della letteratura attuale, se mai cambiasse indirizzo), andrebbe indagata ed esplorata impiegando i mezzi più diversi: anche le parole. Perché, non so se mi spiego, l'alfabeto - e il vario ricombinarsi delle lettere fra loro - sono uno straordinario "espediente" per riuscire a pensare in maniera nuova, quasi "creando" nuove situazioni. Ad esempio, perlomeno in un capitolo de Gli ultimi cavalieri dell'Apocalisse, c'è il tentativo da parte dei più giovani di formare, con le parole che già usiamo, significati inediti e inusuali, atti ad avvicinarsi (con slancio, sì, ma sempre con profondo senso di umiltà) all'infinito e all'universale.
Per gentile concessione di Pietro Pancamo e Stanislao Nievo
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Stanislao Nievo è nato a Milano il 30 giugno del 1928. È il pronipote di Ippolito Nievo (1831-1861), l'autore di Le confessioni di un italiano. Conduttore di rubriche radiofoniche per la Rai dal 1979 al 1985, ha lavorato fra l'altro per il cinema come regista, girando due lungometraggi: Mal d'Africa (Cineriz, 1968) e Germania, sette donne a testa (Ultrafilm, 1972). È stato inviato e articolista dei seguenti quotidiani e periodici: Il Giornale d'Italia (dal 1954 al '62), Il Piccolo. Giornale di Trieste (dal 1959 al '64), la Repubblica (1976), La Stampa (1978), Il Gazzettino (di Venezia; dal 1980 al '93), Il Tempo (dal 1987 al '90), L'Indipendente (1994), il Giornale (dal 1995 ad oggi), Le Vie del Mondo, Il Mattino, Il Milione. Ha scritto diversi romanzi: Il prato in fondo al mare (dedicato all'investigazione intorno alla morte di Ippolito Nievo e vincitore del Premio Campiello nel 1975), Aurora (Mondadori, 1979), Il palazzo del silenzio (Mondadori, 1987), Le isole del Paradiso (Premio Strega nel 1987), La balena azzurra (Mondadori, 1990), Il sorriso degli dei (Marsilio, 1997), Aldilà (Marsilio, 1999), Gli ultimi cavalieri dell'Apocalisse (in collaborazione con E. Pennetta, Marsilio, 2004). È autore di alcune raccolte di racconti: Il padrone della notte (Mondadori, 1976), Il cavallo nero (Stampatori, 1979), Il tempo del sogno (Mondadori, 1993), Tre racconti (Italica, 1999). Ha pubblicato anche tre sillogi poetiche: Viaggio verde (Mondadori, 1976), Canto di pietra (Mondadori, 1989), Barca solare (Rubbettino, 2001). Ha tradotto Kipling e Defoe. Socio fondatore del Wwf, è il presidente della Fondazione Ippolito Nievo, per la quale ha curato le guide a "I Parchi Letterari". È inoltre presidente onorario dell'Unione nazionale scrittori. Il suo nome compare in varie enciclopedie, fra cui il Dizionario della letteratura mondiale (Edizioni Paoline, 1980) e l'Enciclopedia universale Rizzoli Larousse.