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Forbidden Voices - How to start a revolution with a laptop
regia di Barbara Miller
Pubblicato su SITO


Anno 2012 - Svizzera


Una recensione di Gordiano Lupi
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Forbidden Voices - How to start a revolution with a laptop

Regia: Barbara Miller. Soggetto e Sceneggiatura: Barbara Miller. Produttore Esecutivo: Philip Delaquis. Produttori Associati: Min Li Marti. Stefan Zuber. Reporter: Lucie Morillon. Fotografia: Peter Indergand. Art Director: Matthias Günter. Musica: Marcel Vaid. Montaggio: Andreas Winterstein. Interpreti: Yoani Sánchez (Cuba), Farnaz Seifi (Iran), Zeng Jinyan (Cina). Produzione: Das Kollektiv GmbH (Zurigo). Documentario. Durata: 96'. Versione con sottotitoli in spagnolo. Sito Internet: www.forbiddenvoices.net.

Forbidden Voices è un ottimo documentario di denuncia sulla repressione e la mancanza di libertà girato con freschezza e originalità dalla regista svizzera Barbara Miller. Abbiamo visto la versione sottotitolata in spagnolo, la sola distribuita, perché il film non ha ancora un’edizione italiana. Peccato, perché Forbidden Voices può essere preso ad esempio per definire un film utile. La regista  (che scrive pure la pellicola) parte dall’analisi della vita quotidiana di tre blogger che vivono in diverse zone del mondo, unite dal comune denominatore della mancanza di libertà. Il film comincia con una frase di Michelle Obama: “Il coraggio è contagioso. Il blog di Yoani Sánchez ha acceso il fuoco su Internet ma il governo lo ha oscurato”.

Barbara Miller racconta la storia di Yoani Sánchez che lotta contro il comunismo cubano, narra le vicissitudini di Farnaz Seifi, costretta all’esilio dal regime iraniano, e la prigionia assurda della cinese Zeng Jinyan, agli arresti domiciliari insieme alla figlia mentre il marito deve scontare tre anni e mezzo di galera. Immagini stupende di Cuba e dell’Avana si alternano a piazze iraniane e parate cinesi, ma non sono mai sequenze - cartolina, la fotografia intensa e la scenografia suggestiva servono a conferire realismo alle storie. Le frasi delle blogger sono spesso scritte nel cielo e nel mare delle città, risaltano come invettive, sono pietre lanciate contro il muro dell’omertà. “Cuba è un’isola che pare toccata dal pensiero monocromatico. Sembra impossibile, ma ciò che per il resto del mondo sarebbe assurdo da noi è verità indiscutibile”, dice Yoani. Barbara Miller documenta alcuni mesi della vita della blogger cubana che comprendono un permesso di uscita negato, le percosse subite dalla polizia, la morte di Zapata Tamayo dopo uno sciopero della fame e le vicissitudini di Guillermo Fariñas, scampato per miracolo alla morte. La regista ha la fortuna (se così possiamo chiamarla) di trovarsi a Cuba mentre accadono momento fondamentali della lotta dissidente ed è capace di filmarli con obiettività e senza retorica. La Miller documenta anche la liberazione dei prigionieri politici grazie alla mediazione della Chiesa cattolica, il successivo esilio in Spagna, la repressione contro le Damas de Blanco, le aggressioni mediatiche del regime che definisce i dissidenti cybermercenari pagati dagli Stati Uniti. Il tono della pellicola è mesto, la musica accompagna le sequenze con andamento lento, le immagini del Cimitero Colón, del lungomare, delle campagne risultano indimenticabili. La vita quotidiana di Yoani si alterna ai momenti cruciali. Vediamo il figlio Teo, il marito Reinaldo (blogger e giornalista espulso da Juventud Rebelde), il cagnolino Chispita, i genitori e la sorella. Alcune scene sono ambientate nella casa dove vive la blogger, tra Piazza della Rivoluzione e i quartieri popolari, ma la regista filma anche le zone più povere della capitale, cadenti solar e case in rovina, corrose da salsedine, distrutte da tornados. Stupenda fotografia di una Cuba reale, lontana anni luce diversa dai documentari patinati girati dai servi sciocchi del regime, dagli occultatori di verità professionisti.

Non c’è solo Cuba nel documentario. Sono altrettanto importanti le testimonianze di Farnaz Seifi (Iran) e Zeng Jinyan (Cina), che vivono due realtà molto più dure di Yoani Sánchez. La rivoluzione iraniana di stampo musulmano ha privato le donne dei diritti civili, riducendole a esseri di nessun valore, sottomesse agli uomini, obbligate a indossare il velo. Farnaz Seifi è una ribelle, nel 2003 apre un blog dove esprime le sue idee, ma viene incarcerata, torturata e infine - nel 2007 - costretta all’esilio. Per lei gli ultimi mesi in Iran sono un vero e proprio calvario, assiste impotente a un infarto del padre, vede la madre in lacrime, infine decide per la fuga. Adesso Farnaz vive in Germania, insieme ad altri profughi, e spera ogni giorno di tornare nella sua Teheran, finalmente libera dalla follia teocratica. La regista filma le proteste di piazza, le immagini strazianti delle ribellioni sedate nel sangue dalla polizia, aggiunge le terribili sequenze di repertorio della morte di Nena, simbolo della rivolta verde.

La storia di Zeng Jinyan è ancora più toccante e disperata. Parla di una blogger cinese seguita giorno e notte dalla polizia, del marito Hu Jia, imprigionato per aver scritto la verità su un blog indipendente, di una censura feroce che impedisce l’accesso a Internet e i contatti con l’esterno. “I regimi totalitari temono la verità, reagiscono con brutalità”, dice la blogger, che si vede confiscare computer e telefono per aver osato parlare di diritti umani violati e di Aids, temi tabù in Cina. Zeng Jinyan deve restare prigioniera della sua casa con una bambina che cresce e non può uscire, sola, ad attendere che il marito sconti la pena.

La differenza che salta agli occhi tra le tre situazioni è quella dell’atteggiamento dei popoli. Cinesi e iraniani soffrono per la mancanza di libertà, tentano di ribellarsi in massa con manifestazioni di piazza, rischiando persino la vita. I cubani no, sembrano un popolo rassegnato e fatalista, annichilito da anni di dittatura, convinto che sia meglio l’opportunismo e il silenzio, scelgono di non occuparsi di politica per non avere problemi. Uno sparuto gruppo di intellettuali, che il governo confina in un ghetto a colpi di diffamazioni, resta solo a lottare. Altra differenza evidente è la diversa ferocia dei regimi, per quanto a Cuba manchi la libertà personale, il governo e la polizia non si sono mai macchiati di atroci crimini come quelli commessi dai regimi iraniani e cinese. 

La pellicola è dedicata a tutti i blogger che lottano per costruire un mondo migliore e termina con una suggestiva immagine di Yoani Sánchez di fronte all’oceano, sul muro del Malecón, mentre scrive frasi che parlano di libertà.

Attendiamo con ansia l’edizione italiana.

 

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=hIRlvQ0ItSg


Una recensione di Gordiano Lupi





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